Traduzioni telematiche a cura di
     Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
     (Casa di reclusione - Opera)




     Fëdor Dostoevskij.
     IL SOSIA.
     Poema pietroburghese.






     INDICE.

     Capitolo 1:  pagina 3.
     Capitolo 2:  pagina 15.
     Capitolo 3:  pagina 33.
     Capitolo 4:  pagina 48.
     Capitolo 5:  pagina 72.
     Capitolo 6:  pagina 87.
     Capitolo 7:  pagina 110.
     Capitolo 8:  pagina 127.
     Capitolo 9:  pagina 152.
     Capitolo 10: pagina 187.
     Capitolo 11: pagina 225.
     Capitolo 12: pagina 245.
     Capitolo 13: pagina 267.







     1.

     Mancava poco alle otto del mattino quando il consigliere  titolare
     Jakòv  Petrovic' Goljadkin si svegliò da un lungo sonno,  fece uno
     sbadiglio,  si stiracchiò e aprì finalmente del tutto  gli  occhi.
     Per due minuti,  però,  rimase disteso immobile nel suo letto come
     un uomo non completamente certo di essere  sveglio  o  di  dormire
     ancora  e  se  tutto  ciò  che gli capita intorno sia realtà o non
     piuttosto la continuazione di un fantastico sogno. Ma ben presto i
     sensi del signor Goljadkin ripresero a cogliere,  più chiare e più
     precise,  le consuete,  abituali impressioni. Le affumicate pareti
     verde sporco della sua stanzetta lo guardarono  familiarmente,  il
     comò di mogano, le sedie finto mogano, la tavola dipinta di rosso,
     il  divano  alla turca d'incerata rossa a fiorellini verdognoli e,
     ancora,  il vestito di cui in gran fretta si era liberato la  sera
     prima e che aveva buttato malamente sul divano.  Infine una grigia
     giornata autunnale,  cupa e sporca,  fece  capolino  nella  stanza
     attraverso  i  vetri  appannati  della  finestra  con un'aria così
     stizzita e una smorfia così acida che il signor Goljadkin non poté
     più avere nessun dubbio di trovarsi non  in  un  qualche  favoloso
     reame  dall'altra  parte  del  mondo,   ma  a  Pietroburgo,  nella
     capitale,  in via delle Sei Botteghe,  nel suo  appartamentino  al
     quarto  piano  di  un grande palazzo.  Fatta una simile importante
     scoperta,  Goljadkin chiuse  freneticamente  gli  occhi,  quasi  a
     rimpiangere  il  sogno  di  poco  prima  e  a  desiderare di farlo
     ritornare, almeno per un momento. Ma un attimo dopo saltò di colpo
     giù dal letto,  colpito finalmente dall'idea intorno alla quale si
     erano  andati  aggirando  fino  a  quel  momento  i suoi distratti
     pensieri non ancora irreggimentati  in  un  ordine  ben  definito.
     Appena  sceso  dal letto,  corse verso un piccolo specchio rotondo
     che stava sul comò. Benché la figura assonnata, dalla vista debole
     e dalla incipiente calvizie,  riflessa nello specchio  fosse  così
     insignificante  da non attirare l'attenzione di nessuno,  tuttavia
     era chiaro che il suo proprietario era rimasto soddisfattissimo di
     tutto quello che aveva visto nello specchio.  "Sarebbe davvero  un
     bell'affare"  disse  a  mezza voce Goljadkin,  "sarebbe davvero un
     bell'affare se  proprio  oggi  non  fossi  in  piena  regola,  se,
     mettiamo,  mi fosse spuntata qualche novità,  come per esempio una
     bel foruncolo  assolutamente  inopportuno,  o  mi  fosse  capitato
     qualche  altro guaio;  del resto,  per ora non c'è niente da dire,
     per ora va tutto bene." Molto rallegrato che tutto andasse per  il
     meglio, Goljadkin rimise lo specchio dov'era e, nonostante fosse a
     piedi  nudi  e  portasse ancora indosso gli indumenti coi quali di
     solito si metteva a letto,  corse a  una  finestra  e  con  grande
     interesse  si  mise  a cercare con lo sguardo qualcosa nel cortile
     della  casa,   sul  quale  si  aprivano  le   finestre   del   suo
     appartamento.  Era  evidente  che anche ciò che vide in cortile lo
     aveva accontentato,  poiché il suo volto si illuminò di un sorriso
     di  soddisfazione.  Poi,  dopo  aver  dato  un'occhiata  dietro il
     tramezzo nel  bugigattolo  del  suo  cameriere  Petruska  e  avere
     constatato  che Petruska non c'era,  si avvicinò in punta di piedi
     al tavolo,  aprì un cassetto,  si mise  a  frugare  in  un  angolo
     proprio  in  fondo  e finalmente tirò fuori da sotto un mucchio di
     vecchie carte  ingiallite  e  di  certe  cianfrusaglie  un  logoro
     portafogli  verdastro;  lo  aprì prudentemente e gettò uno sguardo
     tenero e compiaciuto nel suo scomparto più interno e più nascosto.
     E' probabile che anche quel mucchietto  di  biglietti  verdognoli,
     grigiasti,  azzurrognoli,  rossicci e variamente screziati dovette
     guardare Goljadkin  in  modo  molto  affettuoso  e  complice:  con
     un'espressione  radiosa mise sul tavolo davanti a sé il portafogli
     aperto  e,  in  segno  di  grande  soddisfazione,   si  stropicciò
     vigorosamente le mani.  Infine lo tirò fuori, quel suo confortante
     mucchietto di assegni governativi,  e per la  centesima  volta,  a
     partire  anche  soltanto  dal  giorno  prima,  si  mise a contarli
     facendoli scorrere con grande attenzione, uno dopo l'altro, tra il
     pollice e l'indice.
     "Settecentocinquanta rubli di assegnati!" concluse,  quasi  in  un
     bisbiglio. "Settecentocinquanta rubli... è una bella somma! E' una
     somma  che  fa piacere" proseguì con voce tremante,  diventata più
     flebile per la gioia,  stringendo  il  pacchetto  tra  le  mani  e
     sorridendo  in  modo  significativo,  "è  una somma che fa davvero
     piacere!  Piacere a  chiunque!  Vorrei  tanto  vedere  adesso  una
     persona  per  la  quale  questa  somma  fosse  veramente una somma
     insignificante! Una simile somma può portarlo lontano, un uomo...
     Ma che  vuol  dire  questo?"  pensò  Goljadkin.  "Dove  diavolo  è
     Petruska?".  Sempre ancora con indosso gli stessi indumenti, diede
     di nuovo  un'occhiata  dietro  al  tramezzo.  Petruska  non  c'era
     nemmeno adesso; c'era invece un samovàr, posato sul pavimento, che
     si  arrabbiava,  si  riscaldava,  andava fuori di sé,  minacciando
     continuamente di sbollire,  e fischiava in fretta e calorosamente,
     come se nel suo complicato linguaggio,  biascicando e balbettando,
     volesse dire non  so  che  cosa  al  signor  Goljadkin;  con  ogni
     probabilità  questo:  prendetemi,   brava  gente,  io  sono  stato
     puntuale e sono perfettamente pronto.
     "Che il diavolo se lo porti!" pensò Goljadkin. "Quel pigrone di un
     animale riesce,  alla fine,  a fare perdere le staffe a  un  uomo;
     dove  si sarà mai ficcato?".  Pieno di legittima indignazione uscì
     nell'anticamera, formata da un piccolo corridoio in fondo al quale
     si trovava la porta che dava sull'ingresso,  la aprì un po' e vide
     il suo servitore,  attorniato da un buon numero  di lacchè di ogni
     tipo,   di  donnette  di  casa  e  di  estranei.   Petruska  stava
     raccontando  qualcosa  e  gli altri ascoltavano.  Evidentemente né
     l'argomento  del  discorso  né  il  discorso  stesso  piacquero  a
     Goljadkin.  Urlò  a  Petruska  e  tornò  in camera sua scontento e
     addirittura turbato. "Quell'animale è pronto a vendere un uomo per
     un soldo,  e tanto più se si tratta del suo padrone" pensò,  "e mi
     ha venduto,  certamente mi ha venduto,  sono pronto a scommetterlo
     che mi ha venduto per meno di un copeco. Be', che c'è?"
     "Hanno portato la livrea, signore."
     "Mettitela e vieni qui."
     Indossata la  livrea,  Petruska,  sorridendo  stupidamente,  entrò
     nella  camera  del padrone.  Era combinato in un modo strano oltre
     ogni limite.  Aveva indosso una  livrea  verde  molto  usata,  con
     galloni  d'oro  sfilacciati,  cucita  evidentemente per un uomo di
     statura  superiore  di  ottanta  centimetri  almeno  a  quella  di
     Petruska.  Teneva  in  mano  il cappello,  anch'esso con galloni e
     penne verdi e sulla pancia aveva lo spadino da lacchè in un fodero
     di cuoio. E, alla fine, tanto per completare il quadro,  Petruska,
     seguendo la sua abitudine preferita di essere sempre in disordine,
     alla buona,  era anche ora a piedi nudi. Goljadkin guardò Petruska
     dalla testa ai piedi e fu evidentemente soddisfatto. La livrea, si
     vedeva,  era stata presa a nolo per qualche solenne occasione.  Si
     poteva  anche notare che durante l'ispezione Petruska osservava il
     padrone con una certa  aria  di  attesa  e  seguiva  con  insolita
     curiosità  ogni  suo  gesto,  il  che turbava tantissimo il signor
     Goljadkin.
     "Be', e la carrozza?"
     "Anche la carrozza è arrivata."
     "Per tutta la giornata?"
     "Sì, per tutta la giornata. Venticinque rubli in assegnati."
     "E gli stivali li hanno portati?"
     "Anche quelli, sì."
     "Imbecille! non puoi dire: sissignore,  li hanno portati?  Dammeli
     qui."
     Dopo  aver  espresso  la  sua soddisfazione perché gli stivali gli
     andavano a pennello,  Goljadkin chiese il tè e il  necessario  per
     lavarsi  e  per radersi.  Si rase con molta cura e con altrettanta
     cura si lavò,  bevve il tè a grandi sorsate,  e si dedicò alla sua
     importante  e  definitiva vestizione: indossò un paio di pantaloni
     quasi nuovi,  poi una pettorina  con  dei  piccoli  bottoncini  di
     bronzo,  un  panciotto  a  fiorellini  vivaci e graziosissimi;  si
     annodò al collo una cravatta di seta a colori e, infine, si infilò
     una giacca da divisa,  anch'essa nuova e accuratamente spazzolata.
     Mentre  stava  vestendosi  guardò parecchie volte con amore i suoi
     stivali,  sollevò alternativamente ora un piede  ora  l'altro,  ne
     ammirò  la  forma  e  continuò  a borbottare qualcosa tra i denti,
     ammiccando di tanto in tanto con una smorfietta significativa a un
     certo  suo  pensierino.   Quella  mattina,   poi,   Goljadkin  era
     incredibilmente  distratto,  poiché  non  si accorgeva nemmeno dei
     sorrisi e delle smorfiette  che  faceva  Petruska  verso  di  lui,
     mentre lo aiutava a vestirsi. Finalmente, fatte tutte le formalità
     necessarie  e vestitosi di tutto punto,  Goljadkin rimise in tasca
     il portafogli,  ammirò definitivamente Petruska che si  era  messo
     gli  stivali  e  che così era anche lui in perfetto assetto;  dopo
     aver considerato che ormai tutto era fatto e  che  non  c'era  più
     motivo  per  aspettare  ancora,  in fretta e tutto affaccendato si
     precipitò giù dalle scale  non  senza  un  leggero  palpitare  del
     cuore.  Una  carrozza  da  nolo azzurra,  con non so quali stemmi,
     rotolò  con  fracasso  verso  la  scaletta  d'ingresso.  Petruska,
     scambiando   strizzatine   d'occhi  col  vetturino  e  con  alcuni
     sfaccendati che erano lì intorno,  fece sedere il suo  signore  in
     carrozza;  con  voce insolita e trattenendo a fatica le risate più
     sguaiate,  gridò "avanti!",  saltò  sul  seggiolino  posteriore  e
     finalmente il tutto,  rumoreggiando e strepitando, tra tintinnii e
     scricchiolii, rotolò verso il Nevskij Prospèkt.
     L'azzurro equipaggio aveva appena fatto  in  tempo  a  uscire  dal
     portone  che  Goljadkin  si  strpicciò  convulsamente  le  mani  e
     proruppe in una risata sommessa e silenziosa,  proprio  come  chi,
     per gaiezza di carattere, sia riuscito a giocare a qualcuno un bel
     tiro del quale lui stesso si compiace all'infinito.  Però,  subito
     dopo quell'esplosione di allegria,  il riso si trasformò sul volto
     di Goljadkin in una strana espressione preoccupata.  Nonostante il
     tempo fosse umido e minaccioso aprì tutti e due i finestrini della
     carrozza e cominciò con aria inquieta a  osservare  i  passanti  a
     destra e a sinistra, assumendo un'aria seria e grave non appena si
     accorgeva  che  qualcuno lo guardava.  Alla curva dal Litéjnij sul
     Nevskij Prospèkt,  a causa di una spiacevolissima sensazione  ebbe
     un  sussulto  e,  assumenndo  un'espressione  come  quella  di  un
     poveraccio al quale abbiano inavvertitamente pestato un callo,  si
     strinse in fretta e quasi con una certa paura nell'angolo più buio
     della  carrozza.  Era  successo  che  aveva  incontrato  due  suoi
     colleghi,  due giovani impiegati di quel ministero nel  quale  lui
     stesso era in servizio.  Anche i due funzionari, così era parso al
     signor Goljadkin, erano,  per conto loro,  in grande imbarazzo per
     essersi  incrociati in quel modo col collega;  uno dei due,  anzi,
     aveva  perfino  indicato  col  dito  Goljadkin.  A  Goljadkin  era
     sembrato  anche  che  l'altro  lo avesse chiamato ad alta voce per
     nome,  il che,  si sa,  era,  per strada,  assai sconveniente.  Il
     nostro  eroe  si  era stretto nel suo angolo e non aveva risposto.
     "Che razza di ragazzacci!" cominciò a ragionare tra sé.  "Insomma,
     che c'è poi di tanto strano?  Una persona in carrozza! Una persona
     aveva bisogno di andare in  carrozza  e  ecco  che  ha  preso  una
     carrozza.  Canaglie, semplicemente! Io li conosco: veri ragazzacci
     che avrebbero bisogno di frustate!  Vorrebbero soltanto giocare  a
     testa  e  croce  con  lo  stipendio e bighellonare di qua e di là;
     questa è proprio una cosa da loro.  Avrei dovuto dirgli  qualcosa,
     solo  che..."  Goljadkin non completò il suo ragionamento e rimase
     di stucco.  Un'agile pariglia  di  cavallini  di  Kazan,  che  lui
     conosceva bene, attaccata a un elegante calesse, stava sorpassando
     rapidamente dal lato destro la sua carrozza. Il signore che sedeva
     nel  calesse,  avendo  visto  per  caso la faccia di Goljadkin che
     abbastanza imprudentemente sporgeva dal finestrino della carrozza,
     sembrava essere rimasto anche lui molto meravigliato per un simile
     inatteso  incontro  e,   piegandosi  il  più   possibile,   lanciò
     un'occhiata  carica  di curiosità e di interesse nell'angolo della
     carrozza in cui il nostro eroe si  era  affrettato  a  cercare  di
     appiattirsi.   Il  signore  in  calesse  era  Andréj  Filìppovic',
     caposezione in quella stessa amministrazione di cui  faceva  parte
     anche Goljadkin in qualità di aiuto del suo capufficio. Goljadkin,
     visto che Andréj Filìppovic' lo aveva perfettamente riconosciuto e
     lo  guardava  con  tanto  d'occhi,  e  che  nascondersi  era ormai
     impossibile, arrossì fino alle orecchie.  "Salutare con un inchino
     o  no?  Richiamare  la  sua attenzione o no?  Far capire di essere
     stato  riconosciuto  o  no?"  pensava  il  nostro   eroe   in   un
     indescrivibile stato di angoscia. "Oppure fare il finto tonto come
     se non fossi io ma un altro che mi somiglia in modo sorprendente e
     guardarlo come se niente fosse?"
     "E  veramente  non  sono  io,  non  sono  io  e basta!" borbottava
     Goljadkin,  levandosi il cappello davanti a Andréj  Filìppovic'  e
     senza togliergli gli occhi di dosso.
     "Io   non  ho  niente  a  che  fare"  continuava  faticosamente  a
     borbottare,  "non c'entro proprio niente,  non sono io,  e basta!"
     Ben  presto,  però,  il  calesse superò la carrozza e il magnetico
     sguardo del superiore scomparve.
     Nonostante  questo,   arrossiva  ancora,   sorrideva,   rimuginava
     qualcosa tra sé e sé...  "Sono stato un imbecille a non richiamare
     la sua attenzione" pensò infine; "sarebbe bastato semplicemente un
     gesto condito con  un po' di audacia e di franchezza non priva  di
     nobiltà:  'Sicuro,  Andréj  Filìppovic',  le  cose  stanno  così e
     così...   sono  anch'io  invitato  al  pranzo',   e  basta!"  Poi,
     ripensando  all'improvviso  di avere agito in maniera riprovevole,
     il  nostro  eroe  si  fece  rosso  come  il  fuoco,   aggrottò  le
     sopracciglia  e lanciò un terribile sguardo provocante nell'angolo
     più nascosto della carrozza,  uno sguardo destinato a  ridurre  in
     cenere,  in un colpo solo,  tutti i suoi nemici. Infine, di botto,
     chissà come ispirato,  tirò il cordone  collegato  al  gomito  del
     vetturino-cocchiere,  fermò  la carrozza e diede ordine di tornare
     indietro  nella  Litéjnaja.   Era  successo  che   aveva   sentito
     l'inderogabile   impulso,   probabilmente   per  sua  tranquillità
     personale,  di andare a dire al suo dottore,  Krestjàn  Ivànovic',
     qualcosa di estremamente interessante.  E,  anche se non conosceva
     Krestjàn Ivànovic' che da pochissimo tempo,  in quanto  gli  aveva
     fatto  giusto giusto una sola visita la settimana precedente,  per
     motivi suoi personali,  tuttavia il dottore,  si dice,  è come  un
     confessore:   sarebbe   stupido   nascondergli   qualcosa  e  poi,
     d'altrondee, è suo dovere conoscere bene il paziente.
     "Andrà poi bene tutto questo?" continuò il nostro eroe,  scendendo
     dalla  carrozza  davanti  all'ingresso  di una casa a cinque piani
     sulla Litéjnaja,  di  fronte  alla  quale  aveva  dato  ordine  di
     fermare. "Andrà bene? Sarà conveniente? Sarà opportuno? Del resto,
     che  cosa  c'è"  proseguiva,  mentre saliva le scale,  riprendendo
     fiato  e  reprimendo  i  battiti  di  quel  suo  cuore  che  aveva
     l'abitudine  di  battere forte sulle scale degli altri,  "che cosa
     c'è? io vengo per fatti miei e di sconveniente qui non c'è proprio
     niente...  Nascondersi  sarebbe  sciocco.  Io,  ecco,  farò  cosi:
     fingerò di non volere niente,  ma di essere passato così, come per
     caso... Sarà lui a vedere che cosa si dovrà fare."
     Rimuginando così tra sé e sé Goljadkin salì fino al secondo  piano
     e si fermò davanti all'appartamento numero cinque, sulla cui porta
     era affissa una bella placca di rame con la scritta:
     KRESTJAN IVANOVIC' RUTENSPITZ DOTTORE IN MEDICINA E CHIRURGIA.
     Fermatosi,  il  nostro eroe si affrettò a dare alla sua fisionomia
     un aspetto  corretto,  disinvolto,  non  senza  una  sfumatura  di
     affabilità, e si preparò a tirare il cordone del campanello. Stava
     lì  lì per farlo quando,  immediatamente e abbastanza a proposito,
     rifletté se non fosse più opportuno, dal momento che non c'era una
     grande necessità, aspettare l'indomani. Ma,  appena Goljadkin ebbe
     sentito  i  passi  di  qualcuno  che  saliva  le  scale,  di colpo
     abbandonò il nuovo proponimento, e con l'aria più decisa possibile
     suonò alla porta di Krestiàn Ivànovic'.




     2.

     Il dottore in medicina e chirurgia, Krestjàn Ivànovic' Rutenspitz,
     un tipo di uomo molto robusto benché  già  anzianotto,  con  folte
     sopracciglia   e   basette   brizzolate,   sguardo   espressivo  e
     scintillante col quale - e solo con quello, era chiaro - scacciava
     tutte  le  malattie,  e,   infine,   adornato  di  una  importante
     decorazione,  si trovava quel mattino nel suo studio, seduto nella
     sua accogliente poltrona, intento a sorbire il caffè portatogli da
     sua moglie in persona e a fumare un sigaro,  mentre  di  tanto  in
     tanto  scriveva ricette per i suoi pazienti.  Dopo aver prescritto
     l'ultima  boccettina  a  un  vecchietto  affetto  da  emorroidi  e
     accompagnato  a  una  porta  secondaria  il vecchietto sofferente,
     Krestjàn Ivànovic' si rimise  a  sedere  in  attesa  della  visita
     successiva. Entrò Goljadkin.
     A  quanto pareva,  Krestjàn Ivànovic' non aspettava per niente,  e
     tantomeno desiderava, vedersi davanti Goljadkin, perché rimase per
     un  momento  turbato  e  involontariamente  il  suo   viso   prese
     un'espressione  strana e,  direi anzi,  malcontenta.  Poiché,  dal
     canto suo,  e quasi sempre  a  sproposito,  Goljadkin  si  perdeva
     d'animo  e si smarriva quando gli succedeva di avvicinare qualcuno
     per i suoi piccoli affari privati, così anche in quel momento, non
     avendo preparato la prima frase che in casi simili costituiva  per
     lui lo scoglio principale,  si confuse parecchio, borbottò qualche
     parola - di scusa,  con ogni probabilità - e,  non sapendo poi che
     fare,  prese  una  sedia  e si mise a sedere.  Ma,  ricordatosi di
     essersi  accomodato  senza  invito,  capì  la  scorrettezza  e  si
     affrettò  a  riparare  al  suo errore di ignoranza del mondo e del
     "bon ton" alzandosi  immediatamente  dalla  sedia  occupata  senza
     invito.  Quindi,  ripresosi  e  confusamente  accortosi  di  avere
     commesso due sciocchezze in una, si decise,  senza metter tempo in
     mezzo,  a farne una terza: tentò di giustificarsi, borbottò chissà
     che sorridendo, arrossì, si confuse,  tacque in modo espressivo e,
     finalmente,  si  rimise  a sedere in modo definitivo e non si alzò
     più;  solo,  per qualsiasi evenienza,  preparò  quel  suo  sguardo
     provocante  che  aveva  la  non  comune  forza  di  incenerire col
     pensiero e sbaragliare tutti i nemici del signor Goljadkin.  Oltre
     a ciò,  quello sguardo rivelava in pieno l'indipendenza del signor
     Goljadkin,  diceva cioè chiaramente che il  signor  Goljadkin  non
     aveva niente a che farci,  che lui era come tutti gli altri e che,
     in ogni caso, viveva per conto suo.
     Krestjàn Ivànovic' tossì,  si schiarì  la  gola  evidentemente  in
     segno  di  approvazione  e  di  consenso  e fissò su Goljadkin uno
     sguardo indagatore e interrogativo.
     "Io,  Krestjàn Ivànovic'" prese a dire Goljadkin con  un  sorriso,
     "sono venuto a infastidirvi per la seconda volta;  oso chiedere la
     vostra indulgenza..." Goljadkin era, evidentemente,  in difficoltà
     a trovare le parole.
     "Ehm...  sì" disse Krestjàn Ivànovic',  lanciando con la bocca una
     spirale di fumo  e  posando  il  sigaro  sul  tavolo,  "ma  dovete
     attenervi alle prescrizioni; vi ho già spiegato che la vostra cura
     consiste  in un cambiamento di abitudini...  Distrazioni,  dunque;
     bisogna fare visita a amici e conoscenti e nello stesso tempo  non
     essere  nemico  della  bottiglia  e godere regolarmente di allegre
     compagnie..."
     Goljadkin,  sempre sorridendo,  si affrettò a far notare che a lui
     sembrava di essere come tutti, che stava in casa, che aveva svaghi
     come  tutti  gli  altri...   che  naturalmente  anche  lui  poteva
     frequentare i teatri come  tutti  gli  altri,  poiché  non  gliene
     mancavano i mezzi,  che di giorno era in servizio ma la sera se ne
     stava in casa, che non faceva assolutamente niente che non andasse
     bene; non mancò anche di far notare, cosi di sfuggita, che lui,  a
     quanto  gli pareva,  non era peggiore degli altri,  che viveva nel
     suo appartamentino e che, infine, c'era con lui Petruska. A questo
     punto Goljadkin si bloccò.
     "Già... ma questo genere di vita non va... non è questo che volevo
     chiedervi.  Io desidero sapere,  così in generale,  se siete molto
     amante  delle  compagnie  allegre,  se trascorrete allegramente il
     tempo...  Insomma,  il vostro regime attuale di vita  è  triste  o
     allegro?"
     "Io... Krestjàn Ivànovic'..."
     "Già...  io  vi dico" lo interruppe il dottore,  "che è necessaria
     una radicale trasformazione della  vostra  vita  e,  in  un  certo
     senso,  di  fare  violenza al vostro carattere (Krestjàn Ivànovic'
     accentuò con forza le parole 'far violenza' e si fermò un  momento
     con  aria  assai  significativa).  Non  evitare  la  vita allegra;
     frequentare gli spettacoli e il club e in  ogni  caso  non  essere
     nemico della bottiglia.  Non vi fa bene restarvene in casa...  no,
     non ci dovete assolutamente stare."
     "Io,  Krestjàn Ivànovic',  amo  il  silenzio"  riprese  Goljadkin,
     lanciando  uno  sguardo  significativo su Krestjàn Ivànovic' e con
     evidente faticosa ricerca delle parole per esprimere nel modo  più
     chiaro  il  suo  pensiero;   "in  casa  ci  siamo  soltanto  io  e
     Petruska... voglio dire, il mio servo, Krestjàn Ivànovic',  che io
     vado per la mia strada,  una strada tutta mia, Krestjàn Ivànovic'.
     Io me ne sto in disparte,  e a quanto mi sembra,  non  dipendo  da
     nessuno.   Io,   Krestjàn  Ivànovic',  esco  anche  per  andare  a
     passeggio."
     "Come?...  Già!  Ma andare a  passeggio  in  questo  periodo,  non
     rappresenta certo un piacere; il clima è pessimo."
     "Sissignore,  Krestjàn Ivànovic'. Anche se io, Krestjàn Ivànovic',
     sono un individuo tranquillo,  come mi pare  di  avere  già  avuto
     l'onore  di  spiegarvi,  la  mia  strada  procede  per  conto suo,
     Krestjàn Ivànovic'.  La strada della vita è ampia...  Io voglio...
     io  voglio,  Krestjàn  Ivànovic',  dire  con questo...  Scusatemi,
     Krestjàn Ivànovic'...  non sono davvero esperto nel bel parlare  e
     di eloquenza."
     "Già... Voi dite..."
     "Dico che mi dovete scusare, Krestjàn Ivànovic', del fatto che io,
     a  quanto  mi  sembra,  non  sono un maestro di eloquenza" ribatté
     Goljadkin, in tono offeso, perdendo il filo e balbettando.  "Sotto
     questo  punto di vista io,  Krestjàn Ivànovic',  non sono come gli
     altri" aggiunse con un sorriso particolare;  "io  non  so  parlare
     molto,  non  ho  imparato  l'arte  di  abbellire le parole.  Ma in
     compenso,  Krestjàn Ivànovic',  io  agisco;  in  compenso  agisco,
     Krestjàn Ivànovic'!"
     "Già... Dunque... voi agite?" ripeté Krestjàn Ivànovic'. Poi segui
     un minuto di silenzio.  Il dottore rivolse a Goljadkin un'occhiata
     strana, sospettosa. Goljadkin, dal canto suo, guardò il dottore di
     sbieco, anche lui in maniera alquanto sospettosa.
     "Io,  Krestjàn Ivànovic'" riprese a dire Goljadkin sempre con quel
     tono  un  po' irritato e interdetto per l'eccessiva ostinazione di
     Krestjàn  Ivànovic',   "io,   Krestjàn  Ivànovic',   io   amo   la
     tranquillità e non il rumore mondano.  Là da loro, nel gran mondo,
     intendo, bisogna saper lucidare i pavimenti con gli stivali...  (a
     questo  punto  Goljadkin  strisciò  appena  appena  un  piede  sul
     pavimento) là pretendono questo, signor mio, e pretendono anche le
     freddure...  bisogna sapere improvvisare un complimento fiorito...
     ecco ciò che là pretendono.  Ma io tutto questo non l'ho imparato,
     Krestjàn Ivànovic',  tutte queste astuzie non le ho imparate:  non
     ne ho avuto il tempo. Io sono un uomo semplice, senza pretese e in
     me non c'è splendore esterno.  In questo,  Krestjàn Ivànovic',  io
     sono disarmato;  io,  parlando in questo senso,  depongo le armi."
     Tutto ciò Goljadkin lo disse, si capisce, con un'aria che lasciava
     chiaramente  intendere  che  il  nostro  eroe  non  era per niente
     rammaricato di deporre,  in questo senso,  le armi e di non  avere
     imparato  le  astuzie,  ma,  anzi,  che  era  tutto  il contrario.
     Krestjàn Ivànovic',  nell'ascoltarlo,  aveva lo sguardo basso e il
     viso  era  atteggiato  a  una  antipaticissima smorfia come se già
     presagisse qualcosa.  Alla tirata di Goljadkin seguì  un  silenzio
     abbastanza lungo e significativo.
     "Voi,   direi,   avete   un  po'  deviato  dall'argomento"  disse,
     finalmente, Krestjàn Ivànovic' a mezza voce "e io, ve lo confesso,
     non sono riuscito a capirvi perfettamente."
     "Io non sono esperto nel bel parlare,  Krestjàn Ivànovic';  ho già
     avuto  l'onore  di  spiegarvi,  Krestjàn  Ivànovic',  che non sono
     esperto nel bel parlare" ripeté Goljadkin,  questa volta  in  tono
     brusco e deciso.
     "Già..."
     "Krestjàn  Ivànovic'!"  ripeté Goljadkin con la voce bassa e piena
     di  significato,  e  in  parte  anche  con  una  certa  solennità,
     soffermandosi  su  ogni  punto.  "Krestjàn Ivànovic'!  appena sono
     entrato ho cominciato col presentarvi le  mie  scuse.  Ora  ripeto
     quello  che ho detto prima e chiedo di nuovo,  per un certo tempo,
     la vostra indulgenza.  Io,  Krestjàn Ivànovic',  non ho niente  da
     nascondervi.  Sono un piccolo uomo,  lo sapete anche voi;  ma, per
     mia fortuna,  non mi rammarico di essere un piccolo uomo.  E' anzi
     proprio il contrario, Krestjàn Ivànovic'; e, per dirla tutta, sono
     perfino  orgoglioso  di  non  essere un grand'uomo,  ma un piccolo
     uomo.  Non sono un intrigante e anche di questo  sono  orgoglioso.
     Non agisco sotto sotto, ma apertamente, senza astuzia, e benchè io
     possa  a mia volta far del male,  e anche molto,  e io addirittura
     sappia a chi e come potrei  farlo,  io,  Krestjàn  Ivànovic',  non
     voglio sporcarmi e, in questo senso, me ne lavo le mani. In questo
     senso,  dico, me le lavo, Krestjàn Ivànovic'!" Goljadkin tacque in
     modo espressivo per un momento; parlava con dolce animazione.
     "Io vado dritto, Krestjàn Ivànovic'" riprese il nostro eroe, "vado
     avanti a viso aperto e  senza  scappatoie,  perché  io  queste  le
     disprezzo e le lascio agli altri. Non cerco di umiliare quelli che
     forse  sono più onesti di me e di voi...  cioè voglio dire di me e
     di loro, Krestjàn Ivànovic'... non volevo dire di voi.  Non amo le
     mezze parole;  ho orrore della calunnia e del pettegolezzo.  Metto
     la maschera soltanto per le  mascherate  e  non  per  andare  ogni
     giorno davanti alla gente. Vi chiedo soltanto, Krestjàn Ivànovic',
     come  vi  vendichereste  di  un  nemico,  del  più malvagio vostro
     nemico...  di colui che voi ritenete  tale?"  concluse  Goljadkin,
     dopo aver lanciato uno sguardo provocante a Krestiàn Ivànovic'.
     Benché  Goljadkin  avesse  detto  tutto questo come meglio non era
     possibile,  in modo chiaro e  sicuro,  soppesando  ogni  parola  e
     contando su un sicurissimo effetto, tuttavia guardava ora Krestjàn
     Ivànovic' con inquietudine,  con grande inquietudine,  con estrema
     inquietudine.  Adesso era tutto concentrato nello sguardo,  e  con
     timidezza,  con  impazienza  sgradevole  e struggente aspettava la
     risposta   di   Krestjàn   Ivànovic'.   Ma,   con   meraviglia   e
     mortificazione  del signor Goljadkin,  Krestjàn Ivànovic' borbottò
     qualcosa tra i denti, poi avvicinò la poltrona al tavolo e in tono
     abbastanza secco,  anche se  garbato,  gli  dichiarò  qualcosa  di
     questo  genere:  che  il  suo tempo era prezioso,  che egli non lo
     capiva perfettamente,  che era però pronto,  per quanto poteva,  a
     servirlo secondo le sue forze;  ma che non si immischiava in tutto
     il resto che non lo riguardava. A questo punto prese la penna,  si
     avvicinò  un  foglio  di  carta,  ne  ritagliò un pezzo di formato
     medico  e  dichiarò  che  immediatamente  avrebbe  prescritto   il
     necessario.
     "No,  signore,  non serve,  Krestjàn Ivànovic'!  no,  signore, non
     serve assolutamente!"  disse  Goljadkin,  alzandosi  e  afferrando
     Krestjàn  Ivànovic'  per  la  mano  destra.  "Non  serve  affatto,
     Krestjàn Ivànovic'.."
     E intanto,  mentre Goljadkin diceva tutto questo,  accadde in  lui
     uno  strano  cambiamento.  I  suoi occhi grigi lampeggiarono in un
     certo strano modo,  le labbra cominciarono a  tremargli,  tutti  i
     muscoli,  tutti  i lineamenti del viso si misero in movimento e in
     grande agitazione.  Lui stesso era tutto  un  tremito.  Dopo  aver
     obbedito  al suo primo gesto istintivo e avere bloccato la mano di
     Krestjàn Ivànovic',  Goljadkin stava  ora  immobile  come  se  non
     credesse  a  se  stesso e fosse in attesa di un'ispirazione per le
     sue azioni successive.
     Allora si  verificò  una  scena  abbastanza  strana.  Un  bel  po'
     interdetto,   Krestjàn   Ivànovic'   rimase  per  un  attimo  come
     inchiodato  alla  poltrona  e,  sconcertato,  guardò  negli  occhi
     Goljadkin,  che lo fissava nello stesso modo. Finalmente, Krestjàn
     Ivànovic' si alzò,  aggrappandosi un po' al risvolto della  giubba
     di  Goljadkin.  Rimasero tutti e due per qualche secondo in quella
     posizione senza staccarsi l'un l'altro gli occhi di dosso. Allora,
     in modo stranamente insolito,  si compì anche il secondo movimento
     di Goljadkin. Le labbra presero a tremargli, il mento a saltellare
     e  il  nostro  eroe scoppiò,  inaspettatamente,  in pianto.  Tra i
     singhiozzi,  scuotendo la testa e battendosi il petto con la  mano
     destra,  dopo  avere a sua volta afferrato il risvolto della veste
     da camera  di  Krestjàn  Ivànovic',  voleva  parlare  e  spiegarsi
     immediatamente,  ma  non  gli  riuscì  di  spiccicare  nemmeno una
     parola. Infine Krestjàn Ivànovic' si riscosse dal suo stupore.
     "Basta,  calmatevi,   mettetevi  a  sedere!"  esclamò  finalmente,
     cercando di far sedere Goljadkin sulla poltrona.
     "Io ho dei nemici,  Krestjàn Ivànovic',  ho dei nemici; dei nemici
     malvagi che  hanno  giurato  di  uccidermi..."  rispose  Goljadkin
     timoroso, a voce bassissima.
     "Basta,  basta, macché nemici! Non bisogna ricordare i nemici! Non
     è affatto necessario! Sedete, sedete" proseguì Krestjàn Ivànovic',
     conducendo finalmente Goljadkin a sedere sulla poltrona.
     Alla  fine  Goljadkin,   senza  staccare  gli  occhi  da  Krestjàn
     Ivànovic',  si  sedette;  Krestjàn  Ivànovic',  con aria parecchio
     scontenta,  cominciò a camminare  da  un  angolo  all'altro  della
     stanza. Seguì un lungo silenzio.
     "Vi sono molto grato,  Krestjàn Ivànovic',  proprio molto grato, e
     sono sensibilissimo a ciò che avete appena fatto per me. Fino alla
     tomba non scorderò le  vostre  affettuosità,  Krestjàn  Ivànovic'"
     disse infine Goljadkin, alzandosi dalla poltrona con aria offesa.
     "Basta,  basta!  vi  dico  che  ora basta!" esclamò in tono severo
     Krestjàn Ivànovic' a quell'uscita di  Goljadkin  e  costringendolo
     ancora  una  volta  a  sedere  al suo posto.  "Dunque,  che avete?
     Raccontatemi che cosa avete ora di spiacevole"  proseguì  Krestjàn
     Ivànovic', "e di quali nemici volete parlare. Che avete dunque?"
     "No,  Krestjàn Ivànovic', è meglio che ora lasciamo perdere queste
     cose" rispose Goljadkin,  abbassando  gli  occhi,  "è  meglio  che
     mettiamo tutto questo da parte fino a...  fino a un altro momento,
     Krestjàn Ivànovic',  fino a un momento più  adatto,  quando  tutto
     sarà  chiaro  e  quando  dal  volto  di certa gente sarà caduta la
     maschera e ogni cosa sarà svelata.  Ma adesso,  si  capisce,  dopo
     quello che è successo tra noi... ne converrete anche voi, Krestjàn
     Ivànovic'...  Permettetemi  di  augurarvi  buon mattino,  Krestjàn
     Ivànovic'" disse Goljadkin,  dopo essersi alzato questa volta  con
     atto deciso e serio dal posto e aver preso il cappello.
     "Be'...  come volete, allora... (Seguì un minuto di silenzio.) Io,
     da parte mia,  lo sapete,  ciò che posso...  Desidero sinceramente
     ogni bene per voi."
     "Vi  capisco,  Krestjàn  Ivànovic',  vi  capiscoo;  ora vi capisco
     perfettamente...  In ogni modo scusatemi  per  avervi  disturbato,
     Krestjàn Ivànovic'!"
     "Già...  No,  io non volevo dire quello. Del resto, come vi fa più
     piacere. Continuare le medicine di prima..."
     "Continuerò  le  medicine  di  prima,  come  voi  dite,   Krestjàn
     Ivànovic',  e  continuerò a prenderle nella stessa farmacia...  Al
     giorno d'oggi anche essere farmacista,  Krestjàn Ivànovic',  è già
     una cosa importante..."
     "Come? In che senso volete dire?"
     "Nel  senso  più  comune,  Krestjàn Ivànovic'!  Voglio dire che al
     giorno d'oggi il mondo sta camminando..."
     "Già... "
     "E che qualsiasi ragazzaccio,  non solo di farmacia,  si dà  delle
     arie davanti a un uomo come si deve."
     "Già... Che intendete dire?"
     "Io parlo, Krestjàn Ivànovic', di una persona nota... nota a tutti
     e due, Krestjàn Ivànovic', per esempio di Vladimir Semjònovic'..."
     "Ah!..."
     "Si,  Krestjàn Ivànovic'; e io conosco parecchie persone, Krestjàn
     Ivànovic',   che  non  si  lasciano   trascinare   a   tal   punto
     dall'opinione comune da non dire qualche volta la verità."
     "Ah! Come mai?"
     "Sl, è cosi; ma, del resto, questa è un'altra faccenda; a volte ti
     sanno preparare il piatto con un certo qual sugo..."
     "Che cosa? Preparare che cosa?"
     "Sì,  il piatto con un certo qual sugo,  Krestjàn Ivànovic';  è un
     modo  di  dire...  A  volte  sanno  felicitarsi  a  proposito  con
     qualcuno,  per  esempio;  ci  sono  delle  persone così,  Krestjàn
     Ivànovic'."
     "Felicitarsi?"
     "Si,  Krestjàn Ivànovic',  felicitarsi,  come ha  fatto  i  giorni
     scorsi uno dei miei intimi conoscenti..."
     "Uno  dei  vostri  intimi  conoscenti...  ah!  e  come mai?" disse
     Krestjàn Ivànovic', guardando con attenzione Goljadkin.
     "Si,  signore,  uno dei miei intimi conoscenti si rallegra per  il
     nuovo  grado,  per  la  nomina ad assessore di un altro pure molto
     intimo conoscente,  e  per  giunta  amico,  come  si  dice,  amico
     carissimo. Così, gli era capitato a proposito. 'Sono molto felice'
     ha   detto,   'dell'occasione   di   potervi   porgere,   Vladimir
     Semjanovic', i miei sinceri rallegramenti per il grado conseguito.
     E tanto più felice perché al giorno d'oggi,  come tutti  al  mondo
     sanno,  sono  scomparse  le nonnine che fanno gli incantesimi'." A
     questo punto Goljadkin  accennò  furbescamente  con  la  testa  e,
     strizzando l'occhio, guardò Krestjàn Ivànovic'.
     "Già... Così ha detto questo..."
     "L'ha detto,  Krestjàn Ivànovic', l'ha detto e intanto ha lanciato
     un'occhiata ad Andréj Filìppovic', zio di quello sciupafemmine del
     nostro Vladimir Semjònovic'.  Ma  che  importa  a  me,  sì  a  me,
     Krestjàn Ivànovic',  che sia stato fatto assessore? Che c'entro io
     in questo?  E vuole pure  prendere  moglie,  mentre,  con  licenza
     parlando,  ha ancora il latte alla bocca.  Proprio così, ha detto.
     Ora vi ho detto tutto: permettete che mi ritiri."
     "Già... "
     "Sì, Krestjàn Ivànovic', permettete che ora, dico, io mi ritiri. E
     a questo punto,  per prendere due piccioni con una fava,  come già
     avevo  fatto  star  zitto quel bravo giovane con la faccenda delle
     nonnette,  così mi rivolgo ora a Klara Olsùfevna (la  cosa  capitò
     l'altro ieri in casa di Olsùfij Ivànovic');  lei aveva cantato una
     romanza sentimentale,  io le dico: 'Voi vi  siete  compiaciuta  di
     cantare  una romanza con molto sentimento,  però non vi si ascolta
     con cuore puro'.  E con questo intendo dire  chiaramente,  voi  mi
     capite,  Krestjàn Ivànovic', intendo dire chiaramente, che ora non
     è lei che si cerca, ma qualcos'altro..."
     "Ah! E lui, allora?"
     "Lui l'ha capita, lui, Krestjàn Ivànovic',  ha mangiato la foglia,
     come dice il proverbio."
     "Già... "
     "Sì,  signore, sì, Krestjàn Ivànovic'. E anche al vecchio lo dico.
     So,  gli dico,  so,  Olsùfij Ivànovic',  come io vi sia obbligato,
     valuto bene i benefici che,  fin dagli anni della mia infanzia, mi
     avete elargito. Ma aprite gli occhi, Olsùfij Ivànovic',  gli dico.
     Guardate.   Io  tratto  la  cosa  alla  luce  del  sole,   Olsùfij
     Ivànovic'."
     "Ah, è cosi!"
     "Sì, Krestjàn Ivànovic'. Ecco com'è..."
     "E lui, allora?"
     "E lui, Krestjàn Ivànovic'... Prende tempo... e poi così cosà... e
     io ti conosco e so che sua eccellenza è un uomo generoso, e avanti
     a tirarla di questo passo...  Ma  che  vuol  dire  questo?  E'  la
     vecchiaia  che,  come  si dice,  gli ha un po' scombussolato le...
     rotelle..."
     "Ah! ecco come stanno le cose adesso!"
     "Sì,  Krestjàn Ivànovic'.  E tutti noi  siamo  così!  Guardate  un
     po'...  un  vecchietto  con  un  piede  nella  fossa,  ridotto  al
     lumicino,  come si dice,  ma non appena nasce un  pettegolezzo  da
     donnicciole,  eccolo  lì  con  le orecchie dritte;  senza di lui è
     impossibile..."
     "Un pettegolezzo, dite?"
     "Sì, Krestjàn Ivànovic',  hanno fatto un pettegolezzo.  E anche il
     nostro  orso  ci  si  è  ficcato,   e  suo  nipote,   quel  nostro
     sciupafemmine; hanno fatto comunella con le vecchie, si capisce, e
     hanno condito la faccenda.  Che pensate?  Che cosa hanno inventato
     per ammazzare un uomo?"
     "Per ammazzare un uomo?"
     "Si,  Krestjàn  Ivànovic',  proprio  per ammazzare un uomo.  Hanno
     fatto girare... io parlo sempre del mio intimo conoscente..."
     Krestjàn Ivànovic' scosse il capo.
     "Hanno fatto girare sul suo conto la voce...  Vi confesso  che  mi
     vergogno perfino a dirlo, Krestjàn Ivànovic'..."
     "Già... "
     "Hanno  fatto  girare la voce che si è già obbligato per scritto a
     sposarsi, che è già fidanzato con un'altra... e pensate un po' con
     chi, Krestjàn Ivànovic'? "
     "Davvero?"
     "Con una cuoca, una sudicia tedesca, dalla quale mangia; invece di
     saldarle il conto le offre la sua mano."
     "Questo, dicono?"
     "Non ci credete, eh, Krestjàn Ivànovic'? Una tedesca, una volgare,
     ripugnante,   svergognata  tedesca.   Karolina  Ivànovna,   se  lo
     sapete..."
     "Confesso che da parte mia..."
     "Vi  capisco,  Krestjàn  Ivànovic',  vi  capisco  e  per conto mio
     sento..."
     "Ditemi, per favore, dove abitate attualmente?"
     "Dove abito attualmente, Krestjàn Ivànovic'?"
     "Sì... io voglio... mi pare che voi prima abitavate..."
     "Abitavo, Krestjàn Ivànovic', abitavo,  abitavo anche prima.  Come
     si  può  non  abitare!"  rispose  Goljadkin,  accompagnando le sue
     parole con una breve risata e lasciando un  po'  confuso  Krestjàn
     Ivànovic' con la sua risposta.
     "No,  non  avete  capito bene il mio pensiero;  io volevo da parte
     mia..."
     "Anch'io volevo, Krestjàn Ivànovic', da parte mia, anch'io volevo"
     proseguì ridendo Goljadkin.  "Io però Krestjàn Ivànovic',  mi sono
     addirittura   installato   in  casa  vostra.   Spero  che  voi  mi
     permetterete ora... di augurarvi il buon giorno..."
     A questo punto il nostro eroe fece una strisciatina  col  piede  e
     uscì  dalla  stanza,  lasciando  Krestjàn  Ivànovic' letteralmente
     sbalordito. Nello scendere le scale del dottore faceva un risolino
     e  si  stropicciava  le  mani  tutto  contento.  Sul  pianerottolo
     dell'ingresso,  dopo  aver  respirato  una boccata d'aria fresca e
     essersi sentito libero,  era effettivamente pronto a  considerarsi
     come  il  più  felice  dei  mortali  e  a  andare dritto filato al
     dipartimento,  quando all'improvviso sentì il rumore davanti  alla
     portiera della sua carrozza;  lanciò uno sguardo e tutto gli tornò
     in mente.  Petruska stava già  aprendo  lo  sportello.  Una  certa
     strana  e  sgradevole sensazione si impadronì di Goljadkin.  Parve
     arrossire per un attimo.  Qualcosa lo aveva punto.  Stava già  per
     appoggiare   il   piede   sul   predellino  della  vettura  quando
     improvvisamente  si  girò  a  guardare  le  finestre  di  Krestjàn
     Ivanovic'.  Ci  siamo!  Krestjàn  Ivànovic'  era  alla finestra e,
     accarezzandosi con la mano destra i basettoni,  era lì a  guardare
     con una certa curiosità il nostro eroe.
     "Questo  dottore  è  uno stupido" pensò Goljadkin,  entrando nella
     carrozza,  "stupido al massimo.  Può darsi che curi  bene  i  suoi
     malati,  e  tuttavia  è  stupido  come  un  tronco."  Goljadkin si
     sedette, Petruska gridò "avanti!" e la carrozza riprese di nuovo a
     rotolare sulla strada per il Nevskij Prospèkt.

     3.

     Tutta quella mattina Goljadkin la  passò  affaccendato  in  grandi
     faccende. Giunto sul Nevskij Prospèkt, il nostro eroe diede ordine
     di fermare davanti al Gostinyj Dvor.  Sceso dalla carrozza,  corse
     sotto un'arcata in compagnia di Petruska e andò dritto  filato  in
     un  negozio di articoli d'oro e d'argento.  Anche solo a guardarlo
     ci si poteva accorgere che Goljadkin non sapeva,  per il  gran  da
     fare,  dove  sbattere la testa.  Dopo aver contrattato un servizio
     completo da tavola e da tè per più di  millecinquecento  rubli  di
     assegnati e aver ottenuto,  sul totale, come omaggio, un ingegnoso
     portasigarette e un completo da barba  in  argento,  e  dopo  aver
     chiesto ancora informazioni sul prezzo di alcuni oggettini utili e
     piacevoli  nel  loro  genere,  con  la promessa che il giorno dopo
     sarebbe  senz'altro  ritornato,  o  addirittura  anche  il  giorno
     stesso,  per ritirare gli oggetti contrattati,  si segnò il numero
     della  bottega  e,   ascoltato  attentamente  il  negoziante   che
     insisteva  per  avere  un  piccolo acconto,  promise di dare a suo
     tempo anche la piccola caparra. Dopo di che,  in gran fretta prese
     congedo  dal  mercante che era rimasto interdetto e si avviò lungo
     la fila  di  botteghe,  incalzato  da  una  schiera  di  commessi,
     girandosi  indietro  continuamente  a guardare Petruska e cercando
     con attenzione  qualche  nuovo  negozio.  Passò  di  corsa  in  un
     negozietto  di  cambiavalute  e cambiò in moneta spicciola tutti i
     suoi biglietti di grosso taglio e, pur perdendoci nel cambio, fece
     lo stesso l'operazione e il suo portafogli ne  fu  ingrossato  ben
     bene,   cosa   che,   evidentemente,   gli   procurò   una  enorme
     soddisfazione.  Infine si  fermò  in  un  negozio  di  stoffe  per
     signora. Anche qui, dopo aver contrattato, sempre per una notevole
     somma,  Goljadkin  promise  al  mercante  che  sarebbe sicuramente
     ritornato,  anche qui si segnò il numero  della  bottega  e,  alla
     richiesta di un piccolo acconto,  ripeté che, a suo tempo, avrebbe
     sborsato pure il piccolo acconto.  Poi visitò ancora qualche altra
     bottega;  in tutte contrattava, si informava dei prezzi di oggetti
     vari,  discuteva a lungo coi negozianti usciva e  rientrava  anche
     tre volte di seguito; a farla breve, dimostrava un'attivismo fuori
     dal  comune.  Dal  Gostinyj Dvor,  il nostro eroe si diresse in un
     famoso negozio di mobili  dove  contrattò  l'arredamento  per  sei
     camere,  ammirò  una pettiniera per signora,  molto originale e di
     gusto modernissimo e, assicurato il mercante che sarebbe ritornato
     di certo,  uscì  dal  negozio,  promettendo  come  d'abitudine  un
     acconto;  poi  andò  ancora  in  questa e in quell'altra bottega e
     contrattò ancora per questa e quella cosa.  A farla breve  il  suo
     daffare non finiva mai. Finalmente tutto questo cominciò a stufare
     anche  Goljadkin.  E,  Dio  sa  per  quale motivo,  cominciarono a
     tormentarlo di punto in  bianco  certi  rimorsi  di  coscienza.  A
     nessun costo avrebbe ora acconsentito a incontrarsi,  per esempio,
     con Andréj Ivànovic'. Finalmente gli orologi pubblici batterono le
     tre  pomeridiane.   Quando  Goljadkin  salì   definitivamente   in
     carrozza,  di  tutti  gli  acquisti  fatti  quella mattina non gli
     restavaa in realtà che  un  paio  di  guanti  e  una  boccetta  di
     profumo,  per un rublo e mezzo di assegnati.  Poiché per Goljadkin
     era ancora relativamente presto, ordinò al cocchiere di fermarsi a
     un noto ristorante sul Nevskij Prospèkt che conosceva soltanto  di
     nome,  scese  dalla  carrozza  e  corse  dentro  per mangiucchiare
     qualcosa, riposarsi e aspettare il tempo necessario.
     Consumato  uno  spuntino  come  lo  può  fare  uno  che  abbia  la
     prospettiva  di  un pranzo coi fiocchi,  cioè dopo aver spiluccato
     qua  e  là  qualcosina,  tanto,   come  si  dice,   per  ingannare
     l'appetito,  e aver bevuto un solo bicchierino di vodka, Goljadkin
     si sedette su una poltrona e,  rivolto un modesto sguardo intorno,
     si  apprestò tranquillamente alla lettura di uno scarno gazzettino
     nazionale. Dopo averne lette due righe, si alzò, si osservò in uno
     specchio,  si aggiustò i capelli e si diede  una  sistematina;  si
     avvicinò  poi  a una finestra e diede un'occhiata fuori per vedere
     se la sua carrozza fosse sempre lì...  poi si rimise a sedere allo
     stesso  posto  e  riprese il giornale.  Era evidente che il nostro
     eroe si trovava in uno stato di grandissima  agitazione.  Guardato
     poi l'orologio e visto che erano solo le tre e un quarto, e che di
     conseguenza   se  ne  sarebbe  dovuto  rimanere  lì  ad  aspettare
     parecchio tempo ancora,  riflettendo  contemporaneamente  che  era
     così  poco conveniente restarsene lì seduto,  Goljadkin ordinò che
     gli si portasse una cioccolata della quale, però, in quel momento,
     non provava una gran voglia. Bevuta la cioccolata e notato che era
     passato  un  po'  di  tempo,   si  mosse  per  pagare  il   conto.
     All'improvviso qualcuno gli batté sulla spalla.
     Si  girò e vide davanti a sé due suoi colleghi d'ufficio,  proprio
     quegli stessi che aveva incontrato al mattino nella Litéjnaja, due
     ragazzi ancora molto giovani e di età e di grado.  Il nostro  eroe
     era in rapporti così e così con loro...  non di amicizia e nemmeno
     di aperta ostilità.  Si  capisce  che  da  entrambe  le  parti  le
     convenienze  venivano  rispettate;  ma  non  esisteva  una  grande
     intimità né poteva essercene.  L'incontro,  in  quel  momento,  fu
     sgradevolissimo  per  Goljadkin.  Aggrottò un po' il viso e per un
     attimo rimase interdetto.
     "Jakòv Petrovic',  Jakòv Petrovic'!" cominciarono a cinguettare  i
     due registratori di collegio, "voi qui? per quale..."
     "Ah!  Siete voi,  signori!" l'interruppe frettoloso Goljadkin,  un
     po' confuso e scandalizzato per lo stupore dei due impiegatucci  e
     nello  stesso  tempo per quella loro maniera di trattare così alla
     buona,  assumendo,  controvoglia,  un'aria  disinvolta  e  un  po'
     burbera.  "Avete  disertato,  signori,  eh,  eh,  eh!..." A questo
     punto, per non scendere fino al livello dei giovani di cancelleria
     coi quali manteneva sempre le dovute  distanze,  provò  persino  a
     battere  qualche colpetto sulla spalla di uno dei due;  ma un tale
     gesto democratico in quel caso non  riuscì  bene  a  Goljadkin  e,
     invece di un gesto affettuoso e nello stesso tempo appropriato, ne
     risultò qualcosa di completamente diverso.
     "Il nostro orso, dunque, è in ufficio?"
     "Chi sarebbe quest'orso, Jakòv Petrovic'?"
     "Be'...  come  se  non  sapeste  chi  viene  chiamato  l'orso...!"
     Goljadkin si mise a  ridere  e  si  volse  verso  il  garzone  per
     prendere  il  resto.   "Alludo  ad  Andréj  Filìppovic',  signori"
     continuò,  dopo aver finito col garzone e rivolgendosi verso i due
     impiegati, ma questa volta con la faccia seria. I due registratori
     di collegio si scambiarono una significativa strizzatina d'occhi.
     "E'  ancora  in  ufficio  e  ha  chiesto di voi,  Jakòv Petrovic'"
     rispose uno dei due.
     "Ancora in ufficio! In tal caso ci resti, signori! E ha chiesto di
     me, eh?"
     "Ha chiesto di voi, sì, Jakòv Petrovic'; e,  anzi,  come mai siete
     così profumato e ripulito, proprio come un damerino?"
     "Così,  signori, così... Basta..." rispose Goljadkin, guardando da
     una parte e dopo un sorriso piuttosto stiracchiato. Nel vedere che
     Goljadkin sorrideva,  i due impiegati scoppiarono in  una  risata.
     Goljadkin fece un po' la faccia scura.
     "Vi dirò,  signori,  in via del tutto amichevole" riprese, dopo un
     po' di silenzio,  il nostro eroe come  se  (e  così  sia!)  avesse
     deciso di rivelare qualcosa ai due impiegati.  "Voi,  signori,  mi
     conoscete, ma fino a oggi avete conosciuto di me solo un lato. Non
     c'è,  in questo caso,  da rimproverare  nessuno  e  in  parte,  lo
     confesso, sono io il colpevole."
     Goljadkin  strinse  le labbra e fissò sui due uno sguardo pieno di
     significato. Gli impiegati si scambiarono di nuovo una strizzatina
     d'occhi.
     "Fino a oggi,  signori,  non mi  avete  conosciuto.  Spiegarsi  in
     questo  momento  e  in  questo  luogo  non sarebbe assolutamente a
     proposito.  Vi dirò solo qualcosa di passaggio e di sfuggita.  C'è
     della  gente,  signori,  che non ama le vie traverse e si mette la
     maschera soltanto per i balli mascherati.  Ci sono altri,  invece,
     che  pensano  che  il vero compito dell'uomo consista nell'abilità
     con cui lucida i pavimenti con gli stivali.  E ci sono anche delle
     persone,  signori,  che  non  diranno che sono felici e che vivono
     compiutamente se non quando, per esempio,  i pantaloni stanno loro
     a pennello.  E c'è, infine, della gente che non ama bighellonare e
     girare a vuoto, cianciare di cose futili e insinuarsi nelle grazie
     altrui e soprattutto,  signori,  ficcare il naso dove  nessuno  li
     cerca...  Io,  signori, ho detto quasi tutto: permettete, ora, che
     me ne vada..."
     Goljadkin si ferma.  Poiché i registratori di collegio erano ormai
     soddisfatti  a dovere,  tutti e due all'improvviso si sbellicarono
     dalle risa in modo veramente indecente. Goljadkin avvampò.
     "Ridete,  signori,  ridete adesso!  Chi vivrà vedrà..." disse  con
     un'aria  di  dignità  offesa,   dopo  aver  preso  il  cappello  e
     ritirandosi verso la porta.
     "Ma vi dirò di più,  signori" aggiunse,  rivolgendosi per l'ultima
     volta verso i registratori di collegio, "vi dirò di più: voi siete
     qui tutti e due di fronte a me. Ecco, signori, i miei princìpi: se
     mi riesce resisto,  tengo duro e in ogni caso non tolgo il terreno
     da sotto ai piedi di nessuno. Non sono un intrigante,  e di questo
     vado  fiero.  In  diplomazia  non sarei servito a niente.  Si dice
     anche, signori, che l'uccello vola da solo verso il cacciatore. E'
     vero,  e io sono pronto a convenirne: ma qui chi è l'uccello e chi
     il cacciatore? Questo è il problema, signori!"
     Goljadkin  tacque  eloquentemente  e,  col  viso  il più possibile
     significativo,  cioè sollevando le sopracciglia  e  stringendo  al
     massimo le labbra,  fece un bell'inchino agli impiegati e poi uscì
     lasciandoli addirittura senza parole.
     "Dove  ordinate  di  andare?"  chiese  in  tono  piuttosto  ruvido
     Petruska,  che era ormai stufo, probabilmente, di quel gironzolare
     al freddo.  "Dove ordinate che  si  vada?"  domandò  a  Goljadkin,
     scontrandosi  con  quel  suo terribile sguardo annientatore che il
     nostro eroe aveva usato quella mattina e al quale ora per la terza
     volta aveva fatto ricorso mentre scendeva la scala.
     "Al ponte Izmajlovskij!"
     "Al ponte Izmajlovskij! Via!"
     "Il pranzo da loro non comincerà prima delle cinque e anche dopo",
     pensava Goljadkin "non è ancora presto?  Del  resto,  posso  anche
     arrivare un po' in anticipo e,  poi, alla fin fine, è un pranzo di
     famiglia.  Posso comportarmi in questo modo  'san-fasòn'  come  si
     dice  tra  la  gente  perbene.  Perché  poi non dover essere 'san-
     fasòn'?  Anche il nostro orso diceva che tutto sarà 'san-fasòn'  e
     perciò  anch'io..."  Così  andava  almanaccando;  e intanto la sua
     agitazione si faceva mano a mano più intensa.  Si  capiva  che  si
     stava preparando a qualcosa che lo preoccupava molto, per non dire
     di  più:  parlava  a  bassa  voce tra sé,  gesticolava con la mano
     destra,  guardava continuamente  dal  finestrino  della  carrozza,
     tanto che,  osservando in quel momento Goljadkin,  nessuno avrebbe
     potuto ragionevolmente pensare che si stesse preparando a un  buon
     pranzo  senza  cerimonie  e  per  di più in un ambiente familiare,
     'san-fasòn', come si dice tra gente dabbene.  Finalmente,  proprio
     vicino  al  ponte  Izmajlovskij,  Goljadkin  indicò  una  casa: la
     carrozza entrò con fracasso nel portone e  si  fermò  all'ingresso
     dell'ala destra. Notata a una finestra del secondo piano un figura
     femminile,  Goljadkin le mandò un bacio con la mano. D'altra parte
     non sapeva lui stesso che cosa facesse, perché in quel momento era
     più morto che vivo. Scese dalla carrozza pallido,  smarrito;  salì
     al pianerottoloo d'ingresso,  si tolse il cappello,  si ravviò con
     gesto meccanico i capelli  e,  sentendo  per  di  più  un  leggero
     tremito alle ginocchia, si lanciò su per la scala.
     "Olsufij Ivànovic'?" domandò al servo che gli aveva aperto.
     "E' in casa, signore, cioè no, non è in casa..."
     "Come?  che dici,  caro? Io, io sono atteso a pranzo, fratello. Tu
     mi conosci, no?"
     "Come non conoscervi,  signore?  Non  ho  avuto  ordine  di  farvi
     entrare, signore."
     "Tu...  tu, fratello... credo che tu sia in errore, fratello. Sono
     io. Io,  fratello,  sono stato invitato,  invitato a pranzo" disse
     Goljadkin,   liberandosi   dal  cappotto  e  mostrando  l'evidente
     intenzione di dirigersi nelle stanze.
     "Scusate, signore, non si può,  signore.  Ho avuto l'ordine di non
     ricevervi, signore, l'ordine di non farvi entrare. Ecco com'è."
     Goljadkin  impallidì.  Proprio  in  quel momento la porta che dava
     nelle stanze interne si aprì e  apparve  Gherasimyc',  il  vecchio
     cameriere di Olsufij Ivànovic'.
     "Ecco, Emeljàn Gherasimyc', vuol entrare, e io..."
     "E voi siete uno stupido,  Alekséjc'.  Andate dentro e mandate qui
     quel manigoldo di Semjonyc"' disse al servo,  e poi,  rivolgendosi
     cortesemente  ma con fermezza a Goljadkin,  continuò: "Non si può,
     signore;  non è assolutamente possibile,  signore.  Vi pregano  di
     scusare, signore, ma non possono ricevervi."
     "Hanno detto così,  che non possono ricevermi?" domandò, esitante,
     Goljadkin.  "Scusate,  Gherasimyc',  ma perché non è assolutamente
     possibile?"
     "Non si può,  assolutamente.  Io vi ho annunciato,  signore; hanno
     detto: pregalo di scusare. Non possono, dicono, ricevervi."
     "E perché mai? come mai questo? come..."
     "Permettete, permettete..."
     "Come mai questo? Non è possibile,  così...  Riferite...  Come mai
     questo? Io al pranzo..."
     "Permettete, permettete..."
     "Be',  ma  questa  è  un'altra faccenda: pregano di scusare;  però
     permettete, Gherasimyc', come mai questo, Gherasimyc'?"
     "Permettete, permettete" insisté Gherasimyc', allontanando con una
     mano,  con un gesto molto deciso,  Goljadkin e facendo largo a due
     signori   che  in  quel  momento  facevano  il  loro  ingresso  in
     anticamera.
     I due signori che entravano erano Andréj Filìppovic' e suo nipote,
     Vladimir Semjanovic'.  Entrambi guardavano sconcertati  Goljadkin.
     Andréj  Filìppovic'  avrebbe  voluto  dire qualcosa,  ma Goljadkin
     aveva  già  preso  la   sua   decisione:   stava   ormai   uscendo
     dall'anticamera  di  Olsufij  Ivànovic',  a occhi bassi,  rosso in
     viso, sorridendo con un'espressione del tutto sconcertata.
     "Tornerò dopo, Gherasimyc'; mi spiegherà.  Spero che tutto ciò non
     tarderà ad avere a suo tempo una spiegazione" disse sulla soglia e
     in parte già sulla scala.
     "Jakòv  Petrovic',  Jakòv  Petrovic'!"  si  udì  la voce di Andréj
     Filìppovic' che aveva seguito Goljadkin.  Goljadkin si trovava già
     sul   primo  pianerottolo.   Si  voltò  rapidamente  verso  Andréj
     Filìppovic':
     "Che volete, Andréj Filìppovic'?" chiese in tono piuttosto fermo.
     "Che vi succede, Jakòv Petrovic'? Come mai?"
     "Non è nulla, Andréj Filìppovic'!  Sono qui per conto mio.  Qui si
     tratta della mia vita privata, Andréj Filìppovic'."
     "Che significa?"
     "Vi dico,  Andréj Filìppovic',  che questa è la mia vita privata e
     che qui,  a quanto pare,  non si può trovare niente di riprovevole
     che riguardi i miei rapporti ufficiali."
     "Come! Riguardo ai rapporti... che avete dunque, signore?"
     "Niente,  Andréj Filìppovic',  assolutamente niente; una ragazzata
     impertinente, nulla di più..."
     "Che  cosa!...   Che  cosa?!..."  sbigottì   Andréj   Filìppovic'.
     Goljadkin,  che  fino  a  quel  momento  aveva  parlato con Andréj
     Filìppovic' dal fondo della scala e lo aveva  guardato,  a  quanto
     pareva,  come se si preparasse a saltargli agli occhi,  nel vedere
     che il caposezione era rimasto un po'  turbato,  fece,  senza  che
     nemmeno se ne accorgesse,  un passo avanti.  Andréj Filìppovic' ne
     fece uno indietro.  Goljadkin salì  un  gradino  e  poi  un  altro
     ancora.   Andréj   Filìppovic'   rivolse   intorno   uno   sguardo
     preoccupato.  Goljadkin improvvisamente prese a salire di corsa la
     scala. Ma, ancora più rapidamente, Andréj Filìppovic' si precipitò
     nella  stanza  sbattendosi  la porta alle spalle.  Goljadkin restò
     solo.  Rimase come trasognato.  Si sentì completamente smarrito  e
     stava   immobile   in   non   so  quale  stato  di  sconclusionata
     meditazione,  come  se  tentasse  di  ricordarsi  di  una  qualche
     ugualmente sconclusionata circostanza capitatagli poco prima. "Eh,
     eh!"  bisbigliò con un sorriso forzato.  Intanto,  dal fondo della
     scala risuonarono delle voci e dei passi,  probabilmente di  nuovi
     ospiti,  invitati  da Olsufij Ivànovic'.  Goljadkin,  ripresosi un
     po', rialzò il più possibile il bavero di procione,  vi si nascose
     per  quanto  poté  e  cominciò  a  scendere le scale,  arrancando,
     affrettandosi e inciampando.  Sentiva dentro di sé come una grande
     stanchezza  e un indolenzimento.  Il suo imbarazzo era tanto forte
     che,  uscito sul pianerottolo d'ingresso,  non rimase  nemmeno  ad
     aspettare  la  carrozza,   ma  andò  lui  stesso  a  raggiungerla,
     attraversando il cortile pieno di fango.  Arrivato alla carrozza e
     preparandosi a prendervi posto,  Goljadkin espresse mentalmente il
     desiderio di sprofondare sottoterra o di nascondersi,  fosse anche
     in un buco per topi,  insieme con la carrozza. Aveva l'impressione
     che tutti quelli che si trovavano  in  quel  momento  in  casa  di
     Olsufij  Ivànovic',  ecco,  lo stessero ora osservando da tutte le
     finestre. Sapeva che,  se si fosse girato indietro,  sarebbe certo
     morto lì, su due piedi.
     "Che  hai  da ridere,  testone?" chiese eccitato a Petruska che si
     preparava ad aiutarlo a salire in carrozza.
     "Ma perché dovrei ridere?  Non ho nulla da ridere.  Dove  si  deve
     andare, ora?"
     "Va' a casa, muoviti..."
     "A   casa!"   gridò   Petruska,   arrampicandosi   sul  seggiolino
     posteriore.
     "Che razza di voce da corvo!" pensò Goljadkin.
     Intanto la carrozza si era già allontanata un bel  po'  dal  ponte
     Izmajlovskij.  All'improvviso  il nostro eroe tirò con violenza il
     cordone e gridò al cocchiere di tornare  immediatamente  indietro.
     Il cocchiere fece girare i cavalli e in due minuti arrivò di nuovo
     nel cortile di Olsufij Ivànovic'.  "Non serve, testone, non serve;
     indietro!"  grida  Goljadkin,   e  sembrò  che  il  cocchiere   si
     aspettasse un contrordine simile;  senza trovarci niente da ridire
     e senza nemmeno fermarsi all'ingresso,  fece il giro del cortile e
     eccolo di nuovo sulla strada.
     Goljadkin   non   aandò   a  casa,   ma,   oltrepassato  il  ponte
     Semjonovskij,  ordinò di girare in un vicolo  e  di  fermarsi  nei
     pressi di una trattoria di aspetto piuttosto modesto.  Sceso dalla
     carrozza,  il nostro eroe pagò  il  vetturino  e  così  si  liberò
     finalmente  della carrozza.  Ordinò a Petruska di tornare a casa e
     di aspettare il suo ritorno; entrò poi nella trattoria,  scelse un
     salotto  particolare  e  ordinò  che gli servissero il pranzo.  Si
     sentiva molto male,  con la testa piena di confusione e  di  caos.
     Passeggiò  a  lungo  per  la  sala,  in preda all'agitazione;  poi
     finalmente si mise a sedere su una sedia, appoggiò la fronte sulle
     mani e cercò con tutte le sue forze di esaminare  e  di  venire  a
     capo di qualcosa circa la sua situazione attuale...


















     4.

     Il  giorno,  il  festoso giorno del compleanno di Klara Olsùfevna,
     figlia  unica  del  consigliere  di  stato  Bernadeiev,  un  tempo
     benefattore del signor Goljadkin, giorno diventato celebre per uno
     splendido, grandioso pranzo di gala, un pranzo come da lungo tempo
     non si era più visto di simile tra le pareti degli appartamenti di
     funzionari presso il ponte Izmajlovskij e nei dintorni, pranzo più
     somigliante  a  un  convito  di  Baldassarre che a un pranzo,  che
     rievocava un qualcosa di babilonese quanto a  splendore,  lusso  e
     decoro,  con  profusione  di  champagne Cliquot,  di ostriche e di
     frutta provenienti dai negozi di Elessev e di Miljutin,  con  ogni
     specie  di  ben  nutriti  vitellini  e  con  tanto di "tabella dei
     ranghi" (1)  dei  funzionari  in  vista;  questo  festoso  giorno,
     celebrato  con  un  così  grandioso  pranzo,  si  concluse  con un
     brillantissimo ballo,  un piccolo ballo di  famiglia  tra  intimi,
     ballo  brillantissimo tuttavia per il buon gusto,  l'eleganza e il
     decoro. Certo,  io sono perfettamente d'accordo nel dire che balli
     di  questo  genere  se  ne vedono,  sì,  ma molto di rado.  Serate
     danzanti come quelle,  più simili a feste di famiglia che a  balli
     veri e propri,  possono svolgersi solo in case come,  per esempio,
     la casa del consigliere di  stato  Bernadeiev.  Dirò  di  più:  ho
     perfino  dei  seri  dubbi  che in casa dei consiglieri di stato si
     possano  dare  simili  balli.  Oh,   se  io  fossi  poeta!   Poeta
     naturalmente  dell'altezza di un Omero o di un Puskin,  perché con
     un ingegno meno elevato è impossibile  farsi  avanti...  Se  fossi
     poeta,  dicevo,  non  mancherei  di  descrivervi,  o lettori,  con
     scintillante  cromatismo  e  con  ampie   pennellate,   tutto   il
     susseguirsi  degli avvenimenti di questa solenne giornata.  Ma no,
     nel mio poema prenderei le mosse dal pranzo e  in  particolare  mi
     attarderei  su  quell'attimo,  meraviglioso  e  nello stesso tempo
     solenne,  in cui fu alzata la prima coppa per brindare alla salute
     della  regina  della  festa.  Vi descriverei per prima cosa quegli
     ospiti assorbiti in quel religioso silenzio e in quell'attesa  più
     simili  all'eloquenza  di  Demostene  che  al  silenzio.   Poi  vi
     descriverei Andréj Filìppovic',  nella sua qualità di più  anziano
     tra   gli   ospiti,   quindi   con  qualche  diritto  al  primato,
     nell'aureola  di  quei  capelli  bianchi  e  di  decorazioni   che
     sembravano fatte appositamente per quei capelli,  che si alzava in
     piedi e sollevava alta sulla testa la coppa augurale piena di vino
     spumeggiante - vino fatto venire apposta da un lontano  paese  per
     solennizzare  simili  momenti  - vino che poteva paragonarsi più a
     nettare degli dèi che a vino  degli  uomini.  Vi  descriverei  gli
     invitati  e  i  felici  genitori  della  regina della festa,  che,
     seguendo il gesto di Andréj Filìppovic',  alzavano anche  loro  le
     coppe  in  alto  e  rivolgevano  verso  di  lui gli occhi pieni di
     attesa. Vi descriverei come questo Andréj Filìppovic', così spesso
     ricordato,  dopo aver lasciato cadere  una  lacrima  nella  coppa,
     pronunciò parole di rallegramento e di augurio, fece un brindisi e
     bevve alla salute...  Ma,  lo riconosco,  lo riconosco pienamente,
     non sarei in grado  di  descrivere  tutta  la  solennità  di  quel
     momento in cui la regina della festa,  Klara Olsùfevna, arrossendo
     come una rosa di primavera,  col rossore della beatitudine e della
     pudicizia,  a  causa  dell'alluvione dei sentimenti,  cadde tra le
     braccia della tenera madre,  né come la tenera madre  si  commosse
     fino  alle  lacrime,   né  come  in  quell'occasione  proruppe  in
     singhiozzi il padre,  l'eminente vegliardo e consigliere di  stato
     Olsufij  Ivànovic',  che,  privato  dell'uso delle gambe durante i
     lunghi anni di servizio,  era stato ricompensato dal  destino  per
     tanto  zelo con un piccolo capitale,  una casetta,  alcune terre e
     una bellezza di figlia: prese  a  singhiozzare  come  un  bambino,
     proclamando  tra  le  lacrime  che  sua  eccellenza  era un grande
     benefattore. Io non potrei, no, veramente non potrei,  descrivervi
     nemmeno l'estasi di tutti i cuori che seguì a quel minuto,  estasi
     che fu lampante anche nel comportamento di un giovane registratore
     di  collegio  (che  in  quel  momento  faceva  pensare  più  a  un
     consigliere  di  stato  che  a  un registratore di collegio),  che
     nell'ascoltare Andréj  Filìppovic'  non  riuscì  a  trattenere  le
     lacrime.  E  a  sua  volta  Andréj Filìppovic' in quel momento non
     somigliava affatto a un consigliere collegiale e a un  caposezione
     di  un  dipartimento,  no davvero!  Poteva essere paragonato a ben
     altra cosa... non saprei a che cosa, di preciso, ma non certo a un
     consigliere di collegio.  Era molto  più  in  alto!  Infine...  ma
     perché non ho io il segreto di un'eloquenza elevata,  potente,  di
     uno  stile  eccelso,   per  descrivere   tutti   questi   sublimi,
     meravigliosi  istanti  della vita umana,  che sembrerebbero creati
     proprio per dimostrare come a volte la virtù trionfi  sulle  basse
     intenzioni,  sullo scetticismo,  sul vizio e sull'invidia!  Io non
     dirò niente,  ma col mio silenzio,  che sarà migliore di qualsiasi
     discorso,  attirerò  la vostra attenzione su questo felice giovane
     che  entra  nella  sua  ventiseiesima   primavera,   su   Vladimir
     Semjònovic',  nipote di Andréj Filìppovic', che, a sua volta, si è
     alzato dal posto, che,  a sua volta,  ha pronunciato un brindisi e
     sul  quale si sono puntati gli occhi pieni di lacrime dei genitori
     della regina della festa,  gli occhi fieri di Andréj  Filìppovic',
     gli  occhi  gonfi di lacrime della stessa regina della festa,  gli
     occhi   entusiastici   degli   ospiti   e   perfino   gli    occhi
     irreprensibilmente   invidiosi  di  alcuni  giovani  colleghi  del
     succitato brillantissimo giovanotto.  Io non dirò nulla,  anche se
     non  posso  fare a meno di osservare che tutto in questo giovane -
     che,  parlando naturalmente completamente a suo vantaggio,  è  più
     somigliante  a  un  vecchio  che  a  un giovane - tutto,  dico,  a
     cominciare dal suo fiorente aspetto per arrivare fino al grado  di
     assessore  che  gli  competeva,   tutto  in  quell'attimo  solenne
     sembrava volesse dire: ecco a quale alto  grado  può  arrivare  un
     uomo di buoni costumi!  Non starò a descrivere come, infine, Antòn
     Antònovic' Setoc'kin,  capufficio di un dipartimento,  collega  di
     Andréj Filìppovic' e un tempo di Olsufij Ivànovic', nonché vecchio
     amico  di  famiglia e padrino di battesimo di Klara Olsùfevna,  un
     vecchietto bianco come la neve,  alzando a sua volta il bicchiere,
     cantò  con  una  voce  da  gallo  e pronunciò allegri versi;  come
     costui,  con una così autorevole dimenticanza  delle  convenienze,
     fece  ridere fino alle lacrime tutta la compagnia e come la stessa
     Klara Olsùfevna per tanta allegria e amabilità lo baciò per ordine
     dei genitori. Dirò soltanto che alla fine gli ospiti,  che dopo un
     pranzo   del  genere  dovevano  naturalmente  sentirsi  parenti  e
     fratelli fra di loro, si alzarono dalla tavola; che i vecchietti e
     le persone posate,  dopo un piccolo tempo  passato  in  amichevoli
     conversazioni  e  perfino  in alcune,  ben inteso molto discrete e
     amabili,  confidenze,  si diressero cerimoniosamente  in  un'altra
     stanza  e,  senza  perdere nemmeno uno di quegli istanti preziosi,
     sedettero divisi in gruppi,  con un senso di personale dignità,  a
     un tavolo ricoperto di panno verde;  dirò che le dame, sistematesi
     in salotto e diventate all'improvviso amabilissime,  si  misero  a
     chiacchierare di mille cose;  dirò come,  infine,  lo stimatissimo
     padrone di casa,  che aveva perso l'uso  delle  gambe  durante  un
     servizio  fedele  e  giusto e che era stato compensato dal destino
     con quanto già detto prima, cominciò a passeggiare, sorretto dalle
     stampelle, tra gli invitati, appoggiato a Vladimir Semjanovic' e a
     Klara  Olsùfevna  e  come,   diventato  pure  lui  improvvisamente
     amabilissimo,  decise  di  improvvisare,  nonostante la spesa,  un
     piccolo e modesto ballo; come per questo scopo fu dato incarico di
     andare alla ricerca  di  musicanti  a  un  giovane  mplto  sveglio
     (quello  stesso che durante il pranzo abbiamo detto che somigliava
     di più a un consigliere di stato che a un giovane);  dirò come poi
     arrivarono  i  musicanti  in numero di ben undici e come,  infine,
     allo scoccare delle otto e mezzo  precise,  si  alzarono  le  note
     invitanti  della  quadriglia francese e di altre svariate danze...
     Mi sembra persino superfluo dire che la mia penna è troppo debole,
     senza nerbo e spuntata per descrivere come si deve il ballo,  così
     improvvisato  dalla  straordinaria amabilità del venerando padrone
     di casa.  E come,  mi domando,  come posso io,  modesto  narratore
     delle  avventure del signor Goljadkin,  avventure nel loro genere,
     del  resto,  molto  curiose,  come  posso  io,   dunque,   rendere
     efficacemente quell'insolito e decoroso miscuglio di bellezze,  di
     splendori,  di corretta allegria,  di amabile serietà e  di  seria
     amabilità,  di  brio,  di  gioia,  e i giochi e le risate di tutte
     quelle mogli di funzionari, più somiglianti a fate che a signore -
     parlando, si intende,  a tutto vantaggio di queste ultime - con le
     spalle e i faccini di un rosa liliale,  con i vitini da vespa, coi
     piedini agili, vispi, omeopatici, per dirla in stile elevato? Come
     vi  descriverò,  infine,   quei  brillanti  funzionari  cavalieri,
     giovani   allegri   posati   e   seri,   festosi  e  correttamente
     imbronciati,  che tra un ballo e l'altro fumavano la pipa  in  una
     piccola saletta verde un po' isolata, oppure non fumavano affatto;
     cavalieri  che possedevano dal primo all'ultimo un grado e un nome
     di   rilievo,   cavalieri   profondamente   compresi   dal   senso
     dell'eleganza  e  della dignità personale;  cavalieri che,  per la
     maggior parte, potevano conversare in francese con le signore,  e,
     se  parlavavano  russo,  erano  in  grado  di usare espressioni di
     altissimo livello,  con complimenti e frasi di qualità;  cavalieri
     che,  al  massimo  e  forse  soltanto  nella  saletta da fumo,  si
     permettevano alcuni amabili deroghe a un linguaggio più di classe,
     con alcune frasi di amichevole e cortese familiarità,  del genere,
     per esempio,  di queste: "Ehi, Piotka, birbante che non sei altro,
     te la sei combinata,  eh,  una bella polca!" oppure: "Ehi,  Vasja,
     specie di birbante,  ti sei arrangiato come volevi, eh, con la tua
     damina?" Ma per tutte queste cose, lettori miei, come ho prima già
     avuto l'onore di spiegarvi,  la mia penna  non  è  all'altezza,  e
     perciò io sto zitto.  E è meglio che facciamo ritorno a Goljadkin,
     l'unico, vero eroe del nostro veritiero racconto.
     Il fatto è che lui si trova in una condizione, per non dire altro,
     assai strana.  Lui,  signori,  è anche lui qui,  cioè non  qui  al
     ballo,  ma quasi; lui, signori, è qui e là; anche se se ne sta per
     conto suo,  tuttavia in questo momento si trova su una strada  non
     proprio giusta.  Ora è, in verità, dritto - è persino strano dirlo
     -  è  ora   dritto   nell'ingresso   della   scala   di   servizio
     dell'appartamento di Olsùfij Ivànovic'.  Ma che lui sia là dritto,
     non ha importanza; lui, così, ci sta bene, lui, signori miei, è là
     in un angolino,  appiattito in un cantuccio che,  se non è proprio
     caldo,  è  in  compenso  alquanto buio,  seminascosto da un enorme
     armadio e da un vecchio paravento,  in  mezzo  a  ogni  specie  di
     ciarpame  e  di  roba vecchia,  stando per ora nascosto e,  per il
     momento,  accontentandosi di osservare l'andamento delle  cose  in
     qualità  di  spettatore  estraneo.  Egli,  signori  miei,  per ora
     osserva soltanto: potrebbe,  signori,  anche entrare...  ma perché
     poi,  entrare?  Basterebbe  fare  un passo e sarebbe dentro,  e ci
     sarebbe con l'astuzia.  Proprio poco fa,  trovandosi ormai da  tre
     ore al freddo tra un armadio e un paravento, in mezzo a ciarpame e
     roba vecchia di ogni genere, citava, come sua giustificazione, una
     frase del ministro francese di buonanima,  Villèle, che diceva che
     "ogni  cosa  verrà  a  suo  tempo  se  si  ha  l'intelligenza   di
     aspettare".  Questa frase Goljadkin l'aveva letta chissà quando in
     un libro che non aveva nessun legame con la faccenda di adesso, ma
     che ora,  molto a proposito,  gli era  tornata  alla  mente...  La
     frase,  prima  di tutto si adattava molto bene alla sua condizione
     attuale,  e poi,  che cosa mai non nascerà nella testa di un  uomo
     che sta aspettando in un ingresso,  al buio e al freddo,  da quasi
     tre ore,  la felice risoluzione dei suoi affari?  Dopo aver citato
     molto  a  proposito,  come  già  dissi,  la frase dell'ex ministro
     francese Villèle,  Goljadkin,  non si sa perché,  si ricordò anche
     dell'ex  visìr  turco  Marzimiris,  e  così anche della bellissima
     margravia Luisa,  dei quali aveva  pure  letto  la  storia  chissà
     quando  in  un  libro.  Più tardi gli venne in mente che i gesuiti
     avevano stabilito come propria regola di tenere in  considerazione
     tutti  i mezzi adatti a raggiungere lo scopo.  Dopo essersi un po'
     rassicurato con questo po' po' di caposaldo storico,  Goljadkin si
     chiese  chi  fossero  mai  i gesuiti.  I gesuiti erano,  dal primo
     all'ultimo,  dei  fieri  imbecilli,  ai  quali  lui  avrebbe  dato
     parecchi  punti,  purché  per  un  minuto  soltanto  fosse rimasta
     deserta la dispensa (quella stanza la cui porta dava  direttamente
     sull'ingresso,  nella scala di servizio, dove Goljadkin si trovava
     proprio in quel momento),  cosicché  luii,  in  barba  a  tutti  i
     gesuiti,  si  sarebbe mosso e dalla dispensa sarebbe entrato prima
     nella sala da tè,  poi nella saletta dove ora stavano  giocando  a
     carte  e  da lì dritto dritto nella sala dove si stava ballando la
     polca. E sarebbe passato, passato certamente,  passato a qualsiasi
     costo,  si  sarebbe insinuato furtivamente e nessuno se ne sarebbe
     accorto;  e una volta là sapeva lui ciò  che  doveva  fare.  Ecco,
     signori  miei,  in che situazione troviamo ora l'eroe della nostra
     storia assolutamente vera, benché ci riesca difficile spiegare che
     cosa in realtà succedesse in lui in quel momento.  Il fatto è  che
     era riuscito ad arrivare fino all'ingresso e fino alla scala,  con
     quello scopo,  come si andava ripetendo: perché  poi  non  avrebbe
     potuto arrivarci,  mentre tutti ci potevano arrivare? Ma non osava
     inoltrarsi di più, non osava farlo allo scoperto...  non perché ci
     fosse qualcosa che non osasse fare,  ma così, perché non lo voleva
     fare, perché preferiva agire di nascosto.  Eccolo ora,  o signori,
     in attesa dell'occasione buona, attesa che dura ormai da due ore e
     mezzo.  Perché  poi  non  rimanere  in quell'attesa,  se lo stesso
     Villèle stava in  attesa  dell'occasione!  "Ma  cosa  c'entra  qui
     Villèle?"  pensava  Goljadkin.  "E chi è questo Villèle?  Ma ecco,
     come potrei ora...  prendere e  infilarmi  di  nascosto?  Ehi  tu,
     comparsa che non sei altro!" disse Goljadkin,  dandosi con la mano
     gelata un pizzicotto alla guancia gelata,  "sei una bella razza di
     imbecille,  Goljadkin  che  sei...  visto  che  questo  è  il  tuo
     cognome..."(2).
     Però questa tenerezza rivolta alla propria  persona  era  in  quel
     momento solo una cosa di passaggio, senza nessuno scopo specifico.
     Ecco che stava già per intrufolarsi dentro e avanzare;  il momento
     era arrivato;  la dispensa era rimasta  completamente  vuota,  non
     c'era  anima viva;  Goljadkin vedeva tutto dal finestrino;  in due
     passi raggiunse la porta e già stava per aprirla.  "Entrare o  no?
     Be'..  entrare  o  no?...  Ci  andrò...  perché  poi non ci dovrei
     andare?  Per l'uomo  audace  dappertutto  esistono  strade!"  Così
     rassicuratosi, il nostro eroe, di colpo e in maniera assolutamente
     inaspettata,  sgusciò  dietro  al  paravento.  "No," pensava "e se
     qualcuno entrasse? Sicuro, è proprio entrato qualcuno; perché sono
     stato qui a sbadigliare mentre non  c'era  nessuno?  Avrei  dovuto
     prendere  e  infilarmi  dentro!...  No,  come  ci  si può infilare
     dentro, quando il carattere di un uomo è come il mio?  Che abietta
     dannazione!  Mi sono spaventato,  come una gallina.  Spaventarsi è
     roba nostra,  ecco com'è!  Essere svergognato è  sempre  una  roba
     nostra;  su questo non chiedeteci niente. E allora rimani piantato
     qui come un tronco, e basta!  A quest'ora,  a casa,  berrei la mia
     tazzina  di  tè...  Come  sarebbe piacevole berne una tazzina.  Se
     arrivo tardi è capace che Petruska si metta  a  brontolare.  E  se
     andassi  a  casa?  Che  i  diavoli  si  portino  via  tutti questi
     pasticci!  Ora me  ne  vado,  e  basta!"  Sistemata  così  la  sua
     situazione,  Goljadkin avanzò rapidamente, come se qualcuno avesse
     fatto scattare in lui  una  molla;  con  due  passi  raggiunse  la
     dispensa, si sfilò il cappotto, si tolse il cappello, li ammucchiò
     in  fretta  in  un  angolo,  si  ravviò  i  capelli,  si diede una
     lisciatina; poi... poi si diresse verso la sala da tè,  scivolò in
     un'altra  stanza  e  sgusciò  quasi  non  visto  in  mezzo,  tra i
     giocatori; poi... poi...  a questo punto Goljadkin dimenticò tutto
     quello  che  gli succedeva intorno e arrivò direttamente,  come la
     neve sulla testa, nella sala da ballo.
     Nemmeno a farlo apposta,  in quel momento non si ballava.  Le dame
     passeggiavano  per  la  sala in gruppi pittoreschi.  Gli uomini si
     erano divisi in capannelli o  andavano  in  giro  per  la  sala  a
     impegnare le dame. Ma Goljadkin non vedeva niente di tutto questo.
     Davanti  agli  occhi  non aveva che Klara Olsùfevna,  vicino a lei
     Andréj Filìppovic',  e Vladimir Semjanovic',  e  pure  due  o  tre
     ufficiali  e due o tre giovanotti,  tutti molto interessanti,  che
     permettevano o avevano già realizzato,  come si poteva  capire  al
     primo  sguardo,  parecchie  speranze...  Vedeva  ancora  qua  e là
     qualcun altro. O meglio, no: non vedeva più nessuno,  non guardava
     più  nessuno...  e,  spinto  da  quella  stessa molla che lo aveva
     precipitato,  senza invito,  in mezzo a una festa da ballo altrui,
     si fece avanti,  poi più avanti ancora, e sempre più avanti, urtò,
     passando,  non so quale consigliere e gli pestò un piede;  e pestò
     pure  il  vestito  di  una  rispettabile  vecchietta e gli fece un
     piccolo strappo,  urtò un cameriere con  un  vassoio,  si  scontrò
     ancora con qualcun altro,  e, senza accorgersi di tutto questo, o,
     per  meglio  dire,  accorgendosene,  ma  contemporaneamente  senza
     guardare  nessuno e avanzando sempre più,  si trovò all'improvviso
     davanti a Klara Olsùfevna in persona.  Di sicuro in  quel  momento
     sarebbe  sprofondato  sottoterra senza batter ciglio e col massimo
     piacere;  ma quello che era fatto era fatto...  non c'era verso di
     tornare  indietro.  Che  c'era da fare,  ormai?  "Se non ti riesce
     insisti e,  se ti  riesce,  tieni  duro".  Goljadkin,  già  lo  si
     capisce,  non  era  un intrigante,  e lucidare i pavimenti con gli
     stivali non era cosa da lui... Ma ormai le cose erano andate così.
     E poi anche i gesuiti, chissà come,  ci si erano ficcati in mezzo.
     Ma non a loro,  del resto, poteva pensare Goljadkin! Ogni cosa che
     muoveva,  faceva rumore,  parlava,  rideva,  ogni  cosa,  insomma,
     all'improvviso,  come per incanto,  si era calmata e a poco a poco
     aveva fatto ressa  attorno  a  Goljadkin.  Il  quale,  del  resto,
     sembrava non sentire e non vedere niente...  e non era in grado di
     guardare...  non poteva guardare per nessun motivo: aveva  rivolto
     gli occhi a terra e se ne stava così,  dopo essersi però dato,  di
     sfuggita,  la parola d'onore che  a  qualsiasi  costo  si  sarebbe
     sparato quella notte stessa.  Assunto quell'impegno,  Goljadkin si
     disse mentalmente: "Vada come vuole!" e con la  sua    più  grande
     meraviglia cominciò, nel modo più impensato, a parlare.
     Cominciò, Goljadkin, con felicitazioni e irreprensibili auguri. Le
     felicitazioni  filarono  a  meraviglia,  ma negli auguri il nostro
     eroe inciampò.  Sentiva che,  se avesse inciampato,  tutto sarebbe
     andato   a  catafascio.   E  così  infatti  successe:  inciampò  e
     balbettò...  balbettò e diventò rosso: diventò rosso e si  smarrì;
     si smarrì e alzò gli occhi; alzò gli occhi e li girò tutt'intorno;
     li  girò  tutt'intorno e si sentì morire...  Tutti erano in piedi,
     fermi, tutti stavano zitti, tutti aspettavano; un po' più in là si
     sentì un mormorio,  un po' più in qua un ridacchiare...  Goljadkin
     lanciò uno sguardo umile e smarrito ad Andréj Filìppovic'.  Andréj
     Filìppovic' rispose a Goljadkin con una occhiataccia tale che,  se
     il  nostro  eroe  non  fosse  già stato completamente a terra,  ci
     sarebbe andato infallibilmente una seconda volta, se appena appena
     ciò fosse stato possibile. Il silenzio continuava.
     "Questo riguarda più che altro le mie faccende domestiche e la mia
     vita  privata,   Andréj  Filìppovic'"  disse   con   voce   appena
     percettibile  Goljadkin,  più  morto  che  vivo;  "questo non è un
     avvenimento ufficiale, Andréj Filìppovic'..."
     "Vergognatevi,  signore,  vergognatevi!" disse Andréj Filìppovic',
     quasi  bisbigliando e con una faccia indescrivibilmente indignata;
     disse e,  presa  per  mano  Klara  Olsùfevna,  girò  le  spalle  a
     Goljadkin.
     "Non  ho  niente  da  vergognarmi,   Andréj  Filìppovic'"  rispose
     Goljadkin,  anche lui quasi  bisbigliando,  volgendo  intorno  uno
     sguardo desolato,  smarrito,  e facendo ogni sforzo, in una simile
     circostanza,  per ritrovare in quella  folla  imbarazzata  il  suo
     punto di appoggio e la sua posizione sociale.
     "Suvvia,  signori, non è niente, non è niente! Che volete che sia?
     Suvvia,   può  capitare  a   chiunque..."   mormorava   Goljadkin,
     spostandosi  a  poco a poco dal posto in cui si trovava e cercando
     di sciogliersi dalla folla  che  gli  stava  intorno.  Gli  fecero
     strada.  Il  nostro  eroe  passò  alla  meglio  tra  due  file  di
     osservatori curiosi e sconcertati.  La fatalità lo  trascinava.  E
     che  fosse  proprio la fatalità a trascinarlo lo sentiva Goljadkin
     stesso.  Naturalmente avrebbe pagato qualsiasi somma per avere  la
     possibilità di trovarsi ora, senza trasgredire le convenienze, nel
     suo angolino di poco prima, là nell'ingresso, vicino alla scala di
     servizio; ma poiché questo era assolutamente impossibile, cominciò
     a  cercare  di  defilarsi  da  qualche  parte,   in  un  qualsiasi
     angoletto, e restarsene poi lì, modesto e corretto, per conto suo,
     senza disturbare nessuno, senza attirare su di sé l'attenzione, ma
     nello stesso tempo cercando di accattivarsi la  benevolenza  degli
     ospiti   e  del  padrone  di  casa.   D'altronde  Goljadkin  aveva
     l'impressione che quasi gli venisse tolto il terreno  da  sotto  i
     piedi,   si  sentiva  vacillare  e  cadere.  Infine  raggiunse  un
     angoletto  e  vi  si  sistemò  come   un   osservatore   estraneo,
     indifferente,   dopo   aver  appoggiato  entrambe  le  mani  sulla
     spalliera di due sedie e averle  afferrate  in  un  modo  tale  da
     averle  completamente  in suo possesso,  mentre cercava in tutti i
     modi di guardare con fisso gli ospiti  di  Olsufij  Ivànovic'  che
     avevano fatto cerchio intorno a lui. Più vicino di tutti gli stava
     un  ufficiale,  un giovane alto e bello al cui confronto Goljadkin
     si sentiva niente più di un insetto.
     "Queste due sedie,  tenente,  sono già destinate: una è per  Klara
     Olsùfevna   e   l'altra  per  la  principessina  Cevcechànova  che
     partecipa anche lei al ballo;  io,  tenente,  le ho  in  custodia"
     disse,   ansimando,   Goljadkin,   mentre  rivolgeva  uno  sguardo
     supplicante al tenente.  Il tenente,  senza una parola  e  con  un
     sorriso  simile a una pugnalata,  gli girò le spalle.  Dopo questo
     colpo mancato,  il nostro eroe provò a cercare fortuna da un'altra
     parte  e  si  rivolse  direttamente  a un maestoso consigliere che
     portava al collo una importante decorazione.  Ma il consigliere lo
     schiacciò con un'occhiata così agghiacciante che Goljadkin ebbe la
     netta impressione che all'improvviso gli fosse piovuta addosso una
     doccia fredda.  Goljadkin si calmò. Decise che la miglior cosa era
     quella di tacere, di non attaccare discorso, di far vedere che lui
     se ne stava per conto suo,  che era lì anche lui  come  tutti  gli
     altri  e  che  la  sua  posizione  era,  a  quanto  gli  sembrava,
     assolutamente corretta.  Con questo obiettivo fissò lo sguardo sui
     risvolti  della  sua uniforme,  poi alzò gli occhi e li posò su un
     signore dall'aspetto rispettabilissimo.  "Questo signore porta  la
     parrucca"  pensò  Goljadkin  "e  se  gliela  si togliesse,  questa
     parrucca,  la sua testa resterebbe nuda,  proprio  come  il  palmo
     della  mia mano".  Fatta questa importante scoperta,  Goljadkin si
     ricordò degli emiri arabi che,  se si toglieva loro dalla testa il
     turbante  verde  che  sta a indicare la loro parentela col profeta
     Maometto, sarebbero rimasti anch'essi con la testa nuda,  senza un
     capello.  Poi, certamente per una particolare associazione di idee
     riguardanti i turchi che si era formata nella sua testa, Goljadkin
     arrivò fino alle pantofole turche e al riguardo ricordò che Andréj
     Filìppovic' calzava certi stivali che facevano pensare a pantofole
     piuttosto che a stivali.  Era chiaro che Goljadkin si era in parte
     abituato  alla  situazione  in  cui si trovava.  "Ecco,  se questo
     lampadario si staccasse ora dal suo posto e cadesse in mezzo  agli
     ospiti,  mi  lancerei  subito a salvare Klara Olsùfevna.  E,  dopo
     averla salvata,  le direi: 'Non  spaventatevi,  signorina,  non  è
     niente, ma il vostro salvatore sono io'... Poi...". A questo punto
     Goljadkin girò gli occhi cercando con lo sguardo Klara Olsùfevna e
     scorse  Gherasimyc',  il  vecchio  cameriere di Olsufij Ivànovic'.
     Gherasimyc',   con  un'aria   preoccupatissima   e   ufficialmente
     maestosa,  si  faceva  strada  puntando  direttamente  su  di lui.
     Goljadkin ebbe un sussulto e fece una smorfia a causa di una  vaga
     e  nello  stesso tempo spiacevolissima sensazione.  Meccanicamente
     gettò uno sguardo  intorno:  pensò  subito  di  scivolare  via  in
     qualche  modo,  alla  chetichella,  furtivamente,  di  prendere  e
     battersela, cioè di fare come se nessuno avesse gli occhi fissi su
     di lui e come se la cosa non lo riguardasse affatto. Ma, prima che
     il nostro eroe avesse fatto in  tempo  a  prendere  una  decisione
     nell'uno  o  nell'altro  senso,  già  si trovò in piedi,  davanti,
     Gherasimyc'.
     "Vedete,  Gherasimyc'," disse il nostro eroe,  rivolgendosi con un
     sorriso a Gherasimyc' "suvvia,  date ordine,  ecco,  vedete quella
     candela su quel candelabro  là...  vedete,  Gherasimyc',  sta  per
     cadere;  perciò  voi,  vedete,  date  ordine  che  la raddrizzino:
     certamente ora cadrà, Gherasimyc'..."
     "La candela? No, signore, la candela sta perfettamente dritta;  ma
     ecco, c'è là qualcuno che chiede di voi."
     "Chi è che chiede di me, Gherasimyc'?"
     "Veramente  chi  precisamente sia,  non lo so.  Un uomo mandato da
     qualcuno.  Si  trova  qui,  ha  detto,  Jakòv  Petrovic'?   Allora
     chiamatelo,  ha  detto,  per  un importante e urgentissimo affare:
     così ha detto."
     "No,  Gherasimyc',  vi  ingannate:  in  questo,  Gherasimyc',   vi
     ingannate..."
     "Ne dubito..."
     "No,  Gherasimyc',  non c'è proprio da dubitare: qui, Gherasimyc',
     non c'è davvero da dubitare.  Nessuno chiede di  me,  Gherasimyc',
     non c'è nessuno che possa chiedere di me e io qui sono a casa mia,
     voglio dire, Gherasimyc', che sono al mio posto."
     Goljadkin  tirò  il  fiato e girò lo sguardo intorno.  Era proprio
     così!  Tutti quelli che erano in sala avevano teso  verso  di  lui
     occhi e orecchie in una specie di solenne aspettativa.  Gli uomini
     si affollavano lì vicino e tendevano  l'orecchio.  Più  in  là  le
     signore  bisbigliavano  allarmate tra loro.  Il padrone di casa in
     persona comparve a brevissima distanza da Goljadkin e,  benché  il
     suo viso non mostrasse che anche lui,  per parte sua,  partecipava
     direttamente e immediatamentee alle vicende del signor  Goljadkin,
     perché  là  ogni  cosa era fatta con garbo,  tuttavia tutto questo
     complesso di circostanze  fece  chiaramente  capire  all'eroe  del
     nostro  racconto  che  era  arrivato  per lui il momento decisivo.
     Goljadkin vedeva chiaramente che era  il  momento  di  tentare  un
     colpo  audace,  il  momento  della  vergogna  per  i  suoi nemici.
     Goljadkin era in preda a una grande  agitazione.  Pervaso  da  una
     specie  di  ispirazione,  con  voce tremante e solenne,  rivolto a
     Gherasimyc' che era in attesa, riprese a dire:
     "No, amico mio, non c'è nessuno che mi chiami. Ti inganni. Dirò di
     più: ti ingannavi anche questa  mattina  quando  mi  assicuravi...
     quando osavi assicurarmi,  insisto (Goljadkin alza la voce), osavi
     assicurarmi  che  Olsufij  Ivànovic',   mio  benefattore  da  anni
     immemorabili,  che  mi ha fatto in quasi da padre,  mi chiudeva la
     porta in faccia proprio nel  momento  di  una  gioia  familiare  e
     solenne  per  il suo cuore di padre.  (Goljadkin si guardò intorno
     soddisfatto di se stesso,  ma con profondo sentimento.  Tra le sue
     ciglia  erano apparse le lacrime.) Ripeto,  amico mio" concluse il
     nostro eroe, "che ti sei ingannato, seriamente e imperdonabilmente
     ingannato..."
     Il  momento  era  carico  di  solennità.   Goljadkin  sentiva  che
     l'effetto non poteva mancare. In piedi, con gli occhi modestamente
     abbassati,  stava aspettando l'abbraccio di Olsufij Ivànovic'. Tra
     gli ospiti si notava una certa inquietudine e perplessità: perfino
     l'irremovibile e terribile Gherasimyc',  alle parole  "ne  dubito"
     aveva  preso  a  balbettare,  quando  di  colpo,  implacabilmente,
     I'orchestra di punto in bianco intonò una polca.  Tutto precipitò,
     tutto   fu  travolto  dal  vento.   Goljadkin  ebbe  un  sussulto,
     Gherasimyc' arretrò di un passo. Tutto quello che c'era nella sala
     si agitò come il mare e Vladimir Semjònovic' già faceva coppia con
     Klara  Olsùfevna  e  il   bel   tenente   con   la   principessina
     Cevcechànova. I presenti, curiosi e entusiasti, si affollavano per
     guardare i ballerini della polca,  una danza interessante,  nuova,
     ultima moda, che faceva girare la testa a tutti. Goljadkin, per il
     momento,  era dimenticato.  Ma,  all'improvviso,  tutto cominciò a
     agitarsi,  a  muoversi,  ad  affannarsi;  la musica tacque...  era
     capitato uno strano incidente.  Stanchissima per il  ballo,  Klara
     Olsùfevna,  che a malapena riusciva a respirare per la fatica, con
     le guance in fiamme e con il petto in sussulto, si era abbandonata
     senza forze su una poltrona.  I cuori di  tutti  si  concentrarono
     sull'affascinante   incantevole   fanciulla,   tutti   a  gara  si
     affollarono a complimentarla e a  ringraziarla  del  piacere  loro
     offerto...  e  all'improvvisoo,  davanti  a  lei,  ecco Goljadkin.
     Goljadkin era pallido, sconvolto;  sembrava anche lui in uno stato
     di grande prostrazione e si muoveva a stento.  Sorrideva e, chissà
     perché,  tendeva una mano  come  a  supplicare.  Klara  Olsùfevna,
     sbigottita, non fece in tempo a ritirare la mano e meccanicamente,
     all'invito  di  Goljadkin,  si  alzò in piedi.  Goljadkin si sentì
     barcollare in avanti, prima una volta,  poi un'altra,  poi sollevò
     un  piede,  fece  una strisciata,  quindi sembrò che quel piede lo
     battesse a terra, infine inciampò... voleva, lui pure, ballare con
     Klara  Olsùfevna.  Klara  Olsùfevna  lanciò  un  grido:  tutti  si
     slanciarono per liberare la sua mano da quella di Goljadkin e,  di
     colpo, il nostro eroe fu scaraventato dalla folla degli invitati a
     quasi dieci passi di distanza.  Anche intorno a lui si strinse  un
     cerchio  di  gente.  Si  sentirono  gli  strilli  e le grida di un
     vecchio che per  poco  Goljadkin  non  aveva  travolto  nella  sua
     ritirata.   Nacque  una  confusione  tremenda:  s'incrociavano  le
     domande,  tutti gridavano,  discutevano.  L'orchestra  tacque.  Il
     nostro  eroe  girava in mezzo al suo cerchio e meccanicamente,  un
     po' sorridente,  borbottava tra sé e sé qualcosa come:  "E  perché
     no?"  e  come  a dire che "a quanto gli sembrava,  la polca era un
     ballo nuovo e interessantissimo,  creato  per  il  conforto  delle
     dame...  ma che,  se la faccenda era andata così,  lui, perché no,
     era pronto a convenirne". Ma il consenso di Goljadkin non sembrava
     richiesto da nessuno. Il nostro eroe sentì che, di colpo, una mano
     di chi sa chi si era posata sul suo  braccio,  che  un'altra  mano
     premeva  leggermente  la  sua schiena,  che con una certa speciale
     insistenza si cercava di sospingerlo verso  una  certa  direzione.
     Infine  si  rese  conto  di  andare  dritto dritto verso la porta.
     Goljadkin avrebbe voluto dire qualcosa, fare qualcosa...  Ma no...
     non   voleva  ormai  più  niente.   Rispondeva  solo  ridacchiando
     meccanicamente. Infine sentì che gli stavano infilando il cappotto
     e che qualcuno gli aveva calcato il cappello fin sugli occhi;  poi
     si trovò nell'ingresso,  in mezzo al buio e al freddo, e poi sulla
     scala.  Finì con l'inciampare e ebbe l'impressione di cadere in un
     baratro: gli venne da gridare,  ma di colpo si ritrovò in cortile.
     L'aria fresca gli soffiò sul viso, per un momento si fermò;  nello
     stesso  istante  arrivarono fino a lui le note dell'orchestra.  Di
     colpo Goljadkin ricordò tutto: e sembrò che tutte le forze che gli
     erano crollate dentro gli fossero tornate.  Fuggì dal posto in cui
     era  rimasto  immobile,  come  inchiodato,  e  a rotta di collo si
     precipitò fuori, chissà dove,  all'aria aperta,  verso la libertà,
     dove le gambe lo portavano...
     NOTE DEI TRADUTTORI.

     NOTA  1:  La  tabella  elencava  quattordici gradi di funzionari e
     regolamentava anche i diritti di precedenza.
     NOTA  2:  In  russo  questo  cognome   suona   come   "mentalmente
     sprovveduto", povero di spirito.
















     5.

     A tutte le torri di Pietroburgo che segnano e battono le ore stava
     scoccando  la  mezzanotte,  quando  Goljadkin si precipitò come un
     pazzo sul lungofiume della Fontanka (uno dei bracci  della  Neva),
     proprio vicino al ponte Izmajlovskij,  per sfuggire ai nemici,  ai
     persecutori, alla grandine dei colpetti che gli piovevano addosso,
     alle grida delle vecchiette  impaurite,  alle  esclamazioni  e  ai
     gemiti delle donne e agli sguardi micidiali di Andréj Filìppovic'.
     Goljadkin era annichilito,  sì,  annichilito, nel vero senso della
     parola,  e se in quel momento aveva conservato ancora la forza  di
     correre, si trattava di un miracolo, solo di un miracolo, al quale
     lui stesso,  alla fin fine,  si rifiutava di credere. La notte era
     orribile, una notte di novembre umida, nebbiosa, piovosa,  nevosa,
     piena di congestioni, di raffreddori, di angine, di febbri di ogni
     specie  e qualità possibili: a farla breve,  di tutti i regali che
     elargisce il novembre pietroburghese! Il vento urlava nelle strade
     desolate,  sollevando l'acqua scura della Fontanka  fin  sopra  le
     catene  del  ponte  e  sfiorando minaccioso i sottili lampioni del
     lungofiume,  che a loro volta rispondevano  ai  suoi  ululati  con
     scricchiolii  acuti  e  penetranti,  il che costituiva un concerto
     infinito di  stridii  e  tremolii,  ben  conosciuto  a  tutti  gli
     abitanti di Pietroburgo.  La pioggia cadeva mista a neve, violente
     spruzzate  di  acqua  lacerate  dal  vento  schizzavano  quasi  in
     orizzontale,   come  da  una  pompa  antincendio,  e  pungevano  e
     frustavano il  viso  dell'infelice  Goljadkin,  con  la  forza  di
     migliaia  di  spilli  e forcine.  Nel silenzio della notte,  rotto
     soltanto dal rumoreggiare lontano delle carrozze, dall'ululato del
     vento e dallo scricchiolio dei lampioni,  si sentivano tristemente
     risuonare le sferzate e il ribollire dell'acqua che scrosciava dai
     tetti, dai terrazzini, dalle grondaie e dai cornicioni sul granito
     dei  marciapiedi.  Non  c'era  anima viva né vicina né lontana,  e
     sembrava impossibile che ce ne potessero essere, a quell'ora e con
     quel tempo.  Soltanto Goljadkin,  solo con  la  sua  disperazione,
     trotterellava  in  quel  momento sul marciapiede lungo la Fontanka
     coi  suoi  soliti  passetti  fitti  e  rapidi,  affrettandosi  per
     arrivare al più presto possibile nella sua via delle Sei Botteghe,
     al suo quarto piano, nel suo appartamentino.
     Nonostante  il fatto che la neve,  la pioggia e tutto quello a cui
     non  è  neppure  possibile  dare  un  nome  quando  dal  cielo  di
     Pietroburgo  precipitano  tormente  e  bufere,  assaltassero tutte
     insieme l'infelice Goljadkin - già  completamente  a  terra  senza
     bisogno di questo - senza dargli un attimo di respiro e di riposo,
     entrandogli  fino  al midollo,  accecandolo,  soffiandogli addosso
     violentemente da tutte le parti,  facendogli perdere la  strada  e
     l'ultima  briciola  di  senno;  nonostante  che tutto ciò si fosse
     abbattuto in un solo  colpo  su  Goljadkin,  come  per  un  comune
     accordo  coi  suoi nemici,  per premiarlo con una giornatina,  una
     seratina e una notte... proprio speciali; nonostante tutto questo,
     dico,  Goljadkin,  tanto forte era stato il colpo e lo smarrimento
     patiti  per  quello  che  gli  era successo poco prima in casa del
     consigliere  di  stato  Bernadeiev,  rimase  quasi  insensibile  a
     quest'ultima mazzata del destino!  Se in quel momento un qualunque
     osservatore  estraneo,  del  tutto  disinteressato,   avesse  dato
     un'occhiata,   così,   di   sfuggita,   all'andatura  depressa  di
     Goljadkin, sarebbe stato anche lui colpito dallo spaventoso orrore
     delle sue sventure e avrebbe certamente  detto  che  Goljadkin  si
     guardava attorno come se volesse nascondersi da qualche parte a se
     stesso e, lontano da se stesso, come se cercasse di fuggire chissà
     dove...  Sì!  Era  proprio  così.  Diremo  di  più:  Goljadkin non
     soltanto  desiderava  fuggire  da  se   stesso,   ma   addirittura
     annientarsi,  non esistere più, polverizzarsi. In quei momenti non
     faceva attenzione a quello che lo circondava, non capiva niente di
     ciò che stava capitando intorno a lui, e guardava con un'aria come
     se per lui  non  esistessero  né  le  avversità  di  quella  notte
     tempestosa  né  il  lungo  cammino  né la pioggia né la neve né il
     vento  né  tutte  quelle  tremende  intemperie.   Un  copriscarpa,
     staccatasi  dallo stivale destro di Goljadkin,  rimase abbandonata
     tra il fango e la neve del marciapiede  lungo  la  Fontanka,  e  a
     Goljadkin  non passò nemmeno per il cervello di tornare indietro a
     riprenderla e direi che non  si  era  nemmeno  accorto  di  averla
     persa.  Era  così  preso  dai suoi pensieri,  che parecchie volte,
     d'improvviso,  nonostante  quel  po'  po'  d'inferno  che  gli  si
     scatenava  intorno,  tutto  preso  dall'idea  della sua terribile,
     recente caduta,  rimase fermo,  immobile come un palo in mezzo  al
     marciapiede;  in quei momenti si sentiva mancare, svanire; ma poi,
     di colpo,  scattava come un pazzo e si  metteva  a  correre  senza
     girarsi indietro,  come per cercare scampo da un inseguimento,  da
     qualche sventura ancora più orribile... E, in realtà, orribile era
     la condizione in cui si trovava.  Infine,  stremato,  Goljadkin si
     fermò,  si appoggiò al parapetto del lungofiume,  come quando a un
     uomo improvvisamente esca sangue dal naso, e rimase immobile,  con
     lo  sguardo fisso all'acqua nera e torbida della Fontanka.  Non si
     sa quanto tempo di preciso passasse in  quella  posizione.  Si  sa
     solo che in quei momenti Goljadkin era giunto a un così alto grado
     di  disperazione,  si sentiva così tormentato,  così sfinito,  era
     così allo stremo dei suoi ormai deboli brandelli di forza d'animo,
     che dimenticò ogni cosa,  e il ponte Izmajlovskij,  e la via delle
     Sei Botteghe e la sua condizione attuale...  E che poteva fare, in
     realtà? Tutto, ormai, gli era indifferente; tutto era ormai fatto,
     concluso,  controfirmato  e  sigillato;  che  gli  importava?   Ma
     all'improvviso...  all'improvviso  ebbe  un  sussulto  in tutto il
     corpo e,  senza volerlo,  fece di slancio due passi da una  parte.
     Con  inspiegabile agitazione cominciò a girare lo sguardo intorno:
     ma  non  c'era  nessuno,  non  succedeva  niente  di  particolare,
     eppure...  eppure...  aveva  l'impressione  che qualcuno,  in quel
     preciso istante,  fosse lì dritto vicino a  lui,  al  suo  fianco,
     appoggiato come lui al parapetto del lungofiume e,  miracolo!  gli
     avesse anche detto qualcosa,  gli avesse detto qualcosa in fretta,
     a scatti, qualcosa di non perfettamente comprensibile, ma qualcosa
     che lo riguardava molto da vicino, che si riferiva a lui. "Che sia
     stata   solo  un'impressione?"  disse  Goljadkin,   continuando  a
     guardarsi intorno.  "Ma dove  sono  mai?  Eh...  Eh..."  concluse,
     scuotendo  la  testa,  e  intanto,  con  una sensazione inquieta e
     angosciosa,  direi  anche  di  terrore,  cominciò  a  scrutare  in
     lontananza  attraverso l'aria torbida e trasudante,  aguzzando gli
     occhi e cercando con tutta la forza di penetrare col  suo  sguardo
     miope  in  quell'acquosità che gli si stendeva davanti.  Niente di
     nuovo però,  niente di speciale saltò  agli  occhi  di  Goljadkin.
     Sembrava  che tutto fosse in ordine,  come doveva;  la neve cadeva
     più fitta, più densa e con più intensità di prima;  a una distanza
     di  venti  passi  era  buio  pesto: i lampioni scricchiolavano più
     forte e il vento sembrava cantare con un tono più lamentoso e  più
     dolente  la sua triste canzone,  simile a un mendicante fastidioso
     che  chiede  supplichevolmente  un  soldino  di  rame  per   poter
     mangiare. "Eh, eh, ma che mi sta succedendo?" ripeté Goljadkin nel
     riprendere  il cammino e continuando a guardarsi intorno.  Intanto
     una nuova strana sensazione lo attraversò tutto; angoscia non era,
     paura nemmeno... un brivido di febbre gli corse nelle vene.  Fu un
     momento  insopportabilmente  sgradevole!   "Be',   non  è  niente"
     esclamò,  tanto per farsi coraggio,  "non è niente,  forse  non  è
     proprio  niente  e  non  macchia l'onore di nessuno.  Forse doveva
     proprio essere così" continuò senza neppure capire cosa dicesse, "
     forse tutto questo si aggiusterà per il meglio quando sarà tempo e
     non ci saranno pretese da avanzare e tutti saranno  giustificati."
     Così  parlando  e  rinfrancandosi  per  effetto  delle  sue stesse
     parole,  Goljadkin si scosse,  si scrollò di dosso  i  fiocchi  di
     neve,  che gli si erano ammonticchiati densi e fitti sul cappello,
     sul bavero,  sul cappotto e sulla cravatta,  sugli  stivali  e  su
     tutto  il  resto:  ma  non  riusciva  ancora a liberarsi da quella
     strana sensazione, da quella strana oscura angoscia,  non riusciva
     a  scacciarsi  tutto  questo  di dosso.  In qualche posto lontano,
     risuonò un colpo di cannone.  "Che razza di bel tempo!"  pensò  il
     nostro eroe.  "Be',  non ci sarà mica pure l'inondazione? L'acqua,
     si vede, è salita con troppa rapidità."
     Goljadkin aveva appena finito di pensare e  di  mormorare  questo,
     che  vide  venirgli incontro un passante che probabilmente si era,
     come lui, attardato per qualche motivo.  Il fatto sembrava banale,
     casuale; ma, non si sa perché, Goljadkin si turbò e direi quasi si
     spaventò e sentì un certo smarrimento.  Non che temesse l'incontro
     con  qualche  malintenzionato,  ma  così...  forse...  "E  chi  lo
     conosce,  questo  ritardatario..." passò per la testa a Goljadkin.
     "Forse fa parte anche lui di tutto il resto,  forse qui è la  cosa
     più  importante e non viene qui per caso,  ma con qualche scopo mi
     attraversa  attraversa  e  mi  dà  uno  spintone."  Forse,   però,
     Goljadkin  non  pensò  esattamente a questo,  ma è certo che sentì
     subito qualcosa di simile e di molto sgradevole.  D'altronde,  non
     gli  restò  più  tempo né di sentire né di pensare: il passante si
     trovava già a pochi  passi  da  lui.  Goljadkin,  secondo  la  sua
     abitudine  di  sempre,  si  affrettò ad assumere un'aria del tutto
     particolare,  un'aria che  dava  chiaramente  a  vedere  che  lui,
     Goljadkin,  se ne stava per conto suo,  che non faceva niente, che
     la strada era abbastanza larga per tutti e che lui, Goljadkin,  da
     parte  sua,  non  toccava nessuno.  All'improvviso si fermò,  come
     inchiodato a terra,  come colpito dal fulmine,  poi velocemente si
     girò  verso  l'individuo  che lo aveva appena sorpassato,  come se
     qualcosa lo avesse tirato per le spalle,  come  se  il  vento  gli
     avesse fatto fare un giro a mo' di banderuola.  Il passante andava
     rapidamente scomparendo nella bufera di neve.  Anche lui camminava
     di  fretta  e  anche lui,  come Goljadkin,  era imbaccuccato dalla
     testa ai  piedi,  e  anche  lui  tirava  dritto  sgambettando  sul
     marciapiede lungo la Fontanka a passetti rapidi e fitti,  quasi al
     piccolo  trotto.  "Chi  è  costui,   chi  è?"  mormorò  Goljadkin,
     sorridendo incredulo, e nello stesso tempo sussultando in tutto il
     corpo.  Un brivido gelato gli era corso per la schiena. Intanto il
     passante era scomparso del tutto e non si sentiva nemmeno  più  il
     rumore  dei  passi;  ma  Goljadkin  continuava a restare fermo e a
     guardare nel punto in cui quello era sparito. Finalmente, a poco a
     poco,  si riprese.  "Ma che diavolo mi succede?" pensò con stizza.
     "Che  io  sia  veramente  impazzito  o  che  altro?" poi si girò e
     riprese la sua strada,  accelerando e  intensificando  sempre  più
     l'andatura e facendo il possibile per non pensare a niente.  E per
     questo chiuse persino gli occhi.
     All'improvviso,  tra l'ululare  del  vento  e  l'imperversare  del
     tempaccio,  arrivò  di nuovo al suo orecchio il rumore di passi di
     qualcuno che camminava molto vicino a lui.  Sussultò  e  aprì  gli
     occhi.  Davanti  a  lui,  a  una  ventina  di  metri  di distanza,
     nereggiava di nuovo un certo omino che gli si stava avvicinando...
     L'omino aveva fretta,  accelerava il  ritmo,  correva,  quasi:  la
     distanza  diminuiva  rapidamente.   Goljadkin  poteva  già  vedere
     benissimo il suo nuovo compagno  ritardatario;  lo  guardò  e  gli
     sfuggì  un  grido di stupore e di paura: sentì che le gambe gli si
     piegavano. Era quello stesso passante da lui già notato, che dieci
     minuti prima lo aveva sorpassato e che ora, inaspettatamente,  gli
     appariva  di nuovo davanti.  Ma non soltanto questo miracolo aveva
     colpito Goljadkin;  e Goljadkin ne fu colpito tanto che si  fermò,
     gli   scappò   un   grido,   volle   dire  qualcosa  e  si  lanciò
     all'inseguimento dello sconosciuto,  gli  urlò  perfino  qualcosa,
     volendo,  probabilmente,  fermarlo  al più presto.  E in realtà lo
     sconosciuto si fermò a circa una decina di passi da Goljadkin,  in
     maniera   che   la   luce   del   lampione  lì  vicino  illuminava
     perfettamente tutta la  sua  persona:  si  fermò,  si  girò  verso
     Goliadkin  e,  con  aria  impaziente  e  preoccupata,  aspettò che
     parlasse.
     "Scusate,  ma forse mi sono sbagliato" disse il  nostro  eroe  con
     voce tremante.
     Lo  sconosciuto,  senza  dire  una  parola,  con un gesto pieno di
     stizza,  gli girò le spalle e  proseguì  rapidamente  per  la  sua
     strada,  quasi  avesse  fretta di riguadagnare i due secondi persi
     con Goljadkin.  Per quanto riguardava Goljadkin,  sentì un tremito
     guizzargli  nelle  vene,  le  ginocchia  gli  si  piegarono sotto,
     perdettero ogni forza,  e con un gemito si  lasciò  cadere  su  un
     paracarro.  Del  resto,  c'era  davvero  motivo  di  rimanere così
     sconcertato.  Il fatto  è  che  quello  sconosciuto  ora  non  gli
     sembrava più tale.  Ma questo non sarebbe stato ancora niente.  Il
     fatto è che ora  aveva  riconosciuto,  aveva  quasi  completamente
     riconosciuto quell'uomo. L'aveva visto spesso, quell'uomo, l'aveva
     visto tempo prima e anche molto di recente;  ma dove?  ieri forse?
     Del resto,  ciò che più contava non era  il  fatto  che  Goljadkin
     l'avesse visto spesso (in quell'uomo,  d'altronde, non c'era quasi
     niente di particolare);  decisamente niente di  particolare  aveva
     quell'uomo per suscitare attenzione al primo sguardo. Era così, un
     uomo  come  tutti,  perbene,  si  capisce,  come  tutte le persone
     perbene,  e forse aveva anche alcuni  meriti  e  anche  abbastanza
     notevoli:  in  una  parola,  era un uomo che se ne stava per conto
     suo.  Goljadkin non sentiva né odio né ostilità e  nemmeno  vedeva
     minimamente  di  mal'occhio  quell'uomo;  al contrario,  anzi,  si
     direbbe;  ma intanto (e proprio in questo il punto),  intanto  per
     nessun  tesoro al mondo avrebbe voluto incontrarsi con lui e tanto
     meno incontrarsi così,  come era successo adesso.  Diremo di  più:
     Goljadkin riconosceva perfettamente quell'uomo;  sapeva perfino il
     suo nome e il suo cognome;  ma intanto proprio per niente,  e,  di
     nuovo,   nemmeno   per   tutto  l'oro  del  mondo  avrebbe  voluto
     pronunciare il  suo  nome,  ammettere  di  sapere,  ecco,  che  si
     chiamava così e così,  e che così era il suo patronimico e così il
     suo cognome.  Se molto o  poco  fosse  durata  la  perplessità  di
     Goljadkin  e  se  fosse  rimasto  veramente  a  lungo  seduto  sul
     paracarro,  non saprei dire,  ma quello  che  posso  dire  è  che,
     ripresosi  un  po',  si  mise di colpo a correre,  senza guardarsi
     indietro, con tutte le sue forze; gli mancava il respiro,  per due
     volte  inciampò,  e  fu  lì  lì per cadere e in questa circostanza
     rimase orfano anche l'altro  stivale  di  Goljadkin,  pure  quello
     abbandonato  dal suo copriscarpe.  Alla fine Goljadkin rallentò un
     po' la corsa  per  riprendere  fiato,  si  guardò  frettolosamente
     intorno e vide che, senza nemmeno accorgersene, aveva già percorso
     tutta  la  strada  lungo la Fontanka,  aveva attraversato il ponte
     Amickov,  superato una parte del Nevskij e  si  trovava  ora  alla
     curva verso la Litèjnaja. E lì girò Goljadkin.
     La  sua  condizione  in  quel momento assomigliava alla condizione
     dell'uomo in piedi su di un precipizio spaventoso, mentre la terra
     si apre sotto di lui e già frana, già si muove, trema per l'ultima
     volta, crolla,  lo trascina nell'abisso,  e intanto l'infelice non
     ha  più  né  la  forza  né  la  fermezza  d'animo di fare un balzo
     indietro,   di  distogliere  gli  occhi  dal  baratro  spalancato;
     l'abisso lo attrae e lui finalmente vi si slancia,  affrettando da
     se stesso il momento della sua rovina. Goljadkin sapeva, sentiva e
     era matematicamente certo che qualche altro  malanno  gli  sarebbe
     capitato  per  strada,  che  qualche altra contrarietà gli sarebbe
     piombata addosso, che, per esempio, avrebbe di nuovo incontrato lo
     sconosciuto;   ma,    cosa   strana,    lo   desiderava   perfino,
     quell'incontro,  lo  riteneva  ineluttabile e pregava soltanto che
     tutto ciò finisse al più presto, che la sua posizione si chiarisse
     in un modo qualsiasi, purché fosse presto.  E intanto continuava a
     correre, a correre come spinto da non si sa quale forza esterna, e
     sentiva  in  tutto  il  suo  essere  non  so  quale impressione di
     debolezza e di torpore: non era capace di pensare a niente,  anche
     se  le  sue  idee,  proprio come prugnoli,  si aggrappavano a ogni
     cosa. Un cagnolino randagio,  tutto bagnato e intirizzito,  si era
     attaccato  a Goljadkin e correva pure lui al suo fianco,  di lato,
     frettolosamente,  con le orecchie basse e la coda tra le  zampe  e
     lanciandogli  di  tanto  in  tanto  occhiate timide e comprensive.
     Un'idea lontana e imprecisa, già da tempo dimenticata - il ricordo
     di non so quale avvenimento già da tempo accaduto - gli tornò  ora
     in  mente,   colpendogli  la  testa  come  un  martelletto,  e  lo
     infastidiva senza staccarsi da lui.
     "Eh,  che brutto cagnaccio!" bisbigliava Goljadkin,  senza nemmeno
     capirsi.  Finalmente  vide il suo sconosciuto alla curva della via
     Italjànskaja.  Ora,  però,  lo sconosciuto non gli si dirigeva più
     incontro,  ma  camminava  nella  sua  stessa  direzione  e correva
     persino, sopravvanzandolo di pochi passi. Finalmente arrivarono in
     via delle Sei Botteghe. Goljadkin si sentì mozzare il respiro.  Lo
     sconosciuto  si  fermò  proprio  davanti  all'edificio  in  cui si
     trovava  l'appartamento  di  Goliadkin.   Si  sentì  squillare  un
     campanello  e quasi nello stesso momento lo stridere di un paletto
     di ferro. Il cancelletto si aprì, lo sconosciuto si chinò,  balenò
     e  scomparve.  Quasi nello stesso momento arrivò anche Goljadkin e
     come una freccia volò  sotto  il  portone.  Senza  dare  retta  al
     brontolio   del  portiere  si  precipitò  nel  cortile  dove  vide
     immediatamente il suo interessante compagno di strada,  che per un
     momento  aveva perso.  Lo sconosciuto sfrecciò nell'ingresso della
     scala che portava all'appartamento di Goljadkin,  e ecco Goljadkin
     lanciarsi sulle sue tracce.  La scala era buia, umida, sudicia. Su
     tutti i ballatoi erano  accumulati  mucchi  di  ciarpame  di  ogni
     genere di proprietà degli inquilini,  tanto che un estraneo,  che,
     non pratico del luogo,  fosse  capitato  nell'oscurità  in  quella
     scala,  sarebbe stato costretto a aggirarcisi per mezz'ora, sempre
     rischiando di rompersi le gambe  e  maledicendo,  insieme  con  la
     scala,  anche  i  suoi  conoscenti andati ad abitare in posto così
     scomodo.  Ma il compagno di strada  di  Goljadkin  sembrava  fosse
     pratico del posto, sembrava uno di casa: correva disinvolto, senza
     inciampare,  e  dimostrava  una perfetta conoscenza dell'ambiente.
     Goljadkin stava già per raggiungerlo;  anzi due  o  tre  volte  la
     falda  del cappotto dello sconosciuto gli aveva sbattuto sul naso.
     Si sentiva il cuore mancare.  L'uomo misterioso si  fermò  proprio
     davanti  alla  porta  dell'appartamento  di  Goljadkin,   bussò  e
     (circostanza,   del  resto,   che  in  un  altro  momento  avrebbe
     meravigliato  Goljadkin)  Petruska,  come  se  fosse rimasto lì in
     attesa e senza neppure coricarsi,  aprì immediatamente la porta  e
     seguì  con  la candela in mano lo sconosciuto che era entrato.  Il
     nostro eroe, fuori di sé, si precipitò in casa sua; trascurando di
     togliersi cappotto e cappello,  percorse il piccolo  corridoio  e,
     come  colpito  dal  fulmine,  rimase  sulla  soglia  della propria
     camera.  Tutti i presentimenti di Goljadkin si erano avverati alla
     perfezione.  Tutto quello che lui temeva e aveva previsto,  si era
     avverato. Il respiro gli mancò e la testa cominciò a girargli.  Lo
     sconosciuto  era  seduto  davanti  a lui,  anch'egli in cappotto e
     cappello,  sul suo letto,  sorrideva lievemente e,  strizzando gli
     occhi,   accennava  amichevolmente  col  capo.   Goljadkin  voleva
     gridare, ma non poté;  voleva protestare in un modo qualsiasi,  ma
     non ne ebbe la forza.  I capelli gli si drizzarono sulla fronte e,
     preso dal terrore,  si  abbandonò  privo  di  sensi.  E  ce  n'era
     veramente  motivo.  Goljadkin  aveva perfettamente riconosciuto il
     suo amico della notte.  L'amico della notte non era altri che  lui
     stesso,  Goljadkin,  un  altro  Goljadkin assolutamente identico a
     lui;  era,  in una parola,  quello che si chiama il proprio sosia,
     sotto tutti i profili...














     6.

     L'indomani,  alle  otto  in  punto,  Goljadkin  si svegliò nel suo
     letto.  Subito tutti gli eventi straordinari del  giorno  prima  e
     quella  incredibile e selvaggia notte con le sue quasi impossibili
     avventure  comparvero  di  colpo,   tutti  insieme,   nella   loro
     spaventosa  pienezza,  alla  sua immaginazione e alla sua memoria.
     L'odio così esasperato e infernale da parte dei suoi nemici e,  in
     particolare,  l'ultima manifestazione di quell'odio agghiacciarono
     il cuore  di  Goljadkin.  Ma  contemporaneamente  tutto  era  così
     strano,  incomprensibile,  assurdo  e gli sembrava così lontano da
     ogni possibilità, da non potersi decidere a credere a tutta quella
     faccenda;  Goljadkin  stesso  sarebbe  stato  persino  disposto  a
     ritenerla  un  vano  delirio,  uno squilibrio momentaneo della sua
     mente, un ottenebramento dell'intelletto, se, per sua fortuna, non
     avesse saputo, dall'amara esperienza quotidiana,  fino a che punto
     l'odio  può  a  volte  trascinare  un  uomo,  fino a che punto può
     arrivare l'accanimento di un nemico che voglia  vendicare  il  suo
     onore e il suo amor proprio.  Per di più, le membra indolenzite di
     Goljadkin,  la testa annebbiata,  le reni spezzate  e  un  maligno
     raffreddore  testimoniavano  con  evidente chiarezza e sostenevano
     tutta la verosimiglianza di  quella  passeggiata  notturna  e,  in
     parte,  di tutto quanto era accaduto durante quella passeggiata. E
     poi,  infine,  Goljadkin stesso sapeva benissimo che quelle  certe
     persone  stavano  complottando da un bel pezzo qualche cosa e che,
     là con loro,  c'era  qualcun  altro.  Ma  che  fare?  Dopo  averci
     riflettuto  sù  un  po',  Goljadkin prese la decisione di starsene
     zitto, di rassegnarsi e di non protestare per quella faccenda fino
     a quando non si presentasse un momento più opportuno.  "Sì,  forse
     hanno  solo  avuto l'intenzione di spaventarmi e,  quando vedranno
     che io me ne sto zitto,  non protesto,  mi rassegno  docilmente  e
     sopporto    con    umiltà,    forse   faranno   marcia   indietro,
     spontaneamente, anzi saranno i primi a fare marcia indietro."
     Ecco quali pensieri giravano per la  mente  di  Goljadkin  mentre,
     stirandosi  nel letto e sgranchendosi le membra rotte,  aspettava,
     come al solito,  che Petruska facesse la sua comparsa  in  camera.
     Aspettava  già  da  un quarto d'ora;  sentiva che quel poltrone di
     Petruska si  affaccendava,  là  dietro  il  tramezzo,  attorno  al
     samovàr, ma intanto in nessun modo si decideva a chiamarlo. Diremo
     di  più:  Goljadkin,  ora,  temeva  perfino  un po' l'incontro con
     Petruska.  "Sa Iddio," pensava "sa Iddio cosa dirà quel  lazzarone
     di  tutta  la faccenda.  Adesso se ne sta là zitto zitto,  ma è un
     furbacchione, quello..."
     Finalmente la porta cigolò e comparve Petruska col vassoio tra  le
     mani.  Goljadkin  lo guardò di traverso,  con una certa timidezza,
     aspettando impaziente ciò che sarebbe successo e  se  Petruska  si
     sarebbe  finalmente  deciso a dire qualcosa a proposito delle note
     circostanze.  Ma Petruska non disse nulla,  anzi sembrò molto  più
     taciturno,  più arcigno e più irritato del solito e guardava tutto
     di traverso;  in complesso era evidente che era molto scontento di
     qualche cosa;  non rivolse al padrone neppure uno sguardo, il che,
     diciamolo tra parentesi, ferì non poco Goljadkin;  mise sul tavolo
     tutto quello che aveva portato,  si girò e uscì, senza aver aperto
     bocca, per andare dietro al tramezzo.
     "Sa, sa,  sa tutto,  quel fannullone!" borbottava Goljadkin mentre
     beveva  il  tè.  Il  nostro eroe,  però,  non chiese niente al suo
     domestico,  nonostante che Petruska fosse  in  seguito  entrato  e
     uscito   diverse  volte  dalla  camera  per  svariate  incombenze.
     Goljadkin  si  trovava  dunque  in  uno  stato  d'animo  piuttosto
     agitato. Sentiva un senso di raccapriccio all'idea di dover andare
     ancora   al  suo  ministero.   Aveva  il  vivo  presentimento  che
     sicuramente là qualcosa non sarebbe  andata  bene.  "Be',  ora  ci
     andrò"  pensava,  "ma se là mi imbattessi in chissà che cosa?  Non
     sarebbe meglio, per ora,  pazientare?  Loro sono là...  ci restino
     finché  vogliono;  io  oggi  me  ne  resterò  qui ad aspettare,  a
     raccogliere tutte le mie forze,  mi rimetterò  un  po'  in  sesto,
     rifletterò   più  comodamente  su  tutta  questa  faccenda  e  poi
     sceglierò il momento giusto per piombare  come  una  tegola  sulla
     testa  di  tutti quelli là e non darò nell'occhio a nessuno." Così
     rimuginando,  Goljadkin fumava una pipa dietro l'altra;  il  tempo
     volava;  erano già quasi le nove e mezzo. "Ecco, ormai sono già le
     nove e mezzo" pensava Goljadkin,  "e arriverei in ritardo.  E poi,
     oltre a tutto, sono malato; malato, si capisce, senz'altro malato;
     e  chi potrebbe dire che non lo sono?  che me ne importa!  Mandino
     pure a verificare,  venga pure l'usciere;  che me ne  importa,  in
     realtà?  Ho mal di schiena,  ho la tosse, sono raffreddato; no, in
     conclusione,  non posso andare,  con questo tempo,  e poi,  non  è
     assolutamente possibile;  posso ammalarmi, e poi magari morire; in
     questi momenti c'è una tale mortalità...". Con questi ragionamenti
     Goljadkin tranquillizzò del tutto la sua coscienza e si giustificò
     anticipatamente di fronte a se stesso per la lavata  di  capo  che
     gli   avrebbe  rifilato  Andréj  Filìppovic'  per  negligenza  nel
     servizio.  In genere,  in tutte le circostanze simili,  il  nostro
     eroe  amava  giustificarsi  ai propri occhi con vari inappuntabili
     argomenti e calmare così i suoi scrupoli. Così ora,  calmatili del
     tutto,  prese  la pipa,  la riempì e non appena si fu messo a fare
     proprio per benino la sua fumata,  ecco che si alzò di scatto  dal
     divano,  sbatté via la pipa,  si lavò energicamente,  si rase,  si
     lisciò i capelli,  si infilò la divisa e tutto  il  resto  e  andò
     volando al dicastero.
     Goljadkin  entrò  mogio  mogio  nel suo reparto,  nella trepidante
     attesa di qualcosa di molto poco bello;  attesa vaga  e  inconscia
     quanto si vuole,  ma lo stesso sgradevole;  mogio mogio,  prese il
     suo solito posto vicino al capufficio, Antòn Antònovic' Setoc'kin.
     Senza guardare niente,  senza lasciarsi distrarre  da  niente,  si
     mise a esaminare il contenuto delle carte che gli stavano davanti.
     Decise  e  si  ripromise fermamente di tenersi il più possibile in
     disparte da tutto quello che potesse provocarlo,  da tutto  quello
     che  avrebbe  potuto  comprometterlo;  per esempio,  dalle domande
     indiscrete,  dagli  scherzi  o  dalle  allusioni  sconvenienti  di
     qualcuno  a proposito degli eventi della sera prima;  si ripromise
     perfino di fare a  meno  delle  solite  cortesie  con  i  colleghi
     d'ufficio,  come  domande  sulla salute eccetera eccetera.  Ma era
     anche evidente che non poteva restarsene  così;  era  impossibile.
     L'inquietudine  e  l'ignoranza a proposito di un qualche argomento
     che lo interessasse da  vicino  lo  tormentavano  sempre  più  che
     l'argomento  stesso.  E ecco perché,  nonostante la parola data di
     non intromettersi in niente,  qualsiasi  cosa  si  facesse,  e  di
     tenersi completamente in disparte in tutto,  Goljadkin di tanto in
     tanto,  di nascosto,  alzava pian piano la testa  e  di  sottecchi
     guardava a destra e a sinistra,  scrutava i visi dei colleghi e da
     quelli si sforzava di capire se non ci fosse per caso qualcosa  di
     speciale  che  lo riguardasse e che,  per non so quale riprovevole
     scopo,  gli fosse tenuta nascosto.  Immaginava  che  esistesse  un
     sicurissimo legame tra tutti gli avvenimenti della sera precedente
     e  quello  che si svolgeva ora intorno a lui.  Finalmente,  spinto
     dalla sua angoscia,  cominciò a desiderare che tutto si risolvesse
     nel  modo che Iddio voleva,  ma purché fosse presto,  anche con un
     guaio: pazienza! Ma fu proprio qui che il destino colse Goljadkin:
     non aveva avuto tempo di dare concretezza al suo desiderio  che  i
     suoi dubbi furono improvvisamente risolti, ma in modo molto strano
     e impensato.
     La porta che dava nell'altra stanza di colpo scricchiolò con dolce
     timidezza, come per avvertire che la persona che stava per entrare
     era una qualsiasi,  e una certa figura, del resto ben conosciuta a
     Goljadkin, apparve timidamente proprio davanti al tavolo dietro al
     quale stava seduto il nostro eroe.  Lui non sollevò la testa,  no;
     osservò  quella  figura solo di sfuggita,  col più rapido dei suoi
     sguardi, ma ormai aveva riconosciuto tutto, capito tutto,  fin nei
     minimi particolari. Si sentì avvampare per la vergogna e sprofondò
     tra  le carte quella sua malcapitata testa,  con lo stesso preciso
     scopo con cui lo struzzo,  inseguito dal cacciatore,  nasconde  la
     sua  nella sabbia infuocata.  Il nuovo venuto si inchinò ad Andréj
     Filìppovic' e subito dopo risuonò una voce formalmente affettuosa,
     quella tipica voce con cui i superiori di tutti gli uffici parlano
     ai dipendenti da poco in servizio.
     "Sedetevi qui" disse Andréj Filìppovic', indicando al novellino il
     tavolo di Antòn  Antònovic',  "ecco,  qui,  di  fronte  al  signor
     Goljadkin, vi daremo subito del lavoro da sbrigare."
     Andréj  Filìppovic' concluse il discorsetto con un rapido gesto di
     cortese esortazione al nuovo venuto,  poi subito  si  immerse  nel
     contenuto  di  diverse  carte  che stavano in un mucchio davanti a
     lui.
     Goljadkin alzò finalmente gli occhi e  se  non  fu  preso  da  uno
     svenimento lo si dovette solo al fatto che, fin dall'inizio, aveva
     presagito   tutta   la   faccenda,   fin   dall'inizio  era  stato
     preavvertito di tutto,  avendo letto nell'anima del nuovo  venuto.
     Il  primo  gesto  di  Goljadkin  fu  di  dare  una rapida occhiata
     intorno,  se  non  ci  fosse  lì  qualche  pissi  pissi,   se  non
     cominciasse  a  circolare  a quel proposito qualche barzelletta di
     cancelleria,  se qualche viso non si fosse sformato per lo stupore
     e se qualcuno,  per lo spavento, non fosse caduto sotto il tavolo.
     Ma,  con la più grande meraviglia di Goljadkin,  in nessuno ci  fu
     niente di simile. Il comportamento dei signori colleghi e compagni
     colpì  Goljadkin.  Gli sembrava che questo contegno fosse al di là
     di ogni senso comune.  Goljadkin addirittura  si  spaventò  di  un
     silenzio così fuori dal normale.  La sostanza dei fatti parlava da
     sola: era una cosa strana,  assurda,  mostruosa.  C'era proprio di
     che  agitarsi.  Tutte  cose,  queste,  si capisce,  che frullarono
     soltanto nella testa di Goljadkin.  Cuoceva a fuoco  lento.  E  ce
     n'era  ben  donde,  del  resto.  Colui  che adesso stava seduto di
     fronte a Goljadkin era il terrore di Goljadkin, era la vergogna di
     Goljadkin,  era l'ossessione di ieri di  Goljadkin,  era,  in  una
     parola,  lo stesso Goljadkin;  ma non quel Goljadkin che stava ora
     seduto sulla sedia con la bocca spalancata e con la  penna  rigida
     in  mano;  non  quello  che  era impiegato in qualità di aiuto del
     proprio  capufficio;   non  quello  a  cui  piaceva  scomparire  e
     dileguarsi  tra  la  folla;  non quello,  infine,  la cui andatura
     diceva a chiare note "non toccatemi,  io non vi toccherò",  oppure
     "non toccatemi,  vedete bene che io non vi tocco".  No, questo era
     un altro Goljadkin, assolutamente un altro,  ma nello stesso tempo
     identico  al primo: la stessa statura,  la stessa figura,  vestito
     allo stesso modo, con la stessa calvizie;  in una parola,  niente,
     assolutamente   niente   era   stato   trascurato  per  avere  una
     somiglianza perfetta,  tanto che,  se si fossero presi e messi uno
     accanto all'altro,  nessuno,  letteralmente nessuno, avrebbe osato
     dire chi fosse realmente l'autentico Goljadkin  e  chi  il  falso,
     quale  il  vecchio e quale il nuovo,  quale l'originale e quale la
     copia.
     Il nostro eroe, se è consentito un paragone,  si trovava ora nella
     condizione  di un uomo alle cui spalle un monello si è divertito a
     puntargli contro,  per scherzo,  uno specchio ustorio.  "Ma che  è
     questo, un sogno o no?" pensava, "è il presente o la continuazione
     del  passato  di  ieri?  Ma  come mai?  Con quale diritto si fanno
     queste cose?  Chi ha assunto un simile impiegato,  chi ha dato  il
     diritto di farlo?". Goljadkin provò a darsi un pizzicotto, provò a
     pensare  persino  a darlo a un altro...  No,  non era un sogno,  e
     basta.  Goljadkin si sentiva madido di  sudore,  sentiva  che  gli
     stava  capitando  un  fatto  senza  precedenti,  mai visto fino ad
     allora,  e per questo,  appunto,  per  colmo  di  sventura,  anche
     sconveniente,  poiché  Goljadkin  capiva  perfettamente  tutto  il
     discapito che gli derivava dal trovarsi, come primo esempio, in un
     così buffo pasticcio. Infine cominciò addirittura a dubitare della
     propria esistenza e,  pur essendo in anticipo  pronto  a  tutto  e
     desideroso che si risolvessero,  in qualunque modo,  i suoi dubbi,
     tuttavia  la  sostanza  stessa  del  fatto  rendeva  di   per   sé
     naturalmente plausibile la sorpresa.  L'angoscia lo opprimeva e lo
     tormentava.  In certi momenti perdeva addirittura il  senno  e  la
     memoria. Rientrato in sé dopo uno di quei momenti, si accorse che,
     in  modo  meccanico e incosciente,  faceva scorrere la penna sulla
     carta.  Non fidandosi di se stesso,  cominciava a ripassare  tutto
     quello  che  aveva  scritto,  e  non ci capiva niente.  Finalmente
     l'altro  Goljadkin,   che  fino  a  quel   momento   era   rimasto
     tranquillamente  seduto,  si  alzò  e,  attraverso  la  porta  che
     conduceva  in  un'altra  sezione,   scomparve  per  fare   qualche
     faccenda.  Goljadkin si guardò intorno: niente;  tutto tranquillo.
     Si sentiva soltanto lo scricchiolio delle penne,  il  fruscio  dei
     fogli girati e il parlottare negli angoli più lontani dal punto in
     cui  sedeva Andréj Filìppovic'.  Goljadkin guardò Antòn Antònovic'
     e,   poiché  molto  probabilmente  l'aspetto   del   nostro   eroe
     corrispondeva  perfettamente  alla sua situazione e si armonizzava
     con tutto il senso della faccenda e, di conseguenza,  pareva sotto
     certi  aspetti  piuttosto  fuori  dell'ordinario,  il  buon  Antòn
     Antònovic,' posata la penna da una parte,  si informò con insolito
     interesse della salute di Goljadkin.
     "Io,  Antòn  Antònovic',  grazie  a  Dio..."  disse,  inciampando,
     Goljadkin.  "Io,  Antòn Antònovic',  sto perfettamente  bene;  io,
     Antòn  Antònovic',  al  presente  non  c'è  male"  aggiunse un po'
     indeciso,  non fidandosi ancora del tutto del  più  volte  da  lui
     menzionato Antòn Antònovic'.
     "Ah!  mi  sembrava  che foste un po' indisposto;  del resto non ci
     sarebbe niente di straordinario,  ma speriamo  di  no!  In  questi
     tempi ci sono sempre tante epidemie... Sapete che..."
     "Sì,  Antòn Antònovic',  conosco l'esistenza di queste epidemie...
     Io, Antòn Antònovic',  non è che..." proseguì Goljadkin,  fissando
     lo sguardo su Antòn Antònovic', "io, vedete, Antòn Antònovic', non
     so neppure come voi, voglio dire, cioè, da quale lato voi dobbiate
     prendere questa faccenda, Antòn Antònovic'..."
     "Che cosa? Io vi... sapete... io confesso che non vi capisco bene;
     voi...  sapete,  voi... spiegatemi meglio sotto che punto di vista
     vi trovate imbarazzato" disse Antòn Antònovic',  sentendosi a  sua
     volta un po' imbarazzato nel vedere che Goljadkin aveva persino le
     lacrime agli occhi.
     "Io,  davvero...  qui,  Antòn Antònovic'...  qui c'è un impiegato,
     Antòn Antònovic'..."
     "Su, su... Continuo a non capire."
     "Voglio dire, Antòn Antònovic', che qui c'è un nuovo impiegato."
     "Sì, c'è: è un vostro omonimo."
     "Come?" grida Goljadkin.
     "Un vostro omonimo, dico: si chiama anche lui Goljadkin. Non è per
     caso vostro fratello?"
     "Non ne ho fratelli, Antòn Antònovic'."
     "Uhm!  Ma che dite?  Mi era sembrato che fosse un  vostro  stretto
     parente. Sapete, c'è una tale somiglianza..."
     Goljadkin  rimase paralizzato dallo stupore e per un po' la lingua
     gli si bloccò.  Trattare così alla buona una cosa così  mostruosa,
     mai  vista,  una cosa veramente rara nel suo genere,  una cosa che
     avrebbe colpito anche il  più  disinteressato  degli  osservatori,
     parlare di una semplice somiglianza, mentre era proprio come avere
     davanti uno specchio!
     "Sapete  che  cosa vi consiglio,  Jakòv Petrovic'?" prosegui Antòn
     Antònovic'.  "Andate da un medico e sentite  il  suo  parere.  Voi
     avete  una  cert'aria  proprio di non star bene.  Specialmente gli
     occhi...  sapete,  specialmente  gli  occhi  hanno  un'espressione
     particolare."
     "No,  Antòn Antònovic',  io,  certamente, sento... cioè, io vorrei
     chiedervi, come mai quest'impiegato?"
     "Cioè?"
     "Cioè, non avete,  Antòn Antònovic',  osservato in lui qualcosa di
     particolare, un qualcosa di troppo espressivo?"
     "Cioè?"
     "Cioè,  io voglio dire,  Antòn Antònovic',  una somiglianza troppo
     accentuata con qualcuno, per esempio con me. Proprio adesso, Antòn
     Antònovic',  avete parlato di una qualche somiglianza  di  tratti,
     avete  fatto,  così di sfuggita,  un'osservazione...  Sapete che a
     volte i gemelli sono così,  cioè  perfettamente  uguali  come  due
     gocce d'acqua, tanto che è impossibile distinguerli? Bene, proprio
     questo voglio dire."
     "Sissignore" disse Antòn Antònovic', dopo aver riflettuto un po' e
     come  se  per  la  prima  volta  fosse stato colpito da una simile
     osservazione. "Sissignore! Giustissimo.  E' una rassomiglianza che
     colpisce  veramente e voi avete fatto un'osservazione giustissima,
     poiché realmente vi si può scambiare l'uno per l'altro"  continuò,
     spalancando sempre più gli occhi.  "E sapete,  Jakòv Petrovic',  è
     una somiglianza prodigiosa,  fantastica addirittura,  come si dice
     talvolta, e cioè è perfettamente come voi... L'avete notato? Jakòv
     Petrovic'?  Io  volevo chiedervi spiegazioni,  lo confesso,  sulle
     prime non ci avevo fatto abbastanza caso. E' un miracolo,  un vero
     miracolo! Eppure, Jakòv Petrovic', voi non siete neppure nativo di
     qui, dico io!"
     "No, signore."
     "E nemmeno lui, sapete, è di qui. Forse delle vostre stesse parti.
     Vostra madre,  mi permetto di chiedervi, dove abitava per lo più?"
     "Avete detto...  avete detto,  Antòn Antònovic',  che lui non è di
     qui?"
     "Sì,  l'ho detto;  non è di qui.  E veramente come è strano, anche
     questo!" proseguì il ciarliero Antòn Antònovic',  per il quale era
     una vera festa mettersi a cianciare di qualcosa.  "In realtà è una
     cosa che suscita curiosità;  eppure,  gli passi spesso vicino,  lo
     sfiori,  lo urti,  magari,  ma non te ne accorgi.  Del resto,  non
     turbatevi. Sono cose che capitano.  Vi dirò,  ecco,  che la stessa
     cosa successe a una mia zia da parte di madre;  anche lei prima di
     morire vide il suo sosia..."
     "Nossignore, io... Scusate se vi interrompo, Antòn Antònovic', io,
     Antòn Antònovic',  volevo sapere come mai quest'impiegato,  cioè a
     quale titolo si trova qui..."
     "Al posto del defunto Semjòn Ivànovic', posto rimasto vacante; era
     rimasto un posto vuoto e così hanno messo lui.  Ecco, vedete, quel
     caro  Semjan  Ivànovic',  buon'anima,  tre  bambini,  dicono,   ha
     lasciato...  uno  più  piccolo  dell'altro.  La vedova è caduta in
     ginocchio ai piedi di sua eccellenza.  Dicono però che i soldi  li
     nasconda: ha del denaro, ma lo nasconde..."
     "Nossignore,  io,  Antòn Antònovic',  io,  ecco,  ancora di quella
     circostanza, dicevo..."
     "Cioè?  Ah,  sì!  Ma perché ve ne occupate tanto?  Vi ripeto:  non
     turbatevi.  Tutto  ciò è in parte provvisorio.  Ebbene?  Voi siete
     fuori causa; tutto ciò l'ha combinato Iddio in persona, è stata la
     sua volontà, e lamentarsene è peccato. In questo è evidente la sua
     saggezza. E voi qui, Jakòv Petrovic', a quanto capisco,  non siete
     colpevole per niente.  Ci sono forse pochi prodigi al mondo? Madre
     natura è generosa; ma di questo non si chiederà certo conto a voi,
     non dovrete risponderne voi.  Ecco,  per  esempio,  avete  sentito
     dire,  spero,  che  quelli sì...  ecco,  i fratelli siamesi,  sono
     attaccati insieme per il dorso e vivono, mangiano e dormono sempre
     insieme: e guadagnano, dicono, un mucchio di soldi."
     "Permettete, Antòn Antònovic'..."
     "Vi capisco, vi capisco! Sì! Ma che c'è? Niente! Io dico,  secondo
     il  mio  giudizio,  che  qui  non  c'è  niente che debba turbarvi.
     Ebbene?  E' un impiegato come un altro e sembra che  sia  un  buon
     lavoratore.  Dice che si chiama Goljadkin,  non è di queste parti,
     dice,  e è consigliere titolare.  Si è spiegato personalmente  con
     sua eccellenza."
     "Ah! E lui?"
     "Niente,  signore;  dicono che ha dato spiegazioni esaurienti, che
     ha presentato delle buone ragioni. Ha detto: le cose,  eccellenza,
     sono  così  e così,  beni di fortuna non ne ho e desidero prestare
     servizio in particolare sotto la vostra  lusinghiera  direzione...
     e, sapete, ha esposto con abilità tutto quanto serviva. E' un uomo
     intelligente, credo. Be', si capisce che si era presentato con una
     raccomandazione: senza di quella, si sa, non è possibile..."
     "Ma da parte di chi...  voglio dire,  cioè,  chi propriamente si è
     immischiato in questa vergognosa faccenda?"
     "Sissignore.  Dicono che  fosse  una  raccomandazione  buona:  sua
     eccellenza, dicono, ne ha anche riso con Andréj Filìppovic'."     "Ne ha riso 
con Andréj Filìppovic'?"
     "Sissignore;  ha riso soltanto così...  e ha detto che sta bene, e
     che lui da parte  sua  non  è  affatto  contrario,  purché  presti
     servizio fedelmente..."
     "Be'?...  e poi...  andate avanti,  signore.  Voi mi ridate animo,
     Antòn Antònovic'; vi supplico, signore, andate avanti..."
     "Permettete, io di nuovo vi... Be'! sì... Be',  ma non c'è niente;
     è  una  circostanza  che  non ha niente di straordinario: voi,  vi
     dico, non turbatevi,  in tutto questo non si può trovare niente di
     misterioso."
     "Nossignore. Io, cioè, voglio chiedervi, Antòn  Antònovic', se sua
     eccellenza  non  ha  aggiunto  altro...  a  proposito  di me,  per
     esempio?"
     "Cioè, come sarebbe a dire? Sissignore! Be', no... niente;  potete
     stare perfettamente tranquillo.  Sapete, naturalmente, si capisce,
     si tratta di un affare abbastanza strano e all'inizio...  ma ecco,
     io,  per esempio, all'inizio non ci avevo quasi fatto caso. Non so
     proprio come mai non me ne sia accorto fino a che voi  non  me  lo
     avete fatto ricordare.  Ma,  del resto, potete stare perfettamente
     tranquillo. Non ha detto niente, assolutamente niente di speciale"
     aggiunse il buon Antòn Antònovic', alzandosi dalla sedia.
     "Così, ecco, io, Antòn Antònovic'..."
     "Ah,  ma voi scusatemi,  signore.  Non ho fatto  che  ciarlare  di
     quisquilie  e  ecco  che  qui  c'è un affare importante,  urgente.
     Bisogna prendere informazioni."
     "Antòn Antònovic'!" risuonò  la  voce  cortesemente  invocante  di
     Andréj Filìppovic' "sua eccellenza vi desidera."
     "Subito, subito, Andréj Filìppovic', vado immediatamente." E Antòn
     Antònovic',  preso  un mucchio di carte,  si precipitò prima verso
     Andréj Filìppovic', e poi nello studio di sua eccellenza.
     "Ma com'è dunque, questa storia?" pensava intanto Goljadkin; "ecco
     che razza di giochetti si fanno qui da noi!  Ecco  che  venticello
     soffia  da  queste  parti...  Non c'è male: dunque,  sembra che la
     faccenda abbia preso una piega favorevolissima," diceva tra  sé  e
     sé  il  nostro  eroe,  stropicciandosi  le  mani  e,  per  la gran
     contentezza, senza nemmeno sentire la sedia sotto di sé.  "Così la
     nostra faccenda è una comunissima faccenda.  Così tutto finisce in
     un'inezia,  si risolve in una cosa da niente.  E in verità nessuno
     dice  niente,  nessuno  osa  fiatare;  i malandrini,  se ne stanno
     seduti,  intenti agli affari loro.  Benone,  benissimo!  Io voglio
     bene a una brava persona,  gliene ho sempre voluto e sono pronto a
     stimarla... D'altra parte, però, c'è questo,  che,  a pensarci su,
     questo  Antòn  Antònovic'...  ho quasi paura a fidarmene: è un po'
     troppo bianco di capelli e mi  sembra  che  la  vecchiaia  l'abbia
     rimbambito alquanto... La cosa più importante, in ogni modo, e più
     straordinaria  è  che  sua eccellenza non abbia detto niente e che
     abbia  lasciato  perdere:  ottima  cosa,  questa!  Non  posso  che
     applaudire!  Soltanto quell'Andréj Filìppovic',  però, che c'entra
     qui con le  sue  risatine?  Che  gliene  importa  a  lui?  Vecchio
     imbroglione!   Ce  l'ho  sempre  tra  i  piedi;  cerca  sempre  di
     attraversarti la strada come un gatto nero e continua con dispetti
     e ripicche, dispetti e ripicche..."
     Goljadkin tornò a dare un'occhiata in giro e  si  sentì  rianimato
     dalla  speranza.  Però,  continuava  ad  avere  l'impressione che,
     nonostante tutto,  un pensiero lontano,  un  pensiero  non  buono,
     venisse  a  turbarlo.  Gli venne persino l'idea di avvicinarsi lui
     stesso agli impiegati con una scusa o con l'altra,  di anticiparli
     di  corsa,  come  una  lepre,  e  perfino  (in un modo qualunque o
     all'uscita dall'ufflcio o  avvicinandoli  con  qualche  motivo  di
     servizio)  tra  una  parola  e l'altra accennare,  così vagamente:
     signori  così   e   così...   è   veramente   una   rassomiglianza
     stupefacente,   una  coincidenza  stranissima,   uno  scherzaccio,
     addirittura... Ossia scherzarci sopra lui per primo e sondare così
     la profondità del pericolo.  "Perché si sa che è l'acqua cheta che
     rovina i ponti..." concluse mentalmente il nostro eroe.
     Del  resto,  tutto  questo  il  nostro  eroe lo pensò soltanto: in
     compenso cambiò idea presto. Capiva che quello avrebbe significato
     mettere il  carro  davanti  ai  buoi...  "Il  tuo  temperamento  è
     questo!"  si  diceva,  battendosi  un colpetto sulla fronte con la
     mano, "cominci subito a rallegrarti... sei già tutto contento! Sei
     un'anima troppo ingenua! No,  Jakòv Petrovic',  è molto meglio che
     noi  due  abbiamo  pazienza,  è  meglio  che  abbiamo  pazienza  e
     aspettiamo!"
     Ciononostante,  come si è appena detto,  Goljadkin si sentiva  già
     rinascere alla speranza,  quasi fosse risuscitato alla vita.  "Non
     c'è male!" pensava,  "mi sento proprio come se mi fossi  scaricato
     dalla  schiena  otto  o  dieci  quintali!  Ma,  vedi  un  po'  che
     combinazione!  'Eppure lo scrigno si apriva tanto  facilmente!'(1)
     Krylòv  ha  ragione,  ha proprio ragione,  se ne intende...  è una
     testa fina quel grande scrittore di favole!  E in quanto a  quello
     là,  presti pure il suo servizio, lo presti pure, alla sua salute!
     purché non imbrogli nessuno e non rompa l'anima a nessuno;  faccia
     il suo servizio e io sono d'accordo, e approvo!"
     Intanto le ore passavano, volavano e, mentre meno te lo aspettavi,
     suonarono  le  quattro.  L'ufficio  fu chiuso;  Andréj Filìppovic'
     prese il cappello e,  come si conviene,  tutti  seguirono  il  suo
     esempio.  Il  signor Goljadkin si trattenne ancora un po',  giusto
     giusto il tempo necessario,  e volutamente  uscì  dopo  tutti  gli
     altri,  proprio per ultimo, quando tutti si erano sparpagliati per
     diverse direzioni.  Uscito in strada,  si sentì come in  paradiso,
     tanto  che  sentì  persino  il  desiderio  di fare un giretto e di
     passare per il Nevskij.  "Guarda un po' il  destino!"  pensava  il
     nostro eroe. "Un inatteso capovolgimento di tutto quanto. Il tempo
     si è rasserenato,  c'è il gelo e appaiono le slitte.  E il gelo si
     addice veramente al russo,  col gelo  il  russo  va  perfettamente
     d'accordo!  Mi piace l'uomo russo.  E c'è anche un po' di neve, la
     prima infarinatura, come direbbe un cacciatore; ecco, se su questa
     infarinatura ci fosse una lepre!... Che peccato! Ma, però, non c'è
     male!"
     Così si manifestava l'entusiasmo di Goljadkin e  intanto  qualcosa
     continuava a frullargli per la testa: angoscia,  no, non era... ma
     a tratti sentiva una tale stretta al  cuore  da  non  sapere  come
     confortarsi.   "Del  resto,   aspettiamo  un  giorno,   e  poi  ci
     rallegreremo.  Infine,  che  cos'è  questo?  Suvvia,   ragioniamo,
     vediamo...  Su,  mio giovane amico, lasciamo ragionare... lasciamo
     ragionare! Be', è un uomo come te,  prima di tutto,  assolutamente
     come te. E dunque? se c'è un uomo così, è forse una ragione perché
     io pianga?  Che importa a me?  Io me ne sto in disparte; io faccio
     un fischio e basta! E' così e basta!  Faccia pure il suo servizio,
     lui!  Be',  è  un  prodigio  e  una stranezza,  dicono là,  come i
     fratelli siamesi... Ma perché,  poi,  siamesi?  Loro sono gemelli,
     poniamo,  ma  anche  i  grandi  uomini  a  volte  erano  presi per
     originali.  Anche la storia  ci  insegna  che  al  famoso  Suvarov
     piaceva rifare il verso del gallo...  Be',  tutto questo lo faceva
     per politica; e i grandi condottieri...  sì,  del resto,  perché i
     condottieri?  Ecco,  io  me ne sto per conto mio,  e basta,  e non
     voglio conoscere  nessuno,  e  nella  mia  innocenza  disprezzo  i
     nemici.  Non  sono  un  intrigante e di questo ne vado orgoglioso.
     Sono onesto, retto, pulito, cortese e mitissimo di animo..."
     Di colpo Goljadkin si fermò e cominciò a tremare come una foglia e
     per un momento chiuse perfino gli occhi. Nella speranza, però, che
     l'oggetto della sua paura fosse una semplice illusione,  li riaprì
     infine  e  timidamente lanciò una rapida occhiata alla sua destra.
     No,  non era un'illusione!  A fianco  a  lui  sgambettava  il  suo
     conoscente del mattino,  sorrideva, lo guardava in viso e sembrava
     in attesa dell'occasione buona per attaccare discorso. Il discorso
     però non veniva.  Percorsero entrambi,  così,  una cinquantina  di
     passi.  Tutti gli sforzi di Goljadkin erano rivolti a intabarrarsi
     il  più  possibile,  nascondendosi  nel  pastrano  e  calzando  il
     cappello  sugli  occhi,  fino  al massimo possibile.  Per colmo di
     offesa,  il  pastrano  e  il  cappello  dell'amico  erano  proprio
     identici ai suoi, come se fossero stati tolti di dosso a Goljadkin
     in quel preciso istante.
     "Egregio  signore"  disse  finalmente il nostro eroe,  facendo uno
     sforzo per parlare a voce bassa e senza guardare il suo amico, "mi
     pare che noi andiamo per strade  diverse...  ne  sono  addirittura
     sicuro"  disse,  dopo  una pausa.  "Infine sono certo che mi avete
     compreso perfettamente..." aggiunse con  voce  abbastanza  severa,
     come conclusione.
     "Io  vorrei" disse finalmente l'amico di Goliadkin,  "io vorrei...
     voi certamente mi scuserete,  generosamente...  io non  so  a  chi
     rivolgermi qui... le mie circostanze... io spero che voi scuserete
     la  mia  audacia...   ho  avuto  persino  l'impressione  che  voi,
     stamattina,  spinto dalla compassione,  aveste un po'  d'interesse
     per  me.   Da  parte  mia,   ho  sentito  fin  dal  primo  sguardo
     un'attrazione  verso  di  voi,   io..."  E  qui  Goljadkin  augurò
     mentalmente al nuovo collega di sparire sotto terra.
     "Se   osassi  sperare  che  voi,   Jakòv  Petrovic',   mi  voleste
     benignamente ascoltare..."
     "Ma noi...  noi qui...  noi..  sarebbe meglio andare a  casa  mia"
     rispose  il nostro Goljadkin,  "noi ora passeremo dall'altra parte
     del Nevskij,  là ci troveremo più comodi e poi per il vicolo...  è
     meglio che prendiamo per il vicolo."
     "Bene, signore. Prendiamo pure per il vicolo" disse timidamente il
     dolce  compagno di strada di Goljadkin,  come se,  rispondendo con
     quel tono,  volesse far capire che  lui,  manco  a  pensarlo!  non
     poteva  fare  delle  difflcoltà e che,  nella condizione in cui si
     trovava, era prontissimo a accontentarsi di un vicolo. Per ciò che
     riguarda Goljadkin,  non capiva assolutamente quello che gli stava
     capitando.  Non  credeva  a  se stesso.  Non si era ancora ripreso
     dallo sbalordimento.


     NOTE DEI TRADUTTORI.

     NOTA 1: Verso di Ivan Krylòv (1768-1864),  famosissimo  autore  di
     favole.





     7.

     Si  riprese  un po' quando si trovò sulla scala,  nell'entrare nel
     suo  appartamento.   "Ah,   che  testa  di  montone!"  si  insultò
     mentalmente,  "dove diavolo lo porto? Vado a impiccarmi da solo...
     Cosa penserà mai Petruska nel vederci insieme?  Che cosa avrà  ora
     l'audacia  di  gabolare,   quel  mascalzone?   e  lui  è  un  tipo
     sospettoso..." Ma ormai era troppo tardi per  pentirsi;  Goljadkin
     bussò,  la  porta si aprì e subito Petruska cominciò a togliere il
     cappotto all'ospite e al padrone.  Goljadkin diede un'occhiata  di
     sbieco a Petruska, gli lanciò appena uno sguardo rapido, cercando,
     attraverso  l'espressione del viso,  di scoprirne i pensieri.  Ma,
     con suo enorme stupore, vide che il suo domestico era mille miglia
     lontano dal mostrarsi meravigliato: sembrava  addirittura  che  si
     aspettasse  qualcosa  di  simile.  Naturalmente  ora  guardava  in
     cagnesco,  di traverso e sembrava pronto a divorare  chi  sa  chi.
     "Sta  a vedere che qualcuno oggi li ha stregati tutti!" pensava il
     nostro eroe,  "che qualche demonio  abbia  fatto  il  giro?  Senza
     dubbio  oggi c'è in tutti qualcosa di particolare.  Che il diavolo
     mi porti, è un bel tormento!"
     Ecco che,  continuando a rimuginare in tal modo,  Goljadkin  portò
     l'ospite  nella  sua  stanza  e lo pregò umilmente di accomodarsi.
     L'ospite, era chiaro, era in grandissimo imbarazzo e,  intimidito,
     seguiva  umilmente  tutti  i  movimenti  del  padrone di casa,  si
     attaccava  a  ogni  suo  sguardo  e  sembrava  che   cercasse   di
     indovinarne  i  pensieri.  In tutti i suoi gesti c'era qualcosa di
     avvilito, di abbattuto, di spaventato, tanto che,  se potrà valere
     il  paragone,  assomigliava  in  quel  momento a un uomo che,  non
     avendo un abito suo, indossasse quello di un altro: le maniche gli
     salgono in alto, la vita arriva quasi alla nuca e lui,  ora non fa
     che aggiustarsisi il panciotto troppo corto, ora dà di fianco e si
     sposta  da una parte,  ora studia il momento giusto per rintanarsi
     in qualche angoletto,  ora  fissa  gli  occhi  su  tutti  e  tende
     l'orecchio  se  mai qualcuno non accenni alla sua condizione,  non
     rida alle sue spalle e non si vergogni di lui...  e quest'uomo  si
     sente  avvampare,  quest'uomo  si smarrisce,  e il suo orgoglio ne
     soffre...  Goljadkin posò  il  cappello  sulla  finestra;  per  un
     movimento  brusco  il  cappello  cadde sul pavimento.  L'ospite si
     precipitò a raccoglierlo,  lo ripulì dalla polvere,  lo rimise con
     attenzione  al  posto  di  prima  e  il suo lo posò sul pavimento,
     vicino alla sedia,  sul cui bordo lui stesso  si  era  timidamente
     messo a sedere. Questa circostanza, apparentemente insignificante,
     aprì  in  parte gli occhi a Goljadkin;  comprese che c'era un gran
     bisogno di lui e perciò non indugiò più a lambiccarsi il  cervello
     sul  modo di attaccare discorso col suo visitatore,  lasciando che
     lui stesso, come si conveniva, si prendesse questa briga. L'ospite
     però, da parte sua, non cominciava nemmeno lui,  sia per timidezza
     sia per un leggero senso di vergogna,  sia perché, per educazione,
     aspettava l'iniziativa  del  padrone  di  casa.  Chi  lo  sa?  era
     difflcile capirci qualcosa.  In questo momento entrò Petruska,  si
     fermò sulla soglia e fissò lo sguardo  sulla  parte  perfettamente
     opposta a quella in cui si trovavano l'ospite e il suo padrone.
     "Mi   ordinate   di   prendere  il  pranzo  per  due?"  disse  con
     indifferenza e con voce leggermente rauca.
     "Io... io non so... voi... Sì, caro, sì, prendine per due."
     Petruska uscì. Goljadkin guardò l'ospite. Era diventato rosso fino
     alle orecchie.  Goljadkin era un brav'uomo  e  perciò,  per  bontà
     d'animo, improvvisò subito una teoria:
     "Poveraccio" pensava,  "ha il posto solo da un giorno; a suo tempo
     avrà certamente  sofferto:  forse,  l'unica  sua  proprietà  è  un
     vestituccio decente,  e non avrà di che mangiare. Ma guarda un po'
     com'è abbattuto! No,  non fa niente;  da un certo punto,  anzi,  è
     meglio..."
     "Scusatemi,   se  io..."  cominciò  Goljadkin  "ma,  a  proposito,
     permettete che vi chieda come vi devo chiamare..."
     "Io...  Io...  Jakòv Petrovic'"  mormorò  appena  percettibilmente
     l'ospite, come mortificato e quasi vergognandosi e chiedendo scusa
     di chiamarsi anche lui Jakòv Petrovic'.
     "Jakòv  Petrovic'!" ripeté il nostro eroe,  incapace di nascondere
     il suo turbamento.     "Sì,  signore,  proprio così...  Sono un vostro  
omonimo"  rispose
     pieno di umiltà il visitatore, osando sorridere e dire qualcosa in
     tono scherzoso. Ma subito si ammosciò e assunse un aspetto serio e
     un  po'  anche  turbato,  essendosi accorto che il padrone di casa
     aveva proprio altro per la testa che gli scherzi.
     "Voi... permettetemi che vi chieda per quale motivo ho l'onore..."
     "Conoscendo  la  vostra  magnanimità  e  le  vostre   virtù,"   lo
     interruppe l'ospite rapidamente,  ma in tono timido,  alzandosi un
     po' dalla sedia "ho  osato  rivolgermi  a  voi  e  sollecitare  la
     vostra...  conoscenza  e  la vostra protezione" concluse l'ospite,
     evidentemente  faticando  a  trovare  le  espressioni,  scegliendo
     parole non troppo servili e adulatrici, per non compromettersi dal
     punto  di vista dell'amor proprio,  ma nemmeno troppo audaci,  che
     avrebbero richiamato  al  pensiero  una  sconveniente  parità.  In
     genere  bisogna  dire che l'ospite di Goljadkin si comportava come
     un accattone di buona famiglia, in un frac tutto rammendi e con un
     passaporto  in  tasca  intestato   a   un   nobile,   non   ancora
     familiarizzatosi col modo di tendere la mano come si conviene.
     "Voi mi sconcertate" rispose Goljadkin,  guardando se stesso, e le
     pareti, e l'ospite; "in che cosa potrei io...  cioè,  voglio dire,
     sotto  quale  punto  di  vista  posso esattamente esservi utile in
     qualche cosa?"
     "Io,  Jakòv Petrovic',  mi sono sentito attratto da  voi  fin  dal
     primo sguardo e,  siate generoso e perdonatemi,  ho riposto in voi
     le mie speranze, ho osato sperare, Jakòv Petrovic'. Io...  io sono
     qui un uomo sperduto,  Jakòv Petrovic',  sono povero,  ho sofferto
     molto, Jakòv Petrovic', e qui sono ancora nuovo. Avendo saputo che
     voi,  oltre le comuni,  innate virtù della  vostra  anima  eletta,
     avete anche il mio cognome..."
     Goljadkin aggrottò il viso.
     "...  il mio cognome e siamo nativi delle stesse parti,  ho deciso
     di rivolgermi a voi e di esporvi la difficile condizione in cui mi
     trovo."
     "Bene,  bene...  Veramente non so proprio che cosa dirvi"  rispose
     con voce turbata Goljadkin; "ecco, dopo pranzo, ne parleremo..."
     L'ospite  fece  un  inchino;   fu  portato  il  pranzo.   Petruska
     apparecchiò  tavola  e  l'ospite  e  il  padrone  si  accinsero  a
     sfamarsi.  Il  pranzo  non  durò  molto perché tutti e due avevano
     fretta.  Il padrone perché non si sentiva a suo agio e  perché  si
     vergognava  di  quel pranzo così cattivo;  in parte perché avrebbe
     voluto far mangiare bene l'ospite,  e in parte perché gli  sarebbe
     piaciuto  mostrare  che  non viveva da poveraccio.  Dal canto suo,
     l'ospite era molto turbato e confuso al massimo.  Dopo aver  preso
     una  volta  il  pane  e  aver mangiato la sua fetta,  non aveva il
     coraggio  di  allungare  la  mano  verso  una  seconda  fetta,  si
     tratteneva   dal   prendere   i   bocconi  migliori  e  assicurava
     continuamente  di  non  avere  fame,   che  il  pranzo  era  stato
     eccellente  e  che,  per  conto  suo,  era  soddisfattissimo e non
     l'avrebbe dimenticato fino alla morte.  Quando  ebbero  finito  di
     mangiare, Goljadkin accese la pipa, e ne offrì all'ospite un'altra
     che  teneva  da  parte  per  gli amici;  si misero a sedere uno di
     fronte  all'altro  e  l'ospite  cominciò  a  raccontare   le   sue
     avventure.
     Il  racconto  del  signor  Goljadkin numero due continuò per tre o
     quattro ore.  La sua storia,  del resto,  era costituita dalle più
     banali e squallide,  se così si può dire, circostanze. Si trattava
     di un impiego in  un  ufficio  del  distretto,  di  non  so  quali
     procuratori e presidenti,  di certi intrighi di cancelleria, della
     dissolutezza di  uno  dei  capufficio,  di  un  ispettore,  di  un
     improvviso  cambiamento  dei  superiori,  del  fatto che il signor
     Goljadkin  numero  due  aveva  sofferto,  pur  essendo  del  tutto
     innocente;  di  una vecchissima zia Pelagheja Semjònovna;  di come
     lui,  per le varie manovre di certi suoi nemici,  avesse perso  il
     posto e fosse venuto a piedi a Pietroburgo; e come avesse stentato
     e  sofferto  lì  a  Pietroburgo,   come  avesse  a  lungo  cercato
     inutilmente un posto e avesse speso tutto, fosse vissuto quasi per
     la strada,  mangiando pane secco e dissetandosi con le sue proprie
     lacrime e dormendo sul nudo pavimento,  e, infine, di come qualche
     anima  pietosa  avesse  preso  a  darsi  da  fare   per   lui,   a
     raccomandarlo  di  qua  e di là e gli avesse generosamente trovato
     quel  nuovo  impiego.   L'ospite  del  signor  Goljadkin,   mentre
     raccontava,  piangeva  e si asciugava le lacrime con un fazzoletto
     azzurro  a  quadri,  molto  simile  a  un'incerata.  Concluse  poi
     dichiarando   che   si  era  completamente  confidato  col  signor
     Goljadkin e confessò che,  non solo non aveva i mezzi per vivere e
     sistemarsi dignitosamente,  ma nemmeno per farsi un po' di corredo
     come si deve;  che,  ecco,  aggiunse,  non era riuscito nemmeno  a
     racimolare il denaro necessario per un paio di stivaletti e che la
     divisa  per  l'ufficio aveva dovuto noleggiarla da qualcuno per un
     po' di tempo.
     Goljadkin era intenerito,  era veramente commosso.  Del  resto,  e
     nonostante  la storia del suo ospite fosse delle più banali,  ogni
     sua parola si era posata sul suo cuore come una manna celeste.  Il
     fatto  è  che  Goljadkin  stava  dimenticando i suoi ultimi dubbi,
     aveva sciolto il suo animo alla libertà e alla gioia  e,  in  cuor
     suo,  si  dava  dell'imbecille!  Era  tutto  così naturale!  C'era
     proprio di che prendersela tanto e di essere così agitato?  Be'...
     a dire il vero c'era una questione piuttosto delicata, ma via! non
     era  poi  una  disgrazia:  quella  non  poteva disonorare un uomo,
     macchiarne  l'amor  proprio  e  rovinare  la  sua   carriera,   se
     quest'uomo  non aveva nessuna colpa,  se la natura stessa vi aveva
     contribuito. E,  inoltre,  l'ospite chiedeva protezione,  l'ospite
     piangeva, l'ospite accusava il destino, era un uomo così semplice,
     senza   malizia   e  senza  scaltrezza,   era  un  uomo  meschino,
     insignificante, e sembrava che lui stesso si facesse scrupolo, sia
     pure sotto un altro punto di vista,  della così strana somiglianza
     con  il  padrone  di  casa.  Si  comportava  in  modo estremamente
     rassicurante e stava attento a compiacere il suo ospite e aveva lo
     sguardo dell'uomo che,  straziato dai  rimorsi  di  coscienza,  si
     sente colpevole di fronte a un altro uomo.  Se il discorso andava,
     per  esempio,   su  qualche  cosa   un   po'   ambigua,   l'ospite
     immediatamente  approvava  l'opinione  di  Goljadkin.  Se  invece,
     chissà come, lui,  con la sua opinione,  andava per sbaglio contro
     Goljadkin   e   si   accorgeva  di  essersi  messo  fuori  strada,
     immediatamente si riprendeva,  dava spiegazioni  e  faceva  subito
     capire che la vedeva in tutto e per tutto come il padrone di casa,
     la pensava allo stesso modo e considerava ogni cosa dal suo stesso
     punto  di vista.  In una parola,  l'ospite non risparmiava nessuno
     sforzo per cercare di "trovarsi" all'unisono con Goljadkin,  tanto
     che,   alla   fine,   Goljadkin   concluse   che   doveva   essere
     un'amabilissima persona,  proprio sotto ogni profilo.  Tra l'altro
     fu servito il tè,  erano già suonate le nove. Goljadkin si sentiva
     di umore eccellente,  era diventato allegro,  scherzoso,  a poco a
     poco  si  era  abbandonato  all'ilarità e alla fine si era gettato
     nella più  vivace  e  interessante  delle  conversazioni  col  suo
     ospite. Goljadkin, sotto l'influsso dell'allegria, si compiaceva a
     volte  di  raccontare  qualche  cosa  di interessante.  Così anche
     adesso: raccontò all'ospite molte cose sulla  capitale,  sui  suoi
     divertimenti  e  le  sue bellezze,  sui teatri,  sui circoli,  sul
     quadro di Brjulòv ("Gli ultimi giorni di Pompei");  parlò  di  due
     inglesi  venuti espressamente dall'Italia a Pietroburgo per vedere
     la cancellata del Giardino d'Estate  e  immediatamente  ripartiti;
     parlò dell'ufficio,  di Olsufij Ivànovic' e di Andréj Filìppovic';
     del fatto che la Russia da un'ora all'altra avanza  a  gran  passi
     verso  la  perfezione e che qui l'arte letteraria è oggi in fiore;
     ricordò un piccolo aneddoto,  letto poco tempo prima su "L'ape del
     Nord",  disse  che  in  India  vive  un  serpente  dotato di forza
     straordinaria; infine parlò del barone Brambeus eccetera eccetera.
     In conclusione,  Goljadkin era soddisfattissimo,  prima  di  tutto
     perché si sentiva completamente tranquillo,  e poi perché non solo
     non aveva più alcuna paura dei suoi nemici,  ma era anche  pronto,
     adesso,  a sfidarli tutti alla lotta più decisiva; e infine perché
     lui stesso in persona accordava la sua protezione e compiva,  alla
     fine  dei  conti,  una buona azione.  Riconosceva però in fondo al
     cuore,  che in quel momento non era ancora  completamente  felice,
     che  dentro  di  lui  si nascondeva ancora un tarlo,  piccolissimo
     però,  che anche in quel preciso momento gli rodeva il  cuore.  Lo
     tormentava  oltre  ogni  limite il ricordo della serata in casa di
     Olsufij Ivànovic'.  Avrebbe dato ora chissà che cosa perché niente
     ci fosse stato di quanto era accaduto la sera prima. "Del resto, è
     cosa da niente!" concluse,  alla fine,  il nostro eroe,  e in cuor
     suo decise fermamente di comportarsi da ora in poi bene e  di  non
     commettere  più  simili  errori.  Poiché  Goljadkin  si era adesso
     completamente rianimato e si sentiva quasi  completamente  felice,
     gli  venne perfino in mente di godersi un po' la vita.  Fu portato
     da Petruska il rum e fu portato un ponce. L'ospite e il padrone di
     casa ne bevvero un bicchierino  per  uno  e  poi  fecero  il  bis.
     L'ospite  si  dimostrò sempre più amabile e da parte sua offrì più
     di una prova della sua rettitudine e del  suo  carattere  gioioso;
     partecipava vivamente alla contentezza di Goljadkin e sembrava che
     si rallegrasse soltanto della sua gioia e lo guardava come il vero
     e  unico suo benefattore.  Prese la penna e un foglietto di carta,
     pregò Goljadkin di non guardare quello che stava  per  scrivere  e
     poi,  quando ebbe finito, fu lui stesso a far vedere al padrone di
     casa ciò che aveva scritto. Era una quartina, scritta con notevole
     sentimento,  del resto,  e con bello stile e bella calligrafia  e,
     come sembrava evidente, creata dello stesso amabile ospite:

     "Se tu mi scorderai
     giammai ti scorderò;
     nella vita può tutto accadere,
     ma tu non scordarti di me!"

     Con  le  lacrime  agli  occhi Goljadkin abbracciò il suo ospite e,
     commosso fino in fondo all'anima,  cominciò a iniziarlo in  alcuni
     suoi  misteriosi segreti,  mentre il discorso batteva sempre sullo
     stesso tasto: Andréj Filìppovic' e  Klara  Olsùfevna.  "Noi  due,"
     diceva  il  nostro  eroe al suo ospite "noi due,  Jakòv Petrovic',
     vivremo come l'acqua e il pesce, come veri fratelli; noi, mio buon
     amico,  giocheremo d'astuzia,  la useremo di  comune  accordo,  da
     parte nostra intrigheremo per far loro dispetto,  intrigheremo....
     Ma non fidarti  di  quella  gente!  Io  ormai  ti  conosco,  Jakòv
     Petrovic',  e  capisco  il  tuo  carattere:  tu,  senza  pensarci,
     spiffererai tutto... sei un'anima così sincera! Tu, fratello, stai
     lontano  da  tutti  loro!"  L'ospite,   assolutamente   d'accordo,
     ringraziò  Goljadkin;  e  anche  lui,  alla  fine,  versò  qualche
     lacrimuccia. "Sai,  Jascja" continuò Goljadkin con voce tremante e
     debole, "tu, Jascja, ti sistemerai qui da me per un po' di tempo o
     anche  per  sempre.  Ci metteremo d'accordo.  Che te ne pare,  eh,
     fratello?  Ma tu non turbarti e non mormorare perché c'è oggi  tra
     noi  una  così  strana  circostanza:  mormorare,  fratello mio,  è
     peccato; è opera della natura, questa!  E madre natura è generosa,
     ecco,  fratello,  Jascja! Questo ti dico perché ti voglio bene, ti
     voglio bene come  un  fratello.  E  noi  due,  Jascja,  giocheremo
     d'astuzia,  gli  scaveremo  il  terreno sotto i piedi e gli faremo
     abbassare la cresta." Si arrivò,  finalmente  al  terzo  e  quarto
     bicchierino di ponce a testa e allora Goljadkin cominciò a provare
     due  sensazioni:  la  prima,  di una straordinaria felicità,  e la
     seconda, di non potere più star dritto sulle gambe.  L'ospite,  si
     capisce,  fu  invitato  a  pernottare.  Su  due sedie accostate fu
     sistemato alla meglio un giaciglio. Il signor Goljadkin numero due
     dichiarò che sotto un tetto amico era dolce dormire anche sul nudo
     pavimento; che,  per conto suo,  avrebbe preso sonno ovunque fosse
     capitato,  con  umiltà  e  riconoscenza;  che  ora  si  sentiva in
     paradiso e,  infine,  che aveva in vita sua sopportato disgrazie e
     dolori,  che ne aveva viste di tutti i colori, aveva sopportato di
     tutto e - chi può conoscere il futuro?  - avrebbe  dovuto,  forse,
     penare  ancora molto.  Il signor Goljadkin numero uno protestava e
     si metteva a dimostrare che bisogna affidare ogni speranza a  Dio.
     A  questo  punto  Goljadkin  prima osservò che i turchi,  sotto un
     certo punto di vista,  avevano ragione invocando il  nome  di  Dio
     anche nel sonno. Poi, discordando, d'altronde, con alcuni saggi su
     certe  calunnie  lanciate al profeta turco Maometto e riconoscendo
     che nel suo  genere  era  un  grande  politico,  Goljadkin,  passò
     all'interessantissima  descrizione  di  una  bottega  da  barbiere
     algerina, di cui aveva letto in non so quale antologia. L'ospite e
     il padrone di casa  risero  molto  sulla  semplicità  d'animo  dei
     turchi; non potevano però negare la dovuta ammirazione per il loro
     fanatismo, eccitato dall'oppio... L'ospite, finalmente, cominciò a
     svestirsi,  e  Goljadkin  si  ritirò dietro il tramezzo,  vuoi per
     bontà d'animo,  perché poteva anche darsi che  quello  non  avesse
     neanche  una  camicia  decente  e non era il caso di confondere un
     uomo che, anche senza quello, aveva già abbastanza sofferto;  vuoi
     per  assicurarsi su Petruska,  tastare il terreno,  rallegrarlo se
     fosse stato possibile e  anche  dimostrargli  un  po'  di  affetto
     affinché  fossero  ormai tutti felici e non rimanesse sulla tavola
     del sale sparso.  Non bisogna dimenticare che Petruska  continuava
     ancora a preoccupare un po' Goliadkin.
     "Tu,  Pjotr,  vattene a dormire,  adesso" gli disse amorevolmente,
     entrando nel reparto del suo domestico. "Va' a dormire e svegliami
     domattina alle otto. Capito, Petruska?"
     Goljadkin parlò in  modo  insolitamente  affettuoso  e  dolce.  Ma
     Petruska taceva.  Stava,  in quel momento, dandosi da fare intorno
     al suo letto e non si girò nemmeno verso il padrone, cosa che, non
     fosse altro che per un senso di rispetto  verso  di  lui,  avrebbe
     dovuto fare.
     "Ehi,  Pjotr,  hai  sentito  quello  che  ti  ho  detto?" proseguì
     Goljadkin.  "Ora vattene a letto e  domani  svegliami  alle  otto.
     Capito?"
     "Ma sì,  capisco, che diavolo c'è di strano?" borbottò tra i denti
     Petruska.
     "Va bene, va bene,  Petruska: ti dico questo solo perché sia anche
     tu tranquillo e felice.  Noi,  ora,  siamo tutti felici,  e perciò
     siilo anche tu! E ora ti auguro la buona notte.  Dormi,  Petruska,
     dormi...  dobbiamo tutti tirare la carretta... E tu, fratello, non
     pensare a chissà che cosa, sai..."
     Goljadkin aveva cominciato a dire non so che cosa,  ma  si  fermò.
     "Non sarà troppo" pensò,  "non avrò poi detto troppo? Sempre così,
     io: vado sempre troppo oltre." Il nostro eroe uscì dal reparto  di
     Petruska scontentissimo di sé. Inoltre la ruvidezza e la freddezza
     di  Petruska  l'avevano un po' mortificato.  "Con quel briccone si
     scherza,  a quel briccone il  padrone  rende  onore  e  lui  resta
     impassibile" pensò Goljádkin. "Del resto, è sempre questa l'infame
     tendenza di questa razza di gente!" Leggermente barcollando, tornò
     in camera e,  visto che il suo ospite era già coricato,  si mise a
     sedere un momento vicino al suo letto. "Confessa, Jascja" cominciò
     a dire in un bisbiglio e abbassando la testa, "confessa, furfante,
     che sei pur colpevole di fronte a me!  Tu,  mio caro omonimo,  sai
     che..."  continuò,  scherzando  in  modo  abbastanza familiare con
     l'ospite. Finalmente, dopo un amichevole saluto,  Goljadkin andò a
     dormire.  L'ospite,  intanto,  già russava. Goljadkin da parte sua
     cominciò a sdraiarsi nel letto e intanto,  ridacchiando tra  sé  e
     sé,  mormorava: "Il fatto è che oggi, colombello mio, sei ubriaco,
     Jakòv Petrovic', mascalzone che sei... tu, Goljadkin... con questo
     tuo cognome!  Ma suvvia perché ti sei  tanto  rallegrato?  Domani,
     vedrai,  ci sarà di che piangere, piagnucolone che sei... che devo
     fare di te?" A questo punto una sensazione  abbastanza  strana  si
     impadroni di Goljadkin fin nel profondo,  una sensazione simile al
     dubbio o al pentimento.  "Mi sono un po' troppo  lasciato  andare"
     pensava, "e adesso sento un frastuono nella testa, e sono ubriaco;
     non hai saputo resistere,  imbecille che non sei altro!  hai detto
     stupidaaggini a tutt'andare e ti preparavi anche a fare il  furbo,
     mascalzone!   Si   sa  che  il  perdono  e  l'oblio  delle  offese
     costituiscono una virtù nobilissima, ma, con tutto ciò, è una cosa
     che non va!  E' proprio così!" A questo punto  Goljadkin  si  alzò
     prese  una candela e,  in punta di piedi,  andò a dare un'occhiata
     all'ospite addormentato. Rimase a lungo davanti a lui,  immerso in
     profonda  meditazione.  "Che  quadro  antipatico!  Una  buffonata,
     un'autentica buffonata, fatta e finita!"
     Infine Goljadkin si distese nel letto.  La sua testa era piena  di
     rumori,  di  crepitii,  di  suoni.  Cominciò ad addormentarsi,  ad
     addormentarsi...  si sforzava  di  tener  fisso  un  pensiero,  di
     ricordare  qualcosa  di molto interessante,  di risolvere un certo
     importante problema,  una certa delicata questione...  ma  non  ci
     riusciva.  Il  sonno arrivò di colpo sulla sua malcapitata testa e
     sprofondò nel sonno in cui sono solite sprofondare le persone che,
     non abituate a bere,  hanno ingoiato di colpo cinque bicchieri  di
     ponce in una seratina tra amici.




     NOTE DEI TRADUTTORI.

     NOTA 1: Pseudonimo di Senkonskij,  critico e letterato,  fondatore
     del giornale "Biblioteca di letture".


















     8.

     Il giorno dopo Goljadkin si svegliò come al solito alle  otto;  e,
     appena sveglio, gli si ricordò subito degli avvenimenti della sera
     precedente: se ne ricordò e si rabbuiò in viso.
     "Una parte da stupido ho recitato ieri sera!" pensò,  sollevandosi
     sul letto e gettando un'occhiata al letto  dell'ospite.  Ma  quale
     stupore!  Nella camera non solo non c'era più l'ospite, ma nemmeno
     il letto!  "Che significa  questo?  Che  vuol  dire  questa  nuova
     circostanza?"  Mentre  Goljadkin,  sbalordito,  guardava  a  bocca
     aperta il posto vuoto, la porta scricchiolò e entrò Petruska,  che
     portava il vassoio col tè.  "Ma dov'è?  Dov'è?" pronunciò con voce
     appena udibile  il  nostro  eroe,  indicando  col  dito  il  posto
     occupato  la  sera  prima dall'ospite.  Petruska non rispose e non
     guardò nemmeno il suo padrone,  ma girò gli occhi verso l'angolo a
     destra,  tanto  che lo stesso Goljadkin fu spinto a guardare anche
     lui in quell'angolo. Però, dopo un breve silenzio,  Petruska,  con
     voce rauca e ruvida rispose "che il padrone non era in casa".
     "Sei  stupido,  sai:  il  tuo  padrone sono io,  Petruska" esclamò
     Goljadkin con voce spezzata e guardando con gli occhi sbarrati  il
     suo domestico.
     Petruska  non  rispose,  ma  fissò Goljadkin in un modo che quello
     arrossì fino  alle  orecchie;  quello  sguardo  aveva  un'aria  di
     rimprovero   così   oltraggiosa,   da   essere  davvero  simile  a
     un'ingiuria. A Goljadkin cascarono, come si suol dire, le braccia.
     Finalmente Petruska spiegò che già da un'ora e mezzo "l'altro"  se
     ne era andato e non aveva voluto aspettare. Certamente la risposta
     era  verosimile  e credibile;  si vedeva che Petruska non mentiva,
     che quello sguardo insultante e la parola "l'altro" da lui  usata,
     non  era  che  una  conseguenza  della nota,  disgraziata vicenda,
     capiva però,  anche se vagamente,  che lì c'era qualcosa  che  non
     andava  e che il destino gli stava preparando ancora qualche altro
     tiro,  non esattaamente gradevole.  "Bene,  vedremo," disse tra sé
     "vedremo  e a suo tempo metteremo tutto in chiaro...  Ah,  Signore
     mio dio!" gemette alla fine,  con voce ormai  del  tutto  diversa.
     "Perché  mai l'ho invitato,  perché poi ho fatto tutto questo?  Ma
     sono io stesso che vado a ficcarmi nelle loro  trame  truffaldine,
     io stesso mi metto la corda al collo!  Ah,  testa,  testa! Non sei
     nemmeno  capace  di  trattenerti  dal  raccontare  bugie  come  un
     ragazzaccio qualsiasi,  un qualsiasi giovane di cancelleria,  come
     un qualunque imbecille di impiegatuccio, un cencio,  un puzzolente
     straccio qualunque, pettegolo che non sei altro, donnicciola!... O
     santi protettori!  E anche dei versi ha scritto, il furfante, e mi
     ha fatto una dichiarazione d'amore!  Come  potrei...  Come  potrei
     mostrare  la porta in modo adeguato a quel furfante,  se tornasse?
     Si sa, modi e metodi ce n'è in quantità. Così e così...  dirò,  si
     sa,  il  mio  stipendio  è limitato...  Oppure mettergli un po' di
     paura addosso,  in un modo o nell'altro,  facendogli presente che,
     data la situazione, sono costretto a dire le cose come stanno... e
     bisogna,  dirò,  bisogna pagare a metà vitto e alloggio, e i soldi
     vanno dati anticipatamente. Ehm! no...  che il diavolo mi porti...
     no!  Una  cosa  simile  mi  disonorerebbe.  Sarebbe  assolutamente
     indelicata! Ecco, si potrebbe forse fare in un'altra maniera, così
     per esempio: suggerire  a  Petruska  qualche  idea  perché  gliene
     combini  qualcuna,  si  mostri in qualche modo negligente verso di
     lui, gli risponda con insolenza, costringendolo così a andare via?
     Aizzarli così l'uno contro l'altro...  No,  no,  che il diavolo mi
     porti!  Questo  è  pericoloso e poi anche questo,  a vederlo da un
     certo  punto  di  vista...   be',   no,   non  va   assolutamente!
     Assolutamente  non  va!  E  se  lui non venisse più?  Anche questo
     sarebbe un male?  Gliene ho raccontate tante ieri sera!  Eh  male,
     male! Ah, questa nostra faccenda è piuttosto mal messa! Ah, testa,
     testa  mia  maledetta!  Non puoi imparare quello che si deve fare!
     Be',  e se lui tornasse e non accettasse?  Voglia Iddio che venga!
     Sarei  contentissimo,  se  venisse: non so che cosa darei,  perché
     venisse..."
     Così ragionava Goljadkin,  mentre ingoiava il suo  tè  e  guardava
     continuamemente l'orologio. "Adesso sono le nove meno un quarto: è
     ora  di andare.  Ma qualcosa succederà: che diavolo mai succederà?
     Vorrei  proprio  sapere  che  cosa  si  nasconde  qui   di   tanto
     particolare...  lo  scopo,  le  intenzioni e i vari sotto sotto...
     Sarebbe bene poter sapere a cosa precisamente  miri  tutta  questa
     gente e quale sarà il loro primo passo..."
     Goljadkin  non  poté resistere oltre,  mise via la pipa senza aver
     finito di fumare, si vestì e si precipitò in ufficio, desiderando,
     se  possibile,  di  afferrare  il  pericolo  per  le  corna  e  di
     sincerarsi  di  ogni  cosa  con  la  sua personale presenza.  E un
     pericolo c'era: lo sapeva benissimo,  che un pericolo  c'era.  "Ma
     ecco  noi...  noi  ne  verremo  a  capo"  mormorava  dentro  di sé
     Goljadkin  mentre,   in  anticamera,   si  toglieva   cappotto   e
     soprascarpe,  "noi  andremo  a  fondo  di  tutte queste faccende".
     Deciso così ad agire,  il nostro eroe si ravviò i  capelli,  prese
     un'aria autorevole e ufficiale, e era in procinto di entrare nella
     stanza attigua,  quando all'improvviso,  proprio sulla soglia,  si
     scontrò col conoscente,  amico e compagno  della  sera  prima.  Il
     signor  Goljadkin  numero  due  sembrò  non  accorgersi del signor
     Goljadkin numero uno, benché si fossero scontrati faccia a faccia.
     Il signor Goljadkin numero due era, a quanto pareva,  indaffarato,
     correva non so dove,  ansimava, aveva un'aria così ufficiale, così
     impegnata, che ognuno avrebbe potuto, sembrava, leggergli in viso:
     "comandato per un incarico particolare..."
     "Ah,  siete  voi,   Jakòv  Petrovic'!"  esclamò  il  nostro  eroe,
     prendendo per un braccio il suo ospite del giorno prima.
     "Più tardi,  più tardi scusatemi...  mi direte più tardi..." quasi
     gridò il signor Goljadkin numero due, precipitandosi avanti.
     "Però permettete; mi pare che voi, Jakòv Petrovic', volevate..."
     "Che cosa? Spiegatevi alla svelta..."
     A questo punto l'ospite serale si fermò  quasi  costringendosi,  e
     con  aria scontenta mise il suo orecchio dritto proprio davanti al
     naso di Goljadkin.
     "Vi dirò, Jakòv Petrovic',  che io mi meraviglio di questi modi...
     di questi modi che evidentemente non mi sarei aspettato da voi."
     "Per ogni cosa ci sono delle procedure. Presentatevi al segretario
     di  sua eccellenza e poi rivolgetevi nei modi prescritti al signor
     direttore della cancelleria. Si tratta di una istanza."
     "Voi,  Jakòv Petrovic',  voi...  io non so.  Mi fate semplicemente
     restare di stucco,  Jakòv Petrovic'!  Voi certo non mi riconoscete
     o,  dato il vostro temperamento  così  allegro,  avete  voglia  di
     scherzare..."
     "Ah,  siete  voi!"  esclamò Goljadkin numero due,  proprio come se
     giusto in quel momento avesse visto  il  signor  Goljadkin  numero
     uno. "Siete proprio voi? Be', avete passato bene la notte?"
     A  questo  punto  il signor Goljadkin numero due,  dopo un leggero
     sorriso,  dopo aver sorriso in modo ufficiale e formale,  anche se
     non  si  sarebbe assolutamente dovuto fare (poiché,  in ogni caso,
     era comunque in debito di riconoscenza verso il  signor  Goljadkin
     numero uno), dopo aver dunque sorriso in modo ufficiale e formale,
     aggiunse  che  lui,  da  parte sua,  era molto lieto che il signor
     Goljadkin avesse passato una buona  notte;  poi  fece  un  leggero
     inchino,  mosse  un po' i piedi lì sul posto,  guardò a destra,  a
     sinistra,  abbassò  gli  occhi,  adocchiò  una  porta  laterale  e
     bisbigliando   rapidamente  che  aveva  un  incarico  particolare,
     scivolò svelto svelto nella stanza vicina. Non lo si vide più.
     "Ma guarda un po' che roba!" borbottò il nostro eroe,  rimasto per
     un attimo sbalordito,  "guarda che roba! Ecco in che situazione ci
     si ritrova!"
     A questo punto Goljadkin sentì un formicolio corrergli  per  tutto
     il corpo...
     "Del  resto" aggiunse,  sempre mormorando,  mentre si avviava alla
     sua sezione,  "già da un pezzo io immaginavo una cosa simile;  già
     da  un  pezzo  prevedevo  che  avesse un incarico speciale;  anzi,
     proprio ieri sera stavo dicendolo,  che  senza  dubbio  quell'uomo
     aveva un incarico speciale per conto di qualcuno..."
     "Avete  finito,  Jakòv  Petrovic',  la  vostra  pratica  di ieri?"
     domandò Antòn Antònovic' Setoc'kin,  che si  era  messo  a  sedere
     accanto a Goljadkin. "L'avete qui?"
     "Sì,  qui" mormorò Goljadkin, rivolgendo al capufficio uno sguardo
     smarrito.
     "Bene bene...  Ve l'ho detto perché Andréj  Filìppovic'  l'ha  già
     richiesta due volte. Badate che sua eccellenza la vorrà."
     "No, signore, è pronta."
     "Benissimo, allora."
     "Io,  Antòn Antònovic',  mi pare, ho sempre compiuto il mio dovere
     come si deve e mi prendo cura degli  incartamenti  affidatimi  dai
     superiori, e me ne occupo con zelo."
     "Sì, sì, d'accordo. Ma che volete dire con questo?"
     "Niente,   signore,  niente,  Antòn  Antònovic'.  Soltanto,  Antòn
     Antònovic', voglio spiegare che... che io...  cioè vorrei dire che
     a  volte  la  cattiveria  e  l'invidia non risparmiano nessuno,  e
     cercano il loro disgustoso pane quotidiano..."
     "Scusate,  non  vi  capisco  assolutamente.  Cioè,  a  chi  volete
     alludere?"
     "Cioè,  volevo solo dire, Antòn Antònovic', che io vado dritto per
     la mia strada e  disprezzo  le  vie  traverse,  che  non  sono  un
     intrigante  e  che di questo,  purché mi si permetta di esprimermi
     così, posso giustamente vantarmi."
     "Certo,  signore.  Le cose stanno così e,  almeno secondo  il  mio
     giudizio,   rendo  piena  giustizia  al  vostro  ragionamento;  ma
     permettete,  Jakòv Petrovic',  anch'io vi  faccio  notare  che  le
     allusioni  personali  nella  buona  società non sono assolutamente
     permesse;  che io,  per esempio,  sono pronto a sopportarle in mia
     assenza:  perché  infatti,  chi mai,  quando è assente,  non viene
     criticato?... Ma,  in faccia,  signor mio,  mettetela come volete,
     io,  per  esempio,  io  non  sopporterò  che  mi  si  dicano delle
     impertinenze.  Io,  signor mio,  ho fatto  i  capelli  bianchi  al
     servizio dello stato e impertinenze,  nella mia vecchiaia,  non me
     ne lascerò dire..."
     "Nossignore, io, Antòn Antònovic', voi, vedete,  Antòn Antònovic',
     voi,  mi pare,  Antòn Antònovic', che non abbiate compreso bene. E
     io, scusate, Antòn Antònovic', io,  per parte mia,  posso soltanto
     ascrivere a mio onore..."
     "E  ora  vi prego di scusare anche noi,  signore.  Noi siamo stati
     educati all'antica.  E,  per imparare secondo le  vostre  maniere,
     maniere nuove,  è ormai tardi,  per noi.  Per servire la patria mi
     sembra che,  fino a ora,  l'intelligenza  che  abbiamo  sia  stata
     sufficiente.  Io,  signor  mio,  come  voi  stesso  sapete,  ho il
     distintivo di venticinque anni di servizio irreprensibile."
     "Io comprendo, Antòn Antònovic', da parte mia comprendo tutto ciò.
     Ma non era di questo che io parlavo; parlavo della maschera, Antòn
     Antònovic'..."
     "Della maschera?"
     "Cioè, voi di nuovo... io temo che voi anche qui stiate sbagliando
     strada per ciò che riguarda il significato dei miei discorsi, come
     voi stesso dite,  Antòn Antònovic',  che le persone che portano la
     maschera  hanno  cominciato  a  non essere più tanto rare e che al
     giorno  d'oggi  è  difficile  riconoscere  una  persona  sotto  la
     maschera..."
     "Be' sapete?  non è poi sempre così difficile,  a volte,  anzi,  è
     abbastanza facile e non è  nemmeno  necessario  andare  a  cercare
     tanto lontano..."
     "No,  signore,  sapete?  Io,  Antòn Antònovic', dico di me stesso,
     dico, che io, per esempio,  mi metto la maschera soltanto quando è
     necessario,  cioè  soltanto  per  il carnevale,  e per le riunioni
     allegre,  parlando in senso proprio,  ma che non mi maschero  ogni
     giorno  davanti  alla  gente,  parlando  in  un  altro  senso  più
     nascosto. Ecco ciò che volevo dire, Antòn Antònovic'."
     "Be',  ma ora,  lasciamo perdere tutto questo.  Non abbiamo tempo"
     disse  Antòn  Antònovic',  alzandosi  dal suo posto e raccogliendo
     alcune  carte  per  il  rapporto  a  sua  eccellenza.  "La  vostra
     faccenda,  immagino  che  non  ci  vorrà  molto  tempo  perché sia
     chiarita completamente. Vedrete voi stesso chi dovrete incolpare e
     accusare e intanto vi prego umilmente di  esentarmi  da  ulteriori
     spiegazioni e da discorsi pregiudizievoli per il servizio..."
     "No,  signore... Io, Antòn Antònovic'" cominciò Goljadkin, che era
     impallidito,  alle spalle di Antòn Antònovic' che si  allontanava.
     "Io, Antòn Antònovic', non intendevo affatto questo..."
     "Ma  che  diavolo  è  mai  questo?" proseguì tra sé e sé il nostro
     eroe, rimasto solo. "Che razza di venti stanno soffiando qui e che
     cosa significa questo nuovo rovello?"
     Nel preciso istante in cui il nostro  eroe,  sconcertato  e  mezzo
     accasciato,  si  preparava  a risolvere questo nuovo problema,  si
     sentì del rumore nella stanza vicina,  si notò un certo tramestìo,
     la  porta  si  aprì  e  Andréj  Filìppovic',  che  si  era  appena
     allontanato per andare per ragioni d'ufficio nel gabinetto di  sua
     eccellenza,  comparve  ansimante  sulla  porta e chiamò Goljadkin.
     Sapendo di che cosa si trattava e non volendo far aspettare Andréj
     Filìppovic', Goljadkin si alzò di scatto dal suo posto e,  come si
     conviene,  cominciò  disperatamente  a mettere ordine e a dare gli
     ultimi definitivi ritocchi all'incartamento richiesto e si preparò
     a dirigersi,  seguendo Andréj Filìppovic' e l'incartamento,  verso
     il  gabinetto  di sua eccellenza.  All'improvviso e quasi sotto il
     naso di Andréj Filìppovic' che stava in quel momento proprio sulla
     porta,  si infilò nella stanza il  signor  Goljadkin  numero  due,
     indaffarato,   ansimante,   spossato  dal  servizio,  con  un'aria
     d'importanza decisamente ufficiale,  e  si  lanciò  dritto  dritto
     verso  il  signor  Goljadkin  numero  uno,  che  meno  di tutti si
     aspettava un simile assalto...
     "Gli  incartamenti,  Jakòv  Petrovic',  gli  incartamenti...   Sua
     eccellenza si è degnata di chiedere se li avete pronti" cominciò a
     cinguettare  a mezza voce e con grande rapidità l'amico del signor
     Goljadkin numero uno. "Andréj Filìppovic' vi aspetta..."
     "Lo so anche senza di  voi,  che  aspetta..."  rispose  il  signor
     Goljadkin numero uno, anche lui in un rapidissimo sussurro.
     "No,  io, Jakòv Petrovic', non è questo che voglio dire: io, Jakòv
     Petrovic', io mi interesso della cosa e sono spinto da un senso di
     affettuosa partecipazione."
     "Dalla quale vi prego molto umilmente  di  esentarmi.  Permettete,
     permettete..."
     "Voi,   naturalmente,   disporrete   quegli  incartamenti  in  una
     copertina,  Jakòv Petrovic';  e alla terza pagina ci metterete  un
     segnalibro, permettete, vero, Jakòv Petrovic'?"
     "Permettete voi, una buona volta..."
     "Ma  qui  c'è  una macchiolina d'inchiostro,  Jakòv Petrovic';  vi
     siete accorto di questa macchiolina d'inchiostro?"
     A questo punto Andréj Filìppovic'  chiamò  per  la  seconda  volta
     Goljadkin.
     "Eccomi, Andréj Filìppovic'; io, ecco, soltanto un momentino, ecco
     qui... Egregio signore, capite il russo?"
     "Meglio  di  tutto  sarà  di  raschiarlo  con un temperino,  Jakòv
     Petrovic';  la cosa migliore è che vi fidiate di me;  è meglio che
     voi non lo tocchiate, Jakòv Petrovic', fidatevi di me... Io ora un
     po' col temperino..."
     Andréj Filippovic' per la terza volta chiamò Goljadkin.
     "Ma,  scusate,  dov'è questa macchietta? Mi sembra proprio che qui
     non ci sia nessuna macchietta."
     "E' una macchietta enorme, eccola! Ecco, permettete, io l'ho vista
     qui; permettete, permettetemi soltanto, Jakòv Petrovic'...  io qui
     col temperino un pochino,  ecco...  io proprio per simpatia, Jakòv
     Petrovic',  col temperino e  con  tutta  l'anima...  ecco...  ecco
     fatto!"
     A questo punto e in modo del tutto imprevisto, il signor Goljadkin
     numero  due,  senza  dire  né a né ba,  avuta la meglio sul signor
     Goljadkin numero uno nella momentanea lotta nata tra  loro,  e  in
     ogni   caso   assolutamente  contr  la  volontà  di  quest'ultimo,
     s'impadronì dell'incartamento richiesto dal superiore e, invece di
     procedere a raschiare lealmente  col  temperino,  come  aveva  con
     astuzia  promesso  al  signor Goljadkin numero uno,  l'arrotolò in
     fretta e furia, se lo mise sotto il braccio e con due salti arrivò
     a fianco di Andréj Filìppovic' che non si era accorto  di  nessuno
     dei  suoi  piccoli  trucchi  e  volò  con  lui  nel  gabinetto del
     direttore.  Il signor Goljadkin numero uno rimase come  inchiodato
     sul  posto,  col  temperino  in  mano,  come  se  si  preparasse a
     raschiare qualcosa...
     Il nostro eroe non si  era  ancora  reso  ben  conto  della  nuova
     circostanza.  Non si era ancora riavuto.  Aveva accusato il colpo,
     ma  pensava  si  trattasse  di  qualcos'altro.   In  preda  a  una
     terribile,  indescrivibile angoscia,  riuscì,  infine, a smuoversi
     dal  suo  posto  e  si  lanciò  dritto  filato  nell'ufficio   del
     direttore,  supplicando  il  cielo,  strada facendo,  che tutto si
     aggiustasse nel migliore dei modi e si trattasse per così dire, di
     una cosa da niente...  Nell'ultima stanza,  prima dell'ufficio del
     direttore,   si  trovò  correndo,   faccia  a  faccia  con  Andréj
     Filìppovic' e col suo omonimo.  Erano già di  ritorno;  il  signor
     Goljadkin  si  scostò.  Andréj  Filìppovic'  parlava  e  sorrideva
     allegramente.  L'omonimo del signor Goljadkin numero uno sorrideva
     anche  lui,  trotterellando e saltellando a rispettosa distanza da
     Andréj Filìppovic',  e con aria rapita gli bisbigliava non so  che
     cosa all'orecchio,  mentre Andréj Filìppovic' annuiva con la testa
     nel modo più benevolo. Di colpo il nostro eroe capì la situazione.
     Il fatto era che il suo lavoro (come venne a sapere  in  seguito),
     aveva   quasi   preceduto   l'attesa   di  sua  eccellenza  e  era
     effettivamente arrivato entro il termine fissato.  Sua  eccellenza
     era  soddisfattissimo.  Si  diceva anche che sua eccellenza avesse
     detto parole di ringraziamento al signor Goljadkin numero due, sì,
     proprio di caldo ringraziamento; e aveva detto che, nell'occasione
     propizia,  se ne sarebbe ricordato e mai l'avrebbe  dimenticato...
     Si  capisce  che  il primo atto del signor Goljadkin numero uno fu
     quello di  protestare;  di  protestare  energicamente,  fino  alle
     estreme possibilità. Quasi fuori di sé e pallido come un cadavere,
     si  precipitò da Andréj Filìppovic'.  Ma Andrej Filìppovic',  dopo
     aver sentito che la storia del signor Goljadkin era una storia  di
     carattere  privato,  rifiutò  di ascoltarlo,  facendo osservare in
     modo netto che non aveva un minuto libero nemmeno per ciò che  gli
     poteva servire personalmente.
     Il tono secco e l'asprezza del rifiuto colpirono Goljadkin. "Ecco,
     è meglio che io la prenda da un altro lato...  ecco,  è meglio che
     vada da Antòn  Antònovic'".  Per  disgrazia  di  Goljadkin,  Antòn
     Antònovic' non c'era: era pure lui chissà dove, occupato in chissà
     che cosa. "Ecco, dunque, non era senza un preciso proposito, ecco,
     dunque,   perché   mi   pregava   di  esimerlo  da  spiegazioni  e
     discussioni!" pensava il nostro eroe.  "Ecco a che cosa mirava  il
     vecchio furfante!  Se è così oserò semplicemente di supplicare sua
     eccellenza".
     Sempre pallidissimo e sentendo una gran  confusione  nella  testa,
     molto   imbarazzato  a  proposito  della  decisione  da  prendere,
     Goljadkin si mise a sedere sulla sedia.  "Sarebbe molto meglio  se
     tutto    questo   fosse   stato   soltanto   così..."   rimuginava
     continuamente nel cervello.  "A dire il vero,  una  faccenda  così
     ingarbugliata  pare  addirittura  inverosimile.  Prima  di tutto è
     un'assurdità,  e poi  non  può  nemmeno  accadere.  Probabilmente,
     chissà  come mai,  mi è solo sembrato che fosse così,  oppure ne è
     venuta fuori qualche altra cosa e non quello che era in realtà; o,
     con certezza, sono stato io stesso ad andare... e chissà come,  ho
     preso   me   stesso  per  l'altro...   insomma,   è  una  faccenda
     assolutamente impossibile."
     Appena Goljadkin fu arrivato alla conclusione che si  trattava  di
     una  faccenda assolutamente impossibile,  entrò a precipizio nella
     stanza  il  signor  Goljadkin  numero  due  con   un   fascio   di
     incartamenti nelle due mani e sotto il braccio.  Disse di sfuggita
     due o tre parole indispensabili ad Andrej Filìppovic',  seguite da
     un  breve  scambio  di  frasi  con  qualcun  altro e rivoltosi con
     familiarità a qualcun altro ancora,  il  signor  Goljadkin  numero
     due,   che   con   tutta  evidenza  non  aveva  tempo  da  perdere
     inutilmente,  sembrava già  che  si  apprestasse  a  uscire  dalla
     stanza,  ma, per fortuna del signor Goljadkin numero uno, si fermò
     proprio sulla soglia e si mise a discutere di sfuggita con  due  o
     tre  giovani  impiegati  che  si trovavano lì per caso.  Il signor
     Goljadkin numero uno si lanciò verso  di  lui.  Appena  il  signor
     Goliadkin  numero  due vide la manovra del signor Goljadkin numero
     uno,  cominciò  subito  a  guardare  inquietissimo  in  giro  come
     potersela battere al più presto. Ma il nostro eroe aveva già preso
     per  una manica il suo ospite del giorno prima.  Gli impiegati che
     stavano intorno  ai  due  consiglieri  titolari  si  spostarono  e
     rimasero incuriositi, in attesa di quello che sarebbe successo. Il
     consigliere   titolare  anziano  capiva  benissimo  che  la  buona
     opinione non era,  ora,  dalla sua parte,  capiva benissimo che si
     ordivano intrighi contro di lui: tanto più era necessario, allora,
     darsi forza. Era un momento decisivo.
     "Ebbene?"  prese a dire il signor Goljadkin numero due,  guardando
     con aria abbastanza insolente il signor Goljadkin numero uno.
     Il signor Goljadkin numero uno aveva il respiro affannato.
     "Non so,  egregio signore," cominciò "in quale  modo  vorrete  ora
     spiegare il vostro strano comportamento nei miei confronti."
     "Avanti, signore, continuate!" E il signor Goljadkin numero due si
     guardò  intorno  e  strizzò  l'occhio  agli impiegati che erano lì
     vicino,  come per far capire che stava veramente per  iniziare  la
     commedia.
     "L'insolenza e la sfacciataggine del vostro comportamento verso di
     me,  egregio  signore,  nel  presente  caso vi accusano ancora più
     delle...  mie stesse parole.  Non  sperate  nel  vostro  gioco:  è
     piuttosto fragile..."
     "Dunque,  Jakòv Petrovic', ditemi un po' ora come avete passato la
     notte..." rispose il signor Goljadkin numero due,  fissando  negli
     occhi il signor Goljadkin numero uno.
     "Voi,  egregio signore,  andate al di là di ogni limite,  al di là
     delle convenienze" disse il  consigliere  titolare,  completamente
     smarrito,  sentendo appena il pavimento sotto i piedi.  "Spero che
     cambierete tono..."
     "Animuccia mia!" esclamò il signor Goljadkin nume due,  dopo  aver
     fatto  una  smorfia piuttosto indecente al signor Goljadkin numero
     uno,  e di colpo,  in un modo del tutto inatteso,  con  l'aria  di
     vezzeggiarlo,   gli  afferrò  con  due  dita  la  guancia  destra,
     discretamente grassoccia.  Il  nostro  eroe  avvampò  come  brace.
     Appena  il  signor  Goljadkin  numero due si rese conto che il suo
     avversario,  preso da un tremito in tutte le  membra,  muto  dallo
     stupore,  rosso  come  un  gambero,  e,  infine,  spinto ai limiti
     estremi,  avrebbe anche potuto  decidersi  a  un  vero  e  proprio
     attacco,   immediatamente  e  nella  maniera  più  svergognata  lo
     anticipò.  Dopo avergli dato ancora due buffetti sulle  guance,  e
     avergli  fatto  un  po'  di solletico,  trastullandosi così ancora
     qualche secondo con lui,  che se ne stava immobile e fuori  di  sé
     dalla  rabbia,  non  senza gran divertimento della gioventù che li
     circondava,  il signor Goljadkin numero due,  con  una  ripugnante
     sfacciataggine, assestò definitivamente un colpetto sulla pancetta
     sporgente  del signor Goljadkin numero uno,  e accompagnandolo col
     più velenoso e allusivo sorriso, gli disse:
     "Tu te la spassi,  fratellino,  Jakòv Petrovic',  tu te la spassi!
     giocheremo  di  astuzia  noi due,  giocheremo di astuzia!" Poi,  e
     prima che il  nostro  eroe  potesse  a  poco  a  poco  riprendersi
     dall'ultimo    attacco,    il    signor   Goljadkin   numero   due
     improvvisamente (dopo aver rivolto un sorrisetto preliminare  agli
     spettatori che li circondavano) prese l'aria più affaccendata, più
     indaffarata  e  più  ufficiale,  abbassò  gli  occhi  a terra,  si
     contrasse tutto, si fece più piccolo e,  dopo aver detto in fretta
     e  furia "per incarico speciale",  slanciò la sua gambetta corta e
     scivolò nella stanza accanto.  Il nostro eroe non credeva ai  suoi
     occhi e non ce la faceva a riprendersi...
     Finalmente  si  rimise in sesto.  Resosi conto,  in un attimo,  di
     essere perduto, di essere in un certo senso annientato, di essersi
     sporcato e di aver macchiato la  propria  reputazione,  di  essere
     stato  preso  per  il  bavero  e  sputacchiato  alla  presenza  di
     estranei,  di essersi proditoriamente  beccato  degli  insulti  da
     colui  che  ancora  il giorno prima considerava il suo primo e più
     intimo amico, di essere infine disperatamente caduto, Goljadkin si
     lanciò all'inseguimento del suo nemico. In quel momento non voleva
     nemmeno più pensare ai testimoni dell'oltraggio subìto.
     "Tutti costoro fanno comunella uno con l'altro" diceva  tra  sé  e
     sé,  "uno  vale  l'altro e uno incita l'altro contro di me." Però,
     fatti appena dieci passi,  il nostro eroe si rese conto che  tutti
     gli  inseguimenti  erano  rimasti  vani e inutili,  e perciò tornò
     indietro. "Non te la passerai liscia" pensava;  "al momento giusto
     avrò partita vinta e sul lupo ricadranno le lacrime delle pecore."
     Con  grande  sangue  freddo  e  con  la  più  energica  decisione,
     Goljadkin arrivò fino alla sedia e vi si mise a sedere. "Non te la
     passerai liscia!" disse ancora una volta tra  sé.  Adesso  non  si
     trattava  più  di  una  qualunque difesa passiva;  c'era nell'aria
     l'odore di un prossimo  attacco  decisivo,  e  chi  vide  in  quel
     momento  come  Goljadkin,  arrossendo  e  frenando a fatica la sua
     agitazione, intinse la penna nel calamaio e con quale furore prese
     a farla andare su e giù sulla carta,  fu già in grado di giudicare
     in  anticipo  che la cosa non sarebbe andata così liscia e che non
     avrebbe potuto sistemarsi in una qualche maniera  da  donnicciola.
     Nel  profondo  della  sua anima prese una decisione e nel profondo
     del cuore giurò di mantenerla.  A dire il vero non  sapeva  ancora
     proprio bene come avrebbe dovuto andare avanti,  cioè,  per meglio
     dire, non lo sapeva per niente; ma era lo stesso,  poco importava!
     "Con  l'impostura e la sfrontatezza,  signore egregio,  nel nostro
     secolo non si raggiunge lo scopo.  L'impostura e la  sfrontatezza,
     mio  egregio signore,  non portano al bene,  ma dritto dritto alla
     forca.  Soltanto  Griska  Otrepev  (1),  signor  mio,  riuscì  con
     l'impostura  a  ingannare  un  popolo cieco,  ma anche lui non per
     molto." Nonostante quest'ultima circostanza,  Goljadkin decise  di
     aspettare  fino a quando la maschera sarebbe caduta da certe facce
     e in un modo o nell'altro si sarebbe fatta luce su  tutto.  Perciò
     in  primo  luogo  bisognava  che  finisse  al  più presto l'orario
     d'ufficio e il nostro eroe decise che prima di allora non  avrebbe
     preso  nessuna  iniziativa.  Poi,  quando  fosse  finito  l'orario
     d'ufficio,  avrebbe messo in opera  un  certo  provvedimento.  Già
     allora  sapeva  come  avrebbe  dovuto agire,  dopo aver preso quel
     provvedimento,  come predisporre il suo piano d'azione per rompere
     le  corna  all'arroganza  e schiacciare il serpente,  che morde la
     polvere nella viltà dell'impotenza.  Goljadkin non poteva  proprio
     permettere  che  lo  si  strizzasse come uno straccio col quale si
     puliscono  gli  stivali  infangati.  Acconsentire  a  questo,   no
     davvero,  in  particolare  in questo caso.  Se non fosse stato per
     quell'ultimo orrore, il nostro eroe,  forse,  si sarebbe convinto,
     anche se a malincuore,  si sarebbe convinto,  dunque,  a tacere, a
     rassegnarsi e a  non  protestare  con  troppo  accanimento;  così,
     avrebbe  discusso un po',  avrebbe anche avanzato qualche pretesa,
     avrebbe dimostrato  di  essere  dalla  parte  della  ragione,  poi
     avrebbe ceduto un pochino e poi, forse, ancora un altro pochino, e
     infine  avrebbe  ceduto  del tutto e poi,  specialmente quando gli
     avversari avessero solennemente riconosciuto che  la  ragione  era
     dalla sua,  poi, forse, si sarebbe anche rassegnato e anche un po'
     commosso, e anche - chi lo può sapere?  - forse sarebbe rinata una
     nuova amicizia,  un'amicizia solida e calda,  ancora più grande di
     quella di ieri,  tanto che questa amicizia  avrebbe  potuto,  alla
     fine,  superare  definitivamente  il disappunto di una somiglianza
     abbastanza sconveniente  tra  due  persone,  di  modo  che  i  due
     consiglieri titolari sarebbero stati felici al massimo e sarebbero
     vissuti,  infine,  fino a cento anni eccetera eccetera.  Per dirla
     tutta: Goljadkin  cominciava  addirittura  a  sentire  un  po'  di
     pentimento per aver voluto prendere le difese di sé e del suo buon
     diritto e per essersene subito pentito.
     "Se  si  sottomettesse,"  pensava Goljadkin "se ammettesse di aver
     scherzato, gli perdonerei,  lo perdonerei anche di più,  purché lo
     riconoscesse  a voce alta.  Ma non permetterò di essere calpestato
     come  un  vecchio  straccio.   Io  non  ho  dato  il  permesso  di
     calpestarmi  a  altre  persone e tanto meno consentirò che un uomo
     depravato si azzardi di farlo.  Io  non  sono  uno  straccio;  io,
     signor mio,  non sono uno straccio!" A farla breve, il nostro eroe
     prese una decisione: "Siete voi, signor mio, il colpevole!" Decise
     di protestare,  di protestare con tutte le forze fino  all'estrema
     possibilità.
     Era un tipo così,  quell'uomo! Non poteva assolutamente permettere
     che lo si offendesse e tanto meno acconsentire al fatto che lo  si
     calpestasse  come  un  vecchio  straccio  né,  infine,  arrivare a
     permettere questo a un uomo depravato. Non discutiamo,  del resto,
     non  discutiamo.  Forse,  se  qualcuno avesse voluto,  se qualcuno
     avesse assolutamente voluto, per esempio,  ridurre Goljadkin a uno
     straccio,   ce  l'avrebbe  ridotto,  ce  l'avrebbe  ridotto  senza
     opposizioni e con il massimo dell'impunità  (Goljadkin  stesso  in
     alcuni  momenti  ci  si  sentiva),  e  ne sarebbe venuto fuori uno
     straccio e non più Goljadkin...  Sì,  ne sarebbe venuto  fuori  un
     vile, sudicio straccio, ma non sarebbe stato un semplice straccio,
     ma  uno  straccio  con  dell'orgoglio,  sarebbe stato uno straccio
     dotato di animazione e di orgoglio, anche se di orgoglio modesto e
     di sentimenti altrettanto modesti, nascosti, sì,  nella profondità
     delle pieghe di questo straccio, ma pur sempre sentimenti...
     Le  ore non passavano mai;  finalmente suonarono le quattro.  Poco
     dopo tutti si alzarono e,  seguendo il  capo,  si  mossero  ognuno
     verso  la  propria casa.  Goljadkin si mescolò alla folla;  i suoi
     occhi erano bene aperti e non perdevano di vista  chi  di  dovere.
     Finalmente  il nostro eroe vide che il suo amico era corso verso i
     custodi della cancelleria che consegnavano i cappotti  e,  secondo
     la  sua  vile  abitudine,  trotterellava  lì intorno in attesa del
     soprabito. Era il momento decisivo. Non so come Goljadkin riuscì a
     fendere la folla e, non volendo restare indietro, si diede da fare
     pure lui per avere il  cappotto.  Ma  diedero  il  cappotto  prima
     all'amico e conoscente di Goljadkin, perché quello, secondo le sue
     abitudini,  era riuscito a intrufolarsi,  a fare moine, a soffiare
     negli orecchi qualche parolina e a comportarsi,  insomma,  in modo
     abietto.
     Indossato  il cappotto,  il signor Goljadkin numero due guardò con
     aria ironica il signor Goljadkin numero uno, facendolo apertamente
     e mostrando con tutta chiarezza il suo disprezzo; poi,  con quella
     sfrontatezza  tutta  sua,  diede  un'occhiata  in giro,  sgambettò
     ancora - probabilmente per lasciare una favorevole impressione  di
     sé  -  intorno  agli  impiegati,  disse una parola a uno,  mormorò
     qualcosa a un altro, si strofinò umilmente a un terzo, a un quarto
     rivolse un  sorriso,  diede  la  mano  al  quinto  e  allegramente
     trotterellò  giù  per le scale.  Il signor Goljadkin numero uno lo
     seguì,  e con indescrivibile suo piacere,  lo raggiunse all'ultimo
     gradino  e  lo  afferrò  per  il  bavero  del cappotto.  Il signor
     Goljadkin numero due sembrò un po' sconcertato e si guardò intorno
     con aria smarrita.
     "Che significa questo?" mormorò finalmente,  con  voce  debole,  a
     Goljadkin.
     "Egregio signore, se voi siete appena appena un uomo come si deve,
     spero  che  ricorderete  i  nostri  amichevoli  rapporti  di ieri"
     dichiarò il nostro eroe.
     "Ah, sì! Ebbene, che c'è? Avete passato una buona notte?"
     Il furore paralizzò per un momento la lingua del signor  Goljadkin
     numero uno.
     "L'ho  passata  benissimo...  Ma  permettete che vi dica,  egregio
     signore, che il vostro gioco è imbrogliato al massimo..."
     "Chi lo dice?  Questo lo dicono i miei nemici"  rispose  a  scatti
     colui  che si definiva signor Goljadkin,  e così dicendo si liberò
     inaspettatamente dalle deboli mani del vero Goljadkin.  Una  volta
     libero,  si precipitò giù dalle scale,  si guardò intorno e, vista
     una vettura,  vi corse incontro,  vi saltò sopra e  in  un  attimo
     scomparve alla vista del signor Goljadkin numero uno.  Disperato e
     abbandonato da tutti,  il consigliere titolare si guardò  intorno,
     ma non c'erano altre vetture.  Provò a correre, ma le gambe non lo
     reggevano.  Col viso stravolto,  a  bocca  aperta,  chiuso  in  se
     stesso,  annientato  e  senza  forze,  si appoggiò a un lampione e
     rimase qualche momento così, in mezzo al marciapiede. Sembrava che
     per Goljadkin tutto fosse perduto...


     NOTE DEI TRADUTTORI.

     NOTA 1: Grigorij Otrepev, il monaco che si fece passare per figlio
     di Ivan il terribile e riuscì a detronizzare  Borìs  Godunòv,  nel
     1604. Ma due anni dopo fu ucciso dai cortigiani.





     9.

     Sembrava che ogni cosa e la natura stessa si fossero armate contro
     Goljadkin;  ma era ancora in piedi e non ancora vinto;  sentiva di
     non essere vinto.  Era pronto  alla  lotta.  Ripresosi  dal  primo
     stupore,  si  stropicciò  le  mani  con  tanto  sentimento e tanta
     energia che,  al solo vederlo,  si sarebbe potuto  concludere  che
     Goljadkin non avrebbe ceduto. Del resto, il pericolo era lì, sotto
     il  naso,  era evidente;  Goljadkin sentiva anche questo,  ma come
     affrontarlo,  quel pericolo?  Ecco il problema.  Per  un  istante,
     nella testa di Goljadkin frullò perfino il pensiero se non avrebbe
     invece   dovuto   lasciare   le   cose   com'erano  e  rinunciare,
     semplicemente.  "Be',  che c'è?  Niente.  Io me ne starò per conto
     mio,  come  se  non  fossi io" pensava Goljadkin;  "lascio perdere
     tutto; non sono io, e tutto è finito: lui pure, forse, se ne starà
     per conto suo; brancolerà un po', il birbante, certo, si rigirerà,
     ma finirà con il piantarla pure lui.  Sicuro,  ecco come stanno le
     cose!  Io raggiungerò lo scopo con la rassegnazione.  E poi, dov'è
     il pericolo?  E che pericolo c'è?  Vorrei proprio che qualcuno  mi
     facesse  vedere  un  pericolo  in questa faccenda.  E' una cosa da
     niente! Una storia comunissima!"
     A questo punto Goljadkin si fermò. Le parole gli morirono in gola;
     poi arrivò addirittura a insultarsi per quel pensiero e giunse  al
     punto  di convincersi di essere un vile e meschino per avere avuto
     quel pensiero,  la faccenda però non si  mosse  di  un'unghia  dal
     punto  in  cui  si  trovava.  Si rendeva conto che per lui era una
     inevitabile necessità  prendere  una  decisione  in  quel  preciso
     momento;  si  rendeva perfino conto che avrebbe dato chissà cosa a
     chi gli avesse indicato quale decisione dovesse davvero  prendere.
     Be',  ma come indovinarla?  D'altronde, mancava anche il tempo per
     provare a indovinarla.  In  ogni  caso,  per  non  perdere  minuti
     preziosi,  noleggiò  una  carrozza  e  via a casa,  come il vento.
     "Ebbene? come ti senti adesso?" pensò. "Come favorite di sentirvi,
     Jakòv Petrovic'?  che cosa hai intenzione di fare?  Che cosa farai
     adesso,  farabutto  che  sei,  canaglia che non sei altro!  Ti sei
     ridotto a questo punto e ora piangi e frigni, eh!"
     Così prendeva in  giro  se  stesso  Goljadkin,  sobbalzando  sullo
     scricchiolante  trabiccolo  del  suo  "vankal" (1).  Stuzzicarsi e
     rimestare così  nelle  proprie  ferite  dava  in  quel  momento  a
     Goljadkin  una  certa soddisfazione,  quasi una voluttà.  "Se ora"
     andava pensando,  "mi si presentasse un qualche mago o se,  in via
     ufficiale,  mi toccasse fare in un modo piuttosto che in un altro,
     e mi si dicesse: su, Goljadkin,  da' un dito della mano destra e i
     conti  saranno pari: non ci sarà più un altro Goljadkin e tu sarai
     felice,  ma ti mancherà un dito;  lo darei immediatamente il dito,
     senz'altro  lo  darei,  lo  darei  senza la più piccola smorfia di
     dolore.  Che i diavoli si portino via tutto!" esplose alla fine il
     disperato consigliere titolare.  "Ma via,  che cos'è tutto questo?
     Ma, insomma, bisognava proprio che capitasse tutto questo, proprio
     questo,  ecco,  veramente tutto questo,  come se non  fosse  stato
     possibile che succedesse qualcos'altro?  All'inizio tutto andava a
     meraviglia,  tutti erano felici e contenti;  e invece  no,  doveva
     capitare  proprio  questo!  Del  resto,  però,  con  le parole non
     risolverai proprio nulla. Bisogna agire."
     Così,  presa quasi  una  decisione,  Goljadkin,  entrato  nel  suo
     appartamento,  senza aspettare un minuto afferrò la pipa e tirando
     a tutta forza e lanciando sbuffate di fumo a destra e a  sinistra,
     in preda a una grande agitazione, cominciò a camminare velocemente
     avanti  e  indietro  per  la  stanza.  Intanto Petruska si mise ad
     apparecchiare  la  tavola.   Finalmente  Goljadkin  arrivò  a  una
     definitiva decisione: mise via la pipa, si buttò il cappotto sulle
     spalle,  disse  che  non  avrebbe pranzato in casa e uscì di corsa
     dall'appartamento. Sulle scale fu raggiunto da Petruska che, tutto
     ansimante,   gli  portava  il  cappello  che  aveva   dimenticato.
     Goljadkin  prese  il  cappello e aveva quasi voglia di trovare una
     sia pur piccola giustificazione agli  occhi  di  Petruska,  perché
     quello non dovesse pensare a qualcosa di particolare,  come, ecco,
     a una circostanza tale  per  cui  aveva  dimenticato  il  cappello
     eccetera  eccetera;  ma,  visto  che  Petruska  non  volle nemmeno
     guardarlo, tornandosene subito indietro, Goljadkin, senza perdersi
     in ulteriori spiegazioni, si ficcò in testa il cappello,  scese di
     corsa le scale e, dicendo tra sé e sé che tutto, forse, si sarebbe
     risolto per il meglio e che la faccenda,  in un modo o nell'altro,
     si sarebbe aggiustata,  anche se  tra  l'altro  sentiva  un  certo
     freschetto  corrergli addirittura per i calcagni,  uscì in strada,
     noleggiò una vettura e volò da Andréj Filìppovic'.
     "Però,   non  sarebbe  meglio  rimandarla  a  domani?"  si  chiese
     Goljadkin  quando  fu  sul  punto  di  afferrare  il  cordone  del
     campanello alla porta  dell'appartamento  di  Andréj  Filìppovic'.
     "Che  gli dirò di speciale?  Qui,  del resto,  di speciale non c'è
     proprio niente.  Si tratta  di  una  faccenda  così  meschina,  in
     sostanza, proprio così meschina, sì, è una faccenda così meschina,
     da  niente,  cioè  quasi da niente...  è anch'essa,  come tutto il
     resto, una semplice circostanza..." D'improvviso Goljadkin tirò il
     campanello; il campanello tintinnò e dall'interno arrivò un rumore
     di passi...  A questo punto Goljadkin  si  maledisse  addirittura,
     vuoi per la sua fretta e vuoi per l'audacia. I recenti dispiaceri,
     dei  quali  Goljadkin  si  era  quasi  dimenticato tra le faccende
     d'ufficio e il battibecco di poco prima  con  Andréj  Filìppovic',
     gli si affacciarono in un lampo alla memoria.  Ma ormai era troppo
     tardi per correre via: l'uscio si aprì.  Per fortuna di  Goljadkin
     gli fu detto che Andréj Filìppovic' non era tornato dall'ufficio e
     che non avrebbe pranzato in casa. "So dove pranza" pensò il nostro
     eroe.  "Pranza  al  ponte  Izmajlovskij,"  e fu preso da un enorme
     senso di gioia.  Alla richiesta del  cameriere  che  cosa  dovesse
     riferire al signore,  rispose: "Digli, amico mio, che io sto bene,
     che io,  amico  mio,  ripasserò"  e  di  corsa,  starei  per  dire
     baldanzosamente,  ridiscese  le scale.  Uscito in strada decise di
     licenziare la vettura e si apprestò a pagare il vetturino.  Quando
     poi  il vetturino gli chiese un soprappiù perché: "Signore,  vi ho
     aspettato per un bel po' e per voi non ho risparmiato il cavallo",
     diede all'uomo un'aggiunta di  cinque  copechi  e  lo  fece  anche
     volentieri; e poi si avviò a piedi.
     "La faccenda,  a dire il vero,  è combinata in un modo" rimuginava
     Goljadkin  "che  non  è  possibile  lasciarla   così   come   sta;
     d'altronde,  a  ragionarci  su,  e a giudicare con buonsenso,  che
     motivo c'è per affannarsi tanto?  Suvvia,  lo dirò  sempre,  però,
     perché  mi ci devo tanto affannare?  perché affaticarmi,  lottare,
     tormentarmi e battermi?  In primo  luogo  è  ormai  cosa  fatta  e
     tornare indietro non si torna...  non si torna,  no...  Ragioniamo
     così: si presenta  un  tizio...  si  presenta  un  tizio  con  una
     raccomandazione  sufficiente,  cioè che è un impiegato capace,  di
     ottima condotta, però è povero e è passato attraverso diversi guai
     - questo e quest'altro... - e poiché,  si sa,  la povertà non è un
     vizio, io, dunque, me ne sto in disparte. Be', in verità che razza
     di assurdità sarebbe mai?  Dunque quello si presenta,  si sistema,
     grazie alla natura stessa;  quel tizio si sistema e somiglia a  un
     altro  uomo  come una goccia d'acqua somiglia a un'altra,  come se
     fosse la copia perfetta di quell'altro: sarebbe un  motivo  questo
     per non accettarlo al dipartimento? Visto che il destino, soltanto
     il  destino  e la cieca natura ci hanno colpa,  perché si dovrebbe
     calpestarlo come un cencio vecchio e non permettergli di  prestare
     servizio?  Se  dovesse  succedere così,  dove andrebbe a finire la
     giustizia?  E poi quel tizio è povero,  smarrito,  spaventato;  fa
     dolere il cuore,  e la pietà ci impone di non respingerlo. Sicuro!
     non c'è niente da dire...  Che razza  di  superiori  sarebbero  se
     ragionassero come me,  testa balorda che sono!  Ma che zucca è mai
     la mia!  Capace di combinare stupidate per dieci!  No,  no!  Hanno
     fatto  bene  e  li ringrazio per aver dato aiuto a un poveretto...
     Ebbene, sì, ammettiamo, per esempio, di essere gemelli,  di essere
     nati così, sicuro... basta... è tutto qui! Be', che c'è di strano?
     Proprio  niente,  mi  pare...  E'  possibilissimo  che  tutti  gli
     impiegati ci si abituino...  e un estraneo qualsiasi che  entrasse
     nel  nostro  ufficio non troverebbe certo niente di sconveniente e
     di offensivo in una circostanza di questo tipo. Anzi, direi che ci
     sia in essa un non so che di  toccante;  potrebbe  venirne  fuori,
     diciamo,  questo pensiero: guarda un po'...  la divina Provvidenza
     ha creato due esseri perfettamente uguali,  e i superiori di  buon
     cuore,  considerata  la  divina  Provvidenza,  hanno accolto i due
     gemelli. Certo" continuò Goljadkin,  tirando il fiato e abbassando
     un  po' la voce,  "certo...  certo sarebbe meglio che non ci fosse
     niente, niente di tutto questo,  niente di commovente e che non ci
     fosse nessun gemello...  Che il diavolo si porti via tutto!  A che
     scopo era necessario  tutto  questo?  E  che  bisogno  c'era  così
     urgente da non sopportare nessun indugio? Signore dio mio! Ma vedi
     un  po'  che razza di pasticcio mi hanno preparato i diavoli!  C'è
     questo,  però,  che lui ha  un  caratterino,  così  puntiglioso  e
     cattivo,  è  un  tale  furfante...  un  tale  mascalzone,  un tale
     farfallone  e  che  razza  di  leccapiatti  e...   che  razza   di
     Goljadkin!...  Capace  anche di comportarsi male e di sputacchiare
     sul mio nome, quel farabutto! E adesso tu, ecco,  tienilo d'occhio
     e  prenditi  cura  di  lui!  Che po' po' di castigo è questo!  Del
     resto,  poi,  che  c'è?  Non  ce  n'è  mica  bisogno!  Be',  è  un
     mascalzone, e malscalzone sia... ma l'altro è onesto. Insomma, lui
     sarà  mascalzone,  ma io sarò onesto e si dirà,  ecco,  che questo
     Goljadkin è un mascalzone e non badategli e non  confondetelo  con
     l'altro;  quest'altro,  invece, è onesto, è un galantuomo, è mite,
     fidatissimo per tutto ciò che riguarda il servizio e degno che  lo
     si faccia andare su nei gradi, sicuro! Tutto bene, dunque... Ma se
     quelli là...  se quelli là facessero confusione?  Da quel tipo c'è
     da aspettarsi qualsiasi cosa! Ah, Signore mio dio! Quello scalzerà
     l'altro, lo scalzerà...  è un tale mascalzone...  scalzerà l'altro
     come  uno  straccio  vecchio  e  non penserà che un uomo non è uno
     straccio. Ah, Signore mio dio! Che infelicità è questa!"
     Ecco che,  rimasticando e ragionando  così,  Goljadkin  andava  di
     corsa  senza  stare minimamente attento alla strada e senza sapere
     nemmeno lui dov'era che andava.  Si riprese soltanto  sul  Nevskij
     Prospèkt,  e  anche  qui per un puro caso,  perché andò a sbattere
     così in pieno e con tanta precisione contro uno che passava da far
     scaturire scintille.  Goljadkin,  senza nemmeno alzare  la  testa,
     borbottò  qualche scusa e soltanto quando il passante,  mormorando
     qualcosa di non troppo lusinghiero, di certo,  era già a una certa
     notevole  distanza,  alzò il naso e guardò dove si trovasse e come
     mai fosse capitato lì. Data un'occhiata intorno e accortosi che si
     trovava proprio vicino a quel ristorante dove si era riposato  per
     prepararsi al gran pranzo in casa di Olsufij Ivànovic',  il nostro
     eroe sentì di colpo certi colpetti e pizzicotti allo  stomaco  che
     gli fecero ricordare che non aveva pranzato e che nessun pranzo di
     gala era prevedibile e perciò, per non perdere altro tempo per lui
     prezioso, salì di corsa la scala del ristorante per mandare giù un
     boccone alla svelta,  cercando di affrettarsi il più possibile per
     non fare tardi.  E,  benché nel ristorante tutto  fosse  piuttosto
     caro, questo fatto questa volta non trattenne Goljadkin; non c'era
     proprio il tempo, ora, per far caso a simili piccolezze.
     Nella  sala  vivamente  illuminata,  vicino  al  banco  su cui era
     preparato con grande  abbondanzaa  tutto  quello  che  le  persone
     perbene  richiedono  come  antipasto,  c'era una discreta folla di
     clienti. Il cameriere al banco faceva appena in tempo a versare le
     bevande, a servire, a prendere e a consegnare il denaro. Goljadkin
     aspettò il suo turno e,  quando arrivò,  tese modestamente la mano
     verso  un  pasticcino  ripieno.  Ritiratosi  in un angolo dando le
     spalle ai presenti,  mangiò con appetito,  poi si  girò  verso  il
     cameriere,  posò  sul banco il suo piattino e,  sapendo già quanto
     avrebbe dovuto pagare,  tirò fuori dieci copechi d'argento e  mise
     la moneta sul banco, cercando di cogliere lo sguardo del cameriere
     come  a dirgli: "Ecco qui,  la moneta per un pasticcino ripieno: è
     qui sul banco..." eccetera eccetera.
     "Un rublo e dieci copechi" mormorò tra i denti il cameriere.
     Goljadkin rimase sbalordito.
     "Dite a me?....Io... io... mi pare di avere un pasticcino solo."
     "Undici ne avete presi" rimbeccò con sicurezza il cameriere.
     "Voi...  a quanto mi pare...  voi...  credo...  siete in errore...
     Credo davvero di averne preso uno solo."
     "Li ho contati: avete preso undici pezzi. Dal momento che li avete
     presi, bisogna pagarli. Qui non si dà niente gratis."
     Goljadkin era paralizzato.  "Che diavolo succede?  Che stregoneria
     si  mi  stanno  facendo?"  si  chiedeva.  Il  cameriere,  intanto,
     aspettava  che  si  decidesse;  la  gente  cominciava  a  farglisi
     intorno;  Goljadkin aveva già ficcato la mano in tasca per tirarne
     fuori un rublo d'argento e pagare immediatamente e non piombare in
     pieno in un altro guaio.
     "Be'  se  sono undici,  undici siano..." pensava,  facendosi rosso
     come un gambero; "che c'è, infine, di strano che si siano mangiati
     undici  pasticcini?  Be'...   uno  ha  fame  e  si  mangia  undici
     pasticcini... be', buon pro gli facciano; e non c'è proprio niente
     da stupirsi e niente da ridire..."
     All'improvviso fu come se qualcosa lo avesse punto; alzò gli occhi
     e...   di   colpo   ecco   la  rivelazione  dell'enigma...   della
     stregoneria, di colpo tutte le difficoltà svanirono... Sulla porta
     che dava nella sala vicina,  quasi dietro la schiena del cameriere
     e di fronte a Goljadkin,  sulla porta che,  tra l'altro, il nostro
     eroe avea fino a quel momento preso per uno specchio, stava dritto
     un ometto...  stava dritto lui,  stava dritto lo stesso Goljadkin,
     non  il  vecchio  Goljadkin,  non  l'eroe della nostra storia,  ma
     l'altro Goljadkin,  il  nuovo  Goljadkin.  L'altro  Goljadkin  era
     evidentemente  di  ottimo  umore.  Sorrideva  al  signor Goljadkin
     primo,  gli faceva cenno con la testa,  strizzava  gli  occhietti,
     sgambettava  e guardava come per dire che,  se appena appena fosse
     successo qualcosa,  lui se la  sarebbe  data  a  gambe  nell'altra
     stanza e di là, magari, per la porta di servizio, si sa... e tutti
     gli  inseguimenti sarebbero stati inutili.  Aveva in mano l'ultimo
     pezzetto del decimo pasticcino ripieno che,  proprio davanti  agli
     occhi  di  Goljadkin,  si portò alla bocca,  facendo schioccare le
     dita  dal  piacere.   "Mi  ha  sostituito,   il  briccone!"  pensò
     Goljadkin,  rosso  come  il fuoco per la vergogna "non ha avuto un
     po' di pudore,  così in pubblico!  Ma gli altri,  non  lo  vedono?
     Sembra  che  nessuno  se  ne  accorga..." Goljadkin gettò il rublo
     d'argento come se gli scottasse le dita e, rinunciando a fare caso
     al significativo,  insolente sorriso del cameriere,  un sorriso di
     vittoriosa  e  calma  potenza,  si  fece  strada tra la folla e si
     lanciò fuori senza più guardare indietro. "Posso ringraziarlo che,
     almeno,  non ha definitivamente compromesso  un  uomo!"  pensò  il
     vecchio  Goljadkin.  "Siano  grazie  a  quel  bandito,  a lui e al
     destino, perché tutto è finito bene. Soltanto il cameriere è stato
     insolente. Ma che c'è poi? era pure nel suo diritto,  lui!  Faceva
     un  rublo e dieci,  perciò era nel suo diritto.  L'ha detto: senza
     denaro da noi non si dà niente!  Se almeno fosse stato un po'  più
     garbato, quel fannullone."
     Tutto questo andava pensando Goljadkin scendendo dalla scala verso
     l'atrio.  All'ultimo gradino, però, si fermò come inchiodato, e di
     colpo arrossi  così  violentemente  che  gli  vennero  persino  le
     lacrime  agli  occhi  per un eccesso di penoso amor proprio.  Dopo
     essere rimasto immobile come un palo per mezzo minuto,  con  gesto
     deciso  batté  il  piede,  con un balzo saltò i gradini e si trovò
     sulla via e senza voltarsi indietro si precipitò a casa sua  nella
     via  delle Sei Botteghe.  Là,  trascurando persino di togliersi la
     giacca,  contrariamente  all'abitudine  di  starsene  in  casa  in
     libertà  e di prendersi come prima cosa la pipa,  si mise a sedere
     in fretta sul divano, avvicinò a sé il calamaio, afferrò la penna,
     tirò fuori un foglio di carta da lettere e  cominciò  a  scrivere,
     con mano tremante per l'intima agitazione, la lettera seguente:

     "Egregio signor Jakòv Petrovic',
     non  avrei  mai preso la penna se le circostanze in cui mi trovo e
     voi stesso,  egregio signore,  non mi avessero costretto a  farlo.
     Credete che soltanto la forza maggiore mi ha costretto ad arrivare
     a  una  simile  spiegazione con voi e perciò vi prego prima d'ogni
     cosa di considerare questo  mio  atto  non  come  una  premeditata
     intenzione di offendervi,  egregio signore, ma come una necessaria
     conseguenza delle circostanze che attualmente ci legano."

     "Mi sembra che vada bene, che sia cortese, decorosa,  anche se non
     priva di forza e di decisione,  non è vero? Mi pare che qui non ci
     sia di che offendersi.  E,  oltre  a  questo,  io  sono  nei  miei
     diritti" pensò Goljadkin rileggendo le righe già scritte.

     "La  vostra  inattesa e strana comparsa,  egregio signore,  in una
     notte burrascosa,  dopo il brutale e indecoroso comportamento  dei
     miei nemici,  il cui nome ometto in segno di disprezzo, è stato il
     germe di tutti gli equivoci che attualmente esistono tra  noi.  La
     vostra  ostinata  volontà,  egregio  signore,  di  non cedere e di
     entrare a  forza  nel  cerchio  della  mia  vita  e  di  tutte  le
     contingenze  della  mia  personale  attività,  va  oltre  i limiti
     richiesti dalla sola cortesia  e  dalla  semplice  convivenza.  Io
     credo che non sia qui il caso di ricordare l'appropriazione da voi
     commessa,  egregio signore,  delle mie carte e in special modo del
     mio onorato nome per conquistarvi la  benevolenza  dei  superiori,
     benevolenza  da  voi  non  meritata.  E  non  è neppure il caso di
     ricordare qui le vostre  offensive  e  premeditate  acrobazie  per
     evitare  le  spiegazioni indispensabili al caso.  Finalmente,  per
     dire tutto, non voglio nemmeno ricordare qui l'ultimo strano e, si
     può  affermare,  incomprensibile  vostro  comportamento  nei  miei
     confronti al caffè.  Lontana da l'intenzione di fare questioni per
     la spesa,  per me superflua,  di un rublo d'argento;  ma non posso
     esimermi   dall'esprimere   tutto   il   mio   sdegno  al  ricordo
     dell'evidente attentato da voi fatto, egregio signore, a danno del
     mio onore e, per di più, alla presenza di varie persone,  anche se
     a me sconosciute, ma tuttavia di ottime maniere..."

     "Ma  forse non oltrepasso i limiti?" pensava Goljadkin.  "Non sarà
     troppo?  Non sarà troppo offensiva  questa  allusione  alle  buone
     maniere,  per  esempio?...  Ma no,  non importa!  Bisogna mostrare
     fermezza di carattere.  Del resto si  può,  tanto  per  attenuare,
     adularlo e ungerlo un po', alla fine. Ma ora si vedrà."

     "Ma  io  non  sarei  qui  a stancarvi con la mia lettera,  egregio
     signore,  se non fossi fermamente  convinto  che  la  nobiltà  dei
     vostri  cordiali  sentimenti  e il vostro aperto,  retto carattere
     indicheranno a voi stesso i mezzi per riparare a tutte le mancanze
     e per ristabilire ogni cosa come era in precedenza.
     Con questa certezza,  oso sperare che voi non considererete la mia
     lettera  offensiva per voi e nello stesso tempo non rifiuterete di
     darmi precise  spiegazioni  per  iscritto,  su  questi  incidenti,
     tramite del mio cameriere.
     In attesa ho l'onore di essere, egregio signore,
     il vostro umilissimo servo
     Ja. Goliadkin."

     "Bene,  tutto a posto. Ormai la cosa è fatta: siamo arrivati anche
     a scrivere. Ma chi è il colpevole? E' lui, il colpevole: è lui che
     mette un  uomo  nella  necessità  assoluta  di  esigere  documenti
     scritti. Ma io sono nel mio diritto..."
     Dopo aver riletto per l'ultima volta la lettera, Goljadkin la mise
     nella busta, la sigillò e chiamò Petruska. Petruska comparve, come
     suo  solito,  con gli occhi pieni di sonno e irritatissimo per non
     so che cosa.
     "Tu, mio caro, porta questa lettera... capisci?"
     Petruska taceva.
     "Prendila e portala  al  dipartimento:  là  cerca  l'impiegato  di
     turno,  il  segretario  provinciale Vachrameiev.  E' lui di turno,
     oggi. Capito?"
     "Sì, capisco."
     "Capisco!   Non   puoi   dire:   capisco,    signore?    Chiederai
     dell'impiegato  Vachrameiev  e  gli  dirai  che  per  favore  così
     così...: il mio padrone ha ordinato di salutarvi  e  di  chiedervi
     umilmente  di cercare nel libro degli indirizzi del nostro ufficio
     dove abita il consigliere titolare Goljadkin."
     Petruska non rispose nulla ma,  a quanto sembrò a Goljadkin,  fece
     un sorrisetto.
     "Suvvia, dunque: tu, tu, Pjotr, gli chiederai l'indirizzo e saprai
     dove,   dico,   dove   abita  l'impiegato  Goljadkin  recentemente
     assunto."
     "Va bene."
     "Gli chiederai l'indirizzo e  a  quell'indirizzo  porterai  questa
     lettera. Capito?"
     "Capisco."
     "Se là...  ecco, se là dove porterai la lettera... quel signore al
     quale consegnerai la lettera, quel Goljadkin,  insomma...  che hai
     da ridere, tanghero?"
     "Perché dovrei ridere?  A me che importa!  Non dico niente,  io...
     Noi non abbiamo niente da ridere..."
     "Be', ecco... se quel signore ti chiederà per caso come sta il tuo
     padrone, che cosa fa...  se insomma...  cercherà di farti parlare,
     tu taci e rispondigli che,  sì, il tuo padrone sta discretamente e
     prega, per favore, di dargli una risposta di suo pugno. Capito?"
     "Capisco, signore."
     "Bene,  così,  ecco,  digli: il mio padrone sta  abbastanza  bene,
     digli,  e  si  sta  preparando  per andare a fare una visita: e vi
     chiede, digli, una risposta scritta. Capito?"
     "Capisco."
     "E allora va'!"
     "Ma, guarda un po' come ci si deve affaticare con questo tanghero!
     Ride dentro di sé,  ne sono certo.  Ma di che  cosa  ride?  Doveva
     proprio capitarmi una disgrazia, proprio così doveva capitarmi una
     disgrazia!  Del resto, però, forse le cose volgeranno al meglio...
     Questo mascalzone adesso,  di certo vagabonderà per due ore almeno
     e andrà a ficcarsi chissà dove... Non lo si può mandare da nessuna
     parte.  Che  disgrazia!  Ma guarda che disgrazia mi è capitata tra
     capo e collo!"
     Conscio in tal modo della sua disgrazia,  il nostro eroe decise di
     aspettare  passivamente il ritorno di Petruska per due ore almeno.
     Per circa un'ora misurò avanti e indietro  la  stanza,  fumò,  poi
     mise  via la pipa e si mise a sedere con un libro in mano,  poi si
     sdraiò sul divano,  poi riprese ancora la pipa,  e  poi  di  nuovo
     cominciò a sgambettare per la stanza. Voleva mettersi a riflettere
     un po';  ma proprio non ce la faceva.  Infine l'agonia di quel suo
     stato passivo aumentò a tal punto che Goljadkin decise di prendere
     qualche provvedimento.
     "Ci vorrà almeno  un'ora  prima  che  Petruska  ritorni"  pensava;
     "potrei  dare  la chiave al portiere e intanto io stesso potrei...
     già... potrei indagare un po' sulla faccenda,  indagare un po' per
     conto  mio."  Senza  perdere  tempo,  per  la fretta di mettersi a
     indagare sulla faccenda,  Goljadkin prese il cappello,  uscì dalla
     stanza,  chiuse l'appartamento,  scese dal portiere,  gli diede la
     chiave e una moneta da dieci copechi -  Goljadkin  era  diventato,
     chissà  come,  insolitamente  grandioso  -  e  si  slanciò là dove
     doveva.  Goljadkin  corse  a  piedi,  prima  di  tutto,  al  ponte
     Izmajlovskij. Per arrivarvi ci volle circa mezz'ora. Arrivato alla
     meta  del  suo  viaggio entrò sparato nel cortile della casa a lui
     ben nota e diede un'occhiata alle finestre  dell'appartamento  del
     consigliere di stato Bernadeiev. Salvo tre finestre con le tendine
     rosse, tutte le altre erano buie.
     "Da Olsufij Ivànovic',  oggi, non ci sono certamente visite" pensò
     Goljadkin;  "certamente  oggi  sono  tutti  in  casa."  Dopo  aver
     aspettato  un  po'  in cortile,  il nostro eroe voleva decidersi a
     fare qualche cosa.  Ma evidentemente era scritto che la  decisione
     non  si  dovesse  concretare.   Goljadkin  cambiò  idea,  agitò  a
     mezz'aria la mano in segno di rassegnazione  e  tornò  in  strada.
     "No, non è qui che bisognava venire. Che starò a fare qui. Ecco, è
     meglio  che ora io...  indaghi particolarmente la faccenda." Presa
     questa decisione, Goljadkin si avviò di corsa al suo dipartimento.
     La distanza non era poca;  per giunta la  strada  era  coperta  di
     fango  e  la  neve  scendeva  a fiocchi grandi e fitti.  Ma per il
     nostro eroe sembrava che in quel  momento  non  esistesse  nessuna
     difficoltà.  A dire il vero,  era bagnato fino alle ossa,  e anche
     non poco inzaccherato,  "ma se deve andare  così,  pazienza,  vada
     così,  però  la meta è raggiunta".  E in realtà Goljadkin si stava
     avvicinando  alla  meta.   La  cupa  massa  dell'enorme   edificio
     governativo   già  si  profilava  in  lontananza  davanti  a  lui.
     "Fermati!" pensò "dove mai sto andando e che cosa vado a fare  là?
     Ammettiamo pure che io venga a sapere dove abita: ma intanto penso
     che  Petruska  sia già tornato e mi abbia portato la risposta.  Io
     sto perdendo inutilmente il mio preziosissimo tempo,  l'ho proprio
     già  perso,  questo mio prezioso tempo.  Be',  non importa;  posso
     ancora mettere tutto a posto. Però, veramente,  perché non passare
     da  Vachrameiev?  Ma  no.  Io,  già,  dopo..  eh!  Non era affatto
     necessario che uscissi... Proprio no! Ma che caratteraccio! Questo
     è il mio  chiodo  fisso:  che  sia  necessario  o  no,  non  perdo
     l'occasione per correre sempre avanti,  in un modo o nell'altro...
     Già...  che ore sono?  eh,  ormai saranno le nove...  Petruska può
     arrivare  da  un  momento  all'altro e non mi troverà in casa.  Ho
     fatto una bella cretinata a uscire... Eh, davvero, che pasticcio!"
     Sinceramente conscio di aver fatto una vera sciocchezza, il nostro
     eroe tornò al galoppo verso la via delle Sei Botteghe.  Ci  arrivò
     stanco,  sfinito.  Giù dal portone fu informato che a Petruska non
     era neppur passato per il cervello di  farsi  vedere:  "Be'...  lo
     immaginavo" pensò il nostro eroe,  "e intanto sono già le nove. Ma
     che  razza  di  mascalzone!   Quello  è  eternamente  in  giro   a
     ubriacarsi!  Signore mio dio! Vedi un po' che razza di giornata mi
     è capitata in sorte!" così ragionando e arrovellandosi,  Goljadkin
     aprì la porta del suo appartamentino,  si procurò una lampada,  si
     svestì,  fece una fumatina di pipa,  e  stanco,  sfinito,  con  le
     membra  rotte  si  sdraiò  sul  divano  in attesa di Petruska.  La
     candela smoccolava mandando una  luce  fioca,  che  oscillava  sui
     muri...  Goljadkin  guardò,  pensò,  e  infine si addormentò di un
     sonno profondissimo.
     Si svegliò che era già tardi. La candela era ormai quasi del tutto
     consumata, fumava e stava per spegnersi definitivamente. Goljadkin
     saltò in piedi, si riscosse e ricordò tutto, proprio tutto.  Al di
     là  del tramezzo risuonava il cupo russare di Petruska.  Goljadkin
     si precipitò alla finestra: non una luce,  da nessuna parte.  Aprì
     l'anta: silenzio ovunque; la città sembrava morta; era immersa nel
     sonno. Dovevano dunque essere le due o le tre; l'orologio al di là
     del  tramezzo  fece  uno  sforzo  e  batté  le  due.  Goljadkin si
     precipitò dietro il tramezzo.
     In un modo o nell'altro,  non so come,  dopo lunghi  tentativi,  a
     furia di scrolloni riuscì a far sedere Petruska sul letto. Intanto
     la  candela  si era definitivamente spenta.  Passarono circa dieci
     minuti  prima  che   Goljadkin   trovasse   un'altra   candela   e
     l'accendesse.   E,   nel  frattempo,  Petruska  si  era  di  nuovo
     addormentato. "Sei una bella razza di mascalzone, canaglia che non
     sei altro!" mormorò Goljadkin,  riprendendo  a  scrollarlo:  "Vuoi
     svegliarti e alzarti, sì o no?" Dopo mezz'ora di fatica, Goljadkin
     riuscì  a  smuovere completamente il suo domestico e a trascinarlo
     fuori.  Soltanto allora il nostro eroe vide che Petruska era,  per
     così dire, ubriaco fradicio e che a stento si reggeva in piedi.
     "Sei   un   vero   ciondolone!"   gridò   Goljadkin  "un  brigante
     matricolato! Mi vuoi decapitare! O Signore,  dove mai avrà perduto
     la lettera? Ah, Creatore mio, perché... perché l'ho scritta? Avevo
     proprio bisogno di scriverla?  A briglia sciolta sono andato,  col
     mio amor proprio,  imbecille che sono!  Vedi un po'  dove  diavolo
     porta l'amor proprio! Eccotelo, l'amor proprio, eccotelo, canaglia
     che sei! Ehi, tu, dove diavolo hai ficcato la lettera, furfante? A
     chi l'hai data?"
     "Non  ho  consegnato  a nessuno nessuna lettera: non avevo nessuna
     lettera, questo è il fatto."
     Goljadkin si tormentava le mani in preda alla disperazione.
     "Ascolta, Pjotr... ascoltami, su, ascolta."
     "Ascolto.. ."
     "Tu dove sei andato? rispondimi..."
     "Dove sono andato... Sono andato da certa brava gente...  Che devo
     dire?"
     "Ah Signore mio dio!  Dove sei andato,  prima di tutto? Sei andato
     al dipartimento? Ascoltami, Pjotr, eri forse ubriaco?"
     "Ubriaco,  io?  Che io non possa più muovermi dal posto se  non  è
     vero che sono a bo-bo-bocca asciutta... ecco..."
     "No,  no...  non  importa  che  tu sia ubriaco...  Te l'ho chiesto
     soltanto così... E' bene, anzi, che tu sia ubriaco... Non importa,
     Petruska,  non  importa  affatto...  Tu,  forse,   l'hai  soltanto
     dimenticato,  ma ora ricordi tutto.  Su, cerca un po' di ricordare
     se sei stato dall'impiegato Vachrameiev: ci sei stato sì o no?"
     "Non ci sono stato, e un impiegato così non è mai esistito.  Ecco,
     io anche subito..."
     "No, no, Pjotr! No, Petruska, lo vedi, no, che io non dico niente?
     E  che cosa c'è infine?  Fuori fa freddo,  è umido e se un uomo ha
     bevuto un tantino di più non è poi un gran male...  Non vado  mica
     in collera.  Anch'io,  caro,  oggi ho bevuto...  Tu però confessa,
     cerca di ricordare: ci sei stato dall'impiegato Vachrameiev?"
     "Be', come fosse adesso, ecco è andata così, parola d'onore; ecco,
     ci sono stato, ecco, come fosse adesso..."
     "Suvvia, Petruska, va bene,  va bene che tu ci sia stato.  Lo vedi
     che  non  vado in collera...  Su,  su..." proseguì il nostro eroe,
     lisciando sempre di più il suo servo,  battendogli sulla spalla  e
     distribuendogli sorrisi; "insomma, canaglia, hai alzato un tantino
     il  gomito...  lo hai alzato per dieci copechi?  Ah,  birbone d'un
     ubriacone!   Ma  non  importa:  lo  vedi  bene  che  non  vado  in
     collera..."
     "No, non sono un briccone, come volete voi... Sono andato da certa
     brava gente e non sono un briccone, non lo sono mai stato..."
     "Ma no,  no,  Petruska! Ascoltami, Pjotr, non importa, lo vedi che
     non voglio mica insultarti chiamandoti briccone. Questo, vedi,  te
     lo  dico  come consolazione,  in senso alto,  te lo dico.  Questo,
     Petruska,  significa lusingarlo,  un uomo,  è come dirgli che è un
     furbo  di  tre  cotte,  un  giovane  in  gamba,  che non si lascia
     infinocchiare da nessuno e non permette a nessuno di prenderlo  in
     giro.  A certi questo gli piace...  Su,  su, non importa! Tu dimmi
     soltanto, Petruska,  senza nascondermi niente,  francamente come a
     un  amico,  dimmi:  sei stato dall'impiegato Vachrameiev?  Te l'ha
     dato l'indirizzo?"
     "L'indirizzo me l'ha dato,  anche l'indirizzo mi ha  dato.  E'  un
     bravo impiegato!  Il tuo padrone, dice, è una brava persona, dice,
     un'ottima persona;  io...  digli,  dice,  salutalo,  dice,  il tuo
     padrone,  ringrazialo e digli che io, dice, gli voglio bene, ecco,
     come stimo il tuo padrone! Per il fatto, dice, che il tuo padrone,
     Petruska, è una brava persona, dice, anche tu, Petruska, dice, sei
     una brava persona... ecco..."
     "Ah, Signore mio dio!  E l'indirizzo,  l'indirizzo,  giuda che non
     sei  altro?"  Le ultime parole Goljadkin le pronunciò con una voce
     quasi inintelleggibile.
     "E anche l'indirizzo, anche l'indirizzo mi ha dato..."
     "Te  l'ha  dato?  E  allora,  su,   dove  abita  lui,   Goljadkin,
     l'impiegato Goljadkin, consigliere segreto?"
     "Goljadkin,  dice,  lo  troverai in via delle Sei Botteghe.  Ecco,
     dice, quando arrivi nella via delle Sei Botteghe, prendi a destra,
     sali la scala,  fino al quarto  piano.  Ecco,  dice,  là  troverai
     Goljadkin..."
     "Furfante  matricolato!"  gridò  infine,  perduta la pazienza,  il
     nostro eroe.  "Sei un vero brigante!  Ma quello sono io;  tu  stai
     parlando  di me.  Ma c'è un altro Goljadkin e è di quest'altro che
     io parlo, mascalzone!"
     "Be', come volete... A me che importa! Come volete, ecco..."
     "Ma quella lettera, quella lettera..."
     "Quale lettera?  Non c'era alcuna letlera,  io non no visto alcuna
     lettera."
     "Ma dove l'hai ficcata la lettera, mascalzone?"
     "L'ho  consegnata,  l'ho  consegnata,  la lettera.  Saluta,  dice,
     ringrazia;  è una brava persona,  dice,  il tuo  padrone.  Saluta,
     dice, il tuo padrone..."
     "Ma chi l'ha detto? L'ha detto Goljadkin?"
     Petruska  rimase  un  momento  zitto  e  spalancò  la  bocca in un
     sorriso, guardando dritto negli occhi il suo padrone.
     "Ascolta,  brigante,  ascolta..." cominciò,  ansimando  Goljadkin,
     sconvolto dall'ira.  "Che hai fatto di me? Dimmi, che hai fatto di
     me! Mi hai ucciso mascalzone!  Mi hai staccata la testa dal corpo,
     giuda che non sei altro!"
     "Be',  ora,  come  volete!  Che  me ne importa!" disse ritirandosi
     dietro il tramezzo.
     "Vieni qui, vieni qui, brigante!"
     "Ora non ci verrò da voi, non ci verrò proprio. Che me ne importa!
     Io andrò da brave persone...  E le brave  persone  vivono  secondo
     onestà,  le  brave  persone  vivono senza ipocrisie e non sono mai
     doppie..."
     Goljadkin si sentì tremare le gambe e le  braccia  e  troncare  il
     respiro.
     "Sissignore,"   proseguì  Petruska  "non  sono  mai  doppie;   non
     offendono Iddio e le persone oneste..."
     "Tu sei un fannullone, sei ubriaco! Dormi,  adesso,  farabutto,  e
     domani aggiusteremo i conti!" mormorò con voce appena percettibile
     Goljadkin.  Per  quanto  si riferisce a Petruska,  questi borbottò
     ancora qualche cosa poi lo si sentì sdraiarsi sul letto tanto  che
     esso  scricchiolò,  fare  uno  sbadiglio  che  non  finiva  più  e
     stiracchiarsi,  e finalmente cominciare  a  russare,  immerso  nel
     sonno, come si dice, del giusto.
     Goljadkin  non  era  né  vivo né morto.  Il modo di comportarsi di
     Petruska,  le sue allusioni  molto  strane,  anche  se  abbastanza
     vaghe, per le quali, di conseguenza, non c'era motivo di andare in
     collera, tanto più perché erano state fatte da un uomo in preda ai
     fumi dell'alcool e, infine, la piega maligna presa dalla faccenda,
     tutto questo, insomma, aveva scosso i nervi di Goljadkin. "Mi sono
     lasciato  trascinare  a  rimproverarlo in piena notte" si disse il
     nostro  eroe,   tremando  in  tutto  il  corpo  per  una  dolorosa
     sensazione. "E me la sono presa con un ubriaco! Che cosa ci si può
     aspettare  di utile da un ubriaco?  Nemmeno una parola che non sia
     una bugia!  Ma a che alludeva,  però,  quel brigante?  Signore mio
     dio! E perché ho scritto tutte quelle lettere, assassino che sono?
     Io,  proprio  io,  suicida  che  sono...  Non  potevi stare zitto?
     Bisognava  proprio  parlare  tanto?   Ma  non  vedi  che  ti  stai
     rovinando?  Sei un vecchio straccio, nient'altro, eppure, ecco che
     te ne esci con l'amor proprio, e il mio onore ci soffre, dici,  il
     mio  onore  bisogna  che  lo  salvi,  dici...  un suicida sono,  e
     nient'altro!"
     Così andava parlando Goljadkin seduto sul  divano,  senza  nemmeno
     osare  di  muoversi  per la paura.  All'improvviso i suoi occhi si
     fissarono su un oggetto che aveva  suscitato  al  massimo  la  sua
     attenzione. In preda alla paura - non era un'illusione, non era un
     inganno  della  sua  fantasia quell'oggetto che aveva suscitato la
     sua attenzione - allungò verso di esso la mano con  speranza,  con
     timidezza, con indescrivibile curiosità... No, non era un inganno,
     non  era  un'illusione!  Una lettera,  proprio una lettera,  senza
     dubbio una lettera indirizzata a lui... Goljadkin prese la lettera
     dal tavolo.  Il cuore gli batteva dolorosamente.  "Certamente l'ha
     portata quel mascalzone" precisò, "l'ha portata lì e poi non se ne
     è più ricordato; certo le cose sono andate così..."
     La   lettera  era  dell'impiegato  Vachrameiev,   giovane  collega
     d'ufficio di Goljadkin. "Del resto io, tutto ciò l'avevo previsto"
     pensò il nostro eroe, "e ho previsto anche tutto quello che ora ci
     sarà nella lettera..."
     La lettera era la seguente:

     "Egregio signor Jakòv Petrovic',
     il vostro servo è ubriaco e da lui non c'è da aspettarsi niente di
     sensato;  e per questo motivo preferisco rispondervi per  scritto.
     Mi  affretto  a  dichiararvi  che  l'incarico  da voi datomi e che
     consiste nel consegnare domattina alla  persona  a  voi  nota  una
     lettera,  acconsento  a  eseguirlo con tutta fedeltà e precisione.
     Questa persona,  a voi ben nota,  e che ora costituisce per me  un
     amico,  il  cui  nome  qui  ometto  (perché non voglio inutilmente
     macchiare la reputazione di un uomo assolutamente innocente) abita
     con noi,  nell'appartamento di Karolina  Ivànovna,  proprio  nella
     camera in cui prima,  durante la vostra permanenza da noi, abitava
     un ufficiale di fanteria che veniva da Tambòv.  Del resto,  questa
     persona  la  potete  trovare  dovunque,  tra  le  persone oneste e
     sincere, cosa che di altra gente non si può dire. Ho intenzione di
     interrompere oggi stesso i miei rapporti con voi;  non è possibile
     che  si  resti sul terreno dell'amicizia e del nostro buon accordo
     di colleghi come prima, e perciò vi prego, egregio signore, appena
     avrete ricevuto questa mia sincera lettera,  di farmi avere i  due
     rubli  d'argento  che  mi  dovete  per quei rasoi di fabbricazione
     estera, da me vendutivi a credito,  se favorite ricordarvene,  sei
     mesi  or  sono,  ancora durante il periodo della vostra permanenza
     con noi da Karolina Ivànovna che io stimo con tutta  l'anima  mia.
     Io  agisco  così  perché  voi,  secondo  quanto  dicono le persone
     intelligenti,  avete perso l'amor proprio e la reputazione e siete
     diventato pericoloso per gli uomini innocui e non corrotti, poiché
     alcune persone non vivono secondo verità e,  soprattutto,  le loro
     parole sono false e il  loro  aspetto  di  benpensanti  fa  essere
     sospettosi.  Quanto poi a prendere le difese per l'ingiuria recata
     a Karolina Ivànovna - che è sempre stata donna di buona condotta e
     in secondo luogo, donna onesta e per giunta ragazza,  anche se non
     più giovane, però di ottima famiglia straniera - si troverà sempre
     gente disposta a farlo, della qual cosa alcuni mi hanno pregato di
     accennare,  così,  di sfuggita, in questa mia lettera e parlando a
     loro nome.  In ogni caso saprete tutto  al  momento  opportuno  se
     ancora   non  siete  venuto  a  saperlo,   nonostante  vi  abbiano
     spubblicato,  a  sentire  le  persone  intelligenti,  da  un  capo
     all'altro  della  capitale e,  di conseguenza,  abbiate già potuto
     ricevere, in molti posti, le dovute notizie,  egregio signore,  su
     di  voi.  A  conclusione  della  mia lettera vi dichiaro,  egregio
     signore, che la persona a voi conosciuta,  il cui nome non riporto
     qui  per  le  note,  nobili  ragioni,  è molto stimata dalla gente
     perbene;  inoltre è di carattere  allegro  e  simpatico,  nel  suo
     servizio  d'ufficio  dà  ottimi  risultati;  come tutte le persone
     perbene,  tiene fede alla propria  parola  e  all'amicizia  e  non
     offende  in  loro  assenza quelli con i quali,  in presenza,  è in
     amichevoli rapporti.
     In ogni caso mi firmo
     l'umile vostro servitore

     N. Vachrameiev.

     P.S.  Cacciate via il vostro servo: è un ubriacone e vi procurerà,
     con tutta probabilità,  molte seccature,  e assumete Evstafij, che
     un tempo serviva da noi e che è attualmente disoccupato. Il vostro
     attuale servo non soltanto è un ubriacone,  ma  soprattutto  è  un
     ladro,  poiché ancora la settimana scorsa ha venduto una libbra di
     zucchero in pezzi a Karolina Ivànovna con riduzione di prezzo,  il
     che,  secondo la mia opinione, ha potuto fare soltanto derubandovi
     con abile astuzia,  a poco a poco,  in diverse  volte.  Vi  scrivo
     questo,  desiderando il vostro bene, nonostante che alcune persone
     sappiano soltanto offendere e ingannare la gente, e soprattutto la
     gente  onesta  e  dotata  di  buon  carattere,  e  oltretutto,  la
     denigrano  alle  spalle e la fanno apparire il contrario di quella
     che è,  unicamente per invidia e perché esse  stesse  non  possono
     essere chiamate tali.
     V."

     Dopo  aver  letto tutta la lettera di Vachrameiev,  il nostro eroe
     restò ancora a lungo immobile sul divano. Una nuova luce si faceva
     strada attraverso la vaga e misteriosa nebbia in cui da due giorni
     si sentiva avvolto. Il nostro eroe cominciava in parte a capire...
     stava già per provare ad alzarsi dal divano e passeggiare  un  po'
     per  la  camera,  per  schiarirsi le idee,  raccogliere i pensieri
     dispersi,  qua e là,  fissarli tutti verso il noto oggetto e  poi,
     dopo  essersi un po' ripreso,  meditare sulla sua condizione.  Ma,
     appena volle sollevarsi, ricadde immediatamente, impotente e senza
     forze, al posto di prima.
     "Anche questo,  naturalmente,  l'avevo previsto;  però in che modo
     scrive  e  qual  è  il vero senso delle sue parole?  Questo senso,
     ammettiamolo,  lo conosco,  ma dove ci porterà?  Se  avesse  detto
     chiaro e tondo: ecco,  le cose sono così e così, si vuole questo e
     quest'altro,  io forse lo farei anche.  Ma la  piega,  l'indirizzo
     preso  dalla  faccenda  diventa così spiacevole!  Ah!  in che modo
     arrivare velocemente a domani e arrivare più presto al  fatto?  Ma
     ora  io  so  cosa  fare.  Le cose stanno così e così,  dirò,  sono
     d'accordo sulle ragioni, il mio onore non lo venderò, ma quello...
     magari;  d'altronde,  lui,  quella nota persona,  quel personaggio
     della  malora,  perché  mai ci si è immischiato?  E perché ci si è
     proprio immischiato? Ah, se potessi arrivare presto a domani! Fino
     a quel  momento  intanto  loro  mi  denigreranno,  non  fanno  che
     intrigare e lavorare contro di me!  L'importante è che non bisogna
     perdere tempo,  e ora,  per esempio,  è  necessario  scrivere  una
     lettera e riuscire a spiegare che, sì, le cose stanno in quel modo
     e che su questo e su quell'altro io sono d'accordo.  E domani, non
     appena farà giorno, spedirla e io, ancora prima...  lanciarmi allo
     sbaraglio  contro  di  loro  da  un'altra  parte  e prevenirli,  i
     colombelli... Essi mi denigreranno, e basta!"
     Goljadkin avvicinò a sé un foglio,  prese la penna  e  scrisse  la
     lattera   seguente,   in  risposta  alla  lettera  del  segretario
     provinciale Vachrameiev:

     "Egregio signor Nestor Ighnàtevic',
     con profondo rammarico del mio cuore ho letto  la  vostra  per  me
     offensiva lettera, poiché vedo chiaramente che, parlando di alcune
     disoneste persone e di certa gente falsamente benintenzionata, voi
     intendete alludere a me.  Vedo con sincero dolore come la calunnia
     abbia rapidamente e con successo fatto presa,  a scapito della mia
     tranquillità,  del mio onore e del mio buon nome. E questo è tanto
     più triste e più umiliante in  quanto  anche  le  persone  oneste,
     dotate di un pensiero veramente elevato e soprattutto dotate di un
     carattere  retto e aperto,  rinunciano a occuparsi degli interessi
     della gente perbene e si attaccano con  le  migliori  qualità  del
     loro  cuore al malefico marciume che per disgrazia pullula a tutto
     spiano,  con le intenzioni più cattive,  in  questi  nostri  tempi
     penosi e immorali.  In conclusione vi dirò che il mio debito,  cui
     avete accennato,  di due  rubli  d'argento,  ve  lo  pagherò  fino
     all'ultimo centesimo come un sacro dovere.
     Per  quanto  poi  si  riferisce,   egregio  signore,  alle  vostre
     allusioni a proposito della nota persona di sesso femminile, circa
     le intenzioni, i calcoli e i vari progetti della suddetta persona,
     vi dirò,  egregio signore,  che io  confusamente  e  vagamente  ho
     capito tutte quelle allusioni.  Permettetemi,  egregio signore, di
     conservare senza macchia il mio nobile modo di pensare  e  il  mio
     nome  onorato.  In  ogni  caso,  poi,  sono  pronto a venire a una
     spiegazione verbale,  preferendo l'esattezza che ne deriva  a  uno
     scritto,  e  sono soprattutto pronto a intavolare pacifiche e,  si
     capisce, reciproche trattative. A questo scopo, vi prego,  egregio
     signore, di trasmettere a quelle persone la mia buona disposizione
     a  un'intesa  personale e soprattutto di chieder loro di stabilire
     il giorno e l'ora dell'incontro.  E' stato per me  amaro  leggere,
     egregio  signore,  le  allusioni  al fatto che io vi avrei offeso,
     avrei tradito la vostra amicizia di un tempo e avrei  sparlato  di
     voi. Attribuisco tutto questo a un equivoco, a un'infame calunnia,
     all'invidia  e  all'ostilità  di  coloro  che giustamente io posso
     definire miei più feroci nemici.  Ma essi,  certamente,  non sanno
     che   l'innocenza   è  forte  della  sua  stessa  innocenza,   che
     l'impudenza,  la spudoratezza e la familiarità che muove a  sdegno
     di  certe persone,  presto o tardi saranno marchiate dal disprezzo
     universale,  e che quelle persone non si rovineranno se non per la
     disonestà  e la depravazione del proprio cuore.  In conclusione vi
     prego,  egregio signore,  di riferire a quelle persone che le loro
     strane  pretese  e  il  loro  basso,  fantastico  desiderio di far
     sloggiare altri limiti da questi stessi occupati  con  la  propria
     esistenza  in  questo  mondo  e  di  usurparne il posto,  meritano
     meraviglia,  disprezzo e commiserazione e,  in più,  il manicomio;
     che,  inoltre, un simile modo di agire è severamente vietato dalle
     leggi,  il che,  secondo la mia opinione,  è  giustissimo,  poiché
     ognuno  deve  essere  contento  del proprio posto.  A tutto c'è un
     limite e, se questo è uno scherzo,  è uno scherzo disonesto,  dirò
     di  più:  del  tutto  immorale,  poiché  oso assicurarvi,  egregio
     signore,  che le mie idee,  prima esposte,  a proposito dei propri
     posti, sono nettamente morali.
     "In ogni caso ho l'onore di essere il vostro umilissiimo servitore

     Ja. Goljadkin."

     NOTE DEI TRADUTTORI.

     NOTA 1: Diminutivo dl Ivan,  nome russo diffusissimo, col quale si
     indicava sia il vetturino di piazza sia il suo veicolo  malridotto
     e il cavallo, ugualmente malridotto.










     10.

     Si  può  ben  dire  che  gli  avvenimenti del giorno prima avevano
     profondamente scosso Goljadkin.  Il nostro eroe passò una  pessima
     notte,  cioè non riuscì assolutamente a dormire nemmeno per cinque
     minuti,  come se qualche burlone avesse cosparso il suo  letto  di
     setole  fatte  a  pezzetti.  Passò tutta la notte in una specie di
     dormiveglia, girandosi da una parte e dall'altra, ora su un fianco
     ora sull'altro,  esclamando,  ansimando,  prendendo sonno  per  un
     istante  e  dopo  un  istante  svegliandosi di nuovo,  e tutto ciò
     accompagnato da  una  strana  angoscia,  da  confusi  ricordi,  da
     orrende visioni...  in una parola, da tutto ciò che si può trovare
     di più sgradevole...  Ora gli appariva  davanti,  immersa  in  una
     strana,  misteriosa penombra, la figura di Andréj Filìppovic'; una
     figura asciutta,  scontrosa,  dallo sguardo freddo,  crudele,  con
     quel suo rimbrottare rigido e cortese...  Ma, non appena Goljadkin
     cominciava ad avvicinarsi ad Andréj Filìppovic' per  giustificarsi
     in certo qual modo ai suoi occhi,  così e così, e dimostrargli che
     lui non era come lo dipingevano i suoi nemici, che, ecco,  lui era
     questo  e quello,  e che anzi aveva,  oltre alle comuni innate sue
     qualità,   anche  questo  e  quest'altro...   ecco  che   appariva
     immediatamente la persona nota per le sue basse intenzioni e,  con
     qualche espediente dei più stomachevoli, in un colpo solo demoliva
     tutte le sue iniziative e proprio  lì,  quasi  sotto  il  naso  di
     Goljadkin,  diffamava energicamente la sua reputazione, calpestava
     nel fango il suo amor proprio e poi, senza perdere tempo, prendeva
     il suo posto nell'ufficio e in società.  Ora Go]jadkin sentiva  un
     certo prurito alla testa causato da qualche scappellotto,  da poco
     tempo ben meritato e umilmente accettato,  ricevuto o  nella  vita
     comune  oppure  là  in  servizio,  colpettino  contro il quale era
     difficile protestare...  E,  mentre Goljadkin  cominciava  già  ad
     arrovellarsi   il   cervello  sul  perché  fosse  tanto  difficile
     protestare,  anche solo per quello scappellotto,  questo  pensiero
     sullo   scappellotto  andava  assumendo  insensibilmente  un'altra
     forma;  la  forma  di  una  qualche  piccola  nota,  o  abbastanza
     notevole,  viltà  vista,  sentita  o da lui stesso compiuta non da
     molto tempo;  e spesso compiuta persino per una ragione non bassa,
     e persino anche non per un basso impulso qualsiasi,  ma così...  a
     volte, tanto per dire, per caso, per delicatezza, un'altra volta a
     causa  della  sua  assoluta  mancanza  di  protezioni  e,   infine
     perché...  perché...  insomma  Goljadkin  lo  sapeva  bene  questo
     "perché"! A questo punto Goljadkin arrossiva nel sonno e, cercando
     di reprimere il suo rossore,  borbottava tra sé che,  per esempio,
     si  poteva  in  questo  caso  far  vedere  la  propria fermezza di
     carattere...  ma poi concludeva: "Ma che  fermezza  di  carattere!
     perché ricordarla proprio adesso?"
     Ma,  soprattutto,  ossessionava  e irritava Goljadkin il fatto che
     proprio  lì  e  immancabilmente  in  quel  preciso   momento,   lo
     chiamassero  o  no,  appariva  il  personaggio  noto  per  i  suoi
     mostruosi e grotteschi  propositi  e,  nonostante  che,  a  quanto
     sembrava,  la cosa fosse già risaputa, anche lui borbottava con un
     vile sorrisetto: "Ma che c'entra  qui"  diceva,  "la  fermezza  di
     carattere? Quale fermezza di carattere può essere la mia e la tua,
     Jakòv Petrovic'?..."
     Ora  Goljadkin sognava di trovarsi in un'ottima compagnia,  famosa
     per lo spirito arguto e per il tono di alta distinzione  di  tutte
     le persone che ne facevano parte;  che Goljadkin, da parte sua, si
     era distinto per il suo comportamento cortese e arguto;  che tutti
     gli  volevano  bene,  e  persino qualcuno fra i suoi nemici che si
     trovavano lì aveva cominciato a nutrire affetto per  lui,  il  che
     gli  era  molto gradito;  che tutti gli avevano decretato il primo
     posto e che infine Goljadkin stesso aveva sentito con  suo  grande
     piacere  che  il  padrone  di  casa,  tirato in disparte uno degli
     ospiti,   aveva  fatto  le  lodi   del   signor   Goljadkin...   e
     all'improvviso,  di  punto  in  bianco,  era  di  nuovo apparso il
     personaggio noto per i suoi cattivi propositi e  i  suoi  bestiali
     impulsi,  sotto  l'aspetto  del  signor  Goljadkin  numero due,  e
     proprio lì, di colpo, in un attimo,  con la sua sola comparsa,  il
     signor  Goljadkin  numero  due  aveva  fatto  precipitare tutta la
     gloria e  il  trionfo  del  signor  Goljadkin  numero  uno,  aveva
     oscurato  con  la  sua  presenza  il  Goljadkin numero uno,  aveva
     calpestato nel fango il Goljadkin numero  uno,  e,  infine,  aveva
     chiaramente  dimostrato  che  il  Goljadkin  numero uno e al tempo
     stesso l'autentico,  non era affatto l'autentico,  ma il falso  e,
     che  l'autentico  era lui,  che infine il Goljadkin numero uno non
     era assolutamente quello che sembrava, ma ora questo,  ora quello,
     e,  di conseguenza, non doveva avere e non aveva il diritto di far
     parte  della  società  delle  persone  perbene  e  dalle   maniere
     distinte.  E  tutto  questo  era  accaduto così in fretta,  che il
     signor Goljadkin numero uno non aveva fatto  in  tempo  ad  aprire
     bocca  che già tutti si erano dati anima e corpo allo scandaloso e
     falso Goljadkin e con profondo disprezzo avevano ripudiato lui, il
     vero e innocente Goljadkin.  Non c'era più nemmeno una  persona  a
     cui  lo scandaloso Goljadkin non avesse in un lampo fatto cambiare
     opinione a modo suo.  Non rimaneva una  persona,  nemmeno  la  più
     insignificante dell'intera compagnia, intorno alla quale l'inutile
     e  falso  Goljadkin  non  avesse  fatto il leccapiedi nel modo più
     sdulcinato,  a cui non avesse fatto l'occhiolino a  modo  suo,  di
     fronte  alla  quale  non  avesse  fatto  bruciare,  secondo la sua
     abitudine, i più dolci e più gradevoli aromi, cosicché la persona,
     avvolta in quella nuvola di profumo,  non faceva  che  annusare  e
     starnutire  fino  alle  lacrime,  in segno di supremo piacere.  E,
     soprattutto,   questo  succedeva  in  un  lampo:  la  rapidità  di
     movimenti   del   sospetto   e   inutile   signor   Goljadkin  era
     sorprendente!   Ha  fatto  appena  in  tempo,   per   esempio,   a
     scodinzolare  intorno a uno e a guadagnarsene la benevolenza che -
     e in un amen - eccolo già da un altro. Scodinzola, scodinzola pian
     piano intorno a quest'altro, strappa un sorrisetto di benevolenza,
     slancia la sua gambotta corta e paffuta,  e del resto,  abbastanza
     legnosa,  e  eccolo  già  vicino a un terzo;  corteggia il terzo e
     liscia amichevolmente anche quello;  non fai in  tempo  ad  aprire
     bocca, non fai in tempo a dire "ah!" per lo stupore, che lui è già
     dal  quarto e col quarto è già a posto;  è una cosa orribile,  una
     stregoneria,  e basta!  E tutti sono contenti,  tutti gli vogliono
     bene  e  tutti lo portano alle stelle e proclamano a gran voce che
     la sua amabi]ità e la sua intelligenza così  portata  alla  satira
     non  sono  nemmeno  paragonabili  all'amabilità  e  alla  tendenza
     satirica dell'autentico Goljadkin,  e  coprono  così  di  vergogna
     l'autentico  e  innocente  Goljadkin  e  ripudiano  il  verosimile
     Goljadkin e cacciano a spintoni  il  benintenzionato  Goljadkin  e
     fanno piovere piccoli scappellotti sul famigerato per il suo amore
     verso il prossimo, sull'autentico Goljadkin...
     Pieno di angoscia,  di terrore,  fuori di sé,  quel povero martire
     del signor Goljadkin si precipitò di corsa in  strada  e  noleggiò
     una  vettura per volare dritto dritto da sua eccellenza e,  se non
     da lui, almeno da Andréj Filìppovic',  ma...  orrore!  i vetturini
     non volevano in nessun modo saperne di portarlo: "Non è possibile,
     signore,   non   è  possibile"  dicevano,   "portare  due  persone
     perfettamente uguali;  una  brava  persona,  vostra  signoria,  si
     ingegna di vivere secondo onestà e non come che sia, e mai con una
     doppia  vita."  Pieno  di stupefatta vergogna si guardava intorno,
     l'onestissimo signor Goljadkin, e si convinceva lui stesso,  con i
     propri  occhi,  che  i  vetturini e Petruska,  tutti in comunella,
     erano nel loro diritto; poiché anche il depravato signor Goljadkin
     era davvero lì, vicino a lui, a non grande distanza,  e,  seguendo
     anche  lì  le ignobili abitudini del suo carattere,  anche in quel
     critico caso,  si preparava senza dubbio a fare qualcosa di  molto
     sconveniente,  che  non mostrava affatto la particolare elevatezza
     di  carattere  che  si  acquista  di  solito   con   l'istruzione;
     elevatezza di cui,  a ogni favorevole occasione, tanto si gloriava
     il disgustoso signor Goljadkin numero due.  Fuori di sé,  in preda
     alla  vergogna  e  alla  disperazione,  il perduto e assolutamente
     onesto signor Goljadkin si lanciò dove lo portavano le gambe, alla
     mercé del destino, non importava dove;  ma a ogni suo passo,  ogni
     volta che posava il piede sul granito del marciapiede, saltava su,
     come   da   sottoterra,   un   altro   odioso   signor  Goljadkin,
     perfettamente uguale per depravazione di cuore.  E tutti  costoro,
     assolutamente  simili uno all'altro,  subito dopo la loro comparsa
     si mettevano a correre uno dietro l'altro, in una lunga fila, come
     una schiera di oche, e si trascinavano arrancando dietro al signor
     Goljadkin numero uno,  e non c'era modo di sfuggire a questi  tipi
     perfettamente  identici,  e  il  signor Goljadkin degno in tutti i
     modi di commiserazione, si sentì troncare il fiato per l'orrore; e
     venne  fuori,   infine,   una  spaventosa   quantità   di   esseri
     perfettamente uguali,  e tutta la capitale fu invasa,  infine,  da
     quegli esseri  perfettamente  simili,  e  un  agente  di  polizia,
     vedendo  una  tale  violazione al decoro,  fu costretto a prendere
     quegli uomini perfettamente simili per la  collottola  e  a  farli
     entrare  in  una  guardina che si trovava per caso lì di fianco...
     Agghiacciato  dall'orrore,   il  nostro  eroe   si   svegliava   e
     agghiacciato  dall'orrore  sentiva che anche nella realtà il tempo
     non scorreva con maggiore  allegria...  aveva  una  sensazione  di
     pesantezza,  di tormento... Lo prendeva una tale angoscia, come se
     qualcuno gli rodesse il cuore in petto...
     Infine Goljadkin non poté più  resistere.  "Questo  non  accadrà!"
     gridò,  sollevandosi  sul  letto  con  decisione,  e  dopo  questa
     esclamazione si svegliò del tutto.
     Il giorno, evidentemente, era iniziato da un bel po'. Nella stanza
     sembrava che ci fosse più  luce  del  solito;  i  raggi  del  sole
     filtravano   attraverso   i  vetri  ricoperti  di  ghiaccio  e  si
     diffondevano  per  la  camera,   cosa  che  meravigliò   parecchio
     Goljadkin,  poiché forse soltanto verso mezzogiorno il sole faceva
     capolino nella  stanza:  nel  passato,  di  simili  eccezioni  nel
     cammino del celeste astro,  almeno secondo quanto Goljadkin stesso
     poteva ricordare,  non c'erano quasi mai  state.  Il  nostro  eroe
     aveva  appena fatto in tempo a meravigliarsi che l'orologio a muro
     dietro il tramezzo prese a ronzare,  e si  preparò  decisamente  a
     battere  le  ore.  "Ah,  ecco!"  pensò  Goljadkin  e,  in preda ad
     angosciosa attesa, si preparò ad ascoltare...  Ma,  a definitiva e
     completa sconfitta di Goljadkin,  l'orologio fece un enorme sforzo
     e batté,  a conti fatti,  un solo colpo.  "Che storia  è  questa?"
     esclamò  il  nostro eroe,  balzando completamente dal letto.  Così
     com'era,  non potendo credere alle  proprie  orecchie,  si  lanciò
     dietro   il  tramezzo.   Sull'orologio  era  veramente  il  tocco.
     Goljadkin diede  un'occhiata  al  letto  di  Petruska;  ma,  nella
     stanza,   di   Petruska  non  c'era  nemmeno  l'odore:  il  letto,
     evidentemente,  era stato rifatto e  lasciato  da  un  pezzo;  non
     c'erano  da  nessuna  parte nemmeno i suoi stivali;  indiscutibile
     segno che Petruska veramente non si trovava in casa.  Goljadkin si
     precipitò  alla  porta:  era  chiusa.  "Ma  dov'è  mai  Petruska?"
     proseguì in un sussurro,  tutto preso da un tremendo turbamento  e
     sentendo un forte tremore per tutte le membra... All'improvviso un
     pensiero  gli si affacciò...  Goljadkin si lanciò verso il tavolo,
     lo guardò  bene,  rovistò  dappertutto:  proprio  così...  La  sua
     lettera della sera prima a Vachrameiev non c'era più...  Dietro al
     tramezzo non c'era nemmeno Petruska;  l'orologio  a  muro  segnava
     l'una e nella lettera di Vachrameiev del giorno avanti erano stati
     introdotti  alcuni nuovi periodi,  al primo sguardo,  però,  assai
     poco  chiari,  ma  ora  del  tutto  spiegabili.  Finalmente  anche
     Petruska! l'evidentemente prezzolato Petruska! Sì, sì, era proprio
     così!
     "Ecco  come  andava  stringendosi il nodo più importante!" esclamò
     Goljadkin,  battendosi la fronte e spalancando sempre di  più  gli
     occhi;  "è  dunque nel nido di quella spilorcia tedesca che ora si
     nasconde soprattutto la forza impura!  Allora era allora solo  una
     diversione  strategica  quella  che  faceva,  indicandomi il ponte
     Izmajlovskij; mi gettava polvere negli occhi, mi voleva confondere
     (maledetta strega!) ecco come ha preparato le sue insidie!  Sì,  è
     così!  Solo  guardando  la  faccenda da questo lato,  tutto appare
     proprio così!  E si spiega anche  perfettamente  la  comparsa  del
     farabutto!  Tutto  tende  alla stessa meta.  Da parecchio tempo lo
     tenevano là, lo preparavano e lo avevano come riserva per i giorni
     neri. Ecco come stanno ora le cose, come tutto si è chiarito! Come
     tutto si è risolto!  Ma non importa!  Siamo ancora  in  tempo!"  A
     questo  punto Goljadkin ricordò con terrore che era già l'una dopo
     mezzogiorno.  "E,  se ora essi avessero fatto in tempo  a...".  Un
     gemito  uscì  dal suo petto...  "Ma no,  sono fandonie,  non hanno
     fatto in tempo,  ora vedremo..."  Si  vestì  in  fretta  e  furia,
     afferrò  un  foglio  di  carta,  prese la penna e stese la lettera
     seguente:

     "Egregio signor Jakòv Petrovic',
     o voi o io,  ma tutti e due insieme è  impossibile!  E  perciò  vi
     dichiaro  che  lo  strano,  ridicolo  e insieme impossibile vostro
     desiderio di sembrare il mio gemello e di  presentarvi  come  tale
     non  serve  che a vostro completo disonore e sconfitta.  Perciò vi
     prego,  a giovamento del vostro personale vantaggio,  di farvi  da
     parte e di fare largo alle persone veramente nobili e dalle nobili
     intenzioni.  In  caso  contrario  sono pronto ad arrivare a misure
     estreme.  Poso la penna e aspetto...  Mi  tengo,  però,  a  vostra
     disposizione, vostra e... delle pistole.
     J. Goliadkin"

     Il nostro eroe, compilato il biglietto, si strpicciò vigorosamente
     le mani. Poi, infilato il cappotto e calcato il cappello, aprì con
     un'altra  chiave  di  riserva  la  porta  di  casa  e  si avviò al
     dipartimento. Fino al dipartimento ci arrivò,  ma a entrare non si
     decise;  in  realtà era troppo tardi: le due e mezzo segnava ormai
     l'orologio di Goljadkin... All'improvviso una circostanza, a prima
     vista di pochissimo rilievo,  gli chiarì alcuni dubbi:  da  dietro
     l'angolo  dell'edificio del dipartimento comparve ad un tratto una
     figuretta ansimante e rossa in viso che furtivamente, con andatura
     da topo,  sgattaiolò sulla  scala  e  poi  nell'ingresso.  Era  lo
     scrivano Ostafev,  un uomo ben conosciuto da Goljadkin,  un tipo a
     volte veramente necessario,  e pronto,  per una monetina da  dieci
     copechi,  a  qualsiasi  cosa.  Poiché conosceva il punto debole di
     Ostafev e  aveva  capito  che  quello,  dopo  un'assenza  per  una
     urgentissima  necessità,  era  probabilmente  ancora  più avido di
     prima di monetine da  dieci  copechi,  il  nostro  eroe  prese  la
     decisione  di  non  risparmiarle e immediatamente sgattaiolò anche
     lui sulla scala e poi nell'ingresso,  sulle orme  di  Ostafev,  lo
     chiamò ad alta voce e con aria di mistero lo tirò in disparte,  in
     un angoletto isolato, dietro un'enorme stufa di ghisa. Dopo averlo
     portato lì, il nostro eroe cominciò una specie di interrogatorio.
     "Be',  amico mio,  come vanno le cose là dentro...  tu mi capisci,
     vero?"
     "Ascolto, vostra signoria, e auguro salute a vostra signoria."
     "Bene,  amico  mio,  bene:  e  io ti ringrazio,  caro amico.  Vedi
     dunque, come stanno le cose?"
     "Che cosa desiderate darmi domani?" E a questo punto Ostafev coprì
     un po' con le mani la bocca che,  senza  intenzione,  gli  si  era
     spalancata.
     " Io,  ecco...  vedi, amico mio, io... quello... ma tu non pensare
     niente, sai... Dunque. Andréi Filìppovic' è qui? "
     "Sissignore, è qui."
     "E anche gli impiegati ci sono?"
     "Sissignore, e anche gli impiegati, come deve essere."
     "E c'è anche sua eccellenza?"
     "Anche sua eccellenza,  signore." E qui  lo  scrivano  ancora  una
     volta  frenò la bocca che gli si spalancava e guardò con una certa
     strana curiosità Goljadkin, così sembrò, almeno, al nostro eroe.
     "E non c'è niente di speciale, amico mio?"
     "Niente, signore, assolutamente niente, signore."
     "E dunque sul mio conto,  caro amico,  non c'è  qualcosa,  insomma
     soltanto  qualcosa  così?   Soltanto  così,  capisci,  amico  mio,
     capisci?"
     "No,  signore,  finora non si è ancora sentito  dire  niente."  Di
     nuovo lo scrivano frenò la lingua e di nuovo guardò in modo strano
     Goljadkin.  Il  fatto  è  che  il  nostro  eroe si sforzava ora di
     penetrare nelle espressioni di Ostafev,  di leggere in esse se non
     gli si nascondeva qualcosa.  E in realtà, sembrava che qualcosa di
     nascosto ci fosse;  il fatto è che Ostafev  stava  diventando  più
     rude  e  asciutto  e partecipava ora alla conversazione del signor
     Goljadkin non più con l'interesse di prima.  "In parte è  nel  suo
     diritto"  pensava  Goljadkin;  "che  gli  importa di me?  Con ogni
     probabilità, ha già beccato qualcosa dall'altra parte e per questo
     forse si è allontanato per qualche urgentissima necessità.  Ma io,
     ecco,  a  lui..."  Goljadkin capì che era il momento giusto per la
     monetina. "Eccoti, caro amico..."
     "Sono vivamente grato alla signoria vostra."
     "Te ne darò ancora altre..."
     "Vi ascolto, vostra signoria."
     "Ora, subito te ne darò altre e, ad affare compiuto, altre ancora.
     Capisci?"
     Lo scrivano  taceva,  stava  sull'attenti  e,  immobile,  guardava
     Goljadkin.
     "Be', ora dimmi: non si sente dire niente sul mio conto?"
     "Mi pare che per ora...  di quello... ancora niente... per ora..."
     Ostafev rispondeva scandendo bene le parole  e,  sbirciando  anche
     lui  con  aria  un  po'  misteriosa  e sollevando le sopracciglia,
     teneva gli occhi a terra,  cercando di usare il tono adatto e,  in
     una  parola,  cercava  con  tutte  le  forze di guadagnarsi quanto
     promesso,  poiché ciò che gli era stato già dato lo riteneva ormai
     suo e definitivamente acquisito.
     "E non si sa niente?"
     "Per ora ancora no."
     "Ma ascolta... di quello... forse si saprà qualcosa?"
     "Poi, si capisce, forse verrà risaputo."
     "Andiamo male!" pensò il nostro eroe.
     "Ascolta, eccoti ancora questo, caro amico."
     "Sono vivamente grato alla signoria vostra."
     "Vachrameiev è stato qui ieri?"
     "Si, signore, c'è stato."
     "E non c'è stato qualcun altro? Cerca di ricordartene, fratello."
     Lo  scrivano  frugò  un  momento  nella sua memoria e non ci trovò
     niente di notevole.
     "No, signore, non c'è stato nessun altro."
     "Già..." Seguì un silenzio. "Ascolta, caro,  eccoti ancora;  dimmi
     tutto, tutto, da cima a fondo."
     "Vi ascolto." Ostafev era mansueto come un agnello,  ora;  proprio
     quello che serviva a Goljadkin.
     "Spiegami, ora, mio caro, di che umore è..."
     "Non c'è male, va bene, signore..." rispose lo scrivano, guardando
     a occhi spalancati Goljadkin.
     "Cioè, come bene?"
     "Cioè,   così..."  E   Ostafev   sollevò   significativamente   le
     sopracciglia. Però, decisamente cominciava a perdere la tramontana
     e non sapeva che altro dire. "Andiamo male!" pensò Goljadkin.
     "Non c'è qualcosa di nuovo, su, a proposito di Vachrameiev?"
     "Tutto come prima."
     " Pensaci bene..."
     "C'è, si dice."
     "Be',  che  c'è  dunque?"  Ostarev trattenne la bocca con la mano.
     "Non c'è una lettera per me, là?"
     "Oggi il custode Micheiev è andato in casa di Vachrameiev  là,  da
     quella loro tedesca; ci andrò, dunque, e mi informerò, se serve."
     "Fammi il favore,  caro, in nome del Creatore! Soltanto così io...
     tu,  caro,  non pensare a chi sa che cosa,  io soltanto così...  E
     chiedi,  caro,  informati se non stiano preparando là qualcosa che
     mi riguardi.  Lui come agisce?  Ecco  cosa  mi  serve  sapere:  tu
     informatene, caro, e io poi ti ricompenserò, caro amico..."
     "Sto ascoltando,  signoria,  ma al vostro posto oggi è seduto Ivàn
     Semjonyc'."
     "Ivàn Semjonyc'? Davvero? possibile?"
     "Andréj Filìppovic' glielo ha ordinato..."
     "Possibile?   Ma  come  mai?   Informati  di  questo,   mio  caro,
     informatene,  in nome del Creatore!  informati di tutto e io te ne
     sarò grato,  mio caro;  ecco ciò che serve...  Ma  tu,  caro,  non
     pensare a chissà che cosa..."
     "Ascolto,  signore,  ascolto...  Ora  andrò  sùbito  là.  Ma  voi,
     signoria, oggi non entrate?"
     "No,  amico mio;  io soltanto così...  sono venuto soltanto a dare
     un'occhiata, caro amico, e poi ti sarò grato, amico mio."
     "Ascolto, signore." Lo scrivano si avviò in fretta, pieno di zelo,
     su per la scala e Goljadkin restò solo.
     "Andiamo  male!" pensò.  "Eh,  sì,  la nostra faccenduola si mette
     maluccio!  Ma tutto questo che cosa starebbe  a  significare?  Che
     cosa volevano dire certi accenni di questo beone,  per esempio,  e
     di chi è questo scherzetto? Ah, ora lo so ben io, di chi è... Ecco
     che razza di scherzetto è questo.  Loro certamente hanno saputo  e
     hanno  insediato...  Però,  che  vuol dire 'hanno insediato?'.  E'
     stato Andréj Filìppovic' a  insediarlo,  quell'Ivàn  Semjonyc'...;
     si,  però, perché ce l'ha insediato e con quale scopo, di preciso?
     Certamente hanno saputo...  Questo Vachrameiev lavora,  cioè,  non
     Vachrameiev,  lui è stupido come una gallina, quel Vachrameiev; ma
     tutti loro lavorano per  lui,  e  anche  quel  furfante  lo  hanno
     aizzato  loro,  qui;  e  quella guercia di tedesca ha fatto le sue
     lamentele!  L'ho sempre sospettato,  io,  che tutto questo intrigo
     avesse uno scopo e che in tutto questo spettegolare di donnicciole
     e di vecchiette ci fosse,  senza ombra di dubbio, qualche cosa; la
     stessa cosa la dicevo anche  a  Krestjàn  Ivànovic',  e  cioè  che
     avevano cercato di uccidere,  parlando dal lato morale, un uomo, e
     si erano aggrappati a Karolina  Ivànovna.  Sì,  si  vede  che  qui
     lavora  della gente in gamba!  Qui,  signore mio,  lavora una mano
     sopraffina,  e non Vachrameiev.  Già si è detto che Vachrameiev  è
     stupido e io so, adesso, chi è che lavora qui per tutti loro: è il
     mascalzone che ci lavora, è l'impostore! Solo a questo si attacca,
     il  che  spiega  in  parte  la  sua  fortuna nell'alta società.  E
     realmente, sarebbe necessario sapere di che umore è adesso...  che
     cosa  succede lì,  da loro...  Però,  a che scopo hanno preso Ivàn
     Semjonyc'? per che diavolo avevano bisogno di Ivàn Semjonyc'? Come
     se non fosse possibile pescarne  un  altro.  Del  resto,  chiunque
     altro avessero preso, le cose non cambiano; ciò che io so soltanto
     è questo,  che lui,  quell'Ivàn Semjonyc', da un pezzo mi sembrava
     sospetto e da un pezzo lo  tenevo  d'occhio,  è  un  così  sudicio
     vecchiaccio,  così  schifoso,  dicono,  presta  denaro  e pretende
     interessi da  giudeo.  Ma  in  tutto  questo  c'è  lo  zampino  di
     quell'orso.  In  tutta la faccenda c'è di mezzo lui.  Ecco come ha
     avuto inizio la faccenda: vicino al ponte Izmajlovskij,  ha  avuto
     inizio... ecco, com'è cominciata..."
     A  questo punto Goljadkin fece una smorfia come se avesse morso un
     limone, essendogli,  molto probabilmente,  venuto in mente qualche
     cosa  di molto sgradito.  "Be',  poco importa,  del resto!" pensò.
     "Però io sono sempre allo stesso punto.  Perché questo Ostafev non
     viene? Probabilmente si è messo a lavorare o, chissà come, è stato
     fermato da qualcuno... Certamente è in parte una buona cosa che io
     intrighi  e,  da parte mia,  scavi un po' il terreno sotto i piedi
     degli altri.  Basta dare dieci copechi a Ostafev e poi lui...  lui
     sta dalla mia parte. Però, ecco in che consiste la faccenda: starà
     poi veramente dalla mia parte... oppure quelli là, dal canto loro,
     mettendosi  d'accordo  con  lui,  tesseranno  qualche intrigo?  In
     realtà ha tutta la faccia di un furfante,  il  mascalzone,  di  un
     vero furfante! C'è un mistero qui sotto! 'No, non c'è nulla, dice,
     signoria, e vi sono sentitamente grato, dice, sinceramente grato'.
     Che razza di brigante, caro mio!"
     Si  sentì  un  rumore...  Goljadkin  si  fece piccolo piccolo e si
     lanciò dietro la stufa. Qualcuno aveva sceso le scale e era uscito
     in strada.  "Chi può essere che se ne va a  quest'ora?"  pensò  il
     nostro eroe.  Un minuto dopo si sentirono di nuovo dei passi...  A
     questo punto Goljadkin non seppe resistere e mise  fuori  dal  suo
     nascondiglio giusto la punta del naso...  La mise fuori, ma poi si
     ritrasse di scatto come se  qualcuno  lo  avesse  bucato  con  uno
     spillo.  Questa  volta passava si sa bene chi,  cioè il farabutto,
     l'intrigante,  il depravato,  passava,  come al solito,  coi  suoi
     ignobili passettini fitti fitti, sgambettando e buttando i piedini
     come  se  si preparasse a pigliare a calci qualcuno.  "Farabutto!"
     disse tra sé il nostro eroe.  Del resto,  Goljadkin non poteva non
     accorgersi  che  il  farabutto  portava sotto il braccio un'enorme
     cartella verde, che apparteneva a sua eccellenza. "Oh, di nuovo un
     incarico speciale!" pensò Goljadkin, arrossendo e facendosi sempre
     più piccolo per la stizza.  Il signor  Goljadkin  numero  due  era
     appena  sfrecciato  davanti  al  signor Goljadkin numero uno senza
     accorgersi di lui, che per la terza volta si sentirono dei passi e
     questa volta Goljadkin indovinò che erano i passi di uno scrivano.
     Infatti la figurina tutta lustra di uno scrivano diede un'occhiata
     verso di lui, dietro la stufa: la figurina non era,  però,  quella
     di Ostafev,  ma di un altro scrivano, soprannominato Scrivanuccio.
     Questo  meravigliò  profondamente   Goljadkin.   "Ma   perché   ha
     immischiato  altri nel segreto?" pensò il nostro eroe.  "Che razza
     di barbari! Non hanno proprio nulla di sacro!"
     "Be',  che c'è,  amico  mio?"  prese  a  dire,  rivolgendosi  allo
     scrivano. "Da parte di chi vieni, amico?"
     "Ecco,  signore,  per  quel  vostro affaruccio.  Per ora non si sa
     niente da nessuno, ma se si saprà qualcosa, ve ne informeremo."
     "E Ostafev?"
     "Lui non può assolutamente, signoria. Già due volte sua eccellenza
     è passata per il reparto e nemmeno io, adesso, ho tempo..."
     "Ti ringrazio, caro, ti ringrazio... Tu dimmi soltanto..."
     "Vi giuro che non ho tempo, adesso...  Ci chiamano ogni momento...
     Ma voi,  ecco,  compiacetevi di trattenervi ancora un po' qui,  di
     modo che, se ci sarà qualcosa relativo alla vostra faccenduola, ve
     lo riferiremo..."
     "No, tu, mio caro, tu dimmi..."
     "Permettete, signore, non ho tempo" disse Scrivanuccio,  sfuggendo
     a  Goljadkin  che  lo  aveva afferrato per una falda;  "davvero in
     questo momento non è possibile.  Voi compiacetevi  di  trattenervi
     qui ancora un po' e noi vi riferiremo."
     "Subito, subito, amico! Subito, caro amico! Ecco, subito: ecco una
     lettera amico mio, io te ne sarò grato, caro."
     "Ascolto, signore."
     "Fa' il possibile per consegnarla al signor Goljadkin."
     "Goljadkin?"
     "Sì, amico mio, al signor Goljadkin..."
     "Bene,  signore.  Ecco,  quando  me ne andrò,  la prenderò.  E voi
     restate qui, intanto. Qui nessuno vi vedrà."
     "No, io, amico mio, tu non pensare... io, già,  non sto qui perché
     nessuno mi veda...  E ora,  amico mio,  qui non ci starò più... ma
     starò giù,  nel vicolo...  Lì c'è un caffè: così io aspetterò là e
     tu, se succede qualcosa, vieni a informarmi di tutto, capisci?"
     "Bene, signore. Lasciatemi soltanto andare. Io capisco..."
     "E  io ti sarò grato,  mio caro!" gridò Goljadkin,  alle spalle di
     Scrivanuccio, riuscito finalmente a liberarsi...
     "Farabutto,   mi  pare  che  verso  la  fine  sia  diventato   più
     grossolano"  pensò  il nostro eroe,  uscendo alla chetichella,  da
     dietro la  stufa.  "Qui  c'è  un  altro  amo,  è  chiaro...  Anche
     all'inizio c'è stato questo e quello...  Del resto,  aveva davvero
     paura: può darsi che là ci sia molto da fare.  E sua eccellenza  è
     passato due volte nella sezione...  Ma come mai l'avrà fatto?  Uh!
     ma questo non ha importanza...  Del  resto  non  è  niente  e  ora
     vedremo..."
     A  questo  punto  Goljadkin  stava  quasi  per aprire la porta con
     l'intenzione di uscire in strada,  quando all'improvviso,  proprio
     in quel preciso momento,  si sentì il rumore della carrozza di sua
     eccellenza.  Non fece in tempo a riaversi che lo  sportello  della
     carrozza si aprì dall'interno e il signore che vi era seduto balzò
     sulla  scala.  Quello che arrivava non era altri che quello stesso
     signor Goljadkin numero due che si era  allontanato  dieci  minuti
     prima. Il signor Goliadkin numero uno ricordò che l'abitazione del
     direttore  era  proprio  a  due  passi.  "E'  lui  per un incarico
     speciale" pensò il nostro eroe.  Nel frattempo il signor Goljadkin
     numero  due,  presa  dalla  carrozza la grossa borsa verde e altri
     incartamenti ancora e dati poi non so quali ordini  al  cocchiere,
     spalancò  la  porta,  quasi  urtando  con essa il signor Goljadkin
     numero uno e, senza fare, intenzionalmente, attenzione a lui, e di
     conseguenza comportandosi a suo dispetto,  si slanciò  correndo  a
     perdifiato  per  la scala del dipartimento.  "Andiamo male!" pensò
     Goljadkin "eh, nella nostra faccenduola c'è qualche guaio! Vedi un
     po',  Signore mio dio!" Da mezzo minuto  il  nostro  eroe  era  lì
     immobile,  impalato; finalmente si decise. Senza pensarci su tanto
     a lungo,  assalito da una forte palpitazione  di  cuore  e  da  un
     tremito per tutto il corpo,  corse su per le scale, sulle orme del
     suo buon conoscente. "Ah!  vada come vuole: che me ne importa?  Io
     sono  parte  in  causa,  in  questa  faccenda" pensava,  mentre in
     anticamera si toglieva cappello, cappotto e soprascarpe.
     Quando Goljadkin entrò nella sua sezione, erano già scese le ombre
     del crepuscolo.  Né Andréj  Filìppovic'  né  Antòn  Antònovic'  si
     trovavano nella stanza.  Erano tutti e due a rapporto nello studio
     del direttore; il direttore poi, a sua volta, come si sapeva dalle
     voci che correvano, doveva andare di fretta da sua eccellenza.  In
     conseguenza  di  quelle circostanze e anche perché ci si era messa
     anche l'oscurità del crepuscolo e  l'orario  d'ufficio  era  ormai
     finito,  alcuni degli impiegati,  prevalentemente giovani, proprio
     nel momento in cui il nostro eroe faceva il  suo  ingresso,  erano
     intenti,  per non dire a oziare,  a riunirsi,  a chiacchierare,  a
     ridere, a discutere e,  anzi,  qualcuno dei più giovani,  cioè dei
     meno  elevati  in grado,  alla chetichella e favoriti dal generale
     rumore,  giocavano in un angolo vicino alla  finestra  a  testa  e
     croce.  Poiché conosceva le convenienze e provando in quel momento
     particolarmente la  necessità  di  procurarsi  della  benevolenza,
     Goljadkin  si avvicinò,  senza perder tempo,  a qualcuno col quale
     andava più d'accordo,  per  augurargli  il  buon  giorno  eccetera
     eccetera.  Ma  i compagni d'ufficio risposero in modo molto strano
     ai saluti di Goljadkin. Rimase sgradevolmente colpito da una certa
     generale freddezza e asciuttezza e perfino,  si può dire,  da  una
     certa severità nell'accoglierlo.  Nessuno gli tese la mano. Alcuni
     dissero  semplicemente  "buongiorno"  e  si  allontanarono;  altri
     fecero solo un cenno con la testa,  qualcuno si girò semplicemente
     dall'altra parte,  come non si fosse accorto di niente  e  alcuni,
     infine  -  cosa  che  più  di  tutto ferì Goljadkin - alcuni tra i
     giovani di grado più basso,  ragazzi che,  come giustamente si era
     espresso  sul  conto  loro Goljadkin,  sapevano soltanto giocare a
     testa e croce e gironzolare qua e là,  a poco a poco  circondarono
     Goljadkin, gli si affollarono attorno e quasi quasi gli impedirono
     di uscire. E tutti lo guardavano con una certa curiosità che aveva
     dell'offensivo.
     Era  un  brutto  segno.  Goljadkin lo sentiva,  e prudentemente si
     preparò,  dal canto suo,  a fare finta di niente.  All'improvviso,
     una circostanza,  come si dice, assolutamente imprevista, segnò il
     tracollo di Goljadkin, e lo annientò definitivamente.
     Nel piccolo gruppo dei giovani colleghi d'ufficio stretti  intorno
     a lui,  con intenzione,  nel momento più angoscioso per Goljadkin,
     comparve il signor Goljadkin numero due,  festoso come  sempre  e,
     come sempre,  con un sorrisetto, e, anche come sempre, irrequieto;
     in una parola:  birichino,  saltellante,  leccapiedi,  ridanciano,
     svelto  di lingua e di piede come sempre,  come prima,  come,  per
     esempio,  ieri,  in un momento quanto mai spiacevole per il signor
     Goljadkin   numero   uno.   Con   un   sorrisetto   sulle  labbra,
     sgambettando, trotterellando, con una smorfietta che sembrava dire
     a tutti: "buona sera",  si ficcò nel gruppetto degli impiegati:  a
     uno  porse la mano,  a quell'altro batté sulla spalla,  a un terzo
     fece un leggero abbraccio,  al quarto  spiegò  in  che  occasione,
     precisamente,  fosse  stato adibito al servizio di sua eccellenza,
     dove era andato con la carrozza,  che cosa aveva fatto,  che  cosa
     aveva riportato con sé;  al quinto,  probabilmente il suo migliore
     amico,  appioppò un bacio proprio sulle labbra...  in una  parola,
     tutto  era,  per  filo  e  per  segno,  come  nel sogno del signor
     Goljadkin numero uno. Dopo aver saltellato a sazietà,  dopo averli
     passati  tutti a modo suo,  dopo aver lavorato tutti a suo favore,
     dopo avere,  gli servisse o no,  lusingato tutti a piacimento,  il
     signor  Goljadkin  numero  due di colpo,  e certo per errore,  non
     avendo ancora probabilmente,  fino a quel momento,  notato il  suo
     vecchio  amico,  tese  la  mano  al  signor  Goljadkin numero uno.
     Certamente,  pure per errore,  benché,  del  resto,  avesse  avuto
     perfettamente  tempo  di  notare  la presenza dell'ignobile signor
     Goljadkin numero due,  il nostro eroe  afferrò  avidamente  quella
     mano così inaspettatamente tesa verso di lui e la strinse nel modo
     più caldo,  più amichevole,  la strinse con uno strano e del tutto
     inaspettato moto interiore, un moto interiore, diremo, tendente al
     pianto.  Se il nostro eroe fosse stato ingannato dal  primo  gesto
     del   suo   abietto  nemico,   o  avesse  sentito  o  ritrovato  o
     riconosciuto nel profondo del suo animo fino  a  che  punto  fosse
     arrivata  la sua impotenza,  è difficile dirlo.  Il fatto è che il
     signor Goljadkin numero uno,  apparentemente in modo  normale,  di
     propria  volontà,  in  presenza  di testimoni,  aveva solennemente
     stretto la mano a colui che definiva suo nemico mortale.  Ma quale
     non fu lo stupore,  lo sbalordimento e il furore,  quale non fu la
     vergogna e lo sgomento del signor Goljadkin numero uno,  quando il
     suo  avversario  mortale,  l'abietto  signor Goljadkin numero due,
     accortosi dell'errore dell'uomo perseguitato,  innocente e da  lui
     perfidamente ingannato, senza più nessuna vergogna, senza ombra di
     sensibilità,   senza  compassione  nè  coscienza,  di  colpo,  con
     impudenza insopportabile e con villania strappò  la  sua  mano  da
     quella  del  signor  Goljadkin  numero  uno,  e,  come  se ciò non
     bastasse, scosse la propria come se,  con quella stretta di prima,
     l'avesse  insudiciata  di qualcosa di brutto;  e,  come se nemmeno
     questo bastasse,  sputò da una parte,  accompagnando l'atto con un
     gesto  offensivo;  e,  come se non bastasse ancora,  tirò fuori il
     fazzoletto e proprio lì, nel modo più scandaloso,  si ripulì tutte
     le  dita  che  per  un  momento erano state strette nella mano del
     signor Goljadkin numero uno. Mentre si comportava così,  il signor
     Goljadkin  numero  due,  secondo  la  sua  schifosa abitudine,  si
     guardava intenzionalmente intorno,  faceva sì che tutti  vedessero
     il   suo  modo  di  comportarsi,   fissava  tutti  negli  occhi  e
     evidentemente si sforzava di suscitare nell'animo di tutti le cose
     più sfavorevoli sul conto di Goljadkin. Sembrava che il disgustoso
     modo  di  comportarsi  del  signor  Goljadkin  numero  due  avesse
     provocato lo sdegno generale degli impiegati che erano lì intorno;
     persino  la  sventata gioventù dimostrava il suo scontento.  Tutto
     intorno  si  sentì  mormorare  e   parlottare.   Quella   generale
     inquietudine  non  poteva  non  arrivare  all'orecchio  del signor
     Goljadkin numero uno, ma di colpo uno scherzetto, arrivato proprio
     in tempo e nato,  tra l'altro,  sulle labbra del signor  Goljadkin
     numero due,  abbatté e annientò le ultime speranze del nostro eroe
     e fece pendere la bilancia in favore del  suo  mortale  e  inutile
     nemico.
     "Questo, signori, è il nostro Faublas (1) russo: permettete che vi
     presenti  il  giovane  Faublas" squittì il signor Goljadkin numero
     due,  guizzando  e  sgambettando  tra  gli  impiegati  con  quella
     sfrontatezza  tutta sua particolare e indicando loro l'imbambolato
     e nello stesso tempo furibondo autentico Goljadkin.
     "Baciamoci,  animuccia!" continuò con  intollerabile  familiarità,
     avanzando verso l'uomo da lui così oltraggiosamente offeso. Sembrò
     che   lo  scherzetto  dell'inutile  signor  Goljadkin  numero  due
     trovasse risonanza là dove occorreva,  tanto più che in  esso  era
     racchiusa  una  chiara allusione a una circostanza,  evidentemente
     già di pubblico dominio e nota a tutti. Il nostro eroe sentì sulle
     sue spalle il peso della mano dei nemici.  Del  resto,  aveva  già
     preso  la  sua  decisione.  Con lo sguardo fiammeggiante,  il viso
     pallido,  con un sorriso statico,  si fece largo tra la folla e  a
     passi  incerti  e rapidi puntò direttamente verso lo studio di sua
     eccellenza. Nella penultima stanza incontrò Andréj Filìppovic' che
     in quel momento usciva da sua  eccellenza,  e  sebbene  in  quella
     stanza ci fossero parecchie altre persone,  assolutamente estranee
     in  quel  momento  per  Goljadkin,   il  nostro  eroe  non   volle
     considerare   affatto   una   tale   circostanza.    Direttamente,
     decisamente,  audacemente,  quasi meravigliandosi di se  stesso  e
     lodando  in  cuor  suo la propria audacia,  abbordò,  senza perder
     tempo,  Andréj Filìppovic',  stupefatto  per  un  così  imprevisto
     assalto.
     "Ah,  siete  voi...  che  volete?"  domandò il caposezione,  senza
     ascoltare quello che Goljadkin aveva cominciato a balbettare.
     "Andréj Filìppovic',  io...  posso io,  Andréj Filìppovic',  avere
     ora, subito e a tu per tu, un colloquio con sua eccellenza?" disse
     con  belle parole e con chiara pronuncia il nostro eroe,  fissando
     su Andréj Filìppovic' uno sguardo pieno di risolutezza.
     "Che cosa? Naturalmente,  no,  signore." Andréj Filìppovic' misurò
     Goljadkin dalla testa ai piedi con lo sguardo.
     "Io,  Andréj  Filìppovic',  dico tutto questo perché mi meraviglio
     che non ci sia nessuno qui dentro  che  sbugiardi  quel  farabutto
     impostore."
     "Co-osa?"
     "Farabutto, Andréj Filìppovic'."
     "Ma a chi alludete, parlando in tal modo?"
     "Alla   ben   nota  persona,   Andréj  Filìppovic'.   Io,   Andréj
     Filìppovic',  alludo alla  ben  nota  persona;  io  sono  nel  mio
     diritto... Io credo, Andréj Filìppovic' che i superiori dovrebbero
     incoraggiare   simili   impulsi"  aggiunse  il  signor  Goljadkin,
     evidentemente fuori di sé;  "Andréj Filìppovic'...  voi certamente
     vedete  voi  stesso,  Andréj  Filìppovic',  che questo è un nobile
     impulso,  che denota tutte le mie buone intenzioni di  considerare
     come padre il mio superiore,  Andréj Filìppovic';  io tengo, cioè,
     il mio benefico superiore in  conto  di  padre  e  ciecamente  gli
     affido il mio destino.  Le cose sono così e così...  dirò...  ecco
     come..." A questo punto la voce di Goljadkin ebbe un  tremito,  il
     suo viso si fece di fiamma e due lacrime si affacciarono sulle sue
     ciglia.
     Andréj  Filìppovic',  ascoltando  Goljadkin,  aveva  provato tanto
     stupore che, quasi involontariamente,  era arretrato di due passi.
     Poi,  inquieto,  rivolse intorno lo sguardo...  Era difficile dire
     come sarebbe andata a finire la faccenda...  Ma di colpo la  porta
     dello  studio  di sua eccellenza si aprì e lui stesso ne uscì,  in
     compagnia  di  alcuni  impiegati.  Gli  si  accodarono,  uno  dopo
     l'altro,  tutti  quelli  che  erano  nella stanza.  Sua eccellenza
     chiamò Andréj Filìppovic' e si avviò al suo  fianco,  parlando  di
     certi affari.  Quando tutti furono usciti dalla stanza,  Goljadkin
     si riebbe.  Calmatosi,  andò a rifugiarsi  sotto  l'ala  di  Antòn
     Antònovic'  Setoc'kin  che,  a  sua volta,  sgambettava zoppicando
     dietro gli altri e,  così sembrò a Goljadkin,  con aria  severa  e
     preoccupata. "Ho parlato troppo anche qui: anche qui mi sono fatto
     del male" pensò Goljadkin. "Ma via, non importa!"
     "Spero  che  almeno  voi,   Antòn  Antònovic',  acconsentirete  ad
     ascoltarmi e a comprendere a fondo  la  mia  situazione"  cominciò
     piano  e  con  la  voce  ancora  più  tremante  per  l'agitazione.
     "Respinto da tutti,  mi rivolgo a voi.  Sono tuttora perplesso sul
     significato delle parole di Andréj Filìppovic',  Antòn Antònovic'.
     Spiegatemele voi, se è possibile..."
     "Tutto si spiegherà al momento opportuno" rispose in tono severo e
     pacato Antòn Antònovic' e,  così sembrò a Goljadkin,  con  un'aria
     che  dava  chiaramente  a  intendere  che  Antòn Antònovic' voleva
     tassativamente porre finee  alla  conversazione.  "Sarete  al  più
     presto   informato   di   tutto.   Oggi  stesso  sarete  informato
     formalmente di tutto."
     "Che significa formalmente,  Antòn Antònovic',  e  perché  proprio
     formalmente?" chiese, timido, il nostro eroe.
     "Non  tocca  a  voi discutere,  Jakòv Petrovic',  le decisioni dei
     superiori."
     "Perché,  poi,  superiori,  Antòn Antònovic'"  proseguì  Goljadkin
     sempre più timidamente,  "perché i superiori?  Non vedo la ragione
     perché  qui  sia  necessario   disturbare   i   superiori,   Antòn
     Antònovic'...  Volete forse accennare qualcosa a proposito di ieri
     sera, Antòn Antònovic'?"
     "Nossignore,  non di ieri sera;  ma qui c'è qualche altra cosa che
     lascia a desiderare in voi."
     "Che cosa lascia a desiderare,  Antòn Antònovic'?  Mi pare,  Antòn
     Antònovic',  che in me non ci  sia  proprio  niente  che  lasci  a
     desiderare."
     "E  con  chi  vi  preparavate  a  giocare  d'astuzia?" disse Antòn
     Antònovic',   interrompendo  di  colpo  Goljadkin,   completamente
     smarrito. Goljadkin ebbe un sussulto e sbiancò come un cencio.
     "Certo,  Antòn  Antònovic,"  mormorò con un filo di voce "se si dà
     ascolto alla voce della calunnia e si dà retta ai  nostri  nemici,
     senza  tener conto delle giustificazioni dell'altra parte,  allora
     naturalmente... naturalmente,  Antòn Antònovic',  si può soffrire,
     Antòn  Antònovic',  pur essendo senza colpa,  e soffrire non si sa
     per che cosa."
     "Sì, sì...  ma quel vostro indegno comportamento in danno del buon
     nome  di  una  nobile  fanciulla  appartenente  a quella virtuosa,
     rispettabile e nota famiglia che vi beneficava?"
     "Quale comportamento, Antòn Antònovic'?"
     "Già,  già...  E riguardo a quell'altra  ragazza,  povera,  ma  in
     compenso di onesta origine straniera, non sapete niente del vostro
     lodevole comportamento?"
     "Permettete,    Antòn    Antònovic'...    vogliate    benevolmente
     ascoltare..."
     "E il vostro perfido comportamento e la calunnia  contro  un'altra
     persona,  l'accusa a un'altra persona di un peccato che voi stesso
     avete commesso? eh? come definite tutto questo?"
     "Io, Antòn Antònovic',  non l'ho scacciato" disse tutto trepidante
     il  nostro  eroe,  "e a Petruska,  ossia al mio domestico,  non ho
     insegnato niente di simile...  Ha  mangiato  il  mio  pane,  Antòn
     Antònovic';  ha  usato  della  mia  ospitalità"  aggiunse  in modo
     espressivo e accorato il nostro  eroe,  tanto  che  il  mento  gli
     saltellava un pochino e le lacrime erano sul punto di sgorgare.
     "Lo  dite  tanto  per  dire,  Jakòv Petrovic',  che ha mangiato il
     vostro pane" rispose, facendo un largo sorriso, Antòn Antònovic, e
     nella sua voce vibrava la malizia, tanto che il cuore di Goljadkin
     ebbe come una sferzata.
     "Permettete ancora, Antòn Antònovic',  una umilissima domanda: sua
     eccellenza è al corrente di tutta questa faccenda?"
     "E come!  Ora,  però,  lasciatemi andare. Non ho tempo, adesso, di
     trattenermi con voi...  Oggi sarete informato  di  tutto  ciò  che
     dovete sapere."
     "Permettete,  in nome di Dio, ancora un minutino, Antòn Antònovic"
     "Parlerete poi..."
     "Nossignore,  Antòn Antònovic':  io,  signore,  vedete,  ascoltate
     soltanto,  Antòn  Antònovic'...  Io  non sono uno scettico,  Antòn
     Antònovic', io rifuggo dallo scetticismo; io sono prontissimo, per
     parte mia, e ho anche prospettato quell'idea..."
     "Bene, bene... Ne ho già sentito par]are..."
     "Nossignore,  questo non l'avete sentito dire,  Antòn  Antònovic'.
     Questa  è  tutta  un'altra cosa,  è bello,  veramente bello,  e fa
     piacere sentirlo dire...  Io ho fatto presente,  come già ho avuto
     l'onore  di  dichiararvi,  quell'idea,  Antòn  Antònovic',  che la
     divina Provvidenza abbia creato due esseri identici,  e i benefici
     superiori,  considerata la divina Provvidenza, hanno accolto i due
     gemelli. E questo è bello, Antòn Antònovic';  lo vedete anche voi,
     che  è  molto bello,  Antòn Antònovic',  e che io sono ben lontano
     dall'essere scettico.  Io considero il benefico superiore come  un
     padre.  Le cose sono così e così, direi, benefico superiore, e voi
     direi...   un  giovane   deve   lavorare...   Sostenetemi,   Antòn
     Antònovic',  intercedete  in  mio favore,  Antòn Antònovic'...  Io
     niente...  Antòn Antònovic',  per amor di  Dio,  ancora  solo  una
     parolina... Antòn Antònovic'..."
     Ma Antòn Antònovic era già lontano da Goljadkin...  Il nostro eroe
     non sapeva dove si trovasse, che cosa sentisse,  che cosa facesse,
     che  cosa  gli  fosse  successo  e  che altro gli sarebbe capitato
     ancora,  tanto lo aveva sconcertato e sbalordito quello che  aveva
     sentito e gli era accaduto.
     Con occhi supplichevoli cercava tra la folla degli impiegati Antòn
     Antònovic'  per giustificarsi ancora di più davanti a lui e dirgli
     ancora qualcosa di molto  benintenzionato  e  di  molto  nobile  e
     lusinghiero  sul suo conto...  A poco a poco,  intanto,  una nuova
     luce si faceva strada attraverso la confusione di  Goljadkin,  una
     nuova tremenda luce che illuminava, davanti a lui, di colpo, tutta
     una  serie  di  circostanze  assolutamente  ignorate fino ad ora e
     perfino assolutamente insospettate...  In  quel  momento  qualcuno
     urtò al fianco il nostro eroe,  completamente smarrito. Egli diede
     un'occhiata intorno a sé. Davanti a lui stava Scrivanuccio.
     "Una lettera, signoria."
     "Ah, sei già andato, mio caro?"
     "No,  questa l'hanno portata qui fin  da  stamattina  alle  dieci.
     Sergéj  Micheiev,  il  guardiano,  l'ha  portata  dalla  casa  del
     segretario provinciale Vachrameiev."
     "Bene, amico, bene... te ne sono grato, amico."
     Detto ciò, Goljadkin nascose la lettera nella tasca laterale della
     giubba della divisa, di cui chiuse tutti i bottoni;  poi si guardò
     intorno  e,  con  suo  grande stupore,  si accorse di trovarsi già
     nell'ingresso del dipartimento, tra una frotta di impiegati che si
     affollavano all'uscita,  poiché  l'orario  d'ufficio  era  finito.
     Goljadkin  non  soltanto  non  si  era  fino  ad allora accorto di
     quest'ultima  circostanza,   ma  neppure  si  era  accorto  e  non
     ricordava  come  mai si trovasse già in cappotto e soprascarpe,  e
     col cappello tra le mani.  Tutti gli impiegati erano immobili e in
     rispettosa attesa.  Il fatto era che sua eccellenza si era fermato
     in fondo alla scala per aspettare la carrozza che,  non si sa  per
     quale  ragione,   ritardava,   e  si  tratteneva  in  interessante
     conversazione con due consiglieri e con Andréj Filìppovic.  Un po'
     scostato dai due consiglieri e da Andréj Filìppovic', stava dritto
     Antòn  Antònovic' Setoc'kin e qualcuno degli altri impiegati,  che
     sorridevano nel vedere sua eccellenza che si degnava di  ridere  e
     di scherzare.  Gli impiegati che facevano ressa in cima alla scala
     ridevano pure loro e aspettavano che sua eccellenza riprendesse  a
     ridere. L'unico che non rideva era Fedosejc', il panciuto portiere
     che  reggeva  la  maniglia  della porta e,  impalato sull'attenti,
     aspettava con impazienza la sua giornaliera  porzione  di  piacere
     che  consisteva  nell'aprire di colpo,  spalancandolo con un'unica
     mossa del braccio,  un solo battente  della  porta  e  poi,  tutto
     piegato  ad  arco,  rispettosamente  far  passare davanti a sé sua
     eccellenza. Ma più di tutti,  evidentemente,  era felice e provava
     una grande gioia l'indegno e ignobile nemico di Goljadkin. In quel
     momento  aveva  persino  dimenticato  tutti  gli impiegati,  aveva
     persino dimenticato di guizzare e di sgambettare in mezzo a  loro,
     secondo  la  sua  abietta abitudine,  e aveva anche dimenticato di
     approfittare dell'occasione per fare il leccapiedi a qualcuno. Era
     tutt'orecchi e tutt'occhi; era,  per così dire,  come rattrappito,
     certo per ascoltare più comodamente,  senza distogliere lo sguardo
     da sua eccellenza,  e soltanto a tratti le  sue  braccia,  le  sue
     gambe e la sua testa erano come trafitte da spasmi convulsi, quasi
     impercettibili,  che rivelavano gli intimi,  nascosti moti del suo
     animo. "Guardalo come si agita!" pensò il nostro eroe,  "sembra un
     favorito,  il farabutto! Vorrei sapere in che modo precisamente si
     intrufola  nell'alta  società.   Non  ha  intelligenza,   non   ha
     carattere,  non ha educazione,  non ha sensibilità;  ha la fortuna
     dalla sua,  il brigante!  O Signore Iddio!  A  pensarci,  come  fa
     presto  un  uomo  a  entrare  nelle grazie della gente!  E si farà
     strada,  il bel tipo!  Giuro che andrà lontano,  il furfante,  che
     arriverà...  ha  la  fortuna dalla sua,  il ribaldo!  Vorrei anche
     sapere che cosa vada soffiando negli orecchi a tutti  loro!  Quali
     misteri  ha  con  tutta  questa  gente e di quali segreti parlano?
     Signore Iddio!  Se anch'io potessi un pochino...  potessi  così...
     dire  così  e  così...  e  forse  anche pregare...  e dire che non
     succederà più; sono colpevole, gli direi,  ma un uomo giovane,  ai
     nostri tempi,  deve potere,  eccellenza,  prestar servizio; quanto
     alla mia oscura vicenda non ne sono per niente turbato; ecco, così
     stanno le cose!  Non protesterò in nessun modo e  sopporterò  ogni
     cosa  con  pazienza  e con rassegnazione: ecco,  così!  Devo forse
     agire così?  Ma del resto non gli faranno abbassare la cresta,  al
     furfante, non lo smuoveranno con nessuna parola; ficcare un po' di
     ragione  in  quella  testaccia  sconclusionata è impossibile.  Del
     resto, ci proveremo. Se mi accadrà di capitare in un buon momento,
     ecco, si proverà..."
     Nello stato di agitazione,  di angoscia e di smarrimento in cui si
     trovava,  sentendo  che restare così non si poteva,  che stava per
     arrivare  il  momento  decisivo,   che  bisognava  spiegarsi   con
     qualcuno, il nostro eroe a poco a poco cominciava a muoversi verso
     il  posto  in  cui  stava  il  suo indegno e misterioso amico;  ma
     proprio in quel momento ecco rombare all'ingresso  la  carrozza  a
     lungo aspettata da sua eccellenza.  Fedosejc' spalancò di colpo il
     battente, e, piegata ad arco la schiena, fece passare davanti a sé
     sua eccellenza.  Tutti quelli  che  erano  rimasti  in  attesa  si
     precipitarono verso l'uscita e per un momento separarono il signor
     Goljadkin  numero uno dal signor Goljadkin numero due.  "Non te la
     svignerai" diceva il nostro  eroe,  fendendo  la  folla  e  senza,
     distogliere  gli  occhi  dal  suo  inseguito.  Infine  la folla si
     disperse.   Il  nostro  eroe  si  sentì  libero  e  si   precipitò
     all'inseguimento del suo nemico.


     NOTE DEI TRADUTTORI.

     NOTA  1: Avventuriero,  galante e audace protagonista del romanzo:
     "Le avventure del cavaliere di Faublas",  di Jean Baptiste  Louvet
     de Couvral (1760-1797), rivoluzionario e scrittore francese.



     11.

     Goljadkin  sentiva  il respiro mancargli: come portato da due ali,
     volava sulle tracce del suo nemico,  che con  grande  velocità  si
     allontanava.  Sentiva dentro di sé una formidabile energia.  Però,
     nonostante   quella   formidabile   energia,    Goljadkin   poteva
     audacemente sperare che in quel momento anche una modesta zanzara,
     sempre  che avesse potuto in quella stagione vivere a Pietroburgo,
     sarebbe tranquillamente riuscita  a  spezzarlo  con  la  sua  ala.
     Inoltre sentiva di essere debole,  affranto, di essere trasportato
     da una forza estranea e tutta particolare e di non  essere  lui  a
     camminare  perché,  al  contrario,  le gambe gli si piegavano e si
     rifiutavano di servirlo. Del resto, anche questo poteva sistemarsi
     per il meglio.  "Meglio o non meglio,"  pensava  Goljadkin,  quasi
     senza  respiro  per la gran corsa "ma che la faccenda sia perduta,
     non  si  può  nemmeno  lontanamente  non  pensarlo:  che  io   sia
     completamente  a  terra,  ormai  si  sa,  è  cosa certa,  decisa e
     controfirmata." Nonostante tutto ciò,  al nostro  eroe  sembrò  di
     essere  resuscitato  alla  vita,  sembrò  di  aver  sostenuto  una
     battaglia e di avere conquistato  la  vittoria  quando  riuscì  ad
     agguantare  per  il  cappotto il suo nemico che già aveva messo un
     piede su una carrozzella e si  era  accordato  col  vetturino  per
     andare chissà dove.
     "Egregio  signore!"  cominciò a gridare,  alla fine,  raggiungendo
     l'ignobile signor Goljadkin numero due.
     "Egregio signore, io spero che voi..."
     "No,  vi  prego,  non  sperate  niente"  rispose  ambiguamente  lo
     spietato  nemico  del  signor  Goljadkin,  stando con un piede sul
     predellino della carrozzella e tentando  con  tutte  le  forze  di
     arrivare   al  lato  opposto  della  vettura  con  l'altro  piede,
     agitandolo inutilmente nell'aria per lo sforzo  di  mantenersi  in
     equilibrio,  e nello stesso tempo cercando di strappare dalle mani
     del signor Goljadkin il proprio  cappotto,  al  quale  quello,  da
     parte sua,  si era afferrato con tutti i mezzi fornitigli da madre
     natura.
     "Jakòv Petrovic'! soltanto dieci minuti..."
     "Scusate, non ho tempo."
     "Vorrete voi stesso convenire, Jakòv Petrovic'.... vi prego, Jakòv
     Petrovic'...  in nome di Dio,  Jakòv Petrovic'...  le cose  stanno
     così e così...  bisogna spiegarsi..  con sincerità...  Un minutino
     solo, Jakòv Petrovic'!"
     "Carino mio,  non ho  tempo"  rispose  con  scortese  familiarità,
     mascherata  da  cordiale bonomia,  il falsamente nobile nemico del
     signor Goljadkin;  "in un  altro  momento,  credetemi,  con  tutta
     l'anima  e  di  tutto  cuore;  ma adesso,  ecco,  adesso è davvero
     impossibile."
     "Mascalzone!" pensò il nostro eroe.
     "Jakòv Petrovic'!" gridò,  invece,  con voce  angosciata.  "Vostro
     nemico   io   non  lo  sono  stato  mai.   Gente  malvagia  mi  ha
     ingiustamente  dipinto...  Da  parte  mia  sono  pronto...   Jakòv
     Petrovic',  vi  fa comodo che noi due,  Jakòv Petrovic',  entriamo
     subito?  E lì,  di tutto cuore,  come giustamente avete detto  voi
     poco  fa,  e  con chiare e nobili parole...  ecco,  in quel caffè:
     allora tutto fra noi si chiarirà... ecco come sono le cose,  Jakòv
     Petrovic'! Allora tutto certamente si chiarirà..."
     "Nel  caffè?  Bene...  Io  non  sono contrario,  entriamo pure nel
     caffè, ma soltanto a un patto, gioia mia, a un unico patto, che là
     tutto si spieghi da sé.  Si  dice:  le  cose  sono  così  e  così,
     animuccia"  disse il signor Goljadkin numero due,  scendendo dalla
     carrozzella e battendo  sfacciatamente  sulla  spalla  del  nostro
     eroe.  "Amico bello!  per te,  Jakòv Petrovic',  io sono pronto ad
     attraversare il vicoletto (come giustamente voi,  Jakòv Petrovic',
     vi  compiaceste  un  giorno di osservare).  E' proprio vero che il
     briccone fa di un uomo ciò che vuole!" proseguì il falso amico  di
     Goljadkin, trotterellando e agitandosi accanto a lui, con un lieve
     sorrisetto.
     Il caffè lontano dalle grandi vie in cui entrarono i due Goljadkin
     era  in  quel  momento  completamente  deserto.  Appena  trillò il
     campanello,  comparve al banco una tedesca  piuttosto  grassoccia.
     Goljadkin  e  il  suo  indegno nemico si inoltrarono nella seconda
     saletta, dove un ragazzetto paffutello, coi capelli tagliati molto
     corti,  era affaccendato con un fascio di ramoscelli  vicino  alla
     stufa,  cercando  di ravvivare il fuoco quasi spento.  A richiesta
     del signor Goljadkin numero due, fu servita una cioccolata.
     "Capperi,  che donnetta!" esclamò il signor Goljadkin numero  due,
     strizzando furbescamente un occhio al signor Goljadkin numero uno.
     Il nostro eroe si fece rosso e non disse niente.
     "Ah,  già,  dimenticavo, scusatemi... Conosco i vostri gusti. Noi,
     signore, siamo ghiotti di delicate tedeschine; noi due,  diciamolo
     pure,  anima  sincera  che  sei,  Jakòv  Petrovic',  tu e io siamo
     ghiotti di delicate tedescucce,  anche se,  del resto,  non ancora
     prive  di  attrattive;   prendiamo  in  affitto  camere  da  loro,
     cerchiamo di  sedurle  per  una  zuppa  alla  birra  o  al  latte,
     dedichiamo  loro  il  nostro  cuore  e mandiamo loro dichiarazioni
     scritte;  ecco ciò  che  facciamo,  Faublas  che  non  sei  altro,
     traditore che sei!"
     Tutto  questo  disse il signor Goljadkin numero due,  facendo così
     una inutile,  anche se malignamente astuta,  allusione a  una  ben
     nota   persona   di   sesso   femminile,    circuendo   Goljadkin,
     sorridendogli con aria affabile,  e mostrando falsamente,  in quel
     modo,  cordialità verso di lui e gioia per quell'incontro.  Resosi
     conto però che il  signor  Goljadkin  numero  uno  non  era  tanto
     stupido  e  non privo di istruzione e di belle maniere al punto di
     credergli ciecamente, l'ignobile uomo decise di cambiare tattica e
     di trattare la faccenda con le carte in tavola.  E a questo punto,
     dopo  aver  lanciato  quella  sua  infamia,   il  falso  Goljadkin
     concluse, in modo così sfacciato da essere addirittura ripugnante,
     con una bella manata sulla spalla del calmo  Goljadkin,  poi,  non
     ancora  soddisfatto  di  questo,  si  avventurò  con  lui in certi
     scherzi  assolutamente  sconvenienti   nella   buona   società   e
     precisamente  si  mise a ripetere una sua precedente volgarità,  e
     cioè,  nonostante la resistenza e i leggeri gridi  dello  sdegnato
     Goljadkin, prese a dargli dei pizzicottini sulle guance. Di fronte
     a  una farsa così turpe il nostro eroe si sentì ribollire,  e però
     non disse niente, per il momento.
     "Queste sono parole dei miei nemici" rispose  infine,  saggiamente
     trattenendosi,  con voce fremente.  E nello stesso tempo il nostro
     eroe si girò allarmato verso la porta.  Il fatto è che  il  signor
     Goljadkin numero due era,  evidentemente, di ottimo umore e pronto
     a lanciarsi in vari scherzetti del  tutto  illeciti  in  un  luogo
     pubblico  e,  generalmente  parlando,  non ammessi dalle leggi del
     mondo e soprattutto nella distinta società.
     "Be', se è così, come volete voi" replicò con viso serio il signor
     Goljadkin numero due al pensiero del signor Goljadkin numero  uno,
     dopo   aver  posato  sul  tavolo  la  tazza  da  lui  vuotata  con
     sconveniente avidità.  "Be',  noi due non abbiamo di  che  tirarla
     tanto  per  le lunghe,  del resto...  Dunque,  come ve la passate,
     adesso, Jakòv Petrovic'?"
     "Una cosa soltanto vi posso dire,  Jakòv  Petrovic'"  rispose  con
     calma  e dignità il nostro eroe;  "vostro nemico io non sono stato
     mai."
     "Ehm!... e Petruska? Come si chiama più?...  Petruska,  mi pare...
     Ah, sì! Ebbene, come sta? Va bene? Come prima?"
     "Anche   lui   come   prima,   Jakòv  Petrovic'"  rispose  un  po'
     meravigliato il signor Goljadkin numero uno.  "Io  non  so,  Jakòv
     Petrovic'...  Da parte mia...  da un lato nobile... dal lato della
     franchezza,  Jakòv  Petrovic',  ne  converrete  anche  voi,  Jakòv
     Petrovic'..."
     "Sì.  Ma  sapete  anche  voi,  Jakòv  Petrovic'"  rispose con voce
     sommessa e espressiva il signor Goljadkin numero  due,  falsamente
     spacciandosi in tal modo per un uomo afflitto,  pentito e degno di
     compatimento, "voi stesso sapete che viviamo in tempi difficili...
     Lo chiedo a voi, Jakòv Petrovic': voi siete un uomo intelligente e
     che  ragiona  bene"  commentò  il  signor  Goljadkin  numero  due,
     bassamente blandendo il signor Goljadkin numero uno.  "La vita non
     è un giochetto, lo sapete anche voi, Jakòv Petrovic'" concluse con
     aria  molto  significativa  il  signor   Goljadkin   numero   due,
     fingendosi,  così,  persona  intelligente  e  istruita,  capace di
     ragionare su argomenti elevati.
     "Da parte mia,  Jakòv Petrovic'" rispose con animazione il  nostro
     eroe,  "da  parte  mia,  disprezzando  le scappatoie e parlando in
     tutta franchezza,  parlando con un linguaggio nobile  e  retto,  e
     mettendo  la  faccenda  su un piano di nobiltà,  vi dirò,  e posso
     sinceramente e nobilmente assicurarvelo,  Jakòv Petrovic',  che io
     sono  perfettamente  puro  e  che,  voi  stesso  lo sapete,  Jakòv
     Petrovic',  un  reciproco  malinteso  (tutto  può  accadere),   il
     giudizio  del  mondo,  l'opinione di una folla servile...  lo dico
     francamente, Jakòv Petrovic', tutto può accadere.  E dirò inoltre,
     Jakòv Petrovic',  se si deve giudicare così,  se si deve giudicare
     la faccenda da un nobile e delicato punto di  vista,  oserò  dire,
     dire  senza  falsa  vergogna,  Jakòv Petrovic',  e mi sarà persino
     gradito rivelarlo, che da parte mia è stato un malinteso e mi sarà
     gradito riconoscerlo.  Voi stesso lo sapete,  voi  siete  un  uomo
     intelligente,  e  soprattutto una nobile persona.  Senza vergogna,
     senza falsa vergogna,  sono pronto a riconoscerlo..." concluse  il
     nostro eroe con nobile dignità.
     "La  fatalità,  il destino!  Jakòv Petrovic'...  ma lasciamo stare
     tutto questo..." esclamò sospirando  il  signor  Goljadkin  numero
     due.  "Usiamo  meglio  i brevi istanti del nostro incontro per una
     più utile e piacevole conversazione,  come  si  conviene  tra  due
     colleghi...  Davvero non sono mai riuscito a scambiare con voi due
     parole,  in tutto questo tempo...  Ma la colpa non  è  mia,  Jakòv
     Petrovic'..."
     "E  nemmeno  mia,"  interruppe  con calore il nostro eroe "nemmeno
     mia! Il cuore mi dice, Jakòv Petrovic', che io non sono per niente
     responsabile di tutto questo.  Ne  accuseremo  il  destino,  Jakòv
     Petrovic'"  aggiunse  il  signor  Goljadkin  numero  uno  in  tono
     conciliante. La voce incominciava a poco a poco a indebolirglisi e
     a tremare. "Ebbene?  Come va in complesso la vostra salute?" disse
     quell'uomo corrotto con voce carezzevole.
     "Ho un po' di tosse" rispose,  ancor più carezzevolmente il nostro
     eroe.
     "Curatevi.  Adesso dilagano tali epidemie,  che  non  è  difficile
     prendersi un'angina e io,  ve lo confesso, comincio già a coprirmi
     di flanella."
     "E'  proprio  così,  Jakòv  Petrovic',   è  facilissimo  prendersi
     un'angina..." disse il nostro eroe dopo un breve silenzio.  "Jakòv
     Petrovic'!  Mi accorgo proprio di aver preso una  cantonata...  Io
     ricordo  con  commozione  quei felici momenti che ci è capitato di
     trascorrere insieme sotto il mio povero,  ma  oso  dire,  cordiale
     tetto."
     "Nella vostra lettera, però, non avete scritto questo" replicò con
     leggero  rimprovero  perfettamente giusto (giusto,  poi,  soltanto
     sotto questo aspetto) il signor Goljadkin numero due.
     "Jakòv Petrovic'! Sono caduto in errore...  Me ne rendo ben conto,
     adesso,  che sono caduto in errore anche in quella malaugurata mia
     lettera.  Jakòv  Petrovic',   ho  vergogna  di  guardarvi,   Jakòv
     Petrovic'  voi non mi crederete...  Datemi quella lettera,  che io
     possa strapparla davanti a voi, Jakòv Petrovic', o,  se questo non
     è possibile,  vi supplico di leggerla a rovescio,  completamente a
     rovescio,   cioè,   voglio  dire,   con   amichevoli   intenzioni,
     attribuendo  a  ogni  parola  della  mia  lettera  il  significato
     opposto.  Ho  sbagliato.   Perdonatemi,   Jakòv  Petrovic'...   ho
     sbagliato, ho sbagliato amaramente, Jakòv Petrovic'..."
     "Voi  dite?" chiese distrattamente e con una certa indifferenza il
     perfido amico del signor Goljadkin.
     "Io dico che mi sono completamente sbagliato,  Jakòv Petrovic',  e
     che da parte mia io, assolutamente, senza falsa vergogna..."
     "Ah,  sono contento!  Sono contento che abbiate sbagliato" rispose
     rudemente il signor Goljadkin numero due.
     "Io, Jakòv Petrovic', ho avuto persino l'idea" aggiunse con nobile
     gesto il nostro  sincero  eroe,  non  accorgendosi  affatto  della
     terribile  perfidia del suo falso amico,  "ho avuto persino l'idea
     che, ecco, siano stati creati due esseri perfettamente uguali..."
     ~Ah! questa è la vostra idea!"
     A questo punto il signor Goliadkin numero due,  famoso per la  sua
     assoluta   inutilità,   si   alzò  e  afferrò  il  cappello.   Non
     accorgendosi ancora dell'inganno, anche il signor Goljadkin numero
     uno si alzò,  sorrise con bonaria affabilità al suo  falso  amico,
     facendo di tutto,  nel suo candore, per essere affettuoso con lui,
     per fargli coraggio e per riannodare così una nuova amicizia...
     "Addio,  eccellenza!" gridò  all'improvviso  il  signor  Goljadkin
     numero due.  Il nostro eroe sussultò, e, avendo visto nel viso del
     suo nemico un non so che di bacchico,  unicamente per  liberarsene
     ficcò  nella  mano  che  l'immorale  gli aveva teso due dita della
     propria mano: ma ecco,  ecco che a questo  punto  l'impudenza  del
     signor  Goljadkin  numero due passò ogni limite.  Afferrate le due
     dita della mano del signor Goljadkin numero uno e strettele  prima
     un po',  l'indegno,  proprio sotto gli occhi del signor Goljadkin,
     decise di ripetere il suo sfacciato scherzo del mattino. La misura
     dell'umana pazienza era esaurita...
     Aveva già rificcato in  tasca  il  fazzoletto  col  quale  si  era
     strofinato  le  dita,  quando  il  signor  Goljadkin numero uno si
     riprese e si lanciò dietro di  lui  nella  stanza  attigua,  dove,
     secondo la propria sfacciata abitudine,  il suo accanito nemico si
     era affrettato a sgattaiolare.  Come se nessuno lo vedesse,  se ne
     stava  vicino  al  banco,  mangiava focaccette e calmissimo,  come
     l'uomo più virtuoso del mondo,  corteggiava la pasticcera tedesca.
     "Davanti  alle  signore  è impossibile" rifletté il nostro eroe e,
     fuori di sé dall'agitazione, si avvicinò pure lui al banco.
     "Davvero, la donnina non è affatto male!  Che ne dite?" riprese di
     nuovo  con  le  sue sconvenienti uscite il signor Goljadkin numero
     due,  contando di certo sulla pazienza  senza  limiti  del  signor
     Goljadkin numero uno.  La tedescona, da parte sua, guardava i suoi
     clienti con occhi stupidi e opachi,  non capendo evidentemente  la
     lingua  russa,  e  con un amabile sorriso.  Il nostro eroe si fece
     rosso come il fuoco per le parole del signor Goljadkin numero  due
     che non conosceva vergogna e, impotente a dominarsi, gli si lanciò
     finalmente contro con la chiara intenzione di farlo a pezzi e così
     farla  finita  una  buona  volta  con lui;  ma il signor Goljadkin
     numero due, secondo la sua abietta abitudine,  era già lontano: se
     l'era data a gambe e aveva già raggiunto la scaletta.  Viene da sé
     che,  dopo il primo momento di stupore  che,  naturalmente,  aveva
     colpito  il signor Goljadkin numero uno,  si riprese e si lanciò a
     gambe levate dietro l'offensore,  che già saliva sulla carrozzella
     del "vanka" che lo aspettava e che evidentemente era già d'accordo
     con  lui  in  tutto  e  per  tutto.  Ma proprio in quel momento la
     tedescona, vedendo i suoi due avventori in fuga, si mise a gridare
     e si lanciò a tutta forza sul campanello.  Il nostro eroe si girò,
     le lanciò a volo il denaro per sé e per quello sfacciato individuo
     che  non  aveva  pagato,  senza esigere il resto e,  nonostante si
     fosse così attardato,  riuscì  tuttavia,  ma  anche  questa  volta
     soltanto  a  volo,  ad  afferrare  il suo nemico.  Aggrappatosi al
     parafango della carrozzella con tutti i  mezzi  datigli  da  madre
     natura, il nostro eroe corse per un po' di tempo a grande velocità
     per la strada, cercando di arrampicarsi sulla carrozzella difesa a
     tutta forza dal signor Goljadkin numero due. Intanto il vetturino,
     con la frusta,  con le redini,  col piede e con le parole eccitava
     lo sgangherato ronzino,  che inaspettatamente si  lanciò  di  gran
     carriera, stringendo il morso tra i denti e scalciando, secondo la
     sua deplorevole abitudine con le zampe posteriori, ogni tre passi.
     Finalmente   il   nostro   eroe   riuscì   ad  arrampicarsi  sulla
     carrozzella, col viso verso il suo nemico, la schiena al vetturino
     e  le  ginocchia  contro  le  ginocchia  di  quello   svergognato,
     aggrapandosi  con  la  mano  destra  e  con  tutte  le  sue  forze
     all'orribile bavero di pelliccia del  cappotto  del  suo  turpe  e
     acerrimo nemico...
     I  due  nemici  filavano  a  tutta  velocità e per un po' di tempo
     rimasero zitti.  Il nostro eroe riusciva  a  fatica  a  tirare  il
     fiato;  la  strada  era  pessima e a ogni passo c'erano dei grandi
     sobbalzi, con il pericolo di rompersi l'osso del collo. Inoltre il
     suo acerrimo nemico non si dava ancora  per  vinto  e  provava  in
     tutti  i  modi  a ricacciare nel fango l'avversario.  A completare
     l'elenco delle avversità,  il tempo era orrendo.  La  neve  cadeva
     fittissima  e provava in ogni modo a insinuarsi sotto il cappotto,
     che si era sbottonato,  del signor  Goljadkin,  quello  autentico.
     Intorno  l'aria  era  cuca e non si riusciva a vedere niente.  Era
     difficile poter distinguere in quale direzione e per quale  strada
     corressero...   Goljadkin   ebbe   l'impressione  che  gli  stesse
     capitando qualcosa di già noto.  Per  un  attimo  cercò  di  farsi
     tornare   in   mente  se  il  giorno  prima  non  avesse  previsto
     qualcosa...  in  sogno,   per  esempio...   Finalmente  l'angoscia
     raggiunse l'apice dell'agonia. Premendo con tutta la forza sul suo
     spietato  avversario,  stava  quasi per mettersi a gridare,  ma il
     grido gli morì sulle labbra...  Ci fu un minuto in  cui  Goljadkin
     dimenticò  tutto  e  decise  che tutto ciò non aveva assolutamente
     importanza e che accadeva soltanto  così,  chissà  come,  in  modo
     inspiegabile,  e  che,  dato  il  caso,  protestare  sarebbe stato
     inutile e soltanto tempo perso...  Ma all'improvviso e  quasi  nel
     preciso  momento  in  cui  il  nostro  eroe  stava  tirando queste
     conclusioni,   un  sobbalzo  imprudente  cambiò  tutta  quanta  la
     faccenda.  Goljadkin rotolò giù dalla carrozzella come un sacco di
     patate e rimbalzò chissà dove,  riconoscendo  con  equanimità,  al
     momento  della  caduta,  che in effetti si era accalorato troppo e
     molto a sproposito.  Rialzatosi finalmente,  osservò il luogo dove
     si  trovava:  la carrozzella era in mezzo al cortile,  e il nostro
     eroe si accorse, alla prima occhiata, che si trattava precisamente
     del cortile della casa in cui abitava Olsufij Ivànovic'.  E  nello
     stesso  tempo  si  accorse  pure che l'amico stava già salendo sul
     pianerottolo  d'ingresso,   diretto,   sicuramente,   da   Olsufij
     Ivànovic'.  In  uno  stato di indescrivibile angoscia si precipitò
     all'inseguimento del nemico,  ma,  per sua  fortuna,  saggiamente,
     cambiò parere in tempo.  Senza dimenticare di pagare il vetturino,
     Goljadkin si lanciò sulla strada e corse a gran velocità  dove  lo
     portavano  le  gambe.  La  neve  continuava  a cadere fitta fitta;
     l'aria era sempre cuca, buia e umida.  Il nostro eroe non correva,
     volava...  travolgendo tutto sulla sua strada,  contadini, donne e
     bambini,  e veniva travolto a  sua  volta  da  donne  contadini  e
     bambini.  Intorno  a  lui  e  alle  sue  spalle  si sentivano voci
     spaventate,  grida,  strilli...  Ma sembrava che  Goljadkin  fosse
     completamente fuori di sé, e non voleva fare attenzione a niente e
     a nessuno...  Si riprese, del resto, già al ponte Semjonovskij, ma
     fu soltanto per il fatto che era  arrivato,  non  si  sa  come,  a
     malamente  contro  due  donne e a buttarle in terra con certi loro
     articoli di gran smercio,  e nello stesso tempo a cadere anche lui
     lungo disteso.  "Non ha importanza" pensò Goljadkin, "tutto questo
     può benissimo volgere al meglio",  e subito si ficcò  la  mano  in
     tasca volendo farla finita,  con un rublo d'argento, di tutti quei
     mostacciuoli, quelle mele,  quei piselli e tutte le altre cose che
     si  erano  sparpagliate  qua  e là.  Di colpo una nuova luce colpì
     Goljadkin: nella tasca  aveva  sfiorato  la  lettera,  datagli  al
     mattino dallo scrivano. Ricordatosi, tra l'altro, che poco lontano
     si  trovava  una  trattoria  a lui ben conosciuta,  si affrettò in
     quella direzione,  senza perdere tempo si accomodò a  un  tavolino
     illuminato   da  una  candeletta  di  sego  e,   senza  pensare  a
     nient'altro e senza ascoltare il  cameriere  comparso  a  prendere
     ordini,   strappò  la  busta  e  si  precipitò  a  leggere  quanto
     riportiamo sotto, che gli diede il colpo definitivo.

     "Nobile uomo che soffrì per me e caro in eterno al mio  cuore!  Io
     soffro, io soccombo: salvami!
     Il  calunniatore,  l'intrigante,  l'uomo noto per la fatuità delle
     sue inclinazioni,  mi ha avviluppata nelle  sue  reti  e  io  sono
     perduta.  Sono caduta!  Ma egli mi è odioso;  tu, invece! Ci hanno
     separati,  le mie lettere per te sono state intercettate  e  tutto
     ciò   è  opera  di  quell'essere  immondo,   che  ha  approfittato
     dell'unico suo pregio: la somiglianza con te.  In ogni caso poi si
     può  essere  brutto  d'aspetto,  ma affascinante per intelligenza,
     viva sensibilità e simpatico modo di fare...  Io sto  soccombendo!
     Mi  fanno  sposare  a viva forza e colui che più di ogni altro sta
     ordendo intrighi è il mio genitore e benefattore e consigliere  di
     stato  Olsufij Ivànovic,  che favorisce chi desidera probabilmente
     salire  alla  mia  posizione  e  alle  mie   relazioni   nell'alta
     società...  Ma  io  sono  decisa  a  protestare  con tutti i mezzi
     fornitimi dalla natura.  Attendimi oggi con la tua carrozza,  alle
     nove  precise,  davanti  alle  finestre dell'abitazione di Olsufij
     Ivànovic'.  A casa nostra ci sarà di nuovo un ballo e ci  sarà  il
     bel tenente.  Io verrò e voleremo via insieme.  Inoltre,  esistono
     ancora altri uffici pubblici dove si può ancora essere di  utilità
     alla patria.  In ogni caso ricorda,  amico mio,  che l'innocenza è
     forte della sua stessa innocenza. Addio. Aspettami con la carrozza
     davanti all'ingresso!  Mi abbandonerò  alla  protezione  dei  tuoi
     abbracci alle due precise dopo mezzanotte.
     Tua fino alla tomba
     Klara Olsùfevna."

     Letta  la  lettera,  il  nostro  eroe  rimase  per  alcuni  minuti
     disfatto.  In preda  a  un'angoscia  terribile,  a  una  terribile
     agitazione,  pallido  come  un  cencio,  tenendo  tra  le  mani la
     lettera,  camminò parecchie volte su  e  giù  per  la  stanza;  ad
     aggravare al massimo la sua posizione,  il nostro eroe non si rese
     conto di essere, in quel momento, oggetto dell'esclusiva curiosità
     di tutti i presenti nella stanza.  Probabilmente il disordine  del
     vestito,  l'insopprimibile agitazione, quel suo continuo camminare
     su e giù,  il suo gesticolare con tutte e due  le  mani,  e  forse
     alcune   misteriose  parole  lanciate  al  vento  e  in  stato  di
     confusione,  tutto questo,  certamente,  mal deponeva in favore di
     Goljadkin,  nell'opinione  di  tutti  gli avventori;  e persino il
     garzone cominciava a osservarlo con occhio sospettoso.  Ripresosi,
     il nostro eroe si rese conto di trovarsi in mezzo alla stanza e di
     guardare  in  modo  quasi  sconveniente  e ineducato un vecchietto
     dall'aspetto assai rispettabile, che, dopo aver pranzato e pregato
     davanti all'immagine di Dio,  si era rimesso a sedere e,  da parte
     sua,  non toglieva gli occhi di dosso a Goljadkin.  Il nostro eroe
     rivolse in giro una vaga occhiata e si accorse che tutti,  proprio
     tutti, lo guardavano con aria maligna e sospettosa. All'improvviso
     un militare in pensione,  col bavero rosso, chiese ad alta voce il
     "Gazzettino della Polizia".  Goljadkin sussultò e si  fece  rosso:
     inconsapevolmente  abbassò  gli  occhi  e  notò di aver indosso un
     abito così indecente che non solo in un luogo pubblico, ma neppure
     in casa sua avrebbe potuto indossarlo.  Gli stivali,  i calzoni  e
     tutto  il suo fianco destro erano coperti di fango,  la staffa del
     piede destro era strappata,  e anche la marsina era lacerata qua e
     là in parecchi punti.  In preda a un'angoscia infinita,  il nostro
     eroe si avvicinò al tavolo al quale aveva letto la lettera e  vide
     che  gli  si  avvicinava  il  garzone  della  trattoria,  col viso
     atteggiato a una strana  e  insolente  espressione.  Completamente
     smarrito  e disfatto,  il nostro eroe cominciò a fissare il tavolo
     presso il quale stava, ora, in piedi.  Sul tavolo c'erano i piatti
     usati di qualcuno e non ancora rigovernati,  un tovagliolo sporco,
     e vi giacevano in  disordine  un  cucchiaio,  un  coltello  e  una
     forchetta,  che  erano  stati  appena adoperati.  "Chi ha pranzato
     qui?" pensò il nostro eroe. "E' possibile che sia stato io?  Tutto
     può  darsi!  Ho  pranzato  e  non me ne sono accorto;  ma come può
     essere?" Alzati gli occhi,  Goljadkin vide di nuovo vicino a sé il
     garzone, che si preparava a dirgli qualcosa.
     "Qual  è  il  mio  debito,  caro?"  chiese il nostro eroe con voce
     trepidante.
     Una sonora risata echeggiò intorno a Goljadkin:  rideva  anche  il
     garzone. Goljadkin capì che anche lì l'aveva sbagliata e che aveva
     commesso  qualche  terribile  stupidaggine.  Compreso  questo,  si
     confuse tanto che fu costretto a ficcare la  mano  in  tasca  alla
     ricerca del fazzoletto,  tanto per fare qualcosa e non rimanere lì
     dritto impalato;  ma,  con indescrivibile stupore suo e  di  tutti
     quelli  che  lo circondavano,  invece del fazzoletto tirò fuori il
     flacone di una certa medicina che quattro giorni prima  gli  aveva
     prescritto Krestjàn Ivànovic'.   "I medicinali di quella farmacia"
     balenò in testa a Goljadkin...  Di colpo sussultò e poco ci  mancò
     che   lanciasse  un  grido  di  terrore.   Una  nuova  luce  stava
     diffondendosi...  Un  liquido  bruno,   di  un  ripugnante  colore
     rossiccio,  brillava,  con  maligni  riflessi,  sotto gli occhi di
     Goljadkin... La boccetta gli era caduta dalle mani e era andata in
     mille pezzi...  Il nostro eroe lanciò un grido e  indietreggiò  di
     due  passi davanti al liquido sparso...  Un tremito gli percorreva
     le membra e un abbondante sudore gli spuntava sulle tempie e sulla
     fronte.  "Dunque la mia vita è in pericolo!" Intanto nella  stanza
     si  era  creato  un  certo  movimento,  un po' di trambusto: tutti
     avevano circondato Goljadkin, tutti parlavano a Goljadkin,  alcuni
     avevano perfino afferrato Goliadkin.  Ma il nostro eroe era muto e
     immobile, senza né vedere né ascoltare né sentire nulla... Infine,
     come se si fosse  sradicato  dal  posto,  si  lanciò  fuori  dalla
     trattoria,  fece  a  gomitate  con  tutti  quelli che cercavano di
     trattenerlo e, quasi svenuto, si abbandonò sulla prima carrozzella
     capitatagli a tiro e volò verso casa.
     Nell'anticamera  del  suo  appartamento  gli  si   fece   incontro
     Micheiev,  il custode del dipartimento,  con un plico di stato tra
     le mani.  "So amico mio,  so tutto"  rispose  con  voce  debole  e
     depressa il nostro eroe, accasciato. "E' una cosa d'ufficio..." Il
     plico conteneva realmente l'ordine, a firma di Andréj Filìppovic',
     che  Goljadkin  consegnasse le pratiche che si trovavano nelle sue
     mani a Ivàn Semjònovic'. Preso il plico e data una moneta da dieci
     copechi al custode,  Goljadkin entrò nel suo appartamento  e  vide
     che  Petruska  stava  preparando  e riunendo in un mucchio tutti i
     propri  stracci  e  cianfrusaglie  e  tutta  la  sua   roba,   con
     l'intenzione  evidente  di lasciare Goljadkin e di passare dal suo
     servizio a quello di Karolina  Ivànovna,  che  lo  aveva  adescato
     perché prendesse il posto di Evstafij.



     12.

     Petruska  entrò ciondolando,  con un'aria stranamente noncurante e
     col viso  atteggiato  a  un'espressione  servilmente  solenne.  Si
     vedeva  che  aveva  architettato qualcosa,  che si sentiva nel suo
     pieno  diritto  e  guardava  ora  con  l'aria   di   una   persona
     completamente estranea, con l'aria, cioè, del servitore di qualcun
     altro  e  non  più  con quella del precedente servitore del signor
     Goljadkin.
     "Be', vedi, caro" cominciò il nostro eroe, ansimando.  "Che ora è,
     caro?"
     Petruska,  senza  rispondere.  si  ritirò dietro il tramezzo,  poi
     ricomparve e,  in tono piuttosto disinvolto,  dichiarò che  presto
     sarebbero state le sette e mezzo.
     "Bene,  caro,  bene.  Dunque  vedi,  mio  caro...  permetti che ti
     dica... mio caro, che tra noi mi pare che ora sia tutto finito."
     Petruska taceva.
     "Be', ora che tra noi tutto è finito, dimmi sinceramente,  dimmelo
     come a un amico, dove sei stato, caro."
     "Dove sono stato? Tra brave persone..."
     "Lo so,  caro,  lo so. Io sono sempre stato soddisfatto di te, mio
     caro,  e il benservito te lo rilascerò...  Be',  che fai adesso da
     loro?"
     "Ebbene,  signore,  che  c'è?  Lo sapete anche voi.  Si sa che una
     brava persona non ti insegna niente di male."
     "Lo so, caro, lo so.  In questi nostri tempi le brave persone sono
     rare, amico; apprezzale, mio caro. Dunque come stanno quelli là?"
     "Si sa,  come...  Però io,  signore,  non posso rimanere al vostro
     servizio: lo sapete anche voi."
     "Lo so,  caro,  lo so: conosco il tuo zelo  e  la  tua  diligenza:
     vedevo tutto,  mio caro,  e tutto notavo. Io, amico mio, ti stimo.
     Una brava e onesta persona, sia pure un servo, io la stimo."
     "Ebbene, si sa! Noi, naturalmente, dove meglio stiamo... lo sapete
     anche voi... E' così! A me che importa! Si sa, signore,  che senza
     un bravo domestico non è possibile..."
     "Bene,  bene, caro: io comprendo tutto questo... Su, eccoti il tuo
     denaro e il tuo certificato. Ora, caro, baciamoci e salutiamoci...
     E ora, mio caro, ti prego di un servizio, l'ultimo servizio" disse
     Goljadkin in tono solenne.  "Lo vedi,  mio caro,  ne  capitano  di
     tutti  i  colori.  Il  dolore,  mio  caro,  si  nasconde anche nei
     palazzi,  dal dolore non c'è modo di fuggire.  Tu sai,  amico mio,
     che io, con te sono sempre stato affettuoso, mi pare..."
     Petruska taceva.
     "Io,  mi pare,  sono sempre stato affettuoso,  con te...  Be', mio
     caro, quanta biancheria abbiamo, adesso?"
     "Tutta quella che c'è è qui.  Sei camicie di  tela,  tre  paia  di
     calzini;  quattro pettine di camicia;  una maglia di flanella; due
     completi di biancheria personale.  Lo sapete anche voi quello  che
     c'è. Io, signore, la roba vostra non... Io, signore, alla roba del
     padrone  ci sto attento.  Io da voi,  signore...  di quello...  si
     sa...  di peccati del genere...  mai,  signore.  Questo lo  sapete
     anche voi, signore."
     "Ci credo,  caro, ci credo. Ma non si tratta di questo, amico mio,
     non di questo; vedi dunque, ecco, amico mio.."
     "Si sa, signore: queste cose le sappiamo già. Io, ecco, quando ero
     ancora a servizio dal generale Stolbnjakòv, mi davano una licenza,
     quando partivano per Saratov... là hanno delle proprietà..."
     "No, mio caro, non si tratta di questo: io, niente... tu non stare
     a pensare niente..."
     "Si sa. Per quanto riguarda noi, lo sapete anche voi, signore,  ci
     vuol tanto a incolpare a torto un uomo? Ma di me, dappertutto sono
     stati  contenti.  Si  trattava  di ministri,  generali,  senatori,
     conti.  Sono stato da tutti,  io:  dal  principe  Svicnatkin,  dal
     colonnello  Pereborkin,  dal  generale  Nedobarov,  e  anche  loro
     venivano in casa nostra e andavano nella tenuta dei nostri..."
     "Sì, amico, sì. Tutto bene, amico mio, tutto bene.  Ora ecco,  io,
     amico mio,  parto... Ognuno, amico mio, ha la sua strada, e non si
     sa quale possa toccare a ognuno. Be', amico mio,  dammi ora di che
     vestirmi: sì,  riporrai anche la mia giubba d'ufficio... gli altri
     pantaloni, le lenzuola, la coperta, i guanciali..."
     "Devo riunire tutto in un fagotto?"
     "Sì, amico mio, sì;  in un fagotto,  per favore...  Chissà che può
     capitarci... Ora, mio caro, esci a cercare una carrozza."
     "Una carrozza?"
     "Sì,  caro,  una carrozza,  un po' comoda e per un certo tempo. Ma
     tu, amico mio, non stare a pensare a chissà cosa..."
     "E fate conto di andare lontano?"
     "Non lo so, amico mio,  questo non lo so.  Anche il piumino penso,
     sarà necessario metterlo nel fagotto.  Che ne dici,  amico mio? Io
     conto su te, amico mio..."
     "Volete partire subito?"
     "Sì, amico mio,  sì!  E' sopraggiunta una circostanza che...  ecco
     come stanno le cose, amico mio, ecco come stanno..."
     "Si sa, signore, da noi, al reggimento, è capitata la stessa cosa.
     Là un possidente... aveva rapito..."
     "Rapito? Come! amico mio, tu..."
     "Sì, l'ha rapita e in un'altra villa si sposarono. Tutto era stato
     predisposto.  Ci fu un inseguimento;  ma il principe intervenne in
     favore, il defunto... e la cosa fu aggiustata..."
     "Si sposarono... ma tu, amico mio, come... Tu come lo sai, caro?"
     "Ma si sa! La terra, signore, è piena di voci. Tutto, signore, noi
     sappiamo,  naturalmente,  e chi è senza  peccato?  Solo  vi  dirò,
     signore,   una  cosa:  permettetemi,   signore,  di  dirvela  così
     semplicemente, da servo: se le cose sono a questo punto,  ecco che
     cosa vi dico: avete un nemico,  signore, avete un rivale, un forte
     rivale, ecco..."
     "Lo so, amico mio, lo so: lo sai anche tu,  caro...  E ora confido
     in te. Come dobbiamo comportarci, ora? Che cosa mi consigli?"
     "Ecco,  signore,  se  voi adesso,  all'incirca,  vi siete messo su
     questa strada vi servirà comprare qualcosa:  lenzuola,  guanciaii,
     un altro piumino,  per due persone,  una bella coperta. Qui, ecco,
     giù dalla vicina; è una borghese, lei. Ha un bel mantello di volpe
     lo si può vedere e comprare...  Anche subito lo si  può  andare  a
     vedere.  Ora vi farà comodo,  signore: è un bel mantello, foderato
     di raso, con pelliccia di volpe..."
     "Bene, amico mio, bene: sono d'accordo con te, amico mio,  confido
     in te,  confido pienamente in te. Anche il mantello, dunque, amico
     mio... Presto, però, presto, in nome di Dio, presto! Tra poco sono
     le otto, presto, in nome di Dio, presto, amico! Affrettati più che
     puoi, amico!"
     Petruska  piantò  lì,  ancora  da  legare,   il  fagottello  della
     biancheria,  coperta,  guanciali e ogni tipo di ciarpame che aveva
     già messo insieme con l'intenzione  di  legarlo,  e  si  precipitò
     fuori  della  stanza.  Goljadkin intanto prese ancora una volta la
     lettera,  ma non riuscì a leggerla.  Con la sua testa  disgraziata
     stretta tra le mani, si addossò alla parete in preda allo stupore.
     Non poteva pensare a niente e nemmeno riusciva a fare niente;  non
     sapeva lui stesso che  cosa  gli  stesse  succedendo.  Finalmente,
     resosi conto che il tempo passava e che non arrivavano né Petruska
     né   il  mantello,   Goljadkin  decise  di  scendere  lui  stesso.
     Spalancata la porta che dava  nell'ingresso,  sentì  arrivare  dal
     basso  un  frastuono  di voci,  di discussioni,  di chiacchiere...
     Alcune vicine cianciavano,  gridavano,  commentavano...  Goljadkin
     sapeva  già  con  certezza  di che cosa precisamente si trattasse.
     Risuonava la voce di Petruska,  poi si sentirono dei  passi.  "Mio
     Dio!  ora  verranno  qui tutti quanti insieme!" gemette Goljadkin,
     torcendosi le mani  e  rientrando  in  casa  di  corsa,  pazzo  di
     disperazione.  Giunto affannato in camera sua, si abbandonò, quasi
     fuori di sé,  sul divano,  col viso nascosto nel cuscino.  Per  un
     minuto restò così, poi saltò in piedi e, senza aspettare Petruska,
     calzò  la soprascarpe,  il cappello,  il cappotto,  afferrò la sua
     cartella e corse a rotta di collo giù dalle scale. "Non ho bisogno
     di niente, di niente, mio caro! Farò da solo,  tutto da solo!  Non
     ho bisogno di te, per ora... la faccenda, forse, si metterà per il
     meglio" mormorò Goljadkin a Petruska,  che aveva incontrato per le
     scale; poi sboccò in cortile e uscì dalla casa. Si sentiva mancare
     il  cuore,  non  poteva  ancora  decidersi...   Come  fare,   come
     comportarsi, come agire in quel momento critico...
     "Sicuro,  come agire, Signore Iddio? Doveva proprio capitare anche
     questo!" esclamò,  quasi gridando,  in  preda  alla  disperazione,
     correndo senza sapere dove,  arrancando così, alla cieca... "Anche
     questa ci voleva! Ora, ecco, se non fosse capitato questo, proprio
     questo,  tutto si sarebbe aggiustato;  in una volta sola,  con  un
     solo colpo,  con un solo audace,  energico,  abile colpo, tutto si
     sarebbe  aggiustato!   E  so  persino  in  che  modo  si   sarebbe
     aggiustato!  Ecco  come  si  sarebbero  svolte le cose: io,  avrei
     detto, io... le cose stanno così e così, signor mio,  con rispetto
     parlando, non importa... un fico secco, le cose non si fanno così:
     signore,  avrei detto, egregio signore, le cose non si fanno così,
     e con l'impostura,  da noi,  non  arriverai  a  niente;  siete  un
     impostore, signor mio, siete un individuo inutile, che alla patria
     non  reca  nessun vantaggio.  Lo capite?  Lo capite questo - avrei
     detto - egregio signore?  così sarebbero andate le cose...  Ma no!
     Del  resto,  non si tratta di quello,  assolutamente no...  Ma che
     frottola sto raccontando, scemo che sono?  Un suicida,  sono!  Sì,
     suicida che sei,  non è proprio quello...  Ecco, e adesso, caro il
     mio depravato che non sei altro, come si fa, adesso?  Dove andrò a
     ficcarmi,  adesso?  Be',  che  cosa devo fare di me,  a cosa posso
     servire ora? Be', a che cosa, per fare un esempio, a che cosa puoi
     servire ora, Goljadkin, indegno uomo che sei! Che fare, adesso? La
     carrozza bisognava pur prenderla. Prendi, ha detto,  una carrozza,
     e  falla  venir qui..  Se non ci sarà la carrozza,  ci bagneremo i
     piedini, ha detto... Ma chi avrebbe potuto pensare? Su, signorina,
     su, padroncina mia! Su,  ragazza di morigeratissima condotta!  Su,
     tanto lodata fanciulla nostra!  Vi siete fatta onore,  non c'è che
     dire,  vi siete fatta onore!  E tutto questo può  accadere  grazie
     all'immoralità dell'educazione, e io, come vado deducendo da tutto
     questo, vedo che tutto accade solo a causa dell'immoralità. Invece
     di  farle  sentire  qualche  volta  il  gusto delle vergate fin da
     giovane, te la rimpinzano di confetti, di leccornie di ogni genere
     e il vecchietto stesso piagnucola intorno a lei...  Tu sei la  mia
     qui, dice, tu sei la mia là, sei bella, dice, ti darò un conte per
     marito!  E ecco la bella roba che ne è venuta fuori, ecco come ora
     ci ha mostrato le sue carte... Ecco, dice, qual è il nostro gioco!
     Invece di tenersela in casa, da giovane,  loro te la mandano in un
     pensionato,  da  una  signora  francese  da  una qualsiasi Falbalà
     emigrata; e lei,  da quella qualsiasi emigrata Falbalà,  ne impara
     di   tutti  i  colori,   e  ecco  il  risultato!   Venite,   dice,
     rallegratevi! Trovatevi con la carrozza, dice, all'ora tale, sotto
     le finestre,  e cantate una romanza sentimentale spagnola;  io  vi
     aspetto,  so  che  mi  amate  e fuggiremo insieme e vivremo in una
     capanna. Ma infine, questo non è possibile; questo, signorina mia,
     se si è ormai a questo punto,  non è possibile...  Anche le  leggi
     vietano  di  rapire un'onesta e innocente fanciulla dalla casa dei
     genitori, senza il consenso di questi!  Ma infine,  perché,  a che
     scopo e per quale necessità? Be', che sposi pure chi deve sposare,
     sposi chi le è stato assegnato dal destino, così è finita. Io sono
     un impiegato e per questo potrei perdere il posto;  io,  signorina
     mia, posso andare sotto processo per questo! Sicuro, ecco che cosa
     può succedere, se anche non lo sapevate.  Sotto sotto,  qui c'è la
     tedesca.  Tutto viene da lei,  da quella strega; è lei la causa di
     tutto questo trambusto!  Perché hanno calunniato un  uomo,  perché
     hanno inventato su di lui pettegolezzi da donnicciola,  panzane di
     ogni genere,  per consiglio di Andréj Filìppovic'?  Tutto viene da
     lì.  Se no,  perché Petruska vi sarebbe immischiato?  Che c'entra,
     lui? Che bisogno ne aveva, quel birbante?  No,  signorina,  io non
     posso,   assolutamente  non  posso,   a  nessun  costo...  E  voi,
     signorina, per questa volta scusatemi in qualche modo... Tutto ciò
     viene da voi, signorina, non dalla tedesca, non dalla strega,  no,
     assolutamente...  Ma esclusivamente da voi, perché la strega è una
     buona donna,  perché la strega in questo non ha nessuna colpa,  ma
     siete voi, signorina, la colpevole: ecco come stanno le cose! Voi,
     signorina,  voi mi incolpate senza ragione...  Qui c'è un uomo che
     sta andando in rovina, un uomo che sta fuggendo da se stesso e che
     non riesce più a trattenersi...  Come parlare  di  nozze?  E  come
     finirà  tutto  questo?  E  come  si  metteranno  le cose,  adesso?
     Pagherei non so che, per saperlo!"
     Così andava rimuginando,  in preda alla  disperazione,  il  nostro
     eroe. Riavutosi di colpo, si accorse di trovarsi in qualche angolo
     della  Litéjnaja.   Il  tempo  era  orribile:  sgelava,  nevicava,
     pioveva...   Tutto  precisamente  come  in   quell'indimenticabile
     momento,  quando,  in  una  spaventosa  mezzanotte,  avevano avuto
     inizio tutte le disgrazie del signor Goljadkin.  "Ma che viaggio!"
     pensava  Goljadkin  osservando  il  tempo,  "questa  è la fine del
     mondo... Signore mio dio!  Dove potrei ora,  per esempio,  trovare
     una carrozza? Ecco, là sull'angolo, vedo qualcosa di scuro... Be',
     ora  vedremo,  faremo ricerche...  Signore mio dio!" continuava il
     nostro eroe,  dirigendo i suoi deboli e  stanchi  passi  verso  il
     punto  dove  gli  era  sembrato  di  aver visto qualcosa che aveva
     l'aria di una carrozza. "No,  io ora,  ecco,  faccio così: andrò a
     buttarmi ai suoi piedi, lo pregherò umilmente. Le cose stanno così
     e così,  gli dirò: affido il mio destino nelle mani dei superiori:
     eccellenza, dirò, proteggete e beneficate un uomo;  le cose stanno
     così  e  così,  dirò,  ecco,  si  tratta di questo e di quello,  è
     un'azione contraria alle leggi;  non rovinatemi,  vi considero  un
     padre,  non abbandonatemi...  salvate il mio amor proprio,  il mio
     onore,  il mio nome...  salvatemi da un  essere  malvagio,  da  un
     depravato...  Lui  è  un'altra persona,  eccellenza e anch'io sono
     un'altra persona;  lui sta da sé e io pure  sto  da  me;  davvero,
     eccellenza,  io  me ne sto da me,  davvero...  ecco come stanno le
     cose,  dirò.  Somigliare a  lui  non  posso,  dirò;  sostituitemi,
     vogliate benevolmente dare ordine di sostituirmi, e date ordine di
     annullare quella sacrilega e arbitraria sostituzione... che non ha
     precedenti,  eccellenza...  Io vi considero un padre, i superiori,
     senza  dubbio,   i  benèfici   e   previdenti   superiori   devono
     incoraggiare iniziative simili...  Qui c'è addirittura qualcosa di
     cavalleresco.   Vi  considero  come  un  padre,   dirò,   benefico
     superiore,  e  vi affido la mia sorte e mi dimetterò io stesso dal
     lavoro... dirò... ecco, come stanno le cose!"
     "Be', caro, sei un vetturino?"
     "Un vetturino, si."
     "La carrozza, caro, per la serata..."
     "Volete andar lontano?"
     "Per la serata,  per la serata: dovunque ci sia bisogno di andare,
     caro mio, dovunque ci sia bisogno.. "
     "Volete per caso andare fuori città?"
     "Sì,  amico  mio:  fuori  città,  può darsi.  Ancora non lo so con
     certezza, amico mio, non posso assicurartelo, caro... vedi,  caro,
     può  darsi  che  tutto  si aggiusti per il meglio..  Si sa,  amico
     mio..."
     "Eh,  sì,  signore,  si sa...  naturalmente;  lo voglia Iddio  per
     ognuno "
     "Sì, amico mio, sì; ti ringrazio, mio caro: be', amico mio, quanto
     mi prenderai?"
     "Volete andare subito, signore?"
     "Sì, subito. Cioè, no, aspetterai in un posto... così, un pochino.
     Non dovrai aspettare a lungo, mio caro...
     "Ma,  se mi prendete per tutta la serata, allora meno di sei rubli
     non è possibile, visto anche il tempo..."
     "Sì, va bene, amico mio, va bene; ti ricompenserò,  caro.  Dunque,
     va bene, ora tu mi porterai, caro."
     "Accomodatevi,  signore.  Ecco,  ora  sistemerò  un pochino qui...
     Favorite salire, ora. Dove devo andare?"
     "Al ponte Izmajlovskij, amico mio."
     Il vetturino-cocchiere era salito a cassetta e si preparava a  far
     muovere  la  coppia  dei  suoi  scarni  ronzini,  che a fatica era
     riuscito  a  staccare  dal  trogolo  del  fieno,  verso  il  ponte
     Izmajlovskij.  Ma di colpo Goljadkin diede uno strappo al cordone,
     fece fermare la carrozza e pregò con voce supplichevole di tornare
     indietro e di non andare  al  ponte,  ma  da  un'altra  parte.  Il
     vetturino  girò in un'altra strada e dopo dieci minuti la carrozza
     presa da Goljadkin si fermò davanti alla casa in cui  abitava  sua
     eccellenza.  Goljadkin  scese,  pregò  caldamente  il vetturino di
     aspettare e di corsa,  col cuore che sembrava mancargli,  salì  al
     secondo  piano,  tirò il campanello,  la porta si aprì e il nostro
     eroe si trovò nell'anticamera di sua eccellenza.
     "Sua eccellenza è in  casa?"  domandò  Goljadkin  rivolgendosi  al
     cameriere che gli aveva aperto.
     "Ma voi, che cosa desiderate?" si informò il domestico, squadrando
     Goljadkin dalla testa ai piedi.
     "Io,  amico mio, sì... sono Goljadkin, l'impiegato, il consigliere
     segreto Goljadkin.  Gli dirò che le cose stanno così e così...  mi
     spiegherò..."
     "Aspettate un momento; ora non si può..."
     "Amico, non posso aspettare: si tratta di una cosa importante, una
     cosa molto urgente."
     "Ma voi da parte di chi venite? Avete delle carte?"
     "No,  io,  amico,  vengo per conto mio... Riferisci, amico, che le
     cose sono così e così... Digli che è venuto per spiegarsi...  E io
     ti ricompenserò, mio caro..."
     "Non è possibile.  Non può ricevere nessuno;  c'è gente.  Favorite
     venire di mattina alle dieci..."
     "Annunciatemi,  caro,  io  non  posso,  non  posso  assolutarnente
     aspettare. Voi, mio caro, ne risponderete..."
     "Ma sì,  va' e annuncialo: che te ne importa? ti dispiace sciupare
     gli stivali,  forse?" esclamò un altro cameriere,  sdraiato su una
     cassapanca e che fino a quel momento non aveva aperto bocca.
     "Ma che stivali!  Lo sai,  no,  che ha dato ordine di non ricevere
     nessuno? Il loro turno è di mattina."
     "E annuncialo. Ti cascherà la lingua per questo?"
     "E va bene: lo annuncierò: la lingua non mi cascherà. Però ha dato
     ordine di no, ho detto che ha dato ordine di no. Entrate in quella
     stanza."
     Goljadkin entrò nella prima stanza,  sul tavolo c'era un orologio.
     Vi gettò un'occhiata: erano le otto e mezzo. Il cuore cominciava a
     fargli.  Voleva  già  tornare indietro,  ma in quel momento quello
     spilungone di cameriere,  fermo sulla porta della stanza appresso,
     pronunziava  ad  alta voce il nome del signor Goljadkin.  "Che po'
     po' di voce!" pensò con indescrivibile angoscia il nostro  eroe...
     "Ma avresti dovuto dire: 'lui...  dice così e così..  è venuto per
     spiegare umilmente... lui... favorite riceverlo...' Ma ormai tutto
     è rovinato, e tutto è ormai andato per aria;  del resto...  be'...
     non importa!"
     Non  ebbe  tempo,  però,  di ragionarci su;  il cameriere ritornò,
     disse: "Favorite", e fece entrare Goljadkin nello studio.
     Quando  il  nostro  eroe  entrò,  provò  l'impressione  di  essere
     diventato  cieco,  poiché  non  riusciva  a  vedere  assolutamente
     niente. Gli guizzarono davanti agli occhi due o tre figure.  "Be',
     questi  saranno  i  visitatori"  passò  per la testa di Goljadkin.
     Finalmente il nostro eroe cominciò a distinguere  chiaramente  una
     stella sul frac nero di sua eccellenza, poi, poco a poco, passò al
     frac nero e, infine, ebbe la facoltà di una visione completa...
     "Che c'è?" proferì una voce nota al di sopra di Goljadkin.
     "Consigliere titolare Goljadkin, eccellenza."
     "Ebbene?"
     "Sono venuto a spiegarvi..."
     "Come? Che cosa?"
     "Sì,  così...  Vorrei dirvi che le cose stanno così e così... Sono
     venuto a spiegarvi, eccellenza..."
     "Ma voi, ma chi siete voi?"
     "Eccellenza, consigliere titolare."
     "Ebbene, che cosa volete?"
     "Vi dirò che le cose stanno così e così e che vi considero come un
     padre; io stesso abbandonerò l'impiego...  ma voi proteggetemi dal
     nemico. Ecco, è così!"
     "Che cosa?"
     "Si sa..."
     "Si sa che cosa?"
     Goljadkin tacque: il mento cominciava piano piano a tremargli...
     "E allora?"
     "Io   pensavo   a  una  cosa  cavalleresca,   eccellenza...   Qui,
     eccellenza, c'è del cavalleresco, e io considero il superiore come
     un padre e le cose stanno così  e  così...  proteggetemi,  vi  su-
     supplico  con  le la-lac-lacrime agli occhi,  e che simili impulsi
     de-de-vono esse-ere favoriti..."
     Sua eccellenza si girò.  Il nostro  eroe  per  alcuni  attimi  non
     riusci più a vedere niente...  Si sentiva oppresso. Gli mancava il
     respiro.  Non sapeva dove  si  trovasse...  Provava  un  senso  di
     vergogna  e  di  tristezza.  Sa  Iddio  quello  che accadde poi...
     Riavutosi,  il nostro eroe si accorse  che  sua  eccellenza  stava
     parlando  con due dei suoi visitatori e sembrava che discutesse di
     non so quali affari,  in modo  brusco  e  violento.  Uno  dei  due
     ospiti,  Goliadkin  lo  riconobbe subito.  Era Andréj Filìppovic';
     l'altro,  no.  Gli sembrava  tuttavia  un  viso  conosciuto  anche
     quello: un individuo alto e grasso, già anziano, con i basettoni e
     le sopracciglia foltissime e con lo sguardo acuto e provocante. Al
     collo  dello sconosciuto una decorazione,  in bocca un sigaro.  Lo
     sconosciuto  fumava  e,   senza  togliersi  il  sigaro  di  bocca,
     accennava  significativamente con la testa,  guardando di tanto in
     tanto Goljadkin.  Goljadkin cominciava a sentirsi,  in certo  qual
     modo,  a disagio; girò gli occhi da un'altra parte e anche lì vide
     uno stranissimo visitatore. Sulla porta,  che il nostro eroe aveva
     fino  a  quel  momento creduto uno specchio,  proprio come era già
     capitato un'altra volta,  era comparso lui,  si sa benissimo  chi,
     l'intimo  conoscente  e  amico  del  signor  Goljadkin.  Il signor
     Goljadkin numero  due  si  era  realmente  trovato,  fino  a  quel
     momento,  in un'altra stanzetta dove scriveva qualcosa in fretta e
     furia;  ora,  evidentemente,  c'era  bisogno  di  lui  e  lui  era
     comparso, con gli incartamenti sotto il braccio, e si avvicinava a
     sua eccellenza,  e con grande destrezza, in attesa di un'esclusiva
     attenzione verso la sua  persona,  era  riuscito  a  intromettersi
     nella  conversazione  e  nel  consulto,  dopo aver occupato il suo
     posto un po' dietro la schiena di  Andréj  Filìppovic'  e  un  po'
     nascondendosi  dietro lo sconosciuto che fumava.  Evidentemente il
     signor  Goljadkin  numero   due   era   molto   interessato   alla
     conversazione,  da  lui  ora  seguita con atteggiamento deferente;
     annuiva col capo,  si appoggiava ora su un piede  ora  sull'altro,
     sorrideva,  guardava  di  continuo  sua eccellenza come se volesse
     supplicarlo con lo sguardo che venisse permessa anche  a  lui  una
     mezza parolina.  "Mascalzone!" pensò Goljadkin e involontariamente
     fece un passo avanti.  In quel momento il generale si girò  e  con
     una certa esitazione si avvicinò a Goljadkin.
     "Su,  bene,  bene...  Andate  con Dio.  Esaminerò personalmente la
     vostra faccenda,  e ora vi farò riaccompagnare..." A questo  punto
     il   generale  diede  un'occhiata  allo  sconosciuto  dalle  folte
     basette, quello, in segno di assenso, chinò il capo.
     Goljadkin sentiva e capiva chiaramente che lo ritenevano un  altro
     e per niente quello che sarebbe dovuto essere. "Così o cosà, qui è
     necessaria  una  spiegazione,"  pensò  "le  cose sono così e così,
     eccellenza, dirò..." Poi,  esitando,  abbassò gli occhi a terra e,
     con  suo grande stupore,  vide sugli stivali di sua eccellenza una
     notevole macchia bianca.  "E' possibile che  si  siano  spaccati?"
     pensò  Goljadkin.  Ben  presto,  però,  Goljadkin  scoprì  che gli
     stivali di sua eccellenza non erano affatto spaccati,  ma  che  si
     trattava  solo di un riflesso,  fenomeno spiegabilissimo col fatto
     che gli stivali erano verniciati e brillavano  vivamente.  "Questo
     si  chiama  'luce'"  pensò  il  nostro eroe,  "denominazione usata
     particolarmente dai pittori:  in  altri  posti  questa  luminosità
     viene  chiamata  'alone  luminoso'." A questo punto Goljadkin alzò
     gli occhi e vide che era il momento di  parlare,  perché  la  cosa
     poteva  benissimo  volgersi  al  peggio...  Il nostro eroe fece un
     passo indietro.
     "Dico,  eccellenza,  che le cose stanno così e così..." disse,  "e
     che con l'impostura, nel nostro secolo non si riesce in niente."
     Il   generale  non  rispose  e  tirò  con  forza  il  cordone  del
     campanello. Il nostro eroe fece di nuovo un passo avanti.
     "E' un individuo infame e depravato,  eccellenza" disse il  nostro
     eroe,  fuori  di  sé,  mezzo  morto di paura,  e,  nonostante ciò,
     indicando con audacia e decisione il suo indegno gemello,  che  in
     quel momento trotterellava intorno a sua eccellenza; "le cose sono
     così e così, dico, e mi riferisco a una ben nota persona."
     Alle  parole  di  Goljadkin  seguì  un movimento generale.  Andréj
     Filìppovic' e lo sconosciuto personaggio facevano cenni col  capo;
     sua  eccellenza con gesto impaziente tirò a tutta forza il cordone
     del campanello,  chiamando i domestici.  A questo punto il  signor
     Goljadkin numero due fece a sua volta un passo avanti.
     "Eccellenza"  disse,  "chiedo  umilmente  il permesso di parlare."
     Nella voce del signor Goljadkin numero due c'era un non so che  di
     fermamente  deciso;  tutto in lui dimostrava che sentiva di essere
     nel suo pieno diritto.
     "Permettete che io vi chieda" ricominciò,  prevenendo col  proprio
     zelo  la  risposta di sua eccellenza e rivolgendosi questa volta a
     Goljadkin,  "permettete che vi  chieda:  in  presenza  di  chi  vi
     spiegate in questa maniera?  Davanti a chi siete?  Nello studio di
     chi vi trovate?"
     Il signor Goljadkin numero due era in preda  a  una  straordinaria
     agitazione, rosso e fiammeggiante di sdegno e di collera; nei suoi
     occhi brillavano persino le lacrime.
     "I  signori  Bassavrjukov!"  urlò  a  tutta  forza  il  domestico,
     comparendo sulla porta dello studio. "Un'ottima,  nobile famiglia,
     originaria della Piccola Russia" pensò Goljadkin e in quel momento
     sentì che qualcuno, in modo molto amichevole, gli aveva posato una
     mano  sulla  schiena;  poi  sulla sua schiena se ne posò un'altra;
     l'abietto gemello del signor Goljadkin  gli  sgambettava  davanti,
     facendo  strada,   e  il  nostro  eroe  vide  chiaramente  che  lo
     spingevano  -  sembrava  verso  la  grande  porta  dello   studio.
     "Esattamente  come a casa di Olsufij Ivànovic'" pensò e si ritrovò
     in anticamera.  Si guardò in giro  e  vide  accanto  a  sé  i  due
     domestici di sua eccellenza e il suo gemello.
     "Il  cappotto,  il  cappotto,  il  cappotto,  il  cappotto del mio
     amico!" cinguettava il depravato individuo,  strappando dalle mani
     di  un  domestico il cappotto e gettandolo,  con volgare e maligna
     burla, dritto sulla testa del signor Goljadkin.  Mentre si agitava
     sotto  il  suo  cappotto,  il  signor  Goljadkin  numero uno sentì
     chiaramente le risate  dei  due  domestici.  Ma,  senza  ascoltare
     niente  e senza badare a nessuno,  uscì dall'anticamera e si trovò
     sulla scala illuminata. Il signor Goljadkin numero due lo seguì.
     "Addio, eccellenza!" gridò quello alle spalle del signor Goljadkin
     numero uno.
     "Mascalzone!" urlò di rimando il nostro eroe fuori di sé.
     "Ma sì! anche mascalzone..."
     "Turpe individuo!"
     "Ma  sì,   anche  turpe  individuo..."  rispose  al  degno  signor
     Goljadkin l'indegno suo nemico e, con la sua innata vigliaccheria,
     fissava  dall'alto della scala,  senza battere ciglio,  Goljadkin,
     come volesse invitarlo a continuare.  Il  nostro  eroe  sputò  per
     l'indignazione  e uscì sul pianerottolo: era così spossato che non
     ricordava assolutamente  chi  e  come  l'avesse  fatto  salire  in
     carrozza.  Riavutosi,  vide  che  lo  portavano verso la Fontanka.
     "Verso il ponte Izmajlovskij,  dunque?" pensò Goljadkin...  Qui fu
     preso  dal  desiderio  di pensare a qualche altra cosa,  ma non fu
     possibile: eppure succedeva  qualcosa  di  così  orribile  da  non
     potersi spiegare...  "Be', non è niente!" concluse il nostro eroe,
     e si diresse al ponte Izmajlovskij.




















     13.

     Sembrava che il  tempo  volesse  migliorare.  In  realtà  la  neve
     bagnata,  che era caduta fino a quel momento addirittura a nugoli,
     a poco a poco cominciava a diradarsi,  fino a  cessare  quasi  del
     tutto.  Il  cielo  cominciava  a rasserenare,  qua e là brillavano
     piccole  stelle.  Tutto  però  era  fradicio,  fangoso,   umido  e
     soffocante,  specialmente  per Goljadkin che,  anche senza di ciò,
     stentava a tirare il  fiato.  Il  suo  cappotto  zuppo  d'acqua  e
     diventato  pesante  lasciava  penetrare  in  tutte  le  membra una
     tiepida,  antipatica umidità e col proprio  peso  gli  rompeva  le
     gambe,  già per conto loro molto indebolite. Una specie di brivido
     febbrile gli serpeggiava per tutto il corpo con  un  penetrante  e
     acuto  formicolìo;  a  causa  dell'umidità  si  era riempito di un
     freddo sudore da malato,  e così Goljadkin  dimenticò,  in  questa
     situazione,  di  ripetere  con  la  fermezza  e la decisione a lui
     proprie la frase prediletta, cioè che quello, e tutto il resto, in
     qualsiasi  modo  probabilmente,   anzi  sicuramente,   si  sarebbe
     aggiustato per il meglio.  "Del resto,  tutto ciò, per ora, non ha
     alcuna importanza" aggiunse il nostro robusto  eroe,  che  non  si
     lasciava  abbattere,  asciugandosi  sul  viso  le  gocce  di acqua
     fredda,  che scendevano in tutte le direzioni dalla falda del  suo
     cappello  tondo,  tanto  zuppo    da non tenere più l'acqua.  Dopo
     avere,  in più,  considerato che questo non era ancora niente,  il
     nostro  eroe  volle  provare a rannicchiarsi su un tronco d'albero
     abbastanza robusto,  che giaceva abbandonato accanto a un  mucchio
     di legna nel cortile di Olsufij Ivànovic'.  Naturalmente non c'era
     ormai più da pensare alle serenate spagnole e alle scale di  seta;
     ma  c'era  comunque da pensare a un qualche angoletto isolato,  se
     non caldo,  almeno accogliente e nascosto.  Lo tentava molto,  sia
     detto per inciso,  quell'angoletto nell'ingresso dell'appartamento
     di Olsufij Ivànovic',  dove già una  volta,  quasi  all'inizio  di
     questa storia vera,  il nostro eroe era rimasto dritto per due ore
     tra un armadio e un vecchio paravento,  in mezzo a  ogni  tipo  di
     inutili carabattole casalinghe,  a ciarpame e a cianfrusaglie.  Il
     fatto è che anche adesso Goljadkin era in piedi  da  due  ore  nel
     cortile  di  Olsufij  Ivànovic',   in  attesa.   Ma,  a  proposito
     dell'appartato e comodo cantuccio di quella volta,  c'erano adesso
     alcuni   inconvenienti   che   allora   non   c'erano.   Il  primo
     inconveniente era questo, e cioè che, con tutta probabilità,  quel
     posto  era  stato  scoperto  e  si erano prese in proposito alcune
     precauzioni,  dopo l'incidente capitato nell'ultimo ballo in  casa
     di  Olsufij  Ivànovic';  e  poi  bisognava  aspettare  un  segnale
     convenuto da parte di Klara Olsùfevna,  perché,  senza dubbio,  un
     tale  segnale  ci doveva pur essere.  Così era sempre stato e,  si
     dice,  "non è cominciato da noi e non finirà con  noi."  Goljadkin
     ricordò  di proposito,  così di sfuggita,  un romanzo da lui letto
     molto tempo prima,  in cui la protagonista aveva fatto un  segnale
     convenuto ad Alfredo,  in una circostanza proprio uguale,  legando
     alla finestra un nastrino rosa. Ma il nastrino rosa ora,  di notte
     e  con  quel  clima  di Pietroburgo,  noto per essere così umido e
     infido,  non poteva servire al caso e,  a dirla in breve,  era una
     cosa  assolutamente  inattuabile.  "No,  qui non c'è da parlare di
     scale di seta" pensò il nostro eroe,  "e  io  preferisco  starmene
     qui, alla meglio, appartato e zitto zitto... Ecco, mi metterò qui,
     per  esempio..."  e  scelse  un posticino nel cortile,  proprio di
     fronte alle finestre, accanto alla catasta di legna.  Nel cortile,
     si  capisce,  c'era  un  grande andirivieni di gente estranea,  di
     postiglioni,  di cocchieri;  oltre a ciò si  sentiva  il  fracasso
     delle  risate,  lo  sbuffare  dei  cavalli  eccetera  eccetera...;
     tuttavia il posto era comodo: che lo notassero o no,  c'era almeno
     questo vantaggio, che tutto si svolgeva, si può dire, nell'ombra e
     che  nessuno  poteva scorgere Goljadkin,  mentre lui poteva vedere
     proprio tutto. Le finestre erano vivamente illuminate;  in casa di
     Olsufij  Ivànovic'  ci  doveva  essere  una  solenne riunione.  La
     musica, però,  non si era ancora fatta sentire.  "Forse non c'è un
     ballo,  ma  si  sono  riuniti  così,  per qualche altra occasione"
     pensava, sentendosi mancare,  il nostro eroe.  "Ma sarà poi oggi?"
     gli passò per la testa. "Non ci sarà uno sbaglio di data? Potrebbe
     anche darsi,  tutto può darsi...  Ecco come può essere... come può
     essere tutto ciò... Forse la lettera è stata scritta ieri,  ma non
     mi  è  arrivata,  e  non  mi è arrivata perché ci si è immischiato
     Petruska,  quel mascalzone!  O c'era scritto  domani...  cioè  che
     io...  che  bisognava  fare  tutto  domani,  aspettare cioè con la
     carrozza..." A questo punto il nostro eroe si sentì gelare e ficcò
     la mano in tasca per prendere la lettera e  venire  a  capo  della
     faccenda.  Ma la lettera,  con sua grande meraviglia, in tasca non
     c'era. "Come mai?" mormorò Goljadkin più morto che vivo, "dove mai
     l'ho lasciata? L'ho persa forse?" gemette, infine,  a conclusione.
     "E se essa cadrà in mani cattive?  (Sì,  forse ci è già caduta!) O
     Signore! Che conseguenze ci saranno! Sarà un tale guaio che... Ah,
     destino mio maledetto!"
     Goljadkin tremava come una foglia al pensiero che,  forse,  il suo
     turpe  gemello,   lanciandogli  il  cappotto  sulla  testa,  aveva
     precisamente lo scopo di sottrargli la  lettera,  della  quale  in
     chissà  che  modo  era  venuto  a conoscenza dai suoi nemici.  "Si
     aggiunga che quello ha per sistema di  intercettare..."  pensò  il
     nostro eroe, "prova ne è... e che prova!" Dopo il primo attacco di
     paura,  dopo  essere  rimasto  per  un  momento come pietrificato,
     Goljadkin senti salirglì  il  sangue  alla  testa.  Tra  gemiti  e
     stridere di denti si afferrò con le mani la testa che bruciava, si
     lasciò  cadere  sul  tronco di legno e cominciò a pensare...  Ma i
     pensieri, nella sua testa, non riuscivano a connettersi. Passavano
     di sfuggita alcuni visi, gli tornavano in mente,  ora chiaramente,
     ora  confusamente,  certi  avvenimenti  da tempo dimenticati,  gli
     guizzavano nel cervello i motivi di alcune sciocche canzoni... Che
     angoscia,  che innaturale angoscia!  "Mio Dio!  Mio Dio!" pensava,
     dopo essersi un po' riavuto, il nostro eroe, cercando di soffocare
     in   petto   un  singhiozzo,   "mio  Dio,   dammi  forza  d'animo,
     nell'inesauribile  profondità  delle  mie  sventure!  Che  io  sia
     perduto,  svanito senza rimedio...  ormai non c'è dubbio; questo è
     nell'ordine delle cose,  poiché non può  essere  in  nessun  altro
     modo. Per prima cosa, ho perso il posto, definitivamente perso, in
     nessun modo potevo non perderlo... Be', immaginiamo che la cosa si
     aggiusti...  I miei soldarelli mettiamo che mi bastino per i primi
     tempi;  ma un alloggetto,  qualche  mobiluccio  ci  vorrà  pure...
     Petruska,  prima di tutto,  non sarà più con me... Io posso fare a
     meno del furfante...  andrò in  subaffitto,  sicuro...  benissimo!
     Entrerò  e  uscirò  quando mi farà comodo e Petruska non sarà là a
     brontolare se rientrerò tardi; ecco, proprio così,  ecco perché si
     sta bene in subaffitto..  Bene, sì, mettiamo che tutto questo vada
     bene; ma perché io non parlo mai di quello di cui dovrei parlare?"
     A questo punto il pensiero del reale stato delle cose rischiarò la
     mente del signor Goljadkin. Egli si guardò intorno.  "Ah,  Signore
     mio dio!  Signore mio dio!  Ma di che sto parlando,  ora?", pensò,
     del tutto  smarrito  e  afferrandosi  tra  le  mani  la  testa  in
     fiamme...
     "Forse, signore, volete andare via presto?" risuonò una voce sopra
     Goljadkin. Goljadkin ebbe un sussulto; ma dritto davanti gli stava
     il suo vetturino, anche lui bagnato e intirizzito fino al midollo,
     che,  impaziente  e  non sapendo cosa fare,  aveva avuto l'idea di
     dare un'occhiata a Goljadkin dietro la legna.
     "Io,  amico  mio,  non...  io,  amico,  presto,   molto  presto...
     aspettami, tu..."
     Il  vetturino  se  ne  andò  borbottando a denti stretti.  "Perché
     brontola, quello?" si domandò Goljadkin.  "Io ho pur noleggiato la
     carrozza per la serata,  io l'ho...  e ora sono nel mio diritto...
     ecco, com'è!  L'ho noleggiata per la serata e non se ne parli più.
     Anche  se  te ne starai così in piedi,  mi è proprio indifferente.
     Faccio il comodo mio. Se voglio, vado, se non voglio, non vado.  E
     che  io,  ecco,  me  ne  stia  qui dietro la legna,  non vuol dire
     proprio niente...  e non osare dire niente,  sai...  Se il signore
     vuole starsene dietro la legna, ebbene stia dietro la legna... non
     sporca l'onore di nessuna...  ecco,  com'è!  Ecco com'è, signorina
     mia,  sempre che lo vogliate sapere.  E in una capanna,  signorina
     mia,  così  e  così...  nel  nostro secolo industriale non ci vive
     nessuno.  Ecco,  è così!  E  senza  moralità,  nel  nostro  secolo
     industriale,  no,  signorina mia,  non si va avanti... e di questo
     voi stessa ora servite da  tristissimo  esempio...  Bisogna  saper
     fare  il capufficio e vivere in una capanna,  sulla riva del mare.
     Prima di tutto,  signorina mia,  sulla riva del mare non  ci  sono
     capiufficio,   e  poi  è  impossibile  arrivarci,   voi  e  io,  a
     capufficio... Se, mettiamo, tanto per fare un esempio,  io inoltro
     una domanda,  e mi presento...  Dico,  le cose stanno così e così,
     nominatemi capufficio, dico,  proteggetemi dal mio nemico...  Ma a
     voi,  signorina,  diranno,  che capiufficio ce ne sono molti e che
     voi qui non siete dall'emigrata Falbalà, dove vi hanno dato quegli
     insegnamenti  morali,   dei  quali  voi  stessa  ora  fornite   un
     tristissimo  esempio...   La  moralità,  signorina,  consiste  nel
     rimanere a casa,  rispettare il padre e non pensare  ai  fidanzati
     prima del tempo.  I fidanzati,  signorina,  al momento giusto,  si
     troveranno. Ecco com'è! Naluralmente bisogna, senza dubbio,  avere
     varie  capacità;  suonare un po' il pianoforte,  parlare francese,
     conoscere la storia,  la geografia,  la dottrina e l'aritmetica...
     Ecco com'è!  e non serve altro.  Oltre a questo,  la cucina: senza
     dubbio,  nel campo delle conoscenze di  ogni  fanciulla  di  buona
     famiglia,  deve entrarci la cucina.  E qui,  invece,  che succede?
     Prima  di  tutto,  bellezzina  mia,  egregia  signorina,   non  vi
     lasceranno uscire,  ma vi inseguiranno e poi...  sotto chiave,  in
     convento. E allora, signorina mia? Che volete che faccia,  allora?
     Vorrete che io, signorina mia, seguendo l'esempio di certi stupidi
     romanzi,  venga  sulla  vicina  collina  a sciogliermi in lacrime,
     guardando le fredde mura della  vostra  prigione  e  che,  infine,
     muoia  seguendo  la  moda  di  certi  cattivi  poeti  e romanzieri
     tedeschi?  Bene: in primo luogo  permettetemi  di  dirvi,  in  via
     amichevole,  che queste cose non si fanno,  e in secondo luogo che
     frusterei di santa ragione voi e i vostri genitori perché vi hanno
     permesso di leggere certi libracci  francesi;  perché  i  libracci
     francesi non insegnano niente di buono.  C'è un veleno, là dentro,
     un veleno mortale,  signorina mia!  O voi credete - permettete  la
     domanda  - o voi credete che,  così e così...  potremo impunemente
     fuggire... e poi ecco... eccovi la capannuccia in riva al mare;  e
     poi cominceremo a tubare e a ragionare su vari altri sentimenti, e
     così passeremo tutta la vita,  nella gioia e nella felicità; e poi
     metteremo al mondo un passerottino,  e noi,  diremo,  le cose sono
     così  e  così...  genitore nostro,  consigliere di stato,  Olsufij
     Ivànovic', ecco, c'è un passerottino, e così voi, genitore nostro,
     in questa bella occasione ritirerete la vostra  maledizione  e  ci
     benedirete?  No,  signorina,  le  cose  non  si fanno così,  ve lo
     ripeto, e, prima di tutto, niente tubare, non speratelo. In questi
     tempi, il marito, signorina mia, è il padrone,  e una moglia buona
     e   di  onorevole  famiglia  deve  compiacerlo  in  tutto.   E  le
     svenevolezze, signorina mia, oggi,  nel nostro secolo industriale,
     non  piacciono: sono passati i tempi di Jean Jacques Rousseau.  Il
     marito,  per esempio,  arriva a casa dell'ufficio morto  di  fame:
     animuccia mia,  dice,  c'è qualcosa per fare uno spuntino, un dito
     di vodka,  un'aringhetta da mettere sotto i  denti?  E  così  voi,
     signorina mia,  dovete avere subito sottomano le due dita di vodka
     e l'aringhetta... Il marito fa il suo spuntino di gusto, e per voi
     nemmeno un'occhiatina,  ma vi dirà:  va',  dirà,  va'  in  cucina,
     gattina mia, e bada al pranzo e, sì e no, vi bacerà una volta alla
     settimana e anche con indifferenza...  Ecco,  signorina mia,  come
     vanno le cose,  secondo noi!  E anche con indifferenza,  ripeto...
     Ecco come andranno le cose, si ragionerà così, se si è arrivati al
     punto di dover vedere le cose in questo modo...  Ma io,  qui,  che
     c'entro?  Perché,  signorina mia,  mi avete immischiato nei vostri
     capricci?  'Uomo benefico,  dite, che soffri per me e che sei caro
     in ogni modo al mio cuore,  eccetera eccetera'.  Per  prima  cosa,
     signorina  mia,   io  non  sono  fatto  per  voi,  voi  stessa  lo
     riconoscete,  non sono abile nel fare complimenti,  non  mi  piace
     dire  ogni  specie di profumate sciocchezzuole da signora,  non ho
     nessuna compassione per i  vari  Céladon  e,  dato  anche  il  mio
     aspetto,  confesso  di  non  aver  mai rimorchiato.  Ma in noi non
     troverete né un falso smargiasso né un vergognoso,  ve lo confesso
     in tutta sincerità. Ecco com'è: possediamo solo un carattere retto
     e  franco  e un sano giudizio,  non ci occupiamo di intrighi.  Non     sono un 
intrigante,  dico,  e di questo sono orgoglioso: ecco come
     stanno  le cose!  Vado senza maschera,  io,  in mezzo alle persone
     perbene e, per dirvi tutto..."
     All'improvviso Goljadkin sussultò.  La  barba  rossiccia  e  zuppa
     d'acqua  del  suo  vetturino  fece  di  nuovo  capolino  dietro la
     catasta...
     "Subito, amico mio; io, amico mio, sai, subito...  immediatamente,
     amico mio..." rispose Goljadkin con voce trepidante e languida.
     Il  vetturino  si grattò la nuca,  poi si accarezzò la barba,  poi
     fece un passo avanti...  Si fermò e guardò con  occhio  diffidente
     Goljadkin.
     "Io subito,  amico mio,  vedi...  amico mio... un momento... amico
     mio... un momentino, vedi..."
     "Forse  non  verrete  affatto?"  disse  finalmente  il  vetturino,
     avvicinandosi con gesto deciso e definitivo a Goljadkin.
     "No,   amico  mio,   subito...   Io,  vedi,  io,  amico  mio,  sto
     aspettando...
     "Già..."
     "Io, vedi, amico mio... tu, amico mio, di che villaggio sei?"
     "Siamo di casa padronale, noi... "(1)
     "E sono buoni i signori?"
     "Si capisce..."
     "Sì, amico mio;  tu aspetta qui,  mio caro.  Tu,  vedi...  è tanto
     tempo, amico mio, che stai a Pietroburgo?"
     "Da un anno, ormai, porto la vettura..."
     "E ci stai bene, amico mio?"
     "Si capisce..."
     "Sì,  amico, sì... Ringrazia la Provvidenza, amico mio. Tu, amico,
     cercati una brava persona.  Oggi le brave persone sono  rare,  mio
     caro; quella ti laverà la roba, ti darà da mangiare e da bere, mio
     caro,  certo una brava persona... Ma qualche volta, vedi, anche in
     mezzo all'oro scorrono le lacrime, amico mio... vedi, ecco qui, un
     doloroso esempio. Ecco come stanno le cose, amico mio..."
     Sembrava che il vetturino sentisse compassione per Goljadkin.
     "Va bene, aspetterò. Vi tratterrete ancora molto, forse?"
     "No, amico mio, no; io... io non aspetterò più, amico mio... Io ti
     ricompenserò. Non aspetterò più qui..."
     "Forse non andrete più via?"
     "No, amico mio; no,  io ti ricompenserò,  caro...  Quanto ti devo,
     caro?"
     "Quanto  abbiamo stabilito,  signore,  favoritemelo.  Ho aspettato
     molto, signore: voi, signore, non vorrete fare torto a un uomo..."
     "Su, caro, eccoti... eccoti, caro."
     E qui Goljadkin diede  al  vetturino  i  sei  rubli  d'argento  e,
     seriamente  deciso  a  non perdere altro tempo,  cioè ad andarsene
     sano e salvo,  tanto più che la faccenda era ormai definitivamente
     risolta  e  il  vetturino licenziato e non c'era,  quindi,  più da
     aspettare, si precipitò fuori del cortile, uscì dal portone,  girò
     a sinistra e, senza guardarsi alle spalle, ansimante e gioioso, si
     lanciò di corsa.
     "Forse tutto si metterà per il meglio" pensava,  "e io, così, ecco
     ho evitato un guaio".  E realmente,  come di colpo,  nell'anima di
     Goljadkin  era  subentrato  uno straordinario senso di leggerezza.
     "Ah,  se tutto si mettesse per il meglio!" pensava il nostro eroe,
     avendo  però  lui  stesso molto poca fiducia nelle proprie parole.
     "Ecco, io, anche quello..." pensava.  "No,  è meglio che io,  ecco
     come,  da  un'altra  parte...  O non è meglio che faccia in questo
     modo?" così tra i dubbi e cercando la chiave  per  risolverli,  il
     nostro eroe raggiunse di corsa il ponte Semjonovskij, ma, arrivato
     correndo   fino   al   ponte   Semjonovskij,   ragionevolmente   e
     definitivamente decise  di  tornare  indietro.  "E'  meglio  così"
     pensava.  "E'  meglio che io...  da un'altra parte...  cioè,  ecco
     come.  Farò così: sarò un osservatore estraneo e non se  ne  parli
     più; cioè sono un osservatore, una persona estranea, e succeda ciò
     che vuole,  non ne ho più colpa io. Ecco com'è! Ecco come andranno
     le cose, adesso..."
     Una volta deciso di tornare indietro, il nostro eroe tornò davvero
     indietro,  tanto più che,  per una  sua  felice  ispirazione,  era
     adesso una persona del tutto estranea alla faccenda. "E' veramente
     meglio così: non devi rispondere di niente e vedi ciò che serve...
     ecco  com'è'"  Era già un calcolo esattissimo,  e così era finita.
     Messosi calmo,  si ritirò di nuovo sotto  la  protezione  pacifica
     della  sua  rassicurante  e  ben nascosta catasta e prese a tenere
     attentamente d'occhio le finestre.  E  quella  volta  non  dovette
     vigilare e aspettare a lungo. All'improvviso, contemporaneamente a
     tutte le finestre,  si notò uno strano movimento, un baluginare di
     figure,  tende che si aprivano e interi gruppi di persone  che  si
     affollavano  alle finestre di Olsufij Ivànovic',  si affacciavano,
     cercando qualcosa in cortile. Protetto dalla sua catasta di legna,
     il nostro eroe cominciò,  a sua volta,  a seguire con curiosità la
     generale agitazione,  girando la testa a destra e a sinistra,  per
     quanto,  almeno,  glielo  permetteva  la  breve  ombra  della  sua
     protettiva catasta.  Di colpo sbalordì, sussultò e per poco non si
     accasciò sul posto per lo sgomento.  Gli era sembrato...  a  farla
     breve,  aveva  precisamente  indovinato  che  non  si  cercava  né
     qualcosa né qualcuno...  si cercava semplicemente lui,  Goljadkin.
     Tutti  guardavano  dalla sua parte,  tutti facevano segno verso di
     lui. Correre via era impossibile; lo avrebbero visto...  Goljadkin
     atterrito,  si  accostò il più possibile alla sua catasta e solo a
     questo punto osservò che l'ombra  protettrice  lo  aveva  tradito:
     infatti non lo riparava completamente.  Con grande gioia il nostro
     eroe avrebbe in quel momento acconsentito a infilarsi  in  qualche
     buco per topi, in mezzo alla legna, e a restarsene lì quieto, solo
     che ciò fosse stato possibile.  Ma possibile non lo era,  nel modo
     più assoluto.  In quel suo stato quasi  d'agonia,  cominciò,  alla
     fine,    a   guardare   decisamente   tutte   le   finestre,   con
     determinazione:  era  meglio...  E,   improvvisamente,   si  sentì
     definitivamente   bruciato   dalla  vergogna.   Lo  avevano  visto
     benissimo;  tutti lo guardavano,  tutti agitavano verso di lui  le
     mani,  gli facevano cenni col capo, tutti lo chiamavano; ecco, con
     grande strepito,  aprirsi  lo  sportellino  di  qualche  finestra;
     parecchie  voci cominciarono a gridargli tutte insieme qualcosa...
     "Mi meraviglio che queste ragazzacce non vengano frustate  fin  da
     piccole"  borbottava  tra sé il nostro eroe,  completamente perso.
     All'improvviso,  dal pianerottolo uscì di corsa lui (si  sa  bene,
     chi)  con  indosso  la sola giubba della divisa,  a capo scoperto,
     tutto   ansimante,   sgambettando   e   saltellando,   dimostrando
     perfidamente  una  pazza gioia per il fatto di avere,  finalmente,
     visto Goljadkin.
     "Jakòv Petrovic'!" sussurrò il ben noto, inutile individuo. "Jakòv
     Petrovic',  siete qui?  Qui fa freddo,  Jakòv Petrovic'.  Vogliate
     entrare."
     "Jakòv  Petrovic'!  No,  Jakòv  Petrovic',  qui  io  ci  sto bene"
     borbottò il nostro eroe con voce umile.
     "No,  non è possibile,  Jakòv Petrovic';  vi pregano,  vi  pregano
     umilmente,   ci  aspettano.  'Fateci  contenti,'  mi  hanno  detto
     'accompagnate qui Jakòv Petrovic'.' Ecco, è così!"
     "No,  Jakòv Petrovic': io,  vedete,  io avrei fatto  meglio...  Io
     farei meglio ad andare a casa, Jakòv Petrovic'.." diceva il nostro
     eroe,  bruciando a fuoco lento e gelando nello stesso tempo per la
     vergogna e il terrore.
     "No-no-no-no!" cinguettò il repellente individuo.  "No-no-no...  a
     nessun  costo!  Andiamo!"  disse,  deciso,  e  trascinò  verso  il
     pianerottolo il signor Goljadkin numero uno.  Il signor  Goljadkin
     numero  uno  non voleva assolutamente andarci;  ma poiché tutti lo
     guardavano, e opporsi e fare resistenza sarebbe stato sciocco,  il
     nostro  eroe si avviò...  Del resto non si può nemmeno dire perché
     si avviasse,  perché non sapeva nemmeno  lui,  assolutamente,  che
     cosa gli stesse capitando. Ma se era così, d'accordo!
     Prima che il nostro eroe avesse potuto mettersi un po' in ordine e
     riaversi, si trovò nella sala. Era pallido, spettinato, malconcio;
     rivolse alla folla uno sguardo spento...  Orrore!  La sala e tutte
     le stanze erano piene, traboccanti... C'era un mare di gente,  una
     vera fioritura di donne; tutti si stringevano intorno a Goljadkin,
     tutti  si  lanciavano  verso  di  lui,  tutti portavano sulle loro
     spalle Goljadkin,  che si accorgeva  molto  bene  che  lo  stavano
     avviando  da qualche parte.  "Però non verso la porta",  gli passò
     rapidamente per il capo.  E in realtà non lo spingevano  verso  la
     porta,  ma  direttamente  verso  la  comoda  poltrona  di  Olsufij
     Ivànovic'.  Vicino alla poltrona,  da  un  lato  era  ritta  Klara
     Olsùfevna,   pallida,  languida,  malinconica,  ma  elegantissima.
     Colpirono particolarmente lo sguardo di Goljadkin certi fiorellini
     bianchi tra i suoi  capelli  neri,  con  un  risultato  di  magico
     effetto.   Dall'altra   parte   della   poltrona   stava  Vladimir
     Semjònovic', in frac nero, con la nuova decorazione all'occhiello.
     Goljadkin fu accompagnato,  come sopra si  è  detto,  direttamente
     verso  Olsufij Ivànovic': da una parte dal signor Goljadkin numero
     due,   che  aveva  assunto  un'aria  dignitosissima  e  molto  ben
     intenzionata,  del  che  il  nostro eroe si rallegrò oltre misura;
     dall'altra da Andréj Filìppovic', con un viso imponente e solenne.
     "Che vorrà dire questo?" pensò Goljadkin.  Quando poi vide che  lo
     conducevano  verso  Olsufij  Ivànovic',  sembrò  che  un lampo gli
     illuminasse la mente.  Il pensiero  della  lettera  rubatagli  gli
     passò  rapidamente  per  la  testa...  In  uno  stato  di infinita
     disperazione il nostro eroe si  trovò  davanti  alla  poltrona  di
     Olsufij  Ivànovic'.  "Come devo comportarmi,  adesso?" pensò.  "E'
     certo che qui ci vuole  audacia,  cioè  franchezza  non  priva  di
     nobiltà;  dirò che le cose sono così e così...  e via di seguito".
     Ma quello che il nostro eroe  evidentemente  temeva  non  accadde.
     Olsufij Ivànovic' accolse benissimo, a quanto sembrò, Goljadkin e,
     benché non gli avesse tesa la mano,  tuttavia, guardandolo, scosse
     la  testa  canuto  che  ispirava  ogni  rispetto,  la  scosse  con
     un'espressione  solenne e triste,  ma nello stesso tempo benevola.
     Così almeno sembrò a Goljadkin.  Gli sembrò anche che una  lacrima
     brillasse  negli  occhi  scialbi di Olsufij Ivànovic';  sollevò lo
     sguardo e vide come anche sulle ciglia di Klara Olsùfevna, che era
     ancora dritta lì vicino,  luccicasse una lacrimuccia,  come  negli
     occhi  di Vladimir Semjònovic' accadesse qualcosa di simile e come
     la  intangibile  e  calma  dignità  di  Andréj  Filìppovic'  fosse
     anch'essa  meritevole  del  generale  commosso interesse,  e come,
     infine,   il  giovane,   un  tempo  somigliantissimo  a  un  grave
     consigliere,  singhiozzasse ora amaramente,  approfittando di quel
     momento... O forse tutto questo era soltanto sembrato a Goljadkin,
     perché lui stesso aveva versato molte lacrime e chiaramente se  le
     sentiva scorrere brucianti sulle guance... Con voce singhiozzante,
     ritornato  in  pace  con gli uomini e con la sorte,  e sentendo di
     amare moltissimo in quel momento non solo Olsufij  Ivànovic',  non
     solo  tutti gli invitati messi insieme,  ma persino il suo perfido
     gemello, che ora, evidentemente, non era affatto perfido e non era
     addirittura più gemello,  ma un individuo assolutamente estraneo e
     di  per  sé  amabilissimo,  il  nostro eroe,  dicevamo,  stava per
     rivolgersi  verso  Olsufij  Ivànovic'   in   un   commosso   sfogo
     dell'anima,  ma,  per  il traboccante afflusso di tutto ciò che in
     essa  si  era  andato   accumulando,   non   riuscì   a   spiegare
     assolutamente  niente,  ma poté soltanto indicare con un eloquente
     gesto il proprio cuore...
     Finalmente Andréj Filìppovic',  certo in atto di rispetto  per  la
     canizie   del  vegliardo,   tirò  un  po'  in  disparte  Goljadkin
     lasciandolo  però,   a   quanto   sembrava,   in   una   posizione
     assolutamente indipendente.
     Col volto atteggiato a sorriso e borbottando non so che cosa tra i
     denti,  un  po'  incerto,  ma  in  ogni  caso  quasi completamente
     riappacificato con gli uomini e  con  la  sorte,  il  nostro  eroe
     cominciò  a farsi un po' strada attraverso la compatta folla degli
     ospiti.  Tutti gli davano il passo,  tutti lo guardavano  con  una
     certa  strana  curiosità  e  con  un  certo  inspiegabile e un po'
     misterioso interesse.  Il nostro eroe passò  in  un'altra  stanza;
     ovunque  la  stessa  attenzione.  Sentiva  vagamente che un'intera
     folla si accalcava sulle sue tracce,  che si  osservava  ogni  suo
     passo,  che  sotto  sotto  tutti  parlavano  di  qualcosa di molto
     interessante,  scuotevano  il  capo,  parlavano,  davano  giudizi,
     facevano commenti e parlottavano.  Goljadkin avrebbe voluto sapere
     a che cosa  volessero  riferirsi  con  quei  giudizi  e  con  quei
     commenti  e  su cosa parlottassero.  Dato uno sguardo attorno,  il
     nostro eroe vide accanto a sé  il  signor  Goljadkin  numero  due.
     Sentita  la necessità di prenderlo per un braccio e di portarlo in
     disparte,  Goljadkin pregò caldamente l'altro Jakòv  Petrovic'  di
     aiutarlo  in  tutte  le future imprese e di non abbandonarlo in un
     caso critico.  Il signor Goljadkin numero due annuì gravemente col
     capo  e strinse forte la mano del signor Goljadkin numero uno.  Il
     cuore prese a battere forte nel petto  del  nostro  eroe,  per  la
     pienezza  dei  sentimenti.  Era  però tutto affannato,  si sentiva
     stretto,  stretto da vicino;  sentiva tutti quegli occhi rivolti a
     lui  che  parevano  opprimerlo  e soffocarlo...  Goljadkin vide di
     sfuggita quel consigliere che portava la parrucca.  Il consigliere
     gli  lanciò  un'occhiata  severa  e  inquisitoria,  non  addolcita
     affatto dalla simpatia generale...  Il nostro eroe era già  deciso
     ad  andare  direttamente  da  lui  per  sorridergli  e  avere  una
     immediata spiegazione,  ma la cosa non gli riuscì.  Per un  attimo
     Goljadkin  smarrì quasi del tutto i sensi e perdette la memoria...
     Riavutosi,  si accorse che si stava rigirando in un vasto  cerchio
     di  invitati  che  lo  avevano circondato.  Di colpo da una stanza
     vicina si udì chiamare ad alta voce Goljadkin;  il grido  sfrecciò
     contemporaneamente per tutta la folla.  Tutto cominciò ad agitarsi
     e a rumoreggiare,  tutti si lanciarono verso la porta della  prima
     sala;  il nostro eroe fu portato quasi a braccia, mentre l'austero
     consigliere in parrucca  si  trovò  fianco  a  fianco  col  signor
     Goljadkin. Finalmente lo prese per mano e lo fece sedere accanto a
     sé,  dirimpetto  alla poltrona di Olsufij Ivànovic' a una distanza
     da lui, però,  abbastanza notevole.  Tutti quelli che si trovavano
     nelle sale si misero a sedere,  in varie file, attorno a Goljadkin
     e a Olsufij Ivànovic',  in attesa evidentemente di qualcosa  fuori
     del  normale.  Goljadkin notò che accanto alla poltrona di Olsufij
     Ivànovic' e proprio di fronte al  consigliere  aveva  preso  posto
     l'altro   Goljadkin   con   Andréj   Filìppovic'.   Continuava  il
     silenzio... si aspettava davvero qualcosa.  "Proprio con esattezza
     come  accade  in  qualsiasi  famiglia,  prima  della  partenza  di
     qualcuno per un lungo  viaggio;  ora  non  rimane  che  alzarsi  e
     recitare la preghiera" pensò il nostro eroe.
     Di  colpo  ci  fu  un  insolito  movimento che interruppe tutte le
     riflessioni del signor Goljadkin.  Stava  succedendo  qualcosa  di
     atteso  da lungo tempo.  "Arriva!  Arriva!" si sentì tra la folla.
     "Chi arriva?" balenò alla mente del signor Goljadkin, che sussultò
     per una certa strana sensazione.  "E' ora!" disse  il  consigliere
     dopo   aver  guardato  attentamente  Andréj  Filìppovic'.   Andréj
     Filìppovic', da parte sua,  gettò un'occhiata a Olsufij Ivànovic'.
     Olsufij   Ivànovic'   con  gesto  maestosamente  solenne,   annuì.
     "Alziamoci",  disse il consigliere  facendo  sollevare  Goljadkin.
     Tutti si alzarono.  Allora il consigliere prese per mano il signor
     Goljadkin numero uno,  e Andréj Filìppovic'  il  signor  Goljadkin
     numero   due  e  entrambi,   con  gesto  solenne,   misero  i  due
     perfettamente uguali in mezzo alla folla che si  era  radunata  in
     cerchio  attorno  a loro,  tutta tesa nell'aspettativa.  Il nostro
     eroe si guardò intorno perplesso,  ma subito lo  fermarono  e  gli
     indicarono il signor Goljadkin numero due che gli tendeva la mano.
     "Vogliono farci far pace" si disse il nostro eroe,  e con emozione
     tese a sua volta le mani al  signor  Goljadkin  numero  due;  poi,
     sporse  verso  di  lui  anche  il  capo.  Lo  stesso  fece l'altro
     Goljadkin...  Sembrò al signor Goljadkin numero uno che il perfido
     amico   sorridesse,   che  di  sfuggita  strizzasse  furbescamente
     l'occhio alla folla che li circondava,  che ci fosse  qualcosa  di
     malvagio  nel  viso  del turpe signor Goljadkin numero due,  e che
     avesse perfino fatto una smorfiaccia nel momento del suo bacio  da
     giuda...  La  testa  del signor Goljadkin si riempì di suoni,  gli
     occhi gli si ottenebrarono...  ebbe l'impressione che una valanga,
     una  schiera  di  Goljadkin  perfettamente  uguali  irrompesse con
     fragore da tutte le porte;  ma era tardi...  Risuonò il rumore del
     bacio del tradimento...
     A   questo  punto  ecco  verificarsi  una  circostanza  del  tutto
     inattesa... La porta della sala si spalancò con un gran fracasso e
     sulla soglia  si  presentò  un  individuo  la  cui  vista  raggelò
     Goljadkin.  I suoi piedi si piantarono al pavimento. Un grido morì
     nel suo petto oppresso.  Del resto,  però,  Goljadkin sapeva tutto
     già  fin da prima,  e da parecchio tempo aveva il presentimento di
     qualcosa del genere.  Lo  sconosciuto,  con  un'andatura  grave  e
     solenne, si avvicinò a Goljadkin... Goljadkin conosceva assai bene
     quella  figura.  L'aveva  vista,  la vedeva molto spesso,  l'aveva
     vista anche oggi... Lo sconosciuto era un uomo alto, in frac nero,
     con un'importante decorazione al collo e con folte  basette  nere;
     gli  mancava  soltanto  il  sigaro  in  bocca  per una più precisa
     somiglianza... Però lo sguardo dello sconosciuto, come già è stato
     detto,  aveva raggelato di orrore Goljadkin...  Con aria  grave  e
     solenne  il  terribile  uomo  si  avvicinò al disgraziato eroe del
     nostro  racconto....   Il  nostro  eroe  gli  tese  la  mano:   lo
     sconosciuto  la  prese  e  se lo tirò dietro...  Il nostro eroe si
     guardò intorno col viso smarrito e annientato...
     "Questo è Krestjàn Ivànovic' Rutenspitz,  dottore  in  medicina  e
     chirurgia,  vostro  conoscente  da  lunga data,  Jakòv Petrovic'!"
     cinguettò la voce antipatica di qualcuno proprio all'orecchio  del
     signor  Goljadkin.  Si  girò a guardare: era il gemello del signor
     Goljadkin, ripugnannte per la viltà del suo animo. Una gioia turpe
     e malvagia gli brillava sul viso;  con entusiasmo  si  fregava  le
     mani,  con  entusiasmo  girava  di  qua  e  di  là  la testa,  con
     entusiasmo  sgambettava  intorno  a  tutti;   sembrava   che   per
     l'entusiasmo fosse pronto a iniziare una danza;  alla fine fece un
     salto in avanti,  strappò la candela di mano a  uno  dei  servi  e
     precedette, illuminando la strada, Goljadkin e Krestjàn Ivànovic'.
     Goljadkin sentiva chiaramente che tutti quelli che si trovavano in
     sala  si erano slanciati dietro di lui,  che tutti si accalcavano,
     si urtavano  l'un  l'altro  e  che  tutti  insieme,  a  una  voce,
     ripetevano alle spalle del signor Goljadkin: "Non è niente...  non
     abbiate timore! Jakòv Petrovic',  questo è il vostro vecchio amico
     e  conoscente  Krestjàn Rutenspitz..." Uscirono infine sulla scala
     principale,  vivacemente illuminata;  anche sulla scala  c'era  un
     mucchio  di gente;  la porta che dava sul pianerottolo si spalancò
     con gran fragore e Goljadkin si trovò  sui  gradini  con  Krestjàn
     Ivànovic'.  Davanti  all'ingresso  era ferma una vettura tirata da
     quattro  cavalli,  sbuffanti  d'impazienza.   Il  malvagio  signor
     Goljadkin  numero  due in tre salti scese le scale e fu lui stesso
     ad aprire lo sportello della carrozza.  Krestjàn  Ivànovic'  pregò
     Goljadkin  di  accomodarsi  con  un  gesto  di invito.  Del resto,
     quell'atto non era affatto necessario: c'era abbastanza gente  per
     farlo salire...  Mezzo svenuto per il terrore, Goljadkin si girò a
     guardare indietro:  tutta  la  scala,  illuminata  a  giorno,  era
     gremita  di  gente;  occhi pieni di curiosità lo fissavano da ogni
     parte;  Olsufij Ivànovic' in persona,  dal pianerottolo  più  alto
     della scala, nella sua comoda poltrona, presiedeva e con attento e
     vivo  interesse  osservava il susseguirsi dell'avvenimento.  Tutti
     aspettavano.  Un mormorio  d'impazienza  serpeggiò  tra  la  folla
     quando Goljadkin si girò indietro a guardare.
     "Io   spero   che   qui   non   ci   sia   niente...   niente   di
     pregiudizievole...  o che possa  provocare  la  riprovazione...  e
     l'attenzione  di  tutti,  per quanto si riferisce ai miei rapporti
     ufficiali..."  disse,   smarrito,   il  nostro   eroe.   Si   alzò
     tutt'intorno  un  vociare  rumoroso:  tutti scuotevano la testa in
     cenno  di  diniego.  Dagli  occhi  del  signor  Goljadkin  scesero
     lacrime.
     "In  tal caso sono pronto...  mi rimetto completamente e affido la
     mia sorte a Krestjàn Ivànovic'..."
     Appena Goljadkin ebbe detto che affidava la sua sorte  a  Krestjàn
     Ivànovic, un terribile assordante grido di gioia uscì dal petto di
     tutti  quelli  che lo circondavano e con la più malvagia risonanza
     serpeggiò  tra  la  folla  in  attesa.  A  questo  punto  Krestjàn
     Ivànovic'  da  una  parte  e Andréj Filìppovic' dall'altra presero
     sottobraccio Goljadkin e lo fecero salire in carrozza;  il  sosia,
     poi,  secondo  la  sua  turpe  abitudine,  lo  aiutava da dietro a
     salire.  L'infelice signor Goljadkin  numero  uno  lanciò  il  suo
     ultimo sguardo su tutto e su tutti e,  tremando come un gattino su
     cui avessero gettato acqua fredda - se è lecito il paragone - salì
     in carrozza;  dietro di loro prese immediatamente  posto  Krestjàn
     Ivànovic'.  La  carrozza fu chiusa con forza: si sentì un colpo di
     frusta sui cavalli,  i cavalli trascinarono via la  carrozza...  e
     tutti  si  precipitarono  dietro  Goljadkin.  Le  urla  crudeli  e
     penetranti di tutti i suoi nemici gli corsero dietro  come  auguri
     di  buon  viaggio...  Per  un  po'  di  tempo  ancora  alcuni visi
     apparvero intorno alla carrozza che portava via  Goljadkin;  ma  a
     poco  a poco cominciarono a restare indietro,  sempre più indietro
     e,  finalmente,  cessarono completamente.  Più a  lungo  di  tutti
     rimase  il  turpe  gemello  del  signor  Goljadkin.  Con  le  mani
     sprofondate   nelle   tasche   laterali   dei   pantaloni    verdi
     dell'uniforme,   correva   con  aria  soddisfatta,   saltando  ora
     dall'una, ora dall'altra parte della carrozza;  di tanto in tanto,
     afferrandosi al telaio del finestrino e tenendosi appeso,  ficcava
     dentro la testa e,  in segno di addio,  mandava  piccoli  baci  al
     signor Goljadkin;  ma poi cominciò a dare segni di stanchezza e ad
     apparire sempre più raramente, fino a che scomparve del tutto.  Il
     cuore del signor Goljadkin prese a dolere sordamente in petto,  il
     sangue gli batteva come una polla ardente nella testa: si  sentiva
     soffocare,  sentiva  il  bisogno  di sbottonarsi,  di denudarsi il
     petto,  di cospargerlo di neve  e  di  versarvi  sopra  dell'acqua
     gelata.  Cadde infine privo di sensi... Quando si riebbe, vide che
     i cavalli lo portavano per una strada che non conosceva.  A destra
     e  a sinistra cupe ombre di boschi e ovunque solitudine e deserto.
     All'improvviso si sentì morire: due occhi di  fuoco  lo  fissavano
     nel  buio,  e questi due occhi scintillavano di una malvagia gioia
     infernale. Questo non è Krestjàn Ivànovic'!  Chi è?  Oppure è lui?
     Lui!  E'  Krestjàn  Ivànovic'  ma non quello di prima,  è un altro
     Krestjàn Ivànovic'! E' un orrendo Krestjàn Ivànovic'!
     "Krestjàn Ivànovic', io... Io... mi pare,  io...  non dico niente"
     cominciò il nostro eroe con voce trepida e umile, desiderando, con
     la  rassegnazione e l'umiltà,  impietosire quell'orribile Krestiàn
     Ivànovic'
     "Voi ricevere 'alogio gofernativo' con legna,  con "licht"  e  con
     servizio,  del che voi indegno" risuonò severa e tremenda come una
     condanna la voce di Krestjàn Ivànovic'.
     Il nostro eroe lanciò un grido e si afferrò la testa tra le  mani.
     Ahimè! Da un pezzo tutto questo lo aveva presentito!


     NOTE DEI TRADUTTORI.


     NOTA  1:  Si  allude  al diritto riservato ai proprietari di terra
     russi  di  mandare  qualche  loro  servo  a  lavorare  in   città,
     riscuotendo poi, per compenso, un canone annuo dal lavoratore.