Lev Tolstoj
ANNA KARENINA

A me la vendetta, io farò ragione

PARTE PRIMA

I

Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

Tutto era sottosopra in casa Oblonskij. La moglie era venuta a sapere che il marito aveva una relazione con la governante francese che era stata presso di loro, e aveva dichiarato al marito di non poter più vivere con lui nella stessa casa. Questa situazione durava già da tre giorni ed era sentita tormentosamente dagli stessi coniugi e da tutti i membri della famiglia e dai domestici. Tutti i membri della famiglia e i domestici sentivano che non c'era senso nella loro convivenza, e che della gente incontratasi per caso in una qualsiasi locanda sarebbe stata più legata fra di sé che non loro, membri della famiglia e domestici degli Oblonskij. La moglie non usciva dalle sue stanze; il marito era già il terzo giorno che non rincasava. I bambini correvano per la casa abbandonati a loro stessi; la governante inglese si era bisticciata con la dispensiera e aveva scritto un biglietto ad un'amica chiedendo che le cercasse un posto; il cuoco se n'era già andato via il giorno prima durante il pranzo; sguattera e cocchiere avevano chiesto di essere liquidati.

Tre giorni dopo il litigio, il principe Stepan Arkad'ic Oblonskij - Stiva, com'era chiamato in società - all'ora solita, cioè alle otto del mattino, si svegliò non nella camera della moglie, ma nello studio, sul divano marocchino. Rigirò il corpo pienotto e ben curato sulle molle del divano, come se volesse riaddormentarsi di nuovo a lungo, rivoltò il cuscino, lo abbracciò forte e vi appoggiò la guancia; ma a un tratto fece un balzo, sedette sul divano e aprì gli occhi.

"Già già, com'è andata? - pensava riandando al sogno. - Già, com'è andata? Ecco... Alabin aveva dato un pranzo a Darmstadt; no, non Darmstadt, ma qualcosa d'America. Già, ma là, Darmstadt era in America. Sì, sì, Alabin aveva dato un pranzo su tavoli di vetro, già, e i tavoli cantavano 'Il mio tesoro', eh no, non 'Il mio tesoro', ma qualcosa di meglio; e c'erano poi certe piccole caraffe, ed anche queste erano donne" ricordava.

Gli occhi di Stepan Arkad'ic presero a brillare allegramente ed egli ricominciò a pensare sorridendo: "Eh già, si stava bene, tanto bene. Ottime cose là; ma prova un po' a parlarne e a pensarne; da sveglio neanche arrivi a dirle". E, notata una striscia di luce che filtrava da un lato della cortina di panno, sporse allegramente i piedi fuori dal divano, cercò con essi le pantofole di marocchino dorato ricamategli dalla moglie (dono per l'ultimo suo compleanno), e per vecchia abitudine, ormai di nove anni, senza alzarsi, allungò il braccio verso il posto dove, nella camera matrimoniale, era appesa la vestaglia. E in quel momento, a un tratto, ricordò come e perché non dormiva nella camera della moglie, ma nello studio, il sorriso gli sparve dal volto; corrugò la fronte.

- Ahi, ahi, ahi! - mugolò, ricordando quanto era accaduto, e gli si presentarono di nuovo alla mente tutti i particolari del litigio, la situazione senza via di uscita e, più tormentosa di tutto, la propria colpa.

"Già, lei non perdonerà, non può perdonare. E quel ch'è peggio è che la colpa di tutto è mia... la colpa è mia, eppure non sono colpevole! Proprio in questo sta il dramma" pensava. "Ahi, ahi, ahi!" ripeteva con disperazione, ricordando le impressioni più penose per lui di quella rottura.

Più spiacevole di tutto il primo momento, quando, tornato da teatro, allegro e soddisfatto, con un'enorme pera in mano per la moglie, non l'aveva trovata nel salotto; con sorpresa non l'aveva trovata neanche nello studio, e infine l'aveva scorta in camera con in mano il malaugurato biglietto che aveva rivelato ogni cosa.

Lei, quella Dolly eternamente preoccupata e inquieta, e non profonda, come egli la giudicava, sedeva immobile, con il biglietto in mano, e lo guardava con un'espressione di orrore, d'esasperazione e di rabbia.

- Cos'è questo biglietto, cos'è? - chiedeva mostrando il biglietto.

E a quel ricordo, come talvolta accade, ciò che tormentava Stepan Arkad'ic non era tanto il fatto in se stesso, quanto il modo col quale egli aveva risposto alle parole della moglie.

Gli era accaduto in quel momento quello che accade alle persone che vengono inaspettatamente accusate di qualcosa di troppo vergognoso. Non aveva saputo adattare il viso alla situazione in cui era venuto a trovarsi di fronte alla moglie dopo la scoperta della propria colpa. Invece di offendersi, negare, giustificarsi, chiedere perdono, rimanere magari indifferente - tutto sarebbe stato meglio di quel che aveva fatto - il suo viso, in modo del tutto involontario (azione riflessa del cervello, pensò Stepan Arkad'ic, che amava la fisiologia), in modo del tutto involontario, aveva improvvisamente sorriso del suo usuale, buono e perciò stupido sorriso.

Questo stupido sorriso non riusciva a perdonarselo. Visto quel sorriso, Dolly aveva rabbrividito come per un dolore fisico; era scoppiata, con l'impeto che le era proprio, in un diluvio di parole dure, ed era corsa via di camera. Da quel momento non aveva più voluto vedere il marito.

"Tutta colpa di quello stupido sorriso - pensava Stepan Arkad'ic. - Ma che fare, che fare?" si chiedeva con disperazione, e non trovava risposta

II

Stepan Arkad'ic era un uomo leale con se stesso. Non poteva ingannare se stesso e convincersi d'essere pentito del suo modo di agire. Non poteva, in questo momento, pentirsi di non essere più innamorato - lui, bell'uomo trentaquattrenne, facile all'amore - di sua moglie, di un anno solo più giovane, madre di cinque bambini vivi e di tre morti. Era pentito solo di non averlo saputo nascondere più abilmente alla moglie. Ma sentiva tutto il peso di questa situazione e commiserava la moglie, i figli e se stesso. Forse avrebbe cercato di nascondere più accortamente le proprie colpe alla moglie, se avesse previsto che questa scoperta avrebbe agito tanto su di lei. A questo non aveva riflettuto mai con chiarezza; tuttavia, vagamente, si figurava che sua moglie, da tempo, indovinasse che egli non le era fedele e chiudesse un occhio. Gli sembrava inoltre che lei, donna esaurita, invecchiata, non più bella e per nulla affatto interessante, semplice, buona madre di famiglia soltanto, dovesse, per un senso di giustizia, essere indulgente. Era avvenuto il contrario.

"Ah, è terribile! Ahi, ahi, ahi, ahi! Terribile! - si ripeteva Stepan Arkad'ic e non riusciva a trovare una via d'uscita. - E come andava tutto bene prima d'ora! Come vivevamo bene! Lei era contenta, felice dei bambini; io non l'ostacolavo in nulla, la lasciavo libera di regolarsi come voleva, coi bambini, con la casa. È vero, non è bello che quella sia stata governante in casa nostra! Non è bello! C'è qualcosa di triviale, di volgare nel far la corte alla propria governante. Ma che governante! - e ricordò con vivezza il riso e gli occhi neri assassini di m.lle Rolland. - Del resto finché è stata in casa nostra, io non mi sono permesso nulla. E il peggio di tutto è che già... Ci voleva proprio tutto questo, neanche a farlo apposta! Ah, ahi, ahi! Ma che fare, che fare?"

Una risposta che non c'era all'infuori della risposta comune che dà la vita a tutte le più complicate e insolubili questioni, e la risposta è questa: bisogna vivere delle piccole necessità del giorno, smemorarsi. Nel sogno non è più possibile; almeno fino a stanotte, non si può tornare alla musica che cantavano le donne-caraffe; ci si deve dunque smemorare con il sonno della vita.

"Staremo a vedere" si disse Stepan Arkad'ic e, alzatosi, indossò la veste da camera grigia dalla fodera di seta azzurra, fermò i due lacci con un nodo, e introdotta aria a sazietà nella vasta cavità toracica, coll'usuale passo deciso dei suoi piedi all'infuori che così leggermente sostenevano il corpo pienotto, si avviò alla finestra, sollevò la tenda e sonò forte. Entrò subito il suo vecchio amico, Matvej il maggiordomo, che portava il vestito, le scarpe e un telegramma. Dietro a Matvej entrò anche il barbiere con l'occorrente per la barba.

- Ci sono carte d'ufficio? - chiese Stepan Arkad'ic dopo aver preso il telegramma, sedendosi di fronte allo specchio.

- Sulla tavola - rispose Matvej. Guardò interrogativamente, con interesse, il padrone, e, dopo aver atteso un poco, aggiunse con un sorriso ammaliziato: - Sono venuti da parte del signor cocchiere.

Stepan Arkad'ic non rispose nulla e guardò soltanto Matvej nello specchio: nello sguardo che incrociarono era evidente come si intendessero l'un l'altro. Lo sguardo di Stepan Arkad'ic sembrava chiedere: "Perché dici questo? che forse non sai?". Matvej ficcò le mani nelle tasche del giubbetto, tirò indietro una gamba in silenzio, bonariamente, sorridendo appena, guardò il padrone.

- Ho detto loro di venire la prossima domenica, e che fino allora non si disturbino e non disturbino voi inutilmente - disse con una frase evidentemente già preparata.

Stepan Arkad'ic capì che Matvej voleva scherzare e attirare su di sé l'attenzione. Aperto il telegramma, lo lesse, correggendo per intuito le parole, come sempre alterate, e il viso gli si illuminò.

- Matvej, mia sorella Anna Arkad'evna viene domani - disse, arrestando per un attimo la mano lustra e grassoccia del barbiere che andava tracciando una via rosea tra le lunghe fedine ricciute.

- Sia lodato Iddio - disse Matvej, mostrando con la risposta di capire, allo stesso modo del padrone, il significato di questo arrivo, e che cioè Anna Arkad'evna, sorella carissima di Stepan Arkad'ic, poteva contribuire alla riconciliazione tra marito e moglie.

- Sola o col consorte? - chiese Matvej.

Stepan Arkad'ic, che non poteva parlare perché il barbiere era alle prese col labbro superiore, alzò un dito solo. Matvej fece cenno col capo nello specchio.

- Sola. C'é da preparare di sopra?

- Chiedilo a Dar'ja Aleksandrovna; dove dirà lei.

- A Dar'ja Aleksandrovna? - ripeté con aria dubbiosa Matvej.

- Sì, diglielo. Ecco, prendi il telegramma, riferiscimi poi.

"Volete provare" pensò Matvej, ma disse solo:

- Sissignore.

Stepan Arkad'ic era già lavato e pettinato e si preparava a vestirsi quando Matvej, camminando lentamente con le scarpe che scricchiolavano, rientrò nella stanza col telegramma in mano. Il barbiere era già andato via.

- Dar'ja Aleksandrovna ha ordinato di dirvi che parte. Che faccia pure come piace a lui, cioè a voi - disse, ridendo solo con gli occhi e, cacciate le mani in tasca e chinato il capo da un lato, fissò il padrone.

Stepan Arkad'ic tacque. Poi un sorriso buono e un po' pietoso apparve sul suo bel viso.

- Eh, Matvej - disse, scotendo il capo.

- Non è nulla, signore; tutto si appianerà - disse Matvej.

- Si appianerà?

- Proprio così.

- Credi? Chi c'è di là? - chiese Stepan Arkad'ic sentendo dietro la porta un fruscio di abito femminile.

- Sono io, signore - disse una voce di donna, e di dietro la porta si sporse il viso severo e butterato di Matrëna Filimonovna, la njanja.

- E allora, Matrëna? - domandò Stepan Arkad'ic andandole incontro sulla porta. Sebbene Stepan Arkad'ic fosse per ogni verso colpevole di fronte alla moglie, ed egli stesso lo sentisse, quasi tutti in casa, persino la njanja, la più grande amica di Dar'ja Aleksandrovna, erano dalla parte sua.

- E allora? - disse con aria afflitta.

- Andate da lei, signore, dichiaratevi ancora colpevole. Forse Iddio lo concederà. Si tormenta molto ed è una pena guardarla, e poi tutto in casa va alla malora. Ci si deve preoccupare dei bambini, signore. Accusatevi, signore. Che fare? Fatto il male...

- Eh già, non mi riceverà...

- E voi fate il dover vostro. Dio è misericordioso, pregate Iddio, signore, pregate Iddio.

- E va bene; va'... - disse Stepan Arkad'ic, arrossendo improvvisamente. - Su vestiamoci - disse rivolto a Matvej, e con fare deciso si tolse la veste da camera.

Matvej teneva in mano, soffiandovi sopra come a togliere qualcosa di invisibile, la camicia disposta a collare, e con evidente soddisfazione ne circondò il corpo ben curato del padrone.

III

Vestitosi, Stepan Arkad'ic si spruzzò di profumo, assestò le maniche della camicia, distribuì per le tasche con gesti abituali le sigarette, il portafoglio, i fiammiferi, l'orologio con la catena doppia e i ciondoli e, spiegazzato il fazzoletto, sentendosi pulito, profumato, sano e, malgrado il suo guaio, fisicamente allegro, si avviò, tentennando leggermente su ciascuna gamba, verso la sala da pranzo dove già l'aspettavano il caffè e, accanto al caffè, le lettere e le carte del tribunale.

Lesse le lettere. Una era molto spiacevole: era del compratore del bosco di sua moglie. Il bosco doveva essere necessariamente venduto; ma ora, fino alla riconciliazione, non se ne poteva parlare. Più increscioso di tutto era il fatto che si veniva in tal modo a frammischiare una questione di denaro al prossimo avvenimento della riconciliazione. E il pensiero ch'egli potesse lasciarsi guidare da una questione di denaro, che per la vendita del bosco cercasse di far pace con la moglie, questo pensiero l'offendeva.

Letta la posta, Stepan Arkad'ic tirò a sé le carte d'ufficio: sfogliò in fretta due pratiche, segnò con un grosso lapis qualche annotazione e, allontanate le carte, cominciò a sorbire il caffè e nello stesso tempo, aperto il giornale della mattina, ancora umido, prese a leggerlo.

Stepan Arkad'ic riceveva e leggeva un giornale liberale, non estremista, ma della tendenza che la maggioranza sosteneva. Benché non lo interessassero in modo particolare né scienza, né arte, né politica, egli si atteneva strettamente alle opinioni alle quali, in tutte queste materie, si attenevano la maggioranza e il suo giornale, e le cambiava soltanto quando le cambiava la maggioranza, o per meglio dire non lui le cambiava, ma esse stesse, inavvertitamente, si cambiavano in lui.

Stepan Arkad'ic non sceglieva né le tendenze né le opinioni, ma queste stesse tendenze e opinioni giungevano a lui da sole, proprio allo stesso modo come non lui sceglieva la foggia del cappello o del soprabito, ma adottava quella che era di moda. E per lui, che viveva nella società più in vista, avere delle opinioni, oltre al bisogno di una certa attività di pensiero che normalmente si sviluppa negli anni della maturità, era così indispensabile come avere un cappello. E anche se c'era una ragione per preferire la tendenza liberale a quella conservatrice, cui si atteneva la maggioranza del suo ambiente, questa consisteva non solo nel fatto che egli trovava la tendenza liberale più ragionevole, ma anche perché questa era in realtà più conforme al suo modo di vivere. Il partito liberale diceva che in Russia tutto andava male, ed in effetti Stepan Arkad'ic aveva molti debiti e il denaro non gli bastava proprio. Il partito liberale diceva che il matrimonio era un'istituzione superata ed era necessario riformarlo, e in realtà la vita familiare dava scarse soddisfazioni a Stepan Arkad'ic e lo costringeva a mentire e a fingere, il che era affatto avverso alla sua natura. Il partito liberale diceva, o meglio faceva intendere, che la religione era soltanto un freno per la parte incolta della popolazione, e in realtà Stepan Arkad'ic non poteva sopportare, senza che gli dolessero le gambe, neppure il più piccolo Te Deum, e non poteva capire che senso avessero tutte quelle tremende altisonanti parole sull'altro mondo, quando anche in questo era così piacevole vivere. Inoltre a Stepan Arkad'ic, che amava gli scherzi ameni, faceva piacere turbare talvolta qualche pacifico essere col dire, che se ci si vuole inorgoglire della razza, non conviene fermarsi a Rjurik e rinnegare il progenitore, la scimmia. Dunque le opinioni liberali erano divenute un'abitudine per Stepan Arkad'ic e gli piaceva il suo giornale, così come il sigaro dopo il pranzo, per quella leggera nebbia che gli generava in testa. Lesse l'articolo di fondo, nel quale si spiegava che "al tempo nostro del tutto invano si levan querele contro il radicalismo, il quale minaccia di inghiottire tutti gli elementi conservatori, e che il governo non si decide a prendere delle misure per soffocare l'idra rivoluzionaria; che al contrario, secondo la nostra opinione, il pericolo risiede non già nella presunta idra rivoluzionaria, ma nel tradizionalismo ostinato che rallenta il progresso" e così di seguito. Lesse anche un altro articolo, finanziario, nel quale si parlava del Bentham e dello Stuart Mill e si lanciavano frecciate al ministero. Con la prontezza di spirito che gli era propria egli afferrava il senso di ogni frecciata: da chi veniva e contro chi era diretta e in quale occasione, e questo, come sempre, gli procurava un certo piacere. Ma oggi questo piacere era avvelenato dal ricordo dei consigli di Matr(na Filimonovna e dal fatto che in casa tutto andava tanto male. Lesse pure che il conte Beist, come correva voce, era partito per Wiesbaden, e che si vendeva una carrozza leggera, e che una persona giovane faceva una proposta; ma queste notizie non gli davano più il solito tranquillo, ironico compiacimento di una volta.

Finito il giornale, la seconda tazza di caffè e la ciambellina al burro, s'alzò scrollando le briciole dal panciotto e, allargando il petto ampio, sorrise di piacere: non perché avesse in animo qualcosa di particolarmente lieto, ma solo perché la buona digestione gli procurava quel sorriso di gioia.

Ma quel sorriso di gioia gli fece tornare subito tutto in mente ed egli si fece pensieroso.

Due voci infantili (Stepan Arkad'ic riconobbe le voci di Gri(a, il più piccolo, e di Tanja, la maggiore) si udirono dietro la porta. Avevano trascinato e lasciato cadere qualcosa.

- Lo dicevo io che non si possono lasciar sedere i passeggeri sull'imperiale - gridava in inglese la bimba - ora, su, raccatta.

"È tutto sottosopra - pensò Stepan Arkad'ic - ecco, i bambini scorrazzano da soli". E fattosi sulla porta, li chiamò. Essi lasciarono la scatola che rappresentava il treno ed entrarono dal padre.

La bimba, beniamina del padre, corse franca ad abbracciarlo e ridendo gli si appese al collo, rallegrandosi come sempre del noto profumo che si spandeva dalle sue fedine. Baciatolo infine sul volto arrossato per la posizione inclinata e raggiante di tenerezza, la bimba sciolse le braccia per scappar via, ma il padre la trattenne.

- E la mamma? - chiese passando la mano sul collo liscio e morbido della figlia. - Buongiorno - disse poi sorridendo al piccolo che salutava.

Aveva coscienza di amare meno il bambino e si sforzava di essere imparziale, ma il bambino lo sentiva e non sorrise al sorriso freddo del padre.

- La mamma? S'è alzata - rispose la bimba.

Stepan Arkad'ic sospirò. "Già; non avrà dormito tutta la notte" pensò.

- Ma è di buon umore?

La bambina sapeva che fra padre e madre c'era stata una certa questione e che la madre non poteva essere di buon umore; e il padre doveva saperlo, mentre ora fingeva, chiedendone con tanta disinvoltura. Arrossì per il padre. Egli capì subito e arrossì anche lui.

- Non so - disse. - Non ha detto di studiare, ha detto di andare a spasso con miss Hull dalla nonna.

- Su, va', Tancurocka mia. Ah, già, aspetta - disse trattenendola ancora e guardandole la manina morbida.

Prese dal camino, là dove l'aveva messa il giorno prima, una scatola di dolci e gliene diede due, scegliendole i preferiti, uno di cioccolato e uno fondente.

- A Gri(a? - disse la bambina indicando quello di cioccolato.

- Sì, sì. - E accarezzando ancora una volta le piccole spalle, la baciò alla radice dei capelli e sul collo e la lasciò andare.

- La carrozza è pronta - disse Matvej. - C'è poi una persona che chiede di voi - aggiunse.

- È molto che è qui? - chiese Stepan Arkad'ic.

- Da una mezz'ora.

- Ma quante volte ti ho detto di annunziare subito!

- Bisogna pur darvi il tempo di prendere almeno il caffè - disse Matvej con quel tono fra il confidenziale e lo screanzato che non dava la possibilità di arrabbiarsi.

- Su, fa' passare subito - disse Oblonskij aggrottando le sopracciglia dalla stizza.

La signora, moglie del capitano in seconda Kalinin, chiedeva una cosa assurda e sciocca; ma Stepan Arkad'ic, secondo la sua abitudine, la fece sedere, l'ascoltò con attenzione, senza interromperla, le consigliò dettagliatamente a chi e come dovesse rivolgersi, e le scrisse perfino alla svelta e bene, con la sua grossa, larga e bella scrittura chiara, un biglietto per la persona che avrebbe potuto aiutarla. Congedata la moglie del capitano in seconda, Stepan Arkad'ic prese il cappello e si fermò, cercando di ricordare se non avesse dimenticato qualcosa. Gli parve di non aver dimenticato nulla, fuorché quello che voleva dimenticare, la moglie.

"Ah, sì". Abbassò il capo e il suo bel viso prese un'aria afflitta. "Andare o non andare?" si diceva. E una voce interna gli diceva di non andare, che oltre a falsità non poteva esserci altro, che riparare, accomodare le loro relazioni non era più possibile, perché non era possibile rendere lei di nuovo attraente e capace di suscitare l'amore, e lui vecchio e incapace di amare. Dunque, oltre a falsità e menzogna, non ne poteva uscir fuori nulla, e la falsità e la menzogna erano avverse alla sua natura.

"Eppure prima o poi bisogna farlo; non si può restar così" disse, cercando di farsi coraggio. Raddrizzò il petto, tirò fuori una sigaretta, l'accese, ne aspirò due boccate, la gettò in un portacenere di madreperla a conchiglia, attraversò il salotto oscuro a passi svelti, e aprì l'altra porta che dava nella camera della moglie.

IV

Dar'ja Aleksandrovna, in veste da notte, con le trecce ormai rade, un tempo folte e belle, appuntate alla nuca, col viso asciutto, affilato, e i grandi occhi spauriti che risaltavano nella magrezza del viso, stava in piedi in mezzo alle cose gettate alla rinfusa per la stanza, dinanzi a un armadio aperto dal quale sceglieva qualcosa. Udito il passo del marito, si fermò guardando la porta e cercando inutilmente di dare al viso un'espressione severa e sprezzante. Sentiva di aver paura di lui, paura dell'incontro imminente. Aveva tentato proprio allora di fare quello che aveva tentato già dieci volte in quei tre giorni: preparare la roba sua e dei bambini per trasportarla dalla madre, ma poi, di nuovo, non aveva saputo decidersi: eppure anche ora, come le altre volte, diceva a se stessa che così non poteva durare, che doveva fare qualcosa, punirlo, svergognarlo, vendicarsi almeno in minima parte del male che le aveva fatto. Si diceva ogni volta che lo avrebbe lasciato, ma sentiva che questo era impossibile; era impossibile perché non poteva disabituarsi a considerarlo suo marito e ad amarlo. Sentiva, inoltre, che se qui, in casa sua, riusciva appena ad aver cura dei suoi cinque bambini, la cosa sarebbe stata ancora più difficile là, dove sarebbe andata a stare con tutti loro. E proprio in quei tre giorni, il più piccolo si era ammalato perché gli avevano dato del brodo guasto, mentre il giorno innanzi gli altri erano quasi rimasti senza mangiare. Sentiva che non era possibile andar via; ma, ingannando se stessa, preparava la roba e si fingeva di partire.

Visto il marito, tuffò la mano in un cassetto dell'armadio, come se cercasse qualcosa, e girò lo sguardo su di lui solo quando le fu proprio accanto. Ma il viso al quale aveva voluto dare un'espressione severa e decisa, esprimeva smarrimento e pena.

- Dolly! - disse lui con voce timida e sommessa. Aveva ritirato la testa nelle spalle e voleva avere un'aria afflitta e contrita, ma suo malgrado, raggiava freschezza e salute.

Con un'occhiata rapida dalla testa ai piedi ella notò la figura di lui raggiante freschezza e salute. " Già, lui è felice e soddisfatto - pensò - e io? E anche questa bontà disgustosa, che lo fa amare e lodare da tutti, io la detesto questa sua bontà" pensò. La bocca le si contrasse, il muscolo della guancia prese a tremare dalla parte destra del viso pallido e nervoso.

- Che vi occorre? - disse con voce affrettata, sorda, non sua.

- Dolly! - ripeté lui con un fremito nella voce. - Anna arriva oggi.

- Ebbene, a me che importa? Io non posso riceverla! - gridò lei.

- Eppure, Dolly...

- Andate via, andate via - gridò senza guardarlo, come se questo grido fosse provocato da un male fisico.

Stepan Arkad'ic aveva potuto rimaner tranquillo quando aveva pensato a sua moglie, aveva potuto sperare che tutto si sarebbe "appianato", così come diceva Matvej, aveva potuto leggere tranquillamente il giornale e bere il caffè; ma quando vide il viso tormentato e dolente di lei, quando udì quel tono di voce rassegnato e affranto, il respiro gli si mozzò, qualcosa gli venne alla gola e gli occhi gli brillarono di lacrime.

- Dio mio, che ho fatto! Dolly! Per amor di Dio... Del resto... - ma non poté continuare: un singhiozzo gli si era fermato in gola. Ella sbatté l'armadio e si voltò a guardarlo. - Dolly, cosa posso dire? Solo una cosa: perdona, perdona... Ricorda... nove anni di vita non possono forse far perdonare un minuto, un minuto...

Ella aveva abbassato gli occhi e ascoltava quello ch'egli stava per pronunciare, quasi supplicandolo di dire qualcosa che potesse dissuaderla.

- Un minuto di esaltazione - riprese a dire lui, e voleva continuare, ma a questa parola, come per un male fisico, a lei si strinsero i denti e di nuovo il muscolo della guancia prese a tremare dalla parte destra del viso.

- Andate via, andate via! - gridò con voce ancora più tagliente - e non mi venite a parlare delle vostre esaltazioni e delle vostre sconcezze!

Voleva andar via, ma vacillò e si aggrappò alla spalliera della sedia per sorreggersi. Il viso di lui si dilatò, le labbra si gonfiarono, gli occhi si riempirono di lacrime.

- Dolly! - pronunziò ormai singhiozzando. - In nome di Dio, pensa ai bambini, loro non sono colpevoli. Sono io il colpevole, e tu puniscimi, ordinami di scontare la mia pena. In quello che posso, sono pronto a tutto! Sono colpevole, non ci sono parole, come sono colpevole! Ma, Dolly, perdona!

Ella si mise a sedere. Egli sentiva il respiro grave di lei e gliene veniva una pena indicibile. Più volte ella si provò a parlare, ma non poté. Egli aspettava.

- Tu ti ricordi dei bambini per giocare con loro, mentre io sì che me ne ricordo, e lo so oramai che sono rovinati - disse lei, usando evidentemente una delle frasi che in quei tre giorni s'era ripetuta più d'una volta.

Gli aveva parlato col "tu", ed egli la guardò riconoscente, e si mosse per prenderle una mano, ma lei si scostò con avversione.

- Io mi ricordo dei bambini e farei di tutto al mondo per salvarli, ma non so io stessa come salvarli: se sottrarli al padre o abbandonarli a un padre depravato. Sì, depravato... Eh sì, ditemi voi, dopo quello... che c'è stato, è forse possibile vivere insieme? È possibile forse? Dite voi, è possibile? - ripeté alzando la voce.

- Dopo che mio marito, il padre dei miei figli ha una relazione con la governante dei suoi bambini...

- Ma che fare, che fare? - diceva lui con voce pietosa, non sapendo egli stesso che dire e abbassando sempre più il capo.

- Mi fate ribrezzo, disgusto! - gridò lei, riscaldandosi ancora di più. - Le vostre lacrime cosa sono? acqua! Non mi avete mai amata, non avete cuore, non siete generoso! Siete vile, abietto, mi siete estraneo, sì, del tutto estraneo - e pronunziò la parola "estraneo", per lei terribile, con pena e rancore.

Egli la guardò e l'odio che appariva sul viso di lei lo sgomentò e sorprese. Non capiva che quella sua pietà verso di lei la irritava, perché vedeva in lui la compassione, ma non l'amore. "Mi odia - pensò. - Non perdonerà".

- È terribile, è terribile - disse.

Nel frattempo, nella stanza accanto, probabilmente perché caduto, un bimbo si mise a gridare: Dar'ja Aleksandrovna tese l'orecchio, e il viso d'un tratto le si raddolcì.

Parve rientrare in sé per qualche istante e, come se non sapesse dov'era e cosa stesse facendo, si alzò in fretta e si avviò alla porta.

"Ma allora vuol sempre bene al mio bambino - pensò lui, avendo notato il mutar del viso al grido del piccolo - al mio bambino; e come può odiare tanto me?".

- Dolly, ancora una parola - disse seguendola.

- Se mi seguite, chiamerò gente, i bambini! Che tutti sappiano che siete un mascalzone! Me ne vado oggi stesso e voi restate pure qua a vivere con la vostra amante!

E uscì, sbattendo la porta.

Stepan Arkad'ic sospirò, si asciugò il viso e a passi lenti si avviò per uscire. "Matvej dice che si appianerà; ma come? Io non ne vedo neppure la possibilità. Ahi, ahi, che orrore! E come gridava, e in che modo triviale! - diceva a se stesso ricordando le grida e le parole 'mascalzone' e 'amante'. - E forse le ragazze hanno sentito! Terribilmente triviale, terribilmente". Stepan Arkad'ic si fermò per qualche istante, si asciugò gli occhi, sospirò e, raddrizzato il busto, uscì dalla camera.

Era venerdì, e nella sala da pranzo l'orologiaio tedesco dava corda all'orologio. Stepan Arkad'ic si ricordò della sua battuta di spirito su quell'orologiaio calvo e preciso: "Il tedesco è stato caricato per tutta la vita per caricare orologi" e sorrise. A Stepan Arkad'ic piaceva una bella battuta. "Ma forse davvero tutto 'si appianerà'! Bella frase: 'si appianerà' - pensò. - Bisogna farla circolare".

- Matvej! - chiamò. - Prepara tutto con Mar'ja per Anna Arkad'evna, di là nel salotto - disse a Matvej che era apparso.

- Sissignore.

Stepan Arkad'ic infilò la pelliccia e uscì fuori.

- Non pranzerete a casa? - chiese Matvej, accompagnandolo.

- Non so, come capiterà. Ecco, prendi per la spesa - disse dandogli dieci rubli dal portafoglio. - Basta?

- Basti o non basti, ci si deve rigirare - rispose Matvej, sbattendo lo sportello e indietreggiando verso l'ingresso.

Dar'ja Aleksandrovna intanto, acquietato il bambino e capito, dal rumore della carrozza, ch'egli se n'era andato, tornò di nuovo in camera. Era l'unico suo rifugio dalle cure familiari che la opprimevano non appena ne usciva fuori. E anche ora, in quei pochi momenti che aveva passato nella camera dei bambini, la governante inglese e Matrëna Filimonovna si erano affrettate a farle alcune domande che non ammettevano indugio e alle quali solo lei poteva rispondere: cosa mettere indosso ai bambini per andare a spasso, dare o no il latte, mandare a chiamare oppure no un altro cuoco.

- Ah, lasciatemi, lasciatemi! - aveva detto e, tornata in camera, si era seduta di nuovo là dove aveva parlato col marito, stringendo le mani smagrite con gli anelli che scivolavano dalle dita ossute, e aveva cominciato a ripensare a tutto il colloquio avvenuto. "È andato via. Ma l'ha finita poi con quella? Possibile che la veda ancora? Perché non gliel'ho chiesto? No, no, non ci si può riunire. E anche se dovessimo restare nella stessa casa, saremmo estranei. Per sempre estranei! - ripeté di nuovo, e con particolare significato, questa parola per lei terribile. - E come l'ho amato, Dio mio, come l'ho amato! E ora, non l'amo forse? Non l'amo forse più di prima? È terribile, soprattutto il fatto che..." cominciò, ma non finì il pensiero, che già Matrëna Filimonovna si era affacciata alla porta.

- Su via, mandate a chiamare mio fratello - disse - almeno preparerà il pranzo; se no, come ieri, fino alle sei i bambini non avran mangiato.

- Va bene, vengo, vengo a dare gli ordini. Non hanno mandato a prendere il latte fresco?

E Dar'ja Aleksandrovna s'ingolfò nelle cure del giorno, e per un po' sommerse in esse la sua pena.

V

Stepan Arkad'ic a scuola aveva studiato bene, grazie alle sue buone capacità, ma, pigro e svagato, aveva finito gli studi tra gli ultimi. Tuttavia, pur conducendo una vita sempre scapestrata, in età ancor giovane, con un titolo modesto, aveva ottenuto il posto ragguardevole e ben retribuito di capo di uno degli uffici amministrativi di Mosca. Aveva avuto questo posto per mezzo del marito di Anna, Aleksej Aleksandrovic Karenin, il quale occupava uno dei più alti gradi nel ministero a cui apparteneva l'ufficio; ma se Karenin non avesse designato suo cognato a quel posto, Stiva Oblonskij, per mezzo di un centinaio di alti personaggi, fratelli, sorelle, prozii, zii, zie, avrebbe avuto quel posto o altro equivalente con quei seimila rubli di stipendio che gli erano necessari, perché i suoi affari, malgrado la considerevole proprietà della moglie, andavano male.

Una buona metà della società di Mosca e Pietroburgo era in relazioni di parentela o di amicizia con Stepan Arkad'ic. Egli era nato nella cerchia di coloro che erano o erano in seguito diventati i potenti di quel mondo. Un terzo dei funzionari di stato, i vecchi, erano amici di suo padre e lo avevano visto nascere; un altro terzo gli davano del "tu" e un terzo ancora erano suoi buoni conoscenti. Pertanto, i dispensatori di beni terreni sotto forma di posti, appalti, concessioni e cose simili, erano tutti amici suoi e non avrebbero mai lasciato fuori uno dei loro. Così Oblonskij non aveva dovuto brigare per ottenere un posto vantaggioso; gli era bastato non rifiutare, non avere invidie, non leticare, non offendersi, cose tutte ch'egli neppure faceva per quella bonarietà che gli era propria. Gli sarebbe parso ridicolo se gli avessero detto che non avrebbe ottenuto un posto retribuito con lo stipendio che gli era necessario, dal momento che non pretendeva niente di eccezionale, ma voleva solo quello che avevano gli altri suoi coetanei quando, non peggio di chiunque altro, egli era in grado di adempiere una funzione di tal genere.

A Stepan Arkad'ic volevano bene tutti quelli che lo conoscevano non solo per quel suo carattere buono e gioviale e per la sua indubbia onestà, ma perché in quel suo bell'aspetto luminoso, negli occhi splendenti, nelle sopracciglia e nei capelli neri, nel colorito bianco e rosso del viso vi era qualcosa che agiva in modo cordiale e festoso sul fisico delle persone che lo incontravano. "Oh, Stiva! Oblonskij! Eccolo!" dicevano quasi sempre con un sorriso di gioia, incontrandolo. E anche se talvolta ci si rendeva conto che, dopo una conversazione con lui, non succedeva nulla di particolarmente gioioso, l'indomani, due giorni dopo, tutti di nuovo si rallegravano nell'incontrarlo, proprio allo stesso modo.

Occupando già da tre anni il posto di capo di uno degli uffici amministrativi di Mosca, Stepan Arkad'ic aveva conquistato, oltre la simpatia, la stima dei colleghi, dei dipendenti, dei superiori, e di tutti coloro che avevano a che fare con lui. Le principali qualità che gli procuravano la stima generale in ufficio consistevano, in primo luogo, in una straordinaria indulgenza verso gli altri, basata sulla coscienza dei propri difetti; in secondo luogo, in un grande liberalismo, non quello di cui leggeva nei giornali, ma quello ch'egli aveva nel sangue e che gli faceva trattare perfettamente allo stesso modo tutte le persone, di qualunque classe o condizione fossero; e in terzo luogo, e questa era la cosa più importante, in un'assoluta indifferenza verso gli affari che trattava, per cui non se ne appassionava mai e non commetteva errori.

Arrivato in ufficio, Stepan Arkad'ic, accompagnato da un usciere ossequioso che gli portava la cartella, passò nel suo gabinetto particolare, indossò la divisa ed entrò in aula. Gli scrivani e gli impiegati si alzarono tutti, salutandolo con rispetto e giovialità. Stepan Arkad'ic, in fretta come sempre, andò al proprio posto, strinse la mano ai colleghi e sedette. Scherzò e discorse proprio quel tanto che era conveniente, e cominciò il lavoro. Nessuno più di Stepan Arkad'ic sapeva con maggiore precisione il limite tra la cordialità confidenziale e il tono ufficiale, così necessario al piacevole disbrigo degli affari. Il segretario, con giovialità e rispetto, come del resto tutti nell'ufficio di Stepan Arkad'ic, gli si accostò con alcune carte e riferì con quel tono familiarmente libero che era stato introdotto da Stepan Arkad'ic.

- Siamo riusciti così ad avere notizie dell'amministrazione provinciale di Penza. Ecco, non vi piacerebbe...

- Le avete avute finalmente - prese a dire Stepan Arkad'ic, fermando col dito la carta. - Allora, signori... - E la seduta cominciò.

"Se sapessero - pensava chinando la testa con aria d'importanza nell'ascoltare il rapporto - che ragazzo colpevole era mezz'ora fa il loro capo!". E gli occhi gli ridevano alla lettura del rapporto. La seduta doveva durare fino alle due, senza interruzione; alle due, intervallo e colazione.

Non erano ancora le due quando la grande porta a vetri dell'aula si aprì improvvisamente e qualcuno entrò. Tutti i membri ritratti sotto il ritratto dell'imperatore e al di là dello specchio a tre facce, lieti della distrazione, si voltarono a guardare verso la porta; ma l'usciere che stava all'ingresso respinse subito colui che s'era infilato e richiuse la porta a vetri.

Quando tutto il rapporto fu letto, Stepan Arkad'ic si alzò stiracchiandosi e, pagando il proprio tributo al liberalismo dell'epoca, tirò fuori, ancora nell'aula, una sigaretta, e si avviò nel suo ufficio. Due colleghi, il vecchio funzionario Nikitin e il gentiluomo di camera Grinevic, uscirono con lui.

- Dopo colazione arriveremo a finire - disse Stepan Arkad'ic.

- Altro che arriveremo! - disse Nikitin.

- Ma deve essere un furbo matricolato quel Fomin - disse Grinevic accennando a un personaggio implicato nell'affare di cui si discuteva.

Alle parole di Grinevic Stepan Arkad'ic si accigliò, facendo capire con questo che non era corretto dare un giudizio prima del tempo, e non rispose nulla.

- Chi è entrato? - chiese all'usciere.

- Un tale, eccellenza, senza chiedere permesso, s'è fissato dentro appena mi sono girato. Domandava di voi. Io dico: quando usciranno i membri, allora...

- Dov'è?

- È forse uscito nell'ingresso, non faceva che camminare. Eccolo - disse l'usciere, indicando un uomo di costituzione forte, largo di spalle, con la barba ricciuta, il quale, senza togliersi il berretto di montone, saliva lesto e leggero i gradini consumati della scala di pietra. Uno di quelli che scendevano, un impiegato magrolino con una cartella sotto il braccio, fermatosi, guardò con riprovazione le gambe di colui che correva e fissò interrogativamente Oblonskij.

Stepan Arkad'ic era dritto in cima alla scala. Il suo viso bonario, che splendeva emergendo dal bavero ricamato dell'uniforme, s'illuminò ancor più quando riconobbe chi correva.

- Ma è proprio lui! Levin, finalmente! - esclamò con un sorriso cordialmente canzonatorio, guardando Levin che gli si avvicinava. - Com'è che non hai disdegnato di venirmi a pescare in quest'antro? - disse Stepan Arkad'ic baciando l'amico, non contento di una stretta di mano. - Sei qui da un pezzo?

- Sono arrivato or ora, e avevo una gran voglia di vederti - rispose Levin, guardandosi attorno timido e, nello stesso tempo, inquieto e contrariato.

- Su, andiamo nel mio gabinetto - disse Stepan Arkad'ic, conoscendo la timidezza ombrosa e scontrosa dell'amico; e, presolo per un braccio, lo trascinò dietro di sé come per guidarlo in mezzo ai pericoli.

Stepan Arkad'ic si dava del "tu" con quasi tutti i suoi conoscenti: coi vecchi di sessant'anni, coi ragazzi di venti; con gli attori, coi ministri, coi negozianti e con gli aiutanti generali; così che molti di quelli che gli davano del "tu" si trovavano ai due punti estremi della scala sociale, e molti si sarebbero stupiti nel constatare di avere qualcosa di comune per mezzo di Oblonskij. Egli dava del "tu" a tutti quelli con i quali beveva lo champagne, e di champagne ne beveva con tutti; perciò, incontrandosi in presenza dei suoi dipendenti con i suoi "tu" vergognosi, come chiamava scherzando molti amici, sapeva diminuire, con quel tatto che gli era proprio, la spiacevolezza dell'impressione che potevano riportarne i dipendenti. Levin non era un "tu" vergognoso, ma Oblonskij intuì che Levin pensava ch'egli potesse non desiderare di mostrare la propria intimità con lui dinanzi ai propri dipendenti, e perciò si affrettò a condurlo nel proprio gabinetto.

Levin era quasi della stessa età di Oblonskij e si davano del "tu" non solo per lo champagne. Levin gli era compagno e amico di prima giovinezza. Si volevano bene, malgrado la diversità dei caratteri e dei gusti, così come si vogliono bene gli amici incontratisi nella prima giovinezza. Malgrado ciò, come capita spesso fra persone che hanno scelto generi diversi di attività, ciascuno di loro, pur giustificando col ragionamento l'attività dell'altro, finiva col disprezzarla dentro di sé. A ciascuno sembrava che la vita che egli stesso conduceva fosse la vera vita, mentre l'altra, quella che conduceva l'amico, non ne fosse che la parvenza. Oblonskij non poteva trattenere un lieve riso canzonatorio alla vista di Levin. L'aveva visto già varie volte arrivare a Mosca dalla campagna dove faceva qualcosa; che cosa facesse precisamente, Stepan Arkad'ic non aveva mai potuto capir bene e non se ne curava. Levin veniva a Mosca sempre agitato, frettoloso, un po' timido e urtato da questa timidezza, e quasi sempre con delle vedute nuove e inaspettate su tutte le cose. Stepan Arkad'ic ne rideva e se ne compiaceva. Nello stesso preciso modo Levin disprezzava dentro di sé il modo di vivere cittadino dell'amico e quel suo impiego che considerava sciocco e vuoto, e ci rideva su. Ma la differenza consisteva in questo: Oblonskij, facendo quello che fanno tutti, rideva con sicurezza e bonarietà, Levin, invece, senza sicurezza e, a volte, con dispetto.

- Ti aspettavamo da tempo - disse Stepan Arkad'ic entrando nello studio e lasciando il braccio di Levin come a dire che là non c'erano più pericoli. - Sono molto contento di rivederti. Ebbene, come va? Quando sei arrivato?

Levin taceva, sbirciando le due facce dei colleghi di Oblonskij che non conosceva, e in particolar modo dell'elegante Grinevic dalle dita affilate e bianche, e dalle unghie così lunghe, gialle e ricurve in punta, e dai gemelli della camicia così grossi e luccicanti che queste mani, evidentemente, avevano assorbito tutta la sua attenzione e non gli davano libertà di pensiero. Oblonskij lo notò subito, e sorrise.

- Ah, già, permettete che vi presenti - disse. - I miei colleghi Filipp Ivanovic Nikitin e Michail Stanislavic Grinevic - e, rivolto verso Levin: - Il fautore del consiglio distrettuale, l'uomo nuovo del consiglio, il ginnasta che solleva con una mano sola cinque pudy, l'allevatore di bestiame, il cacciatore, nonché amico mio, Konstantin Levin, fratello di Sergej Ivanyc Kozny(ev.

- Molto piacere - disse il vecchietto.

- Ho l'onore di conoscere vostro fratello Sergej Ivanyc - disse Grinevic porgendo la mano affilata dalle unghie lunghe.

Levin si accigliò, strinse la mano e si rivolse subito a Oblonskij. Pur avendo una grande considerazione per il fratellastro, scrittore noto in tutta la Russia, non poteva sopportare che ci si rivolgesse a lui, non come Konstantin Levin ma come al fratello del famoso Kozny(ev.

- No, non sono più consigliere distrettuale. Ho litigato con tutti, e non vado più alle riunioni - disse a Oblonskij.

- Hai fatto presto, però!- disse Oblonskij con un sorriso. - Ma come, perché?

- È una storia lunga. Una volta o l'altra te la racconterò - disse Levin prendendo però subito a raccontarla. - Ecco, per dirla in breve, mi sono convinto che non c'è e non può esserci alcuna attività distrettuale; - cominciò come se qualcuno l'avesse offeso allora allora: - da una parte è un giuoco; si giuoca al parlamento, ed io non sono abbastanza giovane, né abbastanza vecchio per divertirmi coi balocchi; dall'altra - e qui balbettò - è un mezzo per guadagnare denaro per la coterie del distretto. Prima c'erano le tutele, i tribunali, ora invece c'è il consiglio distrettuale; non è una forma di subordinazione, ma una forma di stipendio non meritato - disse con tanto calore come se qualcuno dei presenti avversasse la sua opinione.

- Eh! Ma tu, a quanto vedo, sei ancora in una nuova fase, in quella conservatrice - disse Stepan Arkad'ic. - Ma, del resto, di questo parleremo dopo.

- Sì, dopo. Ma io avevo bisogno di vederti - disse Levin, fissando con antipatia la mano di Grinevic.

Stepan Arkad'ic sorrise appena percettibilmente.

- Be', dicevi che mai più ti saresti messo un vestito all'europea? - disse guardandogli il vestito nuovo, fatto evidentemente da un sarto francese. - Eh, già, vedo, siamo in una fase nuova.

Levin arrossì improvvisamente, ma non come arrossiscono le persone adulte, leggermente, senza avvertirlo, ma come arrossiscono i ragazzi quando sentono d'essere ridicoli con la loro timidezza e, vergognandosene, arrossiscono ancora di più fin quasi alle lacrime. Ed era così strano vedere quel viso intelligente, maschio diventare così infantile, che Oblonskij smise di guardarlo.

- E allora, dove ci vediamo? Ho molto bisogno di parlarti - disse Levin.

Oblonskij si mise a riflettere.

- Ecco, andiamo a far colazione da Gurin e parleremo là. Fino alle tre son libero.

- No - rispose Levin dopo aver pensato un po'; - devo ancora andare in giro.

- Su via, andiamo a pranzare insieme.

- Pranzare? Ma io non ho bisogno di niente di straordinario, solo due parole; devo farti una domanda, e a chiacchierare ci penseremo poi.

- E allora, dille subito queste due parole, così a pranzo chiacchiereremo.

- Eccole, le due parole; - disse Levin - del resto, niente di straordinario.

E la sua faccia prese a un tratto un'espressione cattiva, dovuta allo sforzo fatto per vincere la propria timidezza.

- Che fanno gli (cerbackij? Tutto come prima? - disse.

- Tu hai detto due parole, ma io non posso rispondere con due parole, perché... Scusami un momento...

Era entrato il segretario che, con la deferenza familiare e la modesta consapevolezza, comune a tutti i segretari, della propria superiorità, rispetto al capo, nella conoscenza degli affari, si era avvicinato con le carte a Oblonskij e, con aria interrogativa, aveva cominciato a esporre una certa difficoltà. Stepan Arkad'ic, senza finir di ascoltare, pose affabilmente una mano sulla manica del segretario.

- No, fate come già vi ho detto - disse addolcendo con un sorriso l'osservazione e, spiegato in breve come intendeva l'affare, allontanò le carte e disse: - Fate così, vi prego, così, Zachar Nikitic.

Il segretario, confuso, si allontanò. Levin, che durante il colloquio con il segretario aveva avuto modo di rimettersi completamente, stava in piedi, poggiando tutte e due le mani ad una sedia, e sul suo viso vi era un'attenzione ilare.

- Non capisco, non capisco - diceva.

- Cosa non capisci? - chiese Oblonskij sorridendo anche lui allegramente e tirando fuori una sigaretta. Si aspettava da Levin qualche uscita strana.

- Non capisco quello che fate - disse Levin alzando le spalle. - Come puoi prendere tutto questo sul serio?

- Perché?

- Ma perché qui non avete nulla da fare.

- Tu credi così, ma noi siamo sovraccarichi di lavoro.

- Scartoffie! Già, ma tu ci sei tagliato per questo - aggiunse Levin.

- Allora tu credi che io manchi di qualcosa?

- Forse sì - disse Levin. - Tuttavia ammiro la tua importanza e sono orgoglioso di avere un così grand'uomo per amico. Ma tu non hai risposto alla mia domanda - aggiunse guardando Oblonskij con uno sforzo disperato, diritto negli occhi.

- E va bene, e va bene. Aspetta un po' e arriverai a questo anche tu. Finché hai tremila desjatiny nel distretto di Karazin e questi muscoli e la freschezza di una ragazzina di dodici anni, va tutto bene, ma poi ci arriverai anche tu. Già, ecco, a proposito di quello che mi chiedevi; nessun cambiamento, ma peccato che tu sia stato lontano tanto tempo.

- Perché? che c'è? - chiese Levin spaventato.

- No, nulla - rispose Oblonskij. - Ne riparleremo. Ma tu per quale particolare motivo sei venuto?

- Ah, di questo parleremo poi - disse Levin, arrossendo di nuovo fino alle orecchie.

- Su, va bene, ho capito - disse Stepan Arkad'ic. - Vedi: ti avrei invitato a casa, ma mia moglie non sta bene. Ecco, però; se le vuoi vedere, oggi sono certamente al giardino zoologico, dalle quattro alle cinque. Kitty va a pattinare. Tu va' là; io passerò, e andremo a pranzare insieme in qualche posto.

- Benissimo, arrivederci, allora.

- Guarda, io ti conosco; tu sei capace di scordartene o di partirtene subito per la campagna! - rise Stepan Arkad'ic.

- No, certamente.

E dopo essersi ricordato di non aver salutato i colleghi di Oblonskij soltanto quand'era già sulla porta, Levin uscì dall'ufficio.

- Deve essere un proprietario pieno di energia - disse Grinevic, quando Levin fu uscito.

- Sì, amico mio - disse Stepan Arkad'ic annuendo col capo - ecco un uomo felice! Tremila desjatiny nel distretto di Karazin, tutto davanti a sé e quanta vitalità! Non così noi!

- Perché vi lamentate, Stepan Arkad'ic?

- Va male, proprio male - disse Stepan Arkad'ic sospirando pesantemente.

VI

Quando Oblonskij aveva chiesto a Levin per quale motivo particolare fosse venuto, Levin s'era fatto rosso e s'era irritato con se stesso d'essersi fatto rosso, perché non gli aveva saputo rispondere: "Son venuto a chiedere la mano di tua cognata" pur essendo venuto proprio per questo.

Le famiglie dei Levin e degli (cerbackij erano vecchie casate di nobili moscoviti ed erano sempre state fra loro in rapporti di intima amicizia. Questi rapporti si erano fatti più stretti durante lo studentato di Levin. Levin si era presentato ed era entrato all'università insieme al giovane principe (cerbackij, fratello di Dolly e di Kitty. In quel tempo Levin andava spesso in casa (cerbackij ed era innamorato di casa Scerbackij. Per quanto ciò possa sembrare strano, Konstantin Levin era proprio innamorato della casa, della famiglia, in particolar modo della parte femminile degli (cerbackij. Levin non ricordava sua madre, e l'unica sua sorella era più grande di lui, di modo che per la prima volta in casa (cerbackij aveva conosciuto quell'ambiente di vecchia famiglia nobile, colta e onesta, del quale era stato privato per la morte della madre e del padre. Tutti i membri di questa famiglia, ed in particolare la parte femminile, gli apparivano avvolti in un certo misterioso velo di poesia; ed egli non solo non vedeva in loro alcun difetto, ma sotto questo poetico velo che li avvolgeva, immaginava i sentimenti più elevati e ogni possibile perfezione. Per qual motivo le tre signorine dovessero parlare un giorno in francese e un giorno in inglese; per qual motivo, in determinate ore, sonassero alternativamente il pianoforte i cui suoni giungevano su in camera del fratello dove gli amici studiavano; perché venissero insegnanti di letteratura francese, di musica, di disegno e di ballo; per qual motivo, a una data ora, tutte e tre le signorine con m.lle Linon giungessero in carrozza al boulevard Tverskoj avvolte nelle pelliccette rasate: Dolly in una lunga, Natalie in una meno lunga e Kitty in una del tutto corta, così che apparissero le sue gambette ben fatte nelle calze rosse attillate; per qual motivo dovessero passeggiare sul boulevard Tverskoj, accompagnate da un servitore con la coccarda dorata sul cappello; tutto questo e molto altro ancora di quel che si faceva nel loro mondo misterioso, egli non riusciva a capire; sapeva però che tutto quello che si faceva là era bello, ed era innamorato della misteriosità di quello che vi si compiva.

Durante il suo studentato, era stato lì lì per innamorarsi della maggiore, Dolly; ma ben presto l'avevano data in sposa a Oblonskij. Aveva preso ad innamorarsi della seconda. Sentiva che avrebbe dovuto innamorarsi di una delle sorelle, ma non sapeva di quale precisamente. Ma anche Natalie, appena apparsa in società, andò sposa al diplomatico L'vov. Kitty era ancora ragazzina quando Levin finì l'università. Il giovane (cerbackij, entrato in marina, morì nel mar Baltico e i rapporti di Levin con gli (cerbackij, malgrado la sua amicizia con Oblonskij, divennero più radi. Ma quando, al principio dell'inverno, Levin giunse a Mosca dopo un anno di campagna e rivide gli (cerbackij, capì di quale delle tre sorelle la sorte aveva destinato che egli si innamorasse. Nulla di più semplice doveva sembrare che lui, giovane di buona famiglia, benestante, trentaduenne, chiedesse la mano della principessina Šcerbackaja; con tutta probabilità sarebbe stato subito giudicato un buon partito. Ma Levin era innamorato, e gli sembrava che Kitty fosse, sotto ogni aspetto, una tale perfezione, un essere così superiore ad ogni altro sulla terra, e lui invece così umile e basso, da non poter neppure formulare il pensiero che gli altri ed ella stessa lo giudicassero degno di lei.

Dopo aver passato due mesi a Mosca, come avvolto in una nebbia, vedendo Kitty ogni giorno in società dove aveva preso ad andare per incontrarla, Levin aveva improvvisamente deciso che la cosa non era possibile, ed era ripartito per la campagna.

La convinzione di Levin che la cosa non andasse si basava sull'idea che agli occhi dei familiari egli dovesse sembrare un partito poco convincente, non degno della deliziosa Kitty, e che la stessa Kitty non potesse amarlo. Agli occhi dei parenti egli non aveva nessuna attività stabile e definita e nessuna posizione in società; a trentadue anni, alla sua stessa età, i suoi coetanei erano già chi colonnello e aiutante di campo, chi professore di università, chi direttore di banca o delle ferrovie, chi capufficio come Oblonskij; e lui invece (lo sapeva bene come appariva agli altri) era un proprietario di terre, che si occupava dell'allevamento delle vacche, del tiro alle beccacce e di costruzioni; era cioè un giovane senza talento, dal quale non era uscito fuori nulla, e che faceva, secondo il giudizio della gente di mondo, proprio quello che fanno gli uomini che non sono buoni a nulla.

La stessa misteriosa e deliziosa Kitty non poteva amare un uomo così brutto, come egli stesso si considerava, e, quel ch'era peggio, così semplice, che non brillava in nulla. Oltre a ciò i suoi primi rapporti con Kitty, rapporti di un giovane verso una bambina sorti per l'amicizia col fratello, gli sembravano un altro ostacolo all'amore. A un brav'uomo brutto, come si considerava lui, si poteva voler bene come a un amico, ma per innamorarsene, com'era innamorato lui di Kitty, avrebbe dovuto essere un bell'uomo, e soprattutto un uomo interessante.

Aveva sentito dire che spesso le donne amano uomini brutti e rudi; ma non ci credeva, perché giudicava da se stesso, che non avrebbe potuto amare se non donne belle, affascinanti, eccezionali.

Ma, trascorsi due mesi in campagna, in solitudine, si era convinto che questo non era uno di quegli innamoramenti che aveva provato nella prima giovinezza; che questo sentimento non gli dava un attimo di tregua, che non poteva vivere senza risolvere la questione se ella sarebbe stata o no sua moglie; che la sua disperazione derivava solo dalla sua fantasia e che non aveva prova alcuna per credere di dover essere respinto. E adesso era arrivato a Mosca con la ferma decisione di chiedere la mano di Kitty e di sposarsi, se fosse stato accolto. Se no... se l'avessero respinto, non sapeva neppure immaginare cosa sarebbe successo di lui.

VII

Giunto a Mosca col treno della mattina, Levin si era fermato dal fratellastro maggiore Koznyšev, e, mutato d'abito, era entrato nello studio col proposito di dirgli subito per quale motivo era venuto a chiedergli consiglio; ma il fratello non era solo. C'era da lui un noto professore di filosofia che era venuto da Char'kov proprio per chiarire una divergenza sorta fra di loro a proposito di una questione importante. Il professore conduceva un'accesa polemica contro i materialisti e Sergej Koznyšev seguiva con interesse tale polemica e, dopo aver letto l'ultimo articolo del professore, gli aveva scritto in una lettera le proprie obiezioni, rimproverandogli le troppo larghe concessioni fatte ai materialisti. E il professore era venuto subito per discutere la cosa. Il discorso era avviato sulla questione di moda; esiste o no un limite fra i fenomeni psichici e quelli fisiologici, e dove esso si trova?

Sergej Ivanovic andò incontro al fratello con l'usuale sorriso cortesemente freddo che aveva per tutti e, presentandolo al professore, continuò il discorso.

L'ometto giallognolo, occhialuto, dalla fronte bassa, si distolse un attimo dalla conversazione per salutare, e riprese il discorso senza fare attenzione a Levin. Levin sedette in attesa che il professore se ne andasse, quando improvvisamente prese interesse all'argomento.

Levin si era spesso imbattuto negli articoli di cui si parlava e li aveva letti in riviste, per completare le sue cognizioni di laureato in scienze naturali; ma non aveva mai collegato quelle deduzioni scientifiche sull'origine zoologica dell'uomo, sui riflessi, sulla biologia o sulla sociologia, ai problemi sul significato della vita e della morte che negli ultimi tempi pur gli venivano in mente sempre e sempre più spesso.

Nell'ascoltare la conversazione del fratello col professore, notava che essi collegavano le questioni scientifiche a quelle dello spirito; alcune volte si avvicinavano a quest'ultime, ma ogni volta che si avvicinavano al punto che a lui sembrava essenziale, se ne ritraevano immediatamente e si ingolfavano nel campo delle disquisizioni sottili, delle riserve, delle citazioni, delle allusioni, dei rinvii a nomi autorevoli, ed egli stentava a capire di che cosa parlassero.

- Io non posso ammettere - diceva Sergej Ivanovic con la sua abituale chiarezza e precisione di pensiero ed eleganza di eloquio, - io non posso in nessun modo essere d'accordo col Keiss nell'ammettere che tutta la mia visione del mondo esteriore derivi dalle sensazioni. Il concetto fondamentale dell'essere non ci viene dalla sensazione, giacché non abbiamo neanche un organo speciale che ci trasmetta questo concetto.

- Sì, ma loro, Wurst e Knaust e Pripasov, vi risponderanno che il vostro concetto dell'essere deriva dall'insieme di tutte le sensazioni, che questo concetto dell'essere è il risultato delle sensazioni. Wurst dice addirittura che non appena viene a mancare la sensazione cessa anche la nozione dell'essere.

- Io dico al contrario... - cominciò Sergej Ivanovic.

Ma a questo punto parve di nuovo a Levin che essi, avvicinatisi al punto essenziale, se ne ritraessero e decise di rivolgere una domanda al professore.

- Allora, dunque, se i miei sensi sono annientati, se il mio corpo muore, non vi è più esistenza alcuna? - chiese.

Il professore, contrariato, e come colto, per l'interruzione, da un dolore intellettuale, si voltò verso lo strano interlocutore che aveva più l'aria di un facchino che di un filosofo, e portò gli occhi su Sergej Ivanovic come a dirgli: "Che cosa rispondere qui?". Ma Sergej Ivanovic, che era lontano dal parlare con lo sforzo e la unilateralità con cui parlava il professore, e che aveva nella mente abbastanza spazio per rispondere al professore e per cogliere nello stesso tempo il semplice spontaneo punto di vista con cui era stata formulata la domanda, sorrise e disse:

- Non abbiamo ancora il diritto di risolvere una questione simile.

- Non abbiamo dati - asserì il professore e continuò le sue argomentazioni.

- No - diceva - io fo notare che se, come dice precisamente il Pripasov, la percezione ha come base la sensazione, noi dobbiamo allora distinguere rigorosamente questi due concetti.

Levin non ascoltava già più e aspettava solo che il professore se ne andasse.

VIII

Quando il professore se ne fu andato, Sergej Ivanovic si rivolse al fratello:

- Sono molto contento che tu sia venuto. Per molto? Come vanno le nostre cose?

Levin sapeva che le cose di casa interessavano molto poco il fratello maggiore e che solo per compiacenza gliene chiedeva; rispose perciò soltanto circa la vendita del frumento e il ricavato.

Avrebbe voluto dire al fratello della sua intenzione di sposarsi e chiedergli consiglio, ed era fermamente deciso a questo; ma dopo aver visto il fratello, dopo aver ascoltato la conversazione con il professore, e udito quel tono involontario di protezione col quale il fratello gli chiedeva delle faccende amministrative (il fondo materno era indiviso e Levin si occupava di entrambe le parti), Levin sentì che c'era qualcosa che gli impediva di parlare al fratello della sua decisione di sposarsi. Sentiva che il fratello non avrebbe visto la cosa così come egli avrebbe voluto.

- Ebbene, come va da voi il consiglio distrettuale? - domandò Sergej Ivanovic che si interessava molto dell'istituzione del consiglio cui attribuiva grande importanza.

- Ma, davvero, non so...

- Ma come? Ma tu non sei membro del consiglio distrettuale?

- No, non lo sono più; me ne sono uscito e non vado più alle riunioni.

- Peccato! - esclamò Sergej Ivanovic, accigliandosi.

Levin prese a dire a sua discolpa quello che si faceva nelle riunioni del distretto.

- Ecco, sempre così - lo interruppe Sergej Ivanovic. - Noi russi siamo fatti così. Forse è anche una nostra buona qualità... la facoltà di vedere sempre i nostri difetti; ma noi esageriamo, e ci consoliamo con l'ironia che abbiamo sempre pronta sulle labbra. Io ti dico solo questo: metti in mano a un altro popolo d'Europa un'istituzione come il nostro consiglio... i tedeschi e gli inglesi ne caverebbero la libertà; noi invece, ci ridiamo su.

- Ma che fare? - disse Levin mortificato. - Era il mio ultimo esperimento e l'ho fatto con tutta l'anima. Non posso. Non sono adatto.

- Non è che non sei adatto - disse Sergej Ivanovic - tu non guardi la cosa così come va guardata.

- Forse - disse Levin scoraggiato.

- Sai, Nikolaj è di nuovo qui.

Il fratello Nikolaj, germano e maggiore di Konstantin Levin e fratello per parte di madre di Sergej Ivanovic, era un uomo rovinato che aveva sperperato la maggior parte del suo patrimonio, frequentava l'ambiente più strano e più guasto, ed era in lite coi fratelli.

- Cosa dici? - gridò Levin. - Come lo sai?

- Prokofij l'ha visto per istrada.

- Qui, a Mosca? e dov'è? lo sai? - Levin s'alzò dalla sedia, come se volesse andar via subito.

- Mi dispiace d'averti detto questo - disse Sergej Ivanovic, scrollando il capo all'agitazione del fratello minore. - Ho cercato di sapere dove vive e gli ho mandato la sua cambiale intestata a Trubin che ho pagato io. Ecco quello che mi ha risposto.

E Sergej Ivanovic prese un biglietto di sotto a un fermacarte e lo porse al fratello.

Levin lesse quello che vi era stato tracciato con una scrittura strana, a lui familiare: "Chiedo umilmente di essere lasciato in pace. Questa è l'unica cosa che pretendo dai miei cari fratelli. Nikolaj Levin".

Levin lesse e, senza alzar la testa, rimase in piedi davanti a Sergej Ivanovic col biglietto in mano.

Nell'animo suo lottavano in quel momento il desiderio di ignorare il fratello disgraziato e la coscienza che ciò sarebbe stato male.

- È evidente che vuole offendermi - continuò Sergej Ivanovic. - Ma non può offendermi; e io vorrei aiutarlo con tutta l'anima, ma so che non è possibile.

- Eh, sì - ripeté Levin. - Capisco e apprezzo il tuo atteggiamento verso di lui; ma io andrò da lui.

- Se ne hai voglia, vacci, ma non te lo consiglio - disse Sergej Ivanovic. - Non già per me, non temo certo che egli ti metta in urto con me; ma è per te, che ti consiglio di non andare. Aiutarlo non si può. Comunque fa' come vuoi.

- È probabile che non si possa neanche aiutarlo, ma io sento... proprio in questo particolare momento... già, ma questa è un'altra cosa... Insomma, sento che non posso restarmene tranquillo.

- Io questo non lo capisco - disse Sergej Ivanovic. - Una cosa capisco invece - aggiunse - che questa è una lezione di umiltà. Da che nostro fratello Nikolaj è diventato quello che è, io ho preso a considerare in modo diverso e con maggiore indulgenza ciò che si chiama abiezione... Lo sai cosa ha fatto...

- Ah, tremendo, tremendo! - ripeté Levin.

Dopo aver avuto dal domestico di Sergej Ivanovic l'indirizzo del fratello, Levin avrebbe voluto andare immediatamente da lui; ma, riflettendo, aveva deciso di rinviare la visita alla sera. Prima di tutto, per avere serenità di spirito, doveva decidere la faccenda per la quale era venuto a Mosca. Così dalla casa del fratellastro, Levin era passato all'ufficio di Oblonskij e, informatosi degli (cerbackij, era andato dove gli era stato detto che avrebbe potuto trovare Kitty.

IX

Alle quattro precise, col cuore che gli batteva, Levin scese dalla vettura al giardino zoologico e si incamminò per un viottolo verso le montagne di ghiaccio e verso il campo di pattinaggio dove era sicuro di trovare lei, perché all'ingresso aveva visto la carrozza degli (cerbackij.

La giornata era chiara, gelida. All'ingresso c'erano file e file di carrozze, slitte, vetturini e gendarmi. Una folla ben vestita, coi cappelli che luccicavano al sole forte, brulicava all'ingresso e per i viali ben spazzati, fra le casette russe dalle travi scolpite, mentre le vecchie betulle frondose del giardino, con tutti i rami curvi per la neve, sembravano adorne di nuove pianete di gala.

Levin andava per un viottolo verso il campo di pattinaggio, e diceva a se stesso: "Non bisogna agitarsi... bisogna star tranquilli. Perché? Come mai? Taci, sciocco" diceva rivolto al cuore. Ma quanto più cercava di calmarsi, tanto più gli si mozzava il respiro. Un amico lo incontrò e lo chiamò, ma Levin non riconobbe chi era. Si accostò alle montagne di ghiaccio sulle quali stridevano le catene delle piccole slitte rotolanti e risonavano voci allegre. Fece ancora alcuni passi, e davanti a lui si aprì il campo di pattinaggio e, subito, in mezzo a tutti quelli che pattinavano riconobbe lei.

Riconobbe che era là per la gioia e l'ansia che gli afferrarono il cuore. Lei stava in piedi, parlando con una signora, all'estremo opposto del campo. Non c'era nulla di particolare, almeno così sembrava, nell'abito suo e nella sua posa; ma per Levin era così facile riconoscere lei tra tanta gente, così come una pianta di rose fra le ortiche. Tutto prendeva luce da lei: era lei il sorriso che illuminava tutto, d'ogni intorno. "Ma potrò davvero scendere là sul ghiaccio, accostarmi?" pensò. Il luogo dove lei era gli sembrò un impenetrabile luogo sacro, e per un attimo fu sul punto di andarsene, tanta agitazione lo aveva preso. Dovette fare uno sforzo su se stesso e considerare che accanto a lei camminava gente di ogni specie e che anche lui poteva andare là a pattinare. Scese, evitando di guardarla a lungo, come si fa col sole, ma vedeva lei, come si vede il sole, anche senza guardare.

In quel giorno della settimana e a quell'ora si riunivano sul ghiaccio persone di uno stesso gruppo che si conoscevano fra di loro. C'erano i campioni del pattinaggio, che si esibivano con arte, e c'erano quelli che imparavano reggendosi alle sedie, con movimenti timidi e impacciati, e c'erano ragazzi e persone anziane che pattinavano per ragioni igieniche: tutti parvero a Levin persone elette e felici perché erano là, vicino a lei. I pattinatori, invece, sembravano sorpassarla con assoluta indifferenza, raggiungerla, parlare persino e divertirsi in modo del tutto indipendente da lei, profittando del ghiaccio ottimo e del buon tempo.

Nikolaj (cerbackij, cugino di Kitty, in giacchetta corta e pantaloni stretti, sedeva su di una panchina, coi pattini ai piedi e, visto Levin, gli gridò:

- Olà, il primo pattinatore di Russia! Da quanto tempo siete qui? Ottimo ghiaccio, mettetevi i pattini.

- Non li ho neppure - rispose Levin, sorpreso di quell'ardire e di quella disinvoltura alla presenza di lei, che egli, anche senza guardare, non perdeva mai di vista. Sentiva che il sole si avvicinava. Ella era in un canto e, strette ad angolo ottuso le gambe sottili negli stivaletti, visibilmente incerta, gli pattinò incontro. Un ragazzo in costume russo, che gesticolava in maniera disperata e si piegava verso terra, la sorpassò. Ella non pattinava ancora del tutto sicura; e, cacciate le mani fuori del piccolo manicotto, sospeso a un cordone, le teneva pronte; guardando Levin che aveva riconosciuto, sorrideva a lui e alla propria timidezza. Superata la curva, si dette una leggera spinta con la gamba agile e pattinò diritta verso (cerbackij; afferratasi a lui con la mano, fece, sorridendo, un cenno col capo a Levin. Era più bella di quanto non immaginasse.

Quando Levin la pensava poteva rappresentarsi al vivo tutta lei, e in particolare l'incanto di quella testina bionda dall'espressione infantile, limpida e buona, così graziosamente posata sulle spalle ben fatte di fanciulla. L'infantile espressione del viso congiunta alla bellezza sottile della figura formavano il suo incanto particolare, che egli aveva ben presente; ma quello che in lei lo colpiva sempre come cosa inattesa, era l'espressione degli occhi miti, tranquilli e schietti, e quel sorriso che trasportava Levin in un mondo magico nel quale si sentiva intenerito e placato, così come ricordava di essere stato nei pochi giorni felici della sua prima infanzia.

- Da molto qui? - disse lei, dandogli la mano. - Grazie - aggiunse quando egli raccattò il fazzoletto cadutole dal manicotto.

- Io? io, da poco, ieri... quest'oggi, cioè... sono arrivato - rispose Levin non avendo capito subito la domanda per l'agitazione. - Volevo venire da voi - aggiunse, ma, ricordatosi subito con quale intenzione la cercava, si turbò e arrossì. - Non sapevo che pattinaste, ed anche bene.

Lei lo guardò con attenzione come se desiderasse capire la causa di quel turbamento.

- Bisogna tenerla in conto la vostra lode. Qui corre voce che siate il miglior pattinatore - disse lei, scotendo con la piccola mano inguantata gli aghi di brina che si erano posati sul manicotto.

- Già, una volta pattinavo con passione; volevo raggiungere la perfezione.

- Voi fate tutto con passione, a quanto pare - disse lei sorridendo. - Ho tanta voglia di vedere come pattinate. Mettetevi i pattini e andiamo a pattinare insieme.

"Pattinare insieme? È mai possibile?" pensò Levin guardandola.

- Me li infilo subito - disse.

E andò a mettersi i pattini.

- Da un pezzo non vi si vedeva, signore - disse l'uomo dei pattini alzandogli un piede e avvitando il tacco.- Dopo di voi, di signori, non ce n'è stato più nessuno in gamba. Va bene così? - diceva, stringendo le cinghie.

- Bene, bene, presto per favore - rispondeva Levin, trattenendo a stento il sorriso di felicità che gli appariva involontariamente sul viso. "Sì: ecco la vita - pensò - ecco la felicità. Insieme, ha detto lei, andiamo a pattinare insieme. Dirglielo ora? Ma, ecco perché ho paura di parlare, perché sono felice, felice sia pure di speranza... E allora? Ma si deve, si deve! Bando alla paura!".

Levin si alzò, si tolse il soprabito e, correndo sul ghiaccio non levigato intorno al casotto, si lanciò di corsa sulla superficie liscia e pattinò senza sforzo, rallentando e dirigendo la corsa, come spinto solo dalla propria volontà. Le si accostò timido, ma di nuovo il sorriso di lei lo placò e rasserenò.

Gli dette la mano e si avviarono insieme aumentando l'andatura, e quanto più questa diveniva veloce tanto più forte ella stringeva la mano di lui.

- Con voi avrei imparato più presto; non so perché, mi sento sicura con voi - gli disse.

- Ed anch'io mi sento sicuro quando voi vi appoggiate a me - disse lui; ma spaventato di quello che aveva detto, arrossì. E infatti, appena pronunziate quelle parole, fu come se il sole si fosse nascosto dietro le nuvole: il viso di lei perse la sua tenerezza, e Levin riconobbe il giuoco a lui noto del viso che rivelava lo sforzo del pensiero: sulla fronte spianata era apparsa una piccola ruga.

- C'è qualcosa che vi spiace? Ma già io non ho il diritto di chiedere - aggiunse in fretta.

- E perché no? No, non c'è nulla che mi spiaccia - rispose, fredda, lei, e aggiunse subito: - Non avete visto m.lle Linon?

- Non ancora.

- Andate da lei, vi vuole tanto bene.

"Cos'è questo? L'ho contrariata. Signore, aiutami!" pensò Levin e corse verso la vecchia francese dai riccioli grigi, seduta sulla panchina. Costei l'accolse come un vecchio amico, mostrando nel sorriso i suoi denti finti.

- Ecco, si cresce, non è vero? - gli disse indicando con gli occhi Kitty - e noi si invecchia. Tiny bear è già grande! - continuò la francese ridendo e ricordando lo scherzo sulle tre signorine ch'egli chiamava col nome dei tre orsacchiotti della fiaba inglese. - Ricordate, voi la chiamavate così?

Egli non ricordava proprio nulla, ma lei rideva e si compiaceva di questo scherzo da più di dieci anni.

- Su, su andate a pattinare. La nostra Kitty ha cominciato a pattinare bene, non è vero?

Quando Levin corse di nuovo verso Kitty, il viso di lei non era più severo, gli occhi guardavano sinceri e dolci, eppure a Levin parve che nella sua dolcezza ci fosse una particolare intonazione di calma voluta. E gliene venne tristezza. Dopo aver parlato un po' della vecchia governante, delle sue originalità, ella gli chiese della sua vita.

- Non vi vien noia d'inverno, in campagna? - disse.

- No, niente noia, sono tanto occupato - disse lui sentendo d'essere soggiogato da quel tono calmo al quale non avrebbe avuto la forza di sottrarsi, proprio così com'era successo al principio dell'inverno.

- Siete venuto per molto tempo? - gli chiese Kitty.

- Non lo so - rispose lui, senza pensare a quel che diceva. Gli era venuto in mente il pensiero che se si fosse avvezzato a quel tranquillo tono di amicizia, sarebbe di nuovo partito senza aver risolto nulla, e decise di opporvisi.

- Come, non lo sapete?

- Non so, dipende da voi - disse, ed ebbe subito paura delle proprie parole.

O ch'ella non avesse sentito quelle parole, o che non avesse voluto sentirle, certo sembrò inciampicare, batté due volte col piedino a terra e pattinò in fretta via da lui. Si avvicinò pattinando a m.lle Linon, le disse qualcosa e si diresse verso il casotto dove le signore toglievano i pattini.

"Dio mio, che ho fatto! Signore Iddio! Aiutami, guidami tu!" diceva Levin pregando e, sentendo nello stesso tempo un bisogno di moto violento, prendeva la rincorsa e disegnava giri esterni e interni.

In quel momento uno dei giovani, il più abile dei nuovi pattinatori, con la sigaretta in bocca, uscì dal caffè sui pattini e, presa la rincorsa, si slanciò giù per gli scalini, strepitando e saltellando. Era volato giù, e, senza cambiar neppure la libera posizione delle braccia, aveva ripreso a pattinar sul ghiaccio.

- Ah, ecco un esercizio nuovo - disse Levin, e corse subito a tentarlo.

- Volete ammazzarvi! Ci vuol allenamento! - gli gridò Nikolaj (cerbackij.

Levin salì i gradini, prese la rincorsa quanto più poté dall'alto e si lanciò giù, mantenendosi in equilibrio con le braccia nel movimento insolito. Sull'ultimo scalino inciampò, ma, sfiorato appena il ghiaccio con la mano, fece un movimento brusco, si raddrizzò e, ridendo e pattinando, volò via.

"Bravo, simpatico - pensò Kitty, uscendo in quel momento dal casotto con m.lle Linon e guardandolo con un sereno sorriso carezzevole, come un fratello al quale si vuol bene. - Possibile che io sia colpevole, possibile che abbia fatto qualcosa di male? Dicono: civetteria. Lo so che non amo lui, ma intanto con lui ci sto volentieri e lui è così bravo. Ma perché ha detto quella cosa?..." pensava.

Nel veder Kitty che andava via e la madre che la raggiungeva sulle scale, Levin, tutto rosso ancora per il movimento brusco che aveva fatto, si fermò a riflettere. Si tolse i pattini e raggiunse all'uscita madre e figlia.

- Molto lieta di vedervi - disse la principessa. - Il giovedì, come sempre, riceviamo.

- Allora, oggi?

- Saremo molto lieti di vedervi - rispose asciutta la principessa.

Questo tono secco amareggiò Kitty, ed ella non poté trattenersi dall'attenuare la freddezza della madre. Girò la testa e con un sorriso disse:

- A rivederci.

In quel momento Stepan Arkad'ic, col cappello di traverso, il viso e gli occhi luccicanti, entrava nel giardino come un trionfatore. Ma, avvicinatosi alla suocera, rispose con viso contrito e confuso alle domande di lei sulla salute di Dolly. Dopo aver parlato a voce bassa e sommessa con la suocera, raddrizzò il torace e prese Levin sottobraccio.

- E allora, andiamo? - chiese. - Non ho fatto che pensare a te e sono molto contento che tu sia venuto - disse, guardandolo negli occhi con aria significativa.

- Andiamo, andiamo - rispose felice Levin che non cessava di ascoltare il tono della voce che aveva detto "a rivederci" e di vedere il sorriso col quale le parole erano state dette.

- All'"Inghilterra" o all'"Ermitage"?

- Per me è lo stesso.

- Su, all'"Inghilterra" - disse Stepan Arkad'ic e scelse l'"Inghilterra" perché all'"Inghilterra" aveva un debito più grosso che non all'"Ermitage", e riteneva suo dovere farsi vedere in quel ristorante. - Hai una vettura? Benissimo, perché ho rimandato indietro la mia.

Per tutta la strada gli amici tacquero. Levin pensava cosa potesse significare quel mutamento di espressione nel viso di Kitty, e ora rassicurava se stesso col dirsi che una speranza c'era, ora si abbandonava alla disperazione sembrandogli chiaro che la sua speranza fosse completamente insensata; intanto si sentiva tutto un altro uomo, non più simile a quello che era stato fino al sorriso di lei e fino alle parole "a rivederci".

Stepan Arkad'ic durante il percorso componeva la lista del pranzo.

- Ti piace il rombo? - disse a Levin quando furono giunti.

- Che cosa? - domandò Levin. - Il rombo? Ah, sì, mi piace straordinariamente il rombo.

X

Quando Levin entrò nel locale con Oblonskij, non poté fare a meno di notare una certa particolare espressione, come una vivacità contenuta nel viso e nella figura tutta di Stepan Arkad'ic. Oblonskij si tolse il cappotto e, col cappello calato da un lato, passò nella sala da pranzo, dando gli ordini ai tartari che gli si erano messi dietro, in frac e col tovagliolo sul braccio. Salutando a destra e a sinistra gli amici che si trovavano là e che lo salutavano dovunque con gioia, si avvicinò al banco, prese come antipasto vodka e pesce salato e disse qualcosa alla francese che sedeva alla cassa tutta pitturata e ricoperta di nastri, pizzi e ghirigori, in modo che anche questa si mise a ridere schiettamente. Levin non bevve la vodka solo perché gli dava fastidio quella francese che sembrava fatta di capelli finti, poudre de riz e vinaigre de toilette. Si allontanò in fretta da lei come da un luogo sudicio. L'animo suo era tutto pieno del ricordo di Kitty e nei suoi occhi splendeva un sorriso di trionfo e di felicità.

- Di qua, eccellenza, prego, qua nessuno disturberà vostra eccellenza - diceva un vecchio tartaro biancastro, che più degli altri gli si era appiccicato, con un vasto ventre che sporgeva tra le falde del frac aperte. - Prego, eccellenza, - diceva a Levin, mostrando di occuparsi, in segno di deferenza verso Stepan Arkad'ic, anche dell'ospite.

Dopo aver steso, in un batter d'occhio, una tovaglia di bucato su di un tavolo tondo già ricoperto di un'altra tovaglia, proprio sotto a un doppiere di bronzo, accostò le sedie di velluto e si piantò davanti a Stepan Arkad'ic col tovagliolo e la lista in mano, aspettando ordini.

- Se vostra eccellenza ordina un salottino separato, subito se ne farà uno libero: il principe Golycin con una signora. Sono arrivate le ostriche fresche.

- Ah, le ostriche!

Stepan Arkad'ic si mise a pensare.

- Dobbiamo cambiare piano, Levin? - disse fermando un dito sulla carta. Il suo viso esprimeva seria perplessità. - Son buone le ostriche? Bada, ve'!

- Di Flensburg, eccellenza, non di Ostenda.

- Flensburg o non Flensburg, sono poi fresche?

- Le abbiamo avute ieri, eccellenza.

- E va bene, non potremmo forse incominciare dalle ostriche e poi cambiare tutto il piano? Eh?

- Per me è lo stesso. Per me meglio di tutto... zuppa di cavoli e polenta. Ma qui non c'è di questa roba.

- Ka(a a la rjùss? desidera il signore? - disse il tartaro chinandosi su Levin come una balia sul bambino.

- No, scherzi a parte, per me va bene quello che sceglierai tu. Ho pattinato un po' e ora ho voglia di mangiare. E non credere - aggiunse notando sul viso di Oblonskij un'aria di disappunto - che non apprezzi la tua scelta. Mangerò e con gusto.

- Altro che! Di' quello che vuoi, ma questo è uno dei piaceri della vita - disse Stepan Arkad'ic. - Su, allora, amico mio, dacci due dozzine, ma forse è poco, tre dozzine di ostriche, una minestra di radiche...

- Prentanjèr - riprese il tartaro. Ma Stepan Arkad'ic evidentemente non voleva concedergli la soddisfazione di chiamare le pietanze in francese.

- Di radiche, sai. Poi del rombo con una salsa densa, poi del rosbif: ma guarda che sia buono. Un cappone, e che so, via, della macedonia di frutta.

Il tartaro, ricordatosi che Stepan Arkad'ic aveva l'abitudine di non nominare mai le portate in francese, non gli tenne dietro a ripetere, ma si concesse infine la soddisfazione di elencare tutta l'ordinazione secondo la carte: "Sup prentanjèr, tjurbò sos Bomar(é, pulàrd alestrag(n, maseduàn de frjuì"; - e subito, come una molla, riposta la lista rilegata e presane un'altra, quella dei vini, la sottopose a Stepan Arkad'ic.

- E cosa berremo?

- Per me quello che vuoi tu; pur che non sia molto... Dello champagne.

- Come? In principio? Ma sì, hai ragione. Ti piace quello di marca bianca?

- Ka(é blan - riprese il tartaro.

- Su, via, dacci marca bianca sulle ostriche, e poi vedremo.

- Sissignore. E quale vino da pasto?

- Del nuits; ma no, allora è meglio il classico chablis.

- Sissignore, il solito formaggio?

- Ma sì; del parmigiano. O te ne piace un altro?

- No, per me è lo stesso - disse Levin trattenendo a stento un sorriso.

E il tartaro con le falde svolazzanti, corse via e dopo cinque minuti entrò volando con un vassoio di ostriche aperte sui gusci di madreperla e una bottiglia fra le dita.

Stepan Arkad'ic spiegazzò il tovagliolo inamidato, se lo ficcò nel panciotto e, posate tranquillamente le braccia sulla tavola, prese a occuparsi delle ostriche.

- Non sono cattive - diceva, strappando con la forchetta d'argento le ostriche in guazzo dal guscio di madreperla e inghiottendone una dietro l'altra.

- Non sono cattive - ripeteva, alzando gli occhi umidi e lustri ora su Levi, ora sul tartaro.

Levin mangiava anche lui le ostriche, sebbene il pane bianco col formaggio gli piacesse di più. Ma si beava a guardare Oblonskij. Perfino il tartaro che aveva stappato lo champagne e lo versava nelle larghe coppe sottili guardava Stepan Arkad'ic con un evidente sorriso di compiacimento, aggiustandosi la cravatta bianca.

- Ma non ti piacciono le ostriche? - disse Stepan Arkad'ic vuotando la coppa - o forse sei preoccupato? Eh?

Voleva che Levin stesse di buon umore. Non che Levin non fosse di buon umore, ma era piuttosto impacciato. Con quello che aveva nell'animo provava sgomento e disagio in quel ristorante, in mezzo a salottini riservati dove si pranzava con donne, fra un andirivieni di gente e in mezzo a tutta quella mostra, a quello sfoggio di bronzi, specchi, becchi a gas e tartari. Tutto questo lo offendeva. Aveva paura di contaminare quel che gli riempiva l'anima.

- Io? Sì, sono preoccupato; ma poi tutto questo mi dà soggezione - disse. - Tu non puoi immaginare come per me, abitante della campagna, tutto questo sia strano, così come le unghie di quel signore che ho visto da te...

- Già, ho visto che le unghie del povero Grinevic ti interessavano molto - disse, ridendo, Stepan Arkad'ic.

- Non riesco a capire - rispose Levin. - Ma tu cerca di metterti nei panni miei, mettiti dal punto di vista dell'abitante di campagna. Noi in campagna cerchiamo di avere le mani fatte in modo che sia comodo lavorarci, perciò le unghie le tagliamo, e qualche volta ci rimbocchiamo le maniche. E qui invece c'è chi lascia crescere le unghie finché reggono e si aggancia ai polsi bottoni che paion piattini, in modo da non poter far più nulla con le mani.

Stepan Arkad'ic sorrideva allegro.

- Eh, già. Questo vuol dire che per lui il lavoro manuale non è più necessario. È il cervello che lavora...

- Sarà. Ma per me ciò è strano; così come, per me, è strano che, mentre noi abitanti di campagna cerchiamo di saziarci al più presto per metterci in condizione di compiere il nostro lavoro, noi due, in questo momento, stiamo facendo di tutto per non saziarci; e per questo mangiamo le ostriche...

- Su via, ma s'intende - riprese Stepan Arkad'ic. - Ma è proprio in questo lo scopo dell'evoluzione: nel fare di tutto un godimento.

- Se questo è lo scopo, aspirerei a essere un selvaggio.

- Sei un selvaggio anche così. Voi Levin siete tutti selvaggi.

Levin sospirò. Si ricordò del fratello Nikolaj, provò vergogna e pena e si accigliò, ma Oblonskij prese a parlare di un argomento che lo distrasse subito.

- E allora, ci vai stasera dai nostri, dagli (cerbackij? - disse, allontanando i gusci vuoti e scabri, avvicinando a sé il formaggio e ammiccando significativamente con gli occhi.

- Sì, ci vado senz'altro - rispose Levin. - Benché sia convinto che la principessa mi abbia invitato controvoglia.

- Ma che dici! Sciocchezze! È il suo modo di fare... Su, via, amico, dacci la minestra!... È il suo modo di fare, grande dame - disse Stepan Arkad'ic. - Anch'io verrò ma prima devo andare alla prova di canto della contessa Bonina. Eh già, come si fa a dire che non sei un selvaggio? Come spiegare che sul più bello sei scomparso da Mosca? Gli (cerbackij mi chiedevano di te continuamente, come se io dovessi sapere. E io so una sola cosa: che fai sempre quello che nessuno fa.

- Già - disse Levin lentamente e con emozione. - Tu hai ragione, sono un selvaggio. Ma questa mia selvatichezza non consiste nel fatto che me ne sono andato, ma che son venuto. Ora io son venuto...

- Oh che uomo felice! - esclamò Stepan Arkad'ic guardando Levin negli occhi.

- E perché?

- "Conosco i cavalli ardenti da certi loro segni; conosco i giovani innamorati dagli occhi" - declamò Stepan Arkad'ic. - Tu hai tutto l'avvenire davanti a te.

- E che forse tu hai già tutto nel passato?

- No, non avrò solo il passato, ma tu hai l'avvenire, mentre io ho il presente, e anche quello a sbalzi.

- Ma che c'è?

- Non va bene, non va bene. Ma io di me non voglio parlare, e poi, dopo tutto, non si può neanche spiegare - disse Stepan Arkad'ic. - Ma tu perché mai sei venuto a Mosca?... Ehi, piglia su! - gridò al tartaro.

- Non l'indovini? - rispose Levin senza staccare da Stepan Arkad'ic i suoi occhi luminosi.

- L'indovino, ma non posso cominciare io a parlarne. Già da questo puoi vedere se colgo o no nel segno - disse Stepan Arkad'ic, guardando Levin con un sorriso sottile.

- E allora che ne dici? - disse Levin con voce tremante e sentendo vibrare tutti i muscoli del viso. - Come la vedi tu la cosa?

Stepan Arkad'ic bevve lentamente il suo bicchiere di chablis, senza staccare gli occhi da Levin.

- Io? - disse Stepan Arkad'ic - io non desidero niente più di questo. È la cosa migliore che possa accadere.

- Ma tu non ti sbagli? Sai bene di che parliamo? - ripeté Levin, ficcando gli occhi nel suo interlocutore. - Credi che sia possibile?

- Credo che sia possibile. E perché mai impossibile?

- Ma pensi proprio che sia possibile? No, dimmi tutto quello che pensi! E se mi aspetta un rifiuto? E io anzi ne sono certo...

- Perché pensi questo? - disse Stepan Arkad'ic sorridendo a quell'agitazione.

- A volte così mi sembra. Certo questo sarebbe terribile per me e per lei.

- Be', veramente, in ogni caso, per una ragazza non c'è nulla di terribile. Ogni ragazza è lusingata di essere chiesta in matrimonio.

- Già, ogni ragazza, ma non lei.

Stepan Arkad'ic sorrise. Conosceva bene il sentimento di Levin; sapeva che per lui tutte le ragazze del mondo si dividevano in due categorie: nella prima c'erano tutte le ragazze di questo mondo tranne lei, e queste ragazze avevano tutte le debolezze umane ed erano esseri molto comuni; nella seconda, c'era lei sola e non aveva nessuna debolezza, ed era superiore ad ogni cosa umana.

- Aspetta, prendi la salsa - disse trattenendo il braccio di Levin che allontanava da sé la salsa.

Levin si servì docilmente, ma non permise a Stepan Arkad'ic di mangiare.

- No, aspetta, aspetta - diceva. - Tu devi capire che questo per me è questione di vita o di morte. Io non ne ho mai parlato con nessuno. E con nessun altro posso parlare di questo se non con te. Perché, ecco, io e te siamo estranei l'uno all'altro: gusti diversi, opinioni, tutto. Ma io so che tu mi vuoi bene e mi capisci e per questo ti voglio un gran bene. Ma in nome di Dio sii sincero con me.

- Io ti dico quello che penso - disse Stepan Arkad'ic, sorridendo. - Ma io ti dirò di più: mia moglie, una donna straordinaria... - Stepan Arkad'ic sospirò, ricordando i suoi rapporti con la moglie, e, sostando un attimo, continuò: - ha il dono dell'introspezione. Vede da una parte all'altra; ma questo è poco, sa quello che accadrà, specie in materia di matrimoni. Per esempio, ha predetto che la (achovskaja avrebbe sposato Brentel'n. Nessuno ci voleva credere, ed è stato così. Ebbene, lei è dalla parte tua.

- Come?

- Così: non solo ti vuol bene, ma dice che Kitty sarà certamente tua moglie.

A queste parole il viso di Levin s'illuminò d'un tratto di quel sorriso ch'è vicino alle lacrime della commozione.

- Lei dice questo! - gridò Levin. - Ho sempre detto che tua moglie è un tesoro! E ora basta, basta, non ne parliamo più! - disse, alzandosi.

- Sì, va bene, mettiti a sedere.

Levin non poteva stare seduto. Andò su e giù due volte con passo deciso per la stanza che sembrava una piccola gabbia. Sbatté le palpebre per non mostrare le lacrime e solo allora sedette di nuovo a tavola.

- Tu comprendi - disse - che questo non è un innamoramento. Sono stato innamorato ma non è questo. Questo non è un sentimento mio, ma è una forza esterna che si è impossessata di me. Ero andato via perché avevo concluso che ciò non poteva essere, cioè, intendimi, come una felicità che non poteva esistere sulla terra; ma ho lottato con me stesso e ora vedo che senza di questo non c'è vita. E bisogna dunque decidere...

- E per questo sei andato via?

- Ah, lascia stare! Quanti pensieri! Quante cose ti devo chiedere! Ascolta. Tu già non puoi immaginare che cosa hai fatto ora per me nel dirmi ciò. Sono così felice da diventare quasi disgustoso; ho dimenticato tutto. Ho saputo oggi che mio fratello Nikolaj... Anche di lui mi sono scordato. Mi sembra che anche lui debba essere felice. Questa è una specie di pazzia. Ma c'è una cosa che è terribile... Ecco, tu ti sei sposato, tu certamente lo conosci questo sentimento... Ed è terribile questo, che noi... non più giovani, già con un passato... non di amore, ma di peccato... ci avviciniamo a un tratto a un essere puro, ignaro. È ripugnante, e non si può non sentirsene indegni.

- Su, via, tu di peccati ne hai pochi.

- Eppure, eppure - disse Levin - "considerando con disgusto la mia vita, fremo e maledico e amaramente mi dolgo". Proprio così.

- Che fare? Così è fatto il mondo - disse Stepan Arkad'ic.

- L'unica mia consolazione è in quella preghiera che ho sempre amata: "Non secondo i miei meriti, ma secondo la tua misericordia, perdonami". Soltanto così anche lei può perdonare.

XI

Levin bevve la sua coppa e i due rimasero in silenzio.

- Una cosa nuova devo dirti. Conosci Vronskij? - chiese Stepan Arkad'ic a Levin.

- No, non lo conosco. Perché me lo chiedi?

- Versane un'altra - disse Stepan Arkad'ic al tartaro che aveva cessato di riempire le coppe e che gironzolava intorno a loro proprio quando non era necessario.

- Perché dovrei conoscere Vronskij?

- Dovresti conoscere Vronskij perché è uno dei tuoi rivali.

- E che tipo è questo Vronskij? - chiese Levin e il viso suo tramutò l'espressione d'infantile entusiasmo che proprio allora aveva incantato Oblonskij in un'espressione torva e spiacevole.

- Vronskij è uno dei figli del conte Kirill Ivanovic Vronskij ed è uno dei più bei campioni della gioventù dorata di Pietroburgo. L'ho conosciuto a Tver' quando prestavo servizio là e lui ci veniva per l'arruolamento delle reclute. Ricco sfondato, bello, grandi relazioni, aiutante di campo dello zar e, nello stesso tempo, molto simpatico, un buon ragazzo. Ma oltre che un buon ragazzo, come ho potuto poi conoscerlo qui, è anche colto e intelligente; un giovane che si farà strada.

Levin si faceva scuro in viso e taceva.

- Dunque costui è comparso qua dopo di te e, a quanto mi pare di aver capito, è innamorato pazzo di Kitty, e tu capirai che la madre...

- Scusami, ma non capisco nulla - disse Levin cupo e accigliato. E subito si ricordò di suo fratello Nikolaj e come fosse stato perfido l'averlo dimenticato.

- Aspetta, aspetta - disse Stepan Arkad'ic, sorridendogli e toccandogli il braccio. - Io ti ho detto quello che so, e ti ripeto che per quanto si possa indovinare in cose tanto sottili e delicate, mi sembra che le probabilità siano dalla parte tua.

Levin si abbandonò all'indietro sulla sedia; il suo viso era pallido.

- Ma io ti consiglio di decidere la questione al più presto - continuò Oblonskij, riempiendogli la coppa.

- No, grazie, non posso bere più - disse Levin, allontanando la coppa. - Mi ubriacherei... E tu, come te la passi? - continuò, volendo cambiare discorso.

- Ancora una parola: in ogni caso ti consiglio di risolvere la cosa al più presto. Non ti consiglio di parlare oggi - disse Stepan Arkad'ic. - Va' domattina a far la tua domanda secondo l'uso classico, e che Dio ti benedica...

- Be', non dicevi sempre di voler venire a caccia da me? Ecco, vieni a primavera - disse Levin.

Ora egli si pentiva con tutta l'anima di aver cominciato quel discorso con Stepan Arkad'ic. Il sentimento tutto suo era contaminato dal discorso su quel tale ufficiale di Pietroburgo suo rivale e dalle supposizioni e dai consigli di Stepan Arkad'ic.

Stepan Arkad'ic sorrideva. Capiva quel che avveniva nell'animo di Levin.

- Verrò un giorno o l'altro - disse.

- Eh, già, amico mio, le donne... ecco l'elica intorno alla quale tutto gira. Ecco, anche le mie cose vanno male. E tutto per colpa delle donne. Dimmi tu sinceramente - continuò - dopo aver tirato fuori un sigaro e tenendo la coppa con una mano - dammi un consiglio.

- A che proposito?

- Ecco qua. Mettiamo che tu sia ammogliato, che ami tua moglie, ma che tu abbia perso la testa per un'altra donna.

- Scusa, ma io questo non lo capisco; come se, ecco, proprio così, io ora, dopo essermi saziato, passando accanto a quel negozio di ciambelle ne rubassi una.

Gli occhi di Stepan Arkad'ic brillavano più del solito.

- E perché? La ciambella a volte è così profumata che non puoi resistere.

Himmlisch ist's wenn ich bezwungen

Meine irdische Begier;

Aber noch wenn's nicht gelungen,

Hatt'ich auch recht hubsch Plaisir!

Dicendo questo Stepan Arkad'ic sorrideva finemente. Anche Levin non poté non sorridere.

- Sì, ma scherzi a parte - continuò Oblonskij - immagina una donna graziosa, un essere mite, affettuoso, povero, solo che abbia sacrificato ogni cosa. Ora, quando tutto è già avvenuto... tu m'intendi, si può forse buttarla via? Ammettiamo pure: troncare per non distruggere la propria vita familiare; ma non si può forse avere pena di lei, provvedere, mitigare?

- Eh, già, scusami. Tu sai, per me le donne si dividono in due categorie... cioè, no, più esattamente: vi sono le donne e vi sono... Io di magnifiche creature cadute non ne ho viste e non ne vedrò mai, e le donne come quella francese lì al banco, coi ricci, quelle per me sono vermi, e tutte quelle cadute sono tali.

- E quella del Vangelo?

- Ah, lascia stare! Cristo non avrebbe mai detto quelle parole, se avesse preveduto quanto se ne sarebbe abusato. Di tutto il Vangelo non si ricordano che quelle parole. Del resto io non dico ciò che penso, ma ciò che sento. Ho avversione per le donne cadute. Tu hai paura dei ragni e io di quei vermi. E tu certamente non hai studiato i ragni e non conosci le loro abitudini: e neanche io.

- Va bene a parlare così, per te: mi sembri quel tal signore del Dickens che gettava con la mano sinistra dietro la spalla destra tutte le questioni spinose. Ma la negazione di un fatto non ne è la soluzione. Che fare mai, dimmi, che fare? Tua moglie invecchia e tu sei pieno di vita. Non fai in tempo a girarti che già senti di non potere più amare di amore tua moglie, per quanto la stimi. E qui a un tratto ti capita l'amore e sei perduto, sei perduto! - esclamò con sommessa disperazione Stepan Arkad'ic.

Levin sorrise.

- Già, e sei perduto - continuò Oblonskij. - Ma che fare?

- Non rubare le ciambelle.

Stepan Arkad'ic scoppiò a ridere.

- Oh, il moralista! Ma tu devi capire che qui ci sono due donne: una insiste solo sui suoi diritti, e questi diritti sono l'amore che tu non puoi più darle; l'altra invece ti sacrifica tutto e non ti chiede nulla. Che devi fare? Come regolarti? Qui sta il dramma pauroso.

- Se vuoi sapere il mio punto di vista, ti dirò che in questo non ci scorgo dramma. Ed ecco perché? Per me l'amore... tutti e due gli amori che, ricordi, Platone definisce nel suo Convito, tutti e due questi amori servono di pietra di paragone degli uomini. Alcuni comprendono l'uno, altri l'altro. E quelli che comprendono solo l'amore non platonico parlano a vuoto di dramma. In un amore simile non può esservi dramma. "Vi ringrazio umilmente per il piacere, i miei rispetti" ed ecco tutto il dramma. E per l'amore platonico neppure può esservi dramma perché in un amore simile tutto è chiaro, puro, perché...

In quel momento Levin si ricordò delle sue colpe e della lotta interiore che aveva vissuto e inaspettatamente aggiunse:

- Ma forse hai ragione, in fin dei conti, anche tu. Anzi, molto probabilmente... Ma io non so, non so proprio.

- Ecco, vedi - disse Stepan Arkad'ic - tu sei un uomo tutto d'un pezzo. Questo è il tuo pregio e il tuo difetto. Tu sei tutto d'un pezzo e vorresti che la vita fosse fatta di avvenimenti integrali, e questo non succede. Ecco, tu disprezzi l'attività del pubblico impiego, perché vorresti che essa corrispondesse sempre allo scopo, e questo non succede. Vorresti che l'attività di un uomo avesse sempre uno scopo, che l'amore e la vita familiare fossero tutt'uno. E questo non succede. Tutta la varietà, la delizia, la bellezza della vita son fatte d'ombre e di luci.

Levin sospirò e non rispose nulla. Pensava alle cose sue e non ascoltava già più Oblonskij.

E a un tratto tutti e due sentirono che, pur essendo amici, pur avendo pranzato insieme e bevuto il vino, cosa che ancor più avrebbe dovuto avvicinarli, tuttavia ognuno di loro pensava solo alle proprie cose, e a ciascuno non importava nulla dell'altro. Oblonskij conosceva già questo estremo distacco che avviene, in luogo della fusione, dopo un pranzo, e sapeva bene cosa si dovesse fare in casi simili.

- Il conto! - gridò, e uscì nella sala accanto dove subito incontrò un aiutante di campo e si mise a parlare con lui di un'attrice e di chi la manteneva. E subito, parlando con l'aiutante di campo, Oblonskij provò sollievo e respirò dopo il colloquio con Levin che lo aveva sempre più sottoposto a uno sforzo intellettuale e spirituale troppo intenso.

Quando il tartaro comparve col conto di 26 rubli e alcune copeche con l'aggiunta per la vodka, Levin che in altro momento, da buon provinciale, sarebbe inorridito per la propria quota di 14 rubli, non ci fece caso; pagò e si diresse verso casa per cambiar d'abito e andar dagli (cerbackij dove si sarebbe decisa la sua sorte.

XII

La principessina (cerbackaja aveva diciotto anni. Era il primo inverno che faceva il suo ingresso nel gran mondo. I suoi successi erano superiori a quelli delle sorelle e superiori anche a quelli che la principessa si aspettava. Non solo i giovani che frequentavano i balli moscoviti erano tutti più o meno innamorati di Kitty, ma fin dal principio dell'inverno si erano presentati due partiti seri: Levin e, subito dopo la partenza di lui, il conte Vronskij.

L'apparizione di Levin al principio dell'inverno, le visite frequenti e il suo evidente amore per Kitty erano stato l'oggetto dei primi discorsi seri fra i genitori di Kitty sul suo avvenire, e di litigi fra il principe e la principessa. Il principe era dalla parte di Levin; diceva che non desiderava nulla di meglio per Kitty. La principessa invece, con l'abitudine propria delle donne di girar la questione, diceva che Kitty era troppo giovane, che Levin non mostrava in nessun modo di aver intenzioni serie, che Kitty non mostrava affetto per lui e altre cose: ma non diceva la ragione principale, che s'aspettava, cioè, un partito migliore per sua figlia, e che Levin non le era simpatico, che non lo capiva. Quando Levin partì all'improvviso, la principessa ne fu contenta e diceva trionfante al marito: "Vedi, avevo ragione io".

Quando poi apparve Vronskij, ella fu ancora più contenta, riconfermandosi nella propria idea, che cioè Kitty non doveva trovare un partito semplicemente buono, ma brillante.

Per la madre non c'era paragone tra Levin e Vronskij. In Levin non le piacevano quegli strani e taglienti giudizi e quella sua mancanza di disinvoltura dovuta a orgoglio, come ella supponeva, e a quella sua vita di campagna, selvaggia a suo parere, fra bestie e contadini. Non le era piaciuto neanche troppo il fatto che, innamoratosi della figlia, avesse frequentato la casa per un mese e mezzo, quasi aspettando qualcosa e osservando, come se temesse di offenderla nel chiederla in isposa, e senza capire che, frequentando una casa dove c'era una ragazza da marito, fosse necessario dichiararsi. E poi a un tratto, senza aver parlato, era andato via. "Meno male che è così poco attraente che Kitty non si è innamorata di lui" pensava la madre.

Vronskij invece soddisfaceva in pieno tutte le aspirazioni della madre. Molto ricco, intelligente, di famiglia nota, sulla via di una brillante carriera militare a corte, era un uomo affascinante. Non si poteva desiderare nulla di meglio.

Ai balli Vronskij faceva apertamente la corte a Kitty, ballava con lei e ne frequentava la casa; non si poteva dubitare, dunque, della serietà delle sue intenzioni. Nonostante ciò la madre aveva passato tutto l'inverno in grande inquietudine e turbamento.

La principessa si era sposata trent'anni prima, pronuba una zia. Il fidanzato, del quale si erano già prese informazioni, era venuto, aveva visto la sposa, si era fatto vedere lui stesso; la zia aveva saputo e riferito l'effetto prodotto. L'impressione era stata favorevole; così nel giorno stabilito era stata fatta ai genitori ed era stata da essi accolta la domanda di matrimonio. Tutto era andato in modo facile e semplice, almeno così sembrava alla principessa. Per le figliuole, invece, aveva provato come non fosse facile né semplice la faccenda, pur così comune, di dar marito alle figliuole. Quante ansie, quanti mutamenti di pensiero, quanto denaro speso, quanti urti col marito per i matrimoni delle prime due figlie, Dar'ja e Natal'ja! Adesso, nel presentare in società la più piccola, provava le stesse ansie, gli stessi dubbi; ed erano ancora più gravi che per le figlie maggiori le discussioni col marito. Il vecchio principe, come del resto tutti i padri, era particolarmente severo per l'onore e la virtù delle figliuole e ne era irragionevolmente geloso, specie di Kitty che era la beniamina; ogni momento faceva una scenata alla principessa perché comprometteva la figlia. La principessa si era abituata a questo già quando si era trattato delle altre due, ma ora sentiva che la suscettibilità del principe aveva maggior fondamento. Vedeva che negli ultimi tempi molte cose erano cambiate nelle usanze mondane; che i doveri di una madre erano diventati ancora più difficili. Vedeva che le coetanee di Kitty formavano certi gruppi, frequentavano certi corsi, trattavano con disinvoltura gli uomini, andavano sole in carrozza per le strade, molte di esse non facevano già più l'inchino, e, quel ch'era peggio, erano tutte fermamente convinte che la scelta del marito fosse affar loro e non dei genitori. "Oggigiorno non ci si marita più come prima" pensavano e dicevano tutte queste ragazze e anche tutte le persone anziane. Ma come si facesse ora a maritar le figlie, la principessa non riusciva a saperlo da nessuno. L'uso francese - ai genitori la decisione della sorte dei figli - non era accolto, era criticato. L'uso inglese - piena libertà alla ragazza - non era accolto ugualmente ed era impossibile nella società russa. L'uso russo della mediazione era considerato come cosa sconveniente sulla quale tutti ridevano, compresa la principessa. Ma come ci si dovesse maritare e come si dovesse dar marito, nessuno lo sapeva. Tutte le persone con le quali capitava alla principessa di parlarne, le dicevano una cosa sola: "Su via, di grazia, oggigiorno è tempo di abbandonare tutto questo vecchiume. Sono i giovani che debbono sposarsi e non i genitori; bisogna lasciare ai giovani la facoltà di decidere come vogliono loro". Ma era un bel dire per chi non aveva figliuole; e la principessa temeva che, facendo conoscenze, la figlia avrebbe potuto innamorarsi, e innamorarsi di chi non aveva nessuna intenzione matrimoniale o di chi non era adatto come marito. E per quanto tutti dicessero alla principessa che al giorno d'oggi i giovani devono da soli costruire il proprio avvenire, non riusciva ad ammetterlo, così come non avrebbe potuto ammettere che, in una qualsiasi epoca, i giocattoli migliori per i bambini di cinque anni potessero essere le pistole cariche. E perciò la principessa era ancora più inquieta per Kitty di quanto non lo fosse stata per le figliuole più grandi.

Attualmente temeva che Vronskij si limitasse solo a far la corte alla figlia. Si accorgeva che la ragazza era già innamorata di lui, ma si rassicurava pensando che egli era un uomo d'onore e che perciò non avrebbe fatto questo. Ma sapeva pure come, con l'attuale libertà di costumi, fosse facile far perdere la testa ad una ragazza, e come, in genere, gli uomini guardassero con leggerezza a una colpa di questo genere. La settimana prima Kitty aveva raccontato alla madre la sua conversazione con Vronskij durante una mazurca. Questa conversazione aveva tranquillizzato in parte la principessa, ma del tutto serena ella non poteva sentirsi. Vronskij aveva detto a Kitty che, tanto lui che suo fratello, erano così abituati a sottostare in tutto alla madre, che non decidevano mai nulla di importante senza essersi prima consigliati con lei. "E ora aspetto come una fortuna particolare l'arrivo della mamma da Pietroburgo" aveva detto lui.

Kitty aveva raccontato la cosa senza dare alcun peso a queste parole. La madre invece le aveva interpretate diversamente. Sapeva che si aspettava la vecchia signora da un giorno all'altro; sapeva che la vecchia signora sarebbe stata contenta della scelta del figlio, e le pareva strano ch'egli, solo per timore di offendere la madre, non facesse ancora la sua proposta di matrimonio; tuttavia desiderava tanto il matrimonio, e soprattutto la quiete ai propri affanni, che credeva a questo. Per quanto fosse amaro constatare la sfortuna della prima figlia, Dolly, che stava per separarsi dal marito, l'agitazione per la sorte della minore soffocava in lei ogni altro sentimento. Quel giorno con l'apparire di Levin le si era aggiunta una nuova inquietudine. Temeva che la figlia, che pur un tempo - così le era parso - aveva avuto della simpatia per Levin, rifiutasse per troppa onestà Vronskij, e temeva che, per un insieme di cose, l'arrivo di Levin non avesse a confondere e a ostacolare un affare già così prossimo alla conclusione.

- Ma è molto che è arrivato? - disse, accennando a Levin, la principessa nel tornare a casa.

- Oggi, maman.

- Io voglio dire una cosa sola... - cominciò la principessa e dal suo viso serio e animato, Kitty indovinò su quale argomento sarebbe scivolato il discorso.

- Mamma - disse, avvampando in viso e volgendosi con vivacità. - Vi prego, vi prego, non mi parlate di questo. Io so, so tutto.

Desiderava la stessa cosa che desiderava la madre; ma i motivi del desiderio materno la offendevano.

- Io voglio dire solo che, dopo aver incoraggiato uno...

- Mamma, amore mio, in nome di Dio, non parlate. Fa così paura parlare di questo.

- Non ne parlerò - disse la madre vedendo le lacrime negli occhi della figlia. - Ma una cosa sola, figliuola mia: tu mi hai promesso che non avrai segreti per me. Vero?

- Mai, mamma, nessuno, - rispose Kitty, arrossendo e guardando dritto in faccia alla madre. - Ma ora non ho nulla da dire. Io...io se volessi, non so, cosa dire e come...non so...

"No, non può mentire con questi occhi" pensò la madre, sorridendo di quell'agitazione e di quella felicità. La principessa sorrideva perché capiva come appariva grande e importante a lei, poverina, quello che accadeva nell'animo suo.

XIII

Kitty, dopo pranzo e fino al principio della serata, provò una sensazione simile a quella che prova un giovane prima del combattimento. Il cuore le batteva forte e il pensiero non riusciva a fermarsi su nulla.

Sentiva che quella sera, quando i due uomini si sarebbero incontrati per la prima volta, si sarebbe decisa la sua sorte. E se li raffigurava continuamente, ora distinti, ora tutti e due insieme. Quando pensava al passato, con gioia e tenerezza si fermava sui ricordi dei suoi rapporti con Levin. I ricordi d'infanzia e l'amicizia di Levin col suo fratello morto davano un particolare poetico incanto ai suoi rapporti con lui. Il suo amore per lei, di cui era sicura, la lusingava e rallegrava. E le era naturale pensare a Levin. Al pensiero di Vronskij invece si frammischiava un certo impaccio, pur essendo egli un perfetto e sereno uomo di mondo; sembrava esserci una certa falsità, non in lui - era molto semplice e cortese - ma piuttosto in lei; mentre con Levin si sentiva completamente spontanea e serena. Ma intanto, quando pensava all'avvenire con Vronskij, le si presentava un luminoso sfondo di felicità; mentre con Levin l'avvenire si presentava nebbioso.

Salita in camera per indossare l'abito da sera, gettò un'occhiata allo specchio, e si accorse con gioia che era in una delle sue giornate migliori, nel pieno possesso di tutte le sue attrattive, e questo le era tanto necessario per quello che stava per avvenire. Sentiva in sé la calma esteriore e la libera grazia dei movimenti.

Alle sette e mezzo, appena discesa in salotto, il cameriere annunciò: "Konstantin Dmitric Levin". La principessa era ancora in camera sua e il principe non era uscito fuori. "Ci siamo" pensò Kitty, e tutto il sangue le affluì al cuore. Nel guardarsi allo specchio ebbe paura del proprio pallore.

Ormai sapeva con certezza che egli era venuto prima proprio per trovarla sola e farle la sua proposta di matrimonio. E allora soltanto, per la prima volta, la cosa le apparve sotto un aspetto completamente nuovo, diverso. Ora soltanto lei capiva che la questione non riguardava lei sola: con chi sarebbe stata felice e chi amava, ma che in quel momento lei avrebbe dovuto offendere un uomo a cui voleva bene. E offenderlo crudamente... Perché? Perché lui, povero caro, l'amava, era innamorato di lei. Ma non c'era nulla da fare; così doveva andare.

"Dio mio, e dovrò dirglielo proprio io? - pensò. - E che cosa gli dirò? Gli dirò forse che non gli voglio bene? Ma questo non è vero! Che gli dirò allora? Dirò che amo un altro. No, non è possibile. Allora me ne vado via...".

Si era già accostata alla porta, quando udì il passo di lui. "No, non è onesto. Ma perché ho paura? Non ho fatto nulla di male. Sarà quel che sarà. Dirò la verità. E poi con lui non ci si può sentire impacciati. Eccolo" si disse vedendo tutta la sua forte e timida figura con gli occhi scintillanti, rivolti verso di lei. Ella lo guardò diritto nel viso, quasi supplicandolo di farle grazia, e gli porse la mano.

- Son venuto prima del tempo, mi pare, troppo presto - disse lui guardando il salotto vuoto. E accortosi che le sue previsioni si erano avverate, che cioè nulla gli impediva di dichiararsi, si rabbuiò in viso.

- Oh, no - disse Kitty e sedette al tavolo.

- Ma io volevo proprio questo, trovarvi sola - cominciò senza sedersi e senza guardarla per non perder coraggio.

- La mamma viene subito. Ieri s'è stancata molto. Ieri...

Parlava senza saper lei stessa quello che pronunciavano le sue labbra e senza staccare da lui il suo sguardo supplice e carezzevole.

Egli la guardò; ella arrossì e tacque.

- Vi ho detto che non sono venuto per restar molto... che questo dipende da voi...

Ella chinava sempre più la testa, non sapendo ella stessa che cosa avrebbe risposto a quello che stava per avverarsi.

- Che ciò dipende da voi - ripeté lui. - Io volevo dirvi... Per questo son venuto... che voi... siate mia moglie! - esclamò non sapendo egli stesso cosa diceva, ma sentiva che il peggio era stato detto; si fermò e la guardò.

Lei respirava con affanno, senza guardarlo. Provava un certo incantamento. L'anima sua era come gonfia di felicità. Non credeva che in nessun modo il rivelarsi dell'amore di lui potesse produrle un'impressione così intensa. Ma questo durò un attimo solo. Si ricordò di Vronskij. Alzò su Levin i suoi cari occhi sinceri e, vedendo il viso disperato di lui, rispose in fretta:

- Questo non può essere, perdonatemi.

Come gli era stata vicina un minuto prima, tanto importante per la sua vita! E come ora gli si faceva estranea e lontana!

- Non poteva essere altrimenti - disse lui, senza guardarla.

S'inchinò e fece per andarsene.

XIV

Ma proprio in quel momento entrò la principessa. Quando li vide soli e sconvolti, il terrore le si espresse in viso. Levin si inchinò e non disse nulla. Kitty taceva senza alzar gli occhi. "Grazie a Dio, ha detto di no" pensò la madre, e il viso le si schiarì nel consueto sorriso col quale accoglieva gli ospiti il giovedì. Sedette e incominciò a interrogare Levin sulla sua vita in campagna. Egli sedette di nuovo in attesa degli ospiti per andarsene inavvertito.

Dopo cinque minuti entrò un'amica di Kitty che si era sposata l'inverno prima, la contessa Nordston.

Era una donna secca e giallognola, con occhi neri scintillanti, malaticcia e nervosa. Voleva bene a Kitty e il suo affetto per lei, come accade sempre alle donne maritate che vogliono bene a una ragazza, si esprimeva nel desiderio di trovarle marito secondo il proprio ideale di felicità; desiderava perciò darla a Vronskij. Levin, che aveva incontrato da loro al principio dell'inverno, le era sempre riuscito antipatico. Ogni volta che lo vedeva, la sua occupazione favorita consisteva nel prenderlo in giro.

"Mi piace quando mi guarda dall'alto della sua superiorità, o interrompe la sua saggia conversazione con me, perché sono una sciocca o quando ancora si benigna di scendere fino a me. Questo mi piace: che discenda. Sono molto contenta che non mi possa sopportare" diceva di lui.

Aveva ragione, perché realmente Levin non la poteva sopportare e la disprezzava per tutto quello di cui lei andava orgogliosa e vaga: per quel suo nervosismo, per quel suo sottile spregio e per quella sua indifferenza verso tutto ciò che è comune e quotidiano.

Fra la Nordston e Levin si erano perciò venuti a stabilire quei rapporti, frequenti nel gran mondo, per cui due persone, pur rimanendo esteriormente in rapporti di cortesia, si disprezzano reciprocamente a tal punto da non riuscire non solo a trattarsi con serietà, ma da non sentirsi neppure offese l'una dall'altra..

La contessa Nordston investì subito Levin.

- Ah, Konstantin Dmitric. Siete venuto di nuovo in questa nostra depravata Babilonia - disse dandogli la sua piccola mano giallognola e ripetendo le parole dette da lui in una certa occasione al principio dell'inverno, che cioè Mosca era una Babilonia. - Che forse Babilonia si è messa sulla giusta via, o siete voi ad esservi pervertito? - soggiunse, guardando Kitty con un sorriso.

- Sono molto lusingato, contessa, che ricordiate le mie parole - rispose Levin che si era affrettato a rimettersi, entrando subito, per abitudine, nei suoi rapporti di scherzosa inimicizia con la contessa Nordston. - Evidentemente, esse hanno fatto molto effetto su di voi.

- Oh, e come! Io prendo nota di tutto. Ebbene, Kitty, hai pattinato di nuovo?

E cominciò a parlare con Kitty. Per quanto poco conveniente fosse ora per Levin andarsene, tuttavia gli era più facile compiere questa sgarberia che rimaner tutta la serata a osservare Kitty che ogni tanto lo guardava di sfuggita ed evitava di incontrare il suo sguardo. Stava per alzarsi, quando la principessa, avendo notato il suo silenzio, gli rivolse la parola:

- Vi trattenete a lungo a Mosca? Perché voi, mi pare, vi occupate degli arbitrati del consiglio distrettuale e non potete assentarvi a lungo.

- No, principessa, non mi occupo più del consiglio distrettuale - disse. - Sono venuto per pochi giorni.

"Ha qualcosa di speciale - pensò la Nordston, osservando il viso di lui serio e severo. - Chi sa perché non si ingolfa nei suoi ragionamenti. Ma io ce lo porterò. Mi piace immensamente di fargli fare la figura dello sciocco davanti a Kitty, e ci riuscirò".

- Konstantin Dmitric - gli disse - spiegatemi, vi prego, voi sapete tutto ciò, che cosa mai significa che da noi, nel villaggio di Kaluga, i contadini e perfino le donne si son mangiati tutto quello che avevano e a noi non hanno dato proprio un bel nulla. Che significa? Voi non fate che cantar le lodi dei contadini.

In quel momento entrò nella stanza una signora e Levin si alzò.

- Perdonatemi, contessa, ma io davvero non so nulla di questo e non posso dirvene nulla - disse, e si mise a guardare un ufficiale che era entrato dopo la signora.

"Deve essere Vronskij" pensò Levin e, per convincersene, guardò Kitty. Ella aveva fatto appena in tempo a guardare Vronskij e s'era poi girata verso Levin. E da questo solo sguardo dei suoi occhi, involontariamente illuminati, Levin capì che ella amava quell'uomo, e lo capì così fermamente come se glielo avesse detto lei a parole. Ma che uomo era mai?

Adesso - fosse bene o fosse male - Levin non poteva non rimanere: doveva sapere che uomo era mai quello che lei amava.

Ci sono delle persone che, incontrando un rivale fortunato in una qualsiasi cosa, sono subito pronte a distogliere lo sguardo da tutto ciò che c'è di buono in lui e a vederne solo le manchevolezze; vi sono persone, invece, che desiderano trovare nel rivale fortunato proprio quelle qualità con le quali costui ha vinto loro, e vedono in lui, con una punta di dolore al cuore, solo le buone qualità. Levin apparteneva a queste ultime persone. Ma a lui non fu difficile trovare il lato buono e attraente di Vronskij; questo anzi gli saltò subito agli occhi. Vronskij era di statura media, ma di costituzione forte, bruno, con un viso simpatico e bello, straordinariamente calmo e deciso. Nel viso e nella persona di lui, dai capelli neri dal taglio corto e dal mento rasato di fresco fino all'uniforme ampia e nuova fiammante, tutto era semplice e nello stesso tempo elegante. Cedendo il passo alla signora che entrava, Vronskij si avvicinò alla principessa e poi a Kitty.

Nel momento in cui si avvicinò a lei, i suoi begli occhi brillarono di una particolare tenerezza e con un impercettibile sorriso felice di trionfo discreto (così parve a Levin), chinandosi con rispetto verso di lei, le tese la mano non grande, ma larga.

Dopo aver salutato tutti e dopo aver detto qualche parola, sedette senza guardare neppure una volta Levin che non staccava gli occhi da lui.

- Permettete che vi presenti - disse la principessa indicando Levin. - Konstantin Dmitric Levin. Il conte Aleksej Kirillovic Vronskij.

Vronskij si alzò e, guardando cordialmente Levin negli occhi, gli strinse la mano.

- Questo inverno dovevo pranzare con voi, mi pare - disse, sorridendo del suo semplice e aperto sorriso. - Ma voi partiste all'improvviso per la campagna.

- Konstantin Dmitric disprezza e odia la città e tutti noi cittadini - disse la contessa Nordston.

- Si vede proprio che le mie parole vi hanno fatto effetto, per ricordarle tanto - disse Levin; ma pensando di averlo già detto prima, arrossì.

Vronskij guardò Levin e la contessa Nordston e sorrise.

- E voi siete sempre in campagna? - chiese. - Ci si annoia, penso, d'inverno.

- No, non ci si annoia, quando si ha da fare; e poi anche a star da soli con se stessi non ci si annoia - rispose aspro Levin.

- A me piace la campagna - disse Vronskij, avendo notato, ma fingendo di non rilevare, il tono di Levin.

- Ma spero, conte, che non acconsentiate a vivere sempre in campagna - disse la contessa Nordston.

- Non so, non ho mai provato a lungo. Ho provato un sentimento strano però - soggiunse. - Non ho mai provato tanta nostalgia per la campagna, per la campagna russa con i lapti e con i muziki, come dopo aver vissuto un inverno intero a Nizza con mia madre. Nizza di per sé è noiosa e anche Napoli, Sorrento, sono belle solo per poco tempo. E proprio là ci si ricorda intensamente della Russia e in particolare della campagna russa. Esse sono quasi come...

Egli parlava rivolto a Kitty e a Levin, passando dall'una all'altro il suo tranquillo sguardo cordiale; diceva, evidentemente, quel che gli veniva in testa.

Avendo notato che la contessa Nordston voleva dire qualcosa, non finì ciò che aveva cominciato e prese ad ascoltarla attentamente.

La conversazione non venne meno neppure un attimo, così che la vecchia principessa che aveva sempre di riserva, in caso fossero venuti a mancare gli argomenti, i due pezzi forti dell'istruzione classica o tecnica e del servizio militare obbligatorio, non ebbe bisogno di tirarli fuori, e la Nordston non ebbe modo di stuzzicare Levin.

Levin avrebbe voluto entrare nella conversazione generale, ma non gli riusciva; e dicendo a se stesso ogni minuto: "è ora d'andar via" non se ne andava, come aspettando qualcosa.

La conversazione si era orientata intanto verso i tavoli che girano e gli spiriti, e la Nordston, che credeva allo spiritismo, cominciò a raccontare i prodigi che aveva visto.

- Ah, contessa, portatemi ad ogni costo, per amor di Dio, portatemi da loro! Io non ho mai visto nulla di straordinario, pur cercandolo dappertutto - disse sorridendo Vronskij.

- Va bene, per sabato prossimo - rispose la contessa Nordston. - Ma voi, Konstantin Dmitric, ci credete? - chiese a Levin.

- Perché me lo chiedete? Sapete già la mia risposta.

- No, io voglio sentire la vostra opinione.

- La mia opinione è semplicemente questa - rispose Levin - che questi tavolini che girano dimostrano che la cosiddetta società colta non è al di sopra dei contadini. Questi credono al malocchio, alla fattura e ai sortilegi, e noi...

- Dunque, non ci credete?

- Non posso crederci, contessa.

- Ma se ho visto con i miei occhi?

- Anche le contadine raccontano di aver veduto con i loro occhi gli spiriti.

- Così voi pensate che io non dica il vero.

E rise senza allegria.

- Ma no, Ma(a, Konstantin Dmitric dice che non ci può credere - disse Kitty, arrossendo per Levin, e questi lo capì e, irritatosi ancor più, voleva rispondere; ma Vronskij col suo sorriso aperto, cordiale, venne subito in aiuto della conversazione che minacciava di farsi spiacevole.

- Voi non ne ammettete per nulla la possibilità? - chiese. - Perché mai? Noi ammettiamo l'esistenza dell'elettricità che pure non conosciamo; perché allora non potrebbe esistere una nuova forza ancora sconosciuta, e noi che...

- Quando fu scoperta l'elettricità - interruppe pronto Levin - fu scoperto soltanto un fenomeno, e non si sapeva da che cosa derivasse e che cosa producesse; e passarono secoli prima che si pensasse alla sua applicazione. Gli spiritisti, invece, hanno cominciato dalla constatazione che i tavolini scrivono e che gli spiriti vanno loro a far visita, e solo dopo si son messi a parlare di una certa forza sconosciuta.

Vronskij ascoltava, come del resto ascoltava tutti sempre, attentamente Levin, interessandosi alle sue parole.

- Sì, ma gli spiritisti dicono: noi non sappiamo qual forza sia questa, ma è una forza, ed ecco in quali condizioni agisce. E che gli scienziati scoprano in che cosa consiste questa forza. No, io non vedo perché questa non possa essere una nuova forza, se essa...

- E perché - interruppe Levin - nel campo dell'elettricità, ogniqualvolta sfregate della resina contro della lana, si manifesta un determinato fenomeno; mentre qui non sempre si manifesta, dunque non si tratta di un fenomeno naturale.

Vronskij, accorgendosi che la conversazione stava per prendere un tono troppo serio per un salotto, non replicò e, cercando di mutar argomento, sorrise allegramente e si rivolse alle signore.

- Su, proviamo subito, contessa - cominciò; ma Levin voleva finire di esporre quello che pensava.

- Io penso - continuò - che questo sistema degli spiritisti di spiegare i loro prodigi con la trovata della forza nuova, sia quanto mai infelice. Essi parlano arditamente di forza spirituale e vogliono poi sottoporre questa a un'esperienza materiale.

Tutti aspettavano che egli smettesse di parlare e lui lo sentiva.

- Ma io penso che sareste un ottimo medium - disse la contessa Nordston - in voi c'è un certo che di esaltato.

Levin aprì la bocca, volle dire qualcosa, arrossì e tacque.

- Su, principessina, proviamo i tavoli, per favore - disse Vronskij. - Voi permettete, principessa?

E Vronskij cominciò a cercar con gli occhi un tavolino.

Kitty si alzò dal tavolo e, nel passare accanto a Levin, i suoi occhi si incontrarono con quelli di lui. Con tutta l'anima ne aveva pena, tanto più che era lei la causa della sua infelicità. "Se mi si può perdonare, perdonatemi - diceva il suo sguardo. - Sono così felice".

"Odio tutti, e voi e me stesso" rispondeva lo sguardo di Levin; e proprio in quel momento egli afferrò il cappello. Ma non era destino che dovesse andar via. Mentre gli altri volevano disporsi attorno al tavolino e Levin cercava di andarsene, entrò il principe e, salutate le signore, si rivolse a Levin.

- Ah - cominciò festoso - è un pezzo che sei qua? Non lo sapevo neppure. Son contento di vedervi, molto.

Il vecchio principe parlava a Levin a volte col tu, a volte col voi. Lo abbracciò e, parlando con lui, non si accorse di Vronskij che s'era alzato e aspettava tranquillamente che il principe gli rivolgesse la parola.

Kitty sentiva che, dopo quello che era successo, l'espansione del padre doveva riuscire penosa a Levin. Ma notò pure con quanta freddezza suo padre rispondesse finalmente all'inchino di Vronskij, e come Vronskij guardasse il principe con affettuosa perplessità, cercando di capire come e perché si potesse essere maldisposti verso di lui. E arrossì.

- Principe, lasciateci Konstantin Dmitric, - disse la contessa Nordston. - Vogliamo fare una prova.

- Quale prova? Quella di far girare i tavolini? Su, scusatemi, signore e signori, ma per me è più divertente giocare all'anellino - disse il vecchio principe, guardando Vronskij e indovinando che era stato lui a organizzare la cosa. - Nell'anellino, ancora ancora, c'è un certo senso.

Vronskij guardò con sorpresa il principe coi suoi occhi fermi e, sorridendo appena, cominciò subito a parlare con la Nordston del grande ballo della settimana seguente.

- Spero che ci verrete - disse rivolto a Kitty.

Non appena il vecchio principe si allontanò da lui, Levin uscì inosservato, riportando, quale ultima impressione della serata, il viso sorridente e felice di Kitty che rispondeva alla domanda di Vronskij a proposito del ballo.

XV

Quando la serata fu finita, Kitty raccontò alla madre il suo colloquio con Levin, e, malgrado la pena che provava per lui, la rallegrava l'idea di aver avuto una "domanda di matrimonio". Non aveva nessun dubbio di non essersi regolata così come conveniva. Ma a letto, per molto tempo, non poté prendere sonno. Un'unica immagine la perseguitava ostinata. Era il viso di Levin con le sopracciglia aggrottate e gli occhi buoni che guardavano di sotto in su, scoraggiati e tristi, mentre, in piedi, ascoltava suo padre e guardava lei e Vronskij. E provò tanta pena per lui che le vennero le lacrime agli occhi. Ma allora pensò subito a quegli col quale lo aveva cambiato. Ricordò con vivezza il viso maschio di lui, la calma dignitosa e la benevolenza che emanavano in ogni suo gesto verso tutti; ricordò l'amore per lei dell'uomo che amava e la gioia le tornò nell'animo e con un sorriso di felicità poggiò la testa sul guanciale. "Che pena, che pena, ma che farci? La colpa non è mia" si andava dicendo; eppure una voce interiore le diceva il contrario. Di che cosa provasse rimorso - d'aver attratto a sé Levin o di averlo respinto - non sapeva. Ma la felicità sua era avvelenata dal dubbio. "Signore abbi pietà, Signore abbi pietà" diceva fra sé e sé finché si addormentò.

Intanto giù, nello studio del principe, si svolgeva una di quelle scenate frequenti fra i genitori, a proposito della figlia preferita.

- Ecco, ecco cosa c'è - gridava il principe agitando le braccia e incrociando subito i risvolti della vestaglia di vaio. - C'è che voi non avete né orgoglio né dignità, c'è che disonorate, rovinate la figliuola con questo stupido e indegno modo di cercarle marito.

- Ma abbiate pazienza, per amor di Dio, principe, che ho fatto mai? - diceva la principessa, quasi piangendo.

Dopo la conversazione con la figlia, era venuta dal principe a salutarlo, felice e soddisfatta e, pur non avendo intenzione di parlargli della proposta di Levin e del rifiuto di Kitty, aveva accennato al marito la faccenda di Vronskij che le sembrava del tutto definita, non appena fosse arrivata la madre di lui. E proprio a questo punto il principe aveva preso fuoco, e si era messo a gridare parole sconvenienti.

- Che cosa avete fatto? Ecco cosa: in primo luogo avete adescato un giovanotto e tutta Mosca ne parlerà; e a ragione. Se volete dare una serata, invitate pure chi volete, ma non questi fidanzatelli prescelti. Invitateli pure tutti questi moscardini - così il principe chiamava i giovani brillanti di Mosca - chiamate pure uno strimpellatore e fate pure ballare, ma non mi mettete insieme, come avete fatto questa sera, tutti questi fidanzatelli. A me veder questo, fa schifo, schifo, e ci siete riuscita voi a far girar la testa alla ragazza. Levin è mille volte migliore. Questo invece è un cascamorto di Pietroburgo; li fanno a macchina questi elegantoni, son tutti d'uno stampo, e son tutti... brodaglia. E fosse anche un principe di sangue, mia figlia non ha bisogno di nessuno!

- Ma che cosa ho mai fatto io?

- Questo, questo... - gridò con rabbia il principe.

- Lo so che a dar retta a te - interruppe la principessa - noi non dovremmo mai dar marito a nostra figlia. Ma se è così, meglio allora ritirarsi in campagna.

- Eh sì che è meglio là.

- Ma dimmi, che forse sono io che li adesco? Io non li attiro per nulla. Ma se un giovane, un giovane che ha tutte le qualità, s'innamora, e lei mi pare...

- Sì, ecco, vi pare! E se lei per l'appunto si innamorasse e lui pensasse a sposarsi tanto quanto me? Oh, che non lo vedano i miei occhi!... "Ah, lo spiritismo, ah, Nizza, ah, il ballo!". - E il principe, immaginando di rifare il verso a sua moglie, faceva una riverenza ad ogni parola.

- Ecco, quando avremo fatta l'infelicità di Katen'ka, quando si sarà davvero messa in testa...

- Ma perché lo pensi?

- Io non lo penso, lo so; per questo noi uomini abbiamo gli occhi per vedere e non così le donnicciuole. Io vedo, da una parte, un uomo che ha intenzioni serie, Levin; e dall'altro un gallinaccio fanfarone come questo qua, che vuole soltanto divertirsi.

- Eh già, ormai ti sei messo in testa certe cose...

- Ecco, te lo ricorderai, ma tardi, come è stato per Da(en'ka.

- Su, va bene, non ne parliamo più - lo fermò la principessa, ricordandosi di Dolly infelice.

- E va bene, addio!

E fattisi scambievolmente la croce e baciatisi, i coniugi si separarono, sentendo, però, che ognuno era rimasto nella propria convinzione.

La principessa, che prima era fermamente convinta che quella serata avrebbe deciso la sorte di Kitty e che non si dovevano avere più dubbi sulle intenzioni di Vronskij, era in questo momento turbata dalle parole del marito. E tornata in camera sua, proprio alla stessa maniera di Kitty, col terrore di un avvenire così incerto, ripeté parecchie volte in cuor suo:"Signore abbi pietà, Signore abbi pietà, Signore abbi pietà!".

XVI

Vronskij non aveva conosciuto mai la vita di famiglia. Sua madre in gioventù era stata una brillante donna di mondo, e aveva avuto, durante la sua vita coniugale, e specialmente dopo, molte avventure note a tutta la società. Di suo padre quasi non si ricordava, ed egli stesso era stato educato al corpo dei paggi.

Uscito giovanissimo dalla scuola, brillante ufficiale, si era trovato subito nella carreggiata comune a tutti i facoltosi ufficiali di Pietroburgo. Sebbene frequentasse di tanto in tanto la società pietroburghese, i suoi interessi amorosi ne erano tutti al di fuori. Dopo la vita di Pietroburgo, lussuosa e dissoluta, a Mosca aveva provato per la prima volta l'incanto di avvicinarsi ad una graziosa ed ignara fanciulla della società, la quale aveva preso ad amarlo. Non gli era venuto neppure in mente che potesse esserci qualcosa di poco onesto nei suoi rapporti con Kitty. Nelle feste ballava soprattutto con lei, ne frequentava la casa. Le diceva quello che comunemente si dice in società: una sciocchezza qualsiasi, alla quale, senza volere, dava un significato particolare per lei. Tuttavia, pur non dicendo nulla che non fosse conveniente dire in presenza di tutti, avvertiva ch'ella sempre più subiva il suo fascino, e più egli s'accorgeva di questo più se ne compiaceva, e il suo affetto per lei diveniva sempre più tenero. Non sapeva che questo suo modo di agire nei riguardi di Kitty avrebbe potuto chiaramente essere definito un tentativo di adescare una ragazza senza avere alcuna intenzione di sposarla, e che questo adescamento era una delle cattive azioni dei giovani mondani come lui. Gli sembrava d'essere stato il primo a scoprire una simile soddisfazione e godeva della propria scoperta.

S'egli avesse potuto ascoltare ciò che dicevano i genitori di Kitty quella sera, se egli avesse potuto mettersi dal punto di vista della famiglia e pensare che Kitty sarebbe stata infelice se egli non l'avesse sposata, si sarebbe molto sorpreso e non ci avrebbe creduto. Non avrebbe potuto credere che quello che procurava un piacere così grande e buono a lui e specialmente a lei, potesse essere un male. Ancor meno avrebbe pensato di doversi sposare.

Il matrimonio non gli si era presentato mai come una possibilità. Non solo non amava la vita di famiglia, ma nella famiglia, e particolarmente nella figura del marito, egli vedeva, secondo l'opinione dell'ambiente di scapoli in cui viveva, qualcosa di estraneo, di ostile, e soprattutto di ridicolo. Ma pur senza sospettare la conversazione dei genitori di Kitty, Vronskij, uscendo quella sera da casa (cerbackij, sentì che il segreto legame sentimentale che esisteva tra lui e Kitty si era così saldamente rafforzato, ch'egli doveva prendere una decisione. Ma quale precisamente non sapeva immaginare.

"Anche questo è delizioso - pensava tornando da casa (cerbackij, riportandone, come sempre, un senso di piacevole purità e freschezza dovuto forse, in parte, al fatto di non aver fumato per tutta la sera; ed insieme a questo un nuovo senso di tenerezza dinanzi all'amore di Kitty. - Anche questo è delizioso, che niente sia stato detto fra me e lei; ma ci siamo talmente intesi in quella invisibile conversazione fatta di sguardi e di toni di voce che oggi, in maniera più chiara che mai, ella mi ha detto che mi ama. E così teneramente, con tanta semplicità e soprattutto con fiducia. Io stesso mi sento migliore, più puro. Sento di avere un cuore e che c'è molto di buono in me. Quei cari occhi innamorati! Quando ha detto: e molto...E allora? E allora nulla. Io sto bene e lei pure sta bene". E si mise a pensare dove finir la serata.

Passò in rassegna tutti i luoghi dove sarebbe potuto andare. "Al club? Una partita a bazzica, lo champagne con Ignatov? No, non ci vado. Allo Chäteau des fleurs e trovarci Oblonskij, le canzonette e il can can? No, m'è venuto a noia. Ecco, proprio perché mi piacciono gli (cerbackij è segno che divento migliore. Andrò a casa". Andò direttamente all'albergo Dussau nella sua camera, si fece servir la cena e, spogliatosi, fece appena in tempo a posar la testa sul guanciale che s'addormentò d'un sonno pesante e tranquillo come sempre.

XVII

Il giorno dopo, alle undici del mattino, Vronskij andò alla stazione della ferrovia di Pietroburgo a rilevare la madre; e il primo viso in cui si imbatté sui gradini della scalinata principale fu Oblonskij che aspettava la sorella con quello stesso treno.

- Oh, eccellenza! - gridò Oblonskij - tu qua? a prendere chi?

- Io? a prendere la mamma - rispose Vronskij, sorridendo come tutti quelli che incontravano Oblonskij, e stringendogli la mano salì con lui la scalinata. - Deve arrivare oggi da Pietroburgo.

- E io ti ho aspettato fino alle due! Dove sei andato dopo gli (cerbackij?

- A casa - rispose Vronskij. - A dir la verità, stavo così bene ieri sera dopo casa (cerbackij che non ho avuto voglia di andare in nessun altro posto.

- "Conosco i cavalli focosi da certi loro segni, conosco i giovani innamorati dagli occhi" - declamò Stepan Arkad'ic, proprio come aveva detto il giorno prima a Levin.

Vronskij sorrise con l'aria di non negare, ma subito cambiò discorso.

- E tu chi aspetti? - domandò

- Io? Una bella donna - disse Oblonskij.

- Bene!

- Honny soit qui mal y pense! Mia sorella Anna.

- Ah, la Karenina.

- La conosci, vero?

- Mi pare di conoscerla. Forse no. A dire il vero, non ricordo - rispondeva distrattamente Vronskij, immaginandosi al nome di Karenina qualcosa di borioso e noioso.

- Ma Aleksej Aleksandrovic, il mio famoso cognato, lo conosci probabilmente. Tutti lo conoscono.

- Lo conosco infatti di fama e di vista. So che è molto intelligente, uno scienziato, qualcosa di superno... Ma tu lo sai, questo non rientra nella mia... not in my line - disse Vronskij.

- Già, è un uomo molto interessante; un po' conservatore, ma una brava persona.

- Be', tanto meglio per lui - disse Vronskij sorridendo. - Ah, tu sei qui - disse rivolto al servitore della madre, un vecchio di alta statura, che stava accanto alla porta. - Entra qua.

Vronskij, oltre la simpatia che aveva, come tutti avevano, per Stepan Arkad'ic, si sentiva legato a lui in quell'ultimo tempo per il fatto che in mente sua lo associava a Kitty.

- Ebbene, domenica, facciamo il pranzo per la diva? - gli disse prendendolo sotto braccio con un sorriso. - Io raccoglierò le quote. Ah, ieri hai conosciuto il mio amico Levin? - chiese Stepan Arkad'ic.

- E come! Ma è andato via un po' presto.

- È un caro ragazzo - continuò Oblonskij - non è vero?

- Io non capisco - rispose Vronskij - perché in tutti i moscoviti, esclusi naturalmente quelli con cui parlo - intercalò scherzosamente - vi sia qualcosa di duro. Non so perché si inalberano sempre, si arrabbiano come se volessero far sempre sentire qualcosa...

- È così, è vero, è... - disse ridendo allegramente Stepan Arkad'ic.

- Arriva presto? - chiese Vronskij a un ferroviere.

- È già partito dall'ultima stazione - rispose il ferroviere.

L'avvicinarsi del treno si notava sempre più per il movimento dei preparativi nella stazione, per il correre dei facchini, per l'apparire dei gendarmi e dei ferrovieri e per l'arrivo di coloro che aspettavano. Attraverso la nebbia gelida si vedevano gli operai con le giubbe corte di pelliccia, le scarpe morbide di feltro, che passavano attraverso gli scambi delle curve delle linee. Si udiva il fischio di una locomotiva su rotaie lontane, e l'incedere di qualcosa di pesante.

- No - disse Stepan Arkad'ic il quale aveva una gran voglia di raccontare a Vronskij le intenzioni di Levin nei riguardi di Kitty. - No, tu non hai apprezzato al giusto punto il mio Levin. È un uomo molto nervoso e a volte antipatico, è vero, ma in compenso è molto caro. È una natura, così onesta, così leale, e ha un cuore d'oro. Ma ieri vi erano delle ragioni particolari - continuò Stepan Arkad'ic con un sorriso d'intesa, dimenticando completamente la sincera simpatia che aveva provato il giorno prima per il suo amico e sentendone ora una simile, solo che per Vronskij. - Sì, vi era una ragione per la quale egli poteva diventare particolarmente felice o particolarmente infelice.

Vronskij si fermò e chiese franco:

- Cos'è, cos'è mai? Che forse ieri ha fatto domanda di matrimonio alla tua belle-soeur?

- Può darsi - disse Stepan Arkad'ic. - M'è parso di capire qualcosa di simile, ieri. Già, se n'è andato via presto ed era anche di cattivo umore, deve essere stato così. È innamorato da tanto tempo e mi fa tanta pena.

- Eh, già! Io penso, del resto, che lei può aspirare a un partito migliore - disse Vronskij e, raddrizzando il busto, si mise di nuovo a camminare. - Del resto, non lo conosco - soggiunse. - Già, deve essere una situazione penosa. Proprio per questo la maggioranza degli uomini preferisce far conoscenza con le donnine allegre. In questo caso un insuccesso dimostra solo che non hai avuto abbastanza quattrini, nell'altro, invece, è messo in giuoco il tuo onore. Ma ecco il treno.

Infatti la locomotiva fischiava già. Dopo qualche secondo la piattaforma tremò e, sbuffando del vapore appesantito dal gelo, la locomotiva avanzò con lo stantuffo che si piegava e si distendeva lentamente e ritmicamente, e con il macchinista tutto imbacuccato e ricoperto di brina che salutava; e poi dietro al tender, scotendo sempre più lentamente e sempre più forte la banchina, passò il bagagliaio con un cane che guaiva; ed infine, traballando prima di fermarsi, avanzarono le carrozze dei passeggeri.

Un capotreno aitante, fischiando, saltò giù mentre il treno era ancora in corsa, e dietro di lui cominciarono a scendere, uno ad uno, i viaggiatori impazienti: un ufficiale della guardia che si teneva dritto e guardava severamente attorno a sé, un piccolo mercante inquieto che sorrideva allegramente tenendo in mano una borsa, un contadino con un sacco sulle spalle.

Vronskij, dritto accanto a Oblonskij, guardava le vetture e quelli che ne venivano fuori, e s'era completamente scordato di sua madre. Quello che aveva saputo proprio allora di Kitty lo eccitava e rallegrava. Il suo petto involontariamente si raddrizzava e gli occhi gli brillavano. Si sentiva vincitore.

- La contessa Vronskaja è in questo scompartimento - disse il capotreno aitante, accostandosi a Vronskij.

Le parole del capotreno lo scossero e lo costrinsero a ricordarsi della madre e dell'imminente incontro con lei. Egli, in fondo, non stimava sua madre e, senza rendersene conto, non l'amava neppure, sebbene, per l'ambiente in cui viveva e per la propria educazione, non sapeva immaginare altri rapporti verso di lei che quelli propriamente sottomessi e rispettosi, anzi tanto più sottomessi e rispettosi quanto meno intimamente la stimava ed amava.

XVIII

Vronskij entrò nella vettura dietro al capotreno e all'ingresso dello scompartimento si fermò per cedere il passo a una signora che ne usciva. Con l'intuito abituale dell'uomo di mondo, Vronskij ne rilevò l'appartenenza al gran mondo. Si scusò e stava per entrare, quando provò il bisogno di guardarla ancora una volta non perché era molto bella, non per quella eleganza e quella grazia modesta che apparivano da tutta la sua figura, ma perché nell'espressione piacente del viso, quando gli era passata accanto, c'era qualcosa di affettuoso e di dolce. Nel momento in cui si era voltato a guardarla, ella pure aveva girato il capo. I suoi occhi grigi, luminosi, che sembravano scuri per le sopracciglia folte, si fermarono attenti con un'espressione amichevole sul viso di lui, come se lo riconoscessero, e subito si portarono sulla folla che si avvicinava, cercando qualcuno. In questo breve sguardo Vronskij riuscì a notare una vivacità contenuta che le errava sul viso e balenava tra gli occhi lucenti e un riso appena percettibile che increspava le labbra vermiglie. Come se qualcosa di esuberante colmasse tanto il suo essere da esprimersi contro il suo volere, ora nella luce degli occhi, ora nel riso. Ella aveva deliberatamente attutito la luce degli occhi, ma questa luce, contro il suo volere, si era illuminata nel riso appena percettibile.

Vronskij entrò nello scompartimento. Sua madre, una vecchietta asciutta dai riccioli e dagli occhi neri, socchiudeva le palpebre guardando il figlio e sorrideva lieve con le labbra sottili. Alzatasi dal sedile e porgendo la borsetta alla cameriera, tese la piccola mano asciutta al figlio e, sollevandogli la testa dalla mano, lo baciò.

- Hai ricevuto il telegramma? Stai bene? Sia lodato Iddio.

- Avete fatto buon viaggio? - disse il figlio sedendosi accanto a lei e prestando involontariamente ascolto alla voce femminile che gli giungeva da dietro la porta. Egli sapeva che era la voce della signora che aveva incontrato nell'entrare.

- Io non sono d'accordo con voi - diceva la voce della signora.

- È il punto di vista pietroburghese, signora.

- Non pietroburghese, ma semplicemente femminile - rispondeva lei.

- Permettetemi di baciare la vostra piccola mano.

- A rivederci, Ivan Petrovic. E guardate se mio fratello è qui, e mandatemelo - disse la signora proprio sulla porta, ed entrò di nuovo nello scompartimento.

- Ebbene, avete trovato vostro fratello? - disse la Vronskaja rivolgendosi alla signora.

Vronskij allora si ricordò che era la Karenina.

- Vostro fratello è qui - disse alzandosi in piedi. - Perdonatemi, non vi ho riconosciuto; ma già, la nostra conoscenza è stata così breve - disse Vronskij inchinandosi - che probabilmente voi non vi ricordate di me.

- Oh, no - disse lei - vi avrei riconosciuto, perché con vostra madre, per tutto il viaggio, mi pare, abbiamo parlato soltanto di voi - disse, permettendo infine a quella vivacità che le urgeva di esprimersi nel riso. - Ma com'è che mio fratello non viene?

- Va' a chiamarlo, Alë(a - disse la vecchia contessa.

Vronskij uscì sulla piattaforma e gridò:

- Oblonskij, qui!

Ma la Karenina non aspettò che il fratello si avvicinasse e, non appena lo vide, col suo passo leggero e deciso scese subito dalla vettura. E non appena il fratello le fu dappresso, con un movimento che stupì Vronskij per la grazia e la prontezza, circondò con il braccio sinistro il collo di Oblonskij, l'attirò a sé con mossa rapida e lo baciò forte.

Vronskij, senza staccare gli occhi da lei, l'osservava e, senza saper lui stesso perché, sorrideva. Ma, ricordatosi che la madre aspettava, montò in vettura.

- Non è vero che è molto carina? - disse la contessa. - Il marito l'ha fatta sedere qui accanto a me e io ne sono stata molto contenta. Abbiamo parlato tutto il viaggio. E ora, su, a te, mi si dice...vous filez le parfait amour. Tant mieux, mon cher, tant mieux.

- Io non so a che cosa alludiate, maman - rispose freddo il figlio. - Dunque, maman, andiamo.

La Karenina entrò di nuovo nello scompartimento per salutare la contessa.

- Ed eccoci qua, contessa; voi avete trovato vostro figlio e io mio fratello - disse gaia. - E così tutte le mie storie si sono esaurite; forse più avanti non ci sarebbe stato più nulla da raccontare.

- Eh, no - disse la contessa prendendole una mano - io con voi farei il giro del mondo e non mi annoierei mai. Voi siete una di quelle donne gentili con le quali è piacevole parlare e tacere. E non vi preoccupate di vostro figlio, vi prego; è impossibile non separarsene mai.

La Karenina stava immobile, mantenendosi ben dritta e i suoi occhi ridevano.

- Anna Arkad'evna - disse la contessa spiegando al figlio - ha un bimbo di otto anni, mi pare, e non s'è mai staccata da lui, e ora si tormenta d'averlo lasciato.

- Già, con la contessa abbiamo parlato tutto il tempo io del mio e lei del suo figliuolo... - disse la Karenina e di nuovo il riso le illuminò il volto, un riso carezzevole che riguardava lui.

- Probabilmente questo vi avrà annoiato - disse lui afferrando al volo la pallina di civetteria ch'ella gli aveva lanciato. Ma ella evidentemente non voleva proseguire la conversazione su questo tono e si rivolse alla vecchia contessa.

- Vi ringrazio molto. Non mi sono neppure accorta come ho passato la giornata di ieri. A rivederci, contessa.

- Addio, mia piccola amica - rispose la contessa. - Fatemi baciare il vostro bel visino. Vi dico così, semplicemente, da vecchia, che sono innamorata di voi.

Per quanto usuale fosse questa frase la Karenina evidentemente ci credette di cuore, e se ne rallegrò. Arrossì, si chinò leggermente porgendo il viso alle labbra della contessa, si raddrizzò, e sempre con quel riso che le balenava fra le labbra e gli occhi, dette la mano a Vronskij. Egli strinse la piccola mano offertagli e si rallegrò come di una cosa particolare per quella stretta energica con la quale ella scosse ardita e forte la sua mano. Ella uscì col passo svelto che portava con così strana leggerezza il corpo assai pieno.

- È molto carina - disse la vecchia signora.

La stessa cosa pensava il figlio. Egli accompagnò con lo sguardo la graziosa figura finché non sparve e il sorriso gli rimase sul volto. Dal finestrino la vide accostarsi al fratello, mettergli una mano sul braccio e cominciare a parlargli con animazione di qualcosa che evidentemente non aveva nulla in comune con lui, Vronskij, e questo gli dette fastidio.

- E allora, maman, state proprio bene? - ripeté lui volgendosi alla madre.

- Bene, benissimo. Alexandre è stato molto gentile. E Marie è diventata bella. È molto interessante.

E prese a raccontare quello che più di tutto le interessava: il battesimo del nipote per cui era andata a Pietroburgo, e la particolare benevolenza dello zar verso il figlio maggiore.

- Ecco anche Lavrentij - disse Vronskij guardando dal finestrino. - Ora andiamo, se non vi spiace.

Il vecchio maggiordomo che aveva viaggiato con la contessa venne a dire che tutto era pronto e la contessa si alzò per andare.

- Andiamo, ora c'è poca gente - disse Vronskij.

La cameriera afferrò una sacca e il cagnolino, il maggiordomo e un facchino presero le valigie. Vronskij offrì il braccio alla madre; ma mentre uscivano dalla vettura, a un tratto alcune persone dal viso spaventato passarono vicino correndo. Passò anche il capostazione col berretto dal colore vivace. Doveva essere successo qualcosa d'eccezionale. La gente del treno correva in senso inverso.

- Cos'è? Cos'è? S'è gettato sotto! L'ha schiacciato!... - si sentiva dire fra quelli che passavano.

Stepan Arkad'ic e la sorella ch'egli aveva al braccio, anche loro coi visi spaventati, tornarono indietro e si fermarono accanto alla vettura.

Le signore vi salirono, mentre Vronskij e Stepan Arkad'ic seguirono la folla per informarsi dei particolari della disgrazia.

Un guardiano, forse ubriaco o forse troppo imbacuccato per il gran gelo, non aveva sentito il treno che retrocedeva ed era rimasto schiacciato.

Ancor prima che Vronskij e Oblonskij fossero tornati, le signore avevano saputo tutti i particolari dal maggiordomo.

Oblonskij e Vronskij avevano tutti e due visto il corpo deformato. Oblonskij soffriva visibilmente. Corrugava la fronte e sembrava stesse per piangere.

- Ah, che orrore! Oh, Anna, se avessi visto! Ah, che orrore! - esclamava.

Vronskij taceva e il suo bel viso era serio, ma perfettamente tranquillo.

- Ah, se aveste visto, contessa - diceva Stepan Arkad'ic. - E la moglie è qui... È uno strazio a vederla. S'è gettata sul corpo. Dicono che era lui solo a dar da mangiare a una famiglia enorme. Che orrore!

- Non si può fare qualcosa per lei? - disse la Karenina con un bisbiglio agitato.

Vronskij la guardò e uscì dallo scompartimento.

- Vengo subito, maman - aggiunse, voltandosi indietro sulla porta.

Quando rientrò, dopo pochi minuti, Stepan Arkad'ic parlava già con la contessa di una nuova cantante, ma la contessa guardava impaziente verso la porta in attesa del figlio.

- Ora andiamo - disse Vronskij entrando.

Uscirono insieme. Vronskij andava avanti con la madre. Dietro venivano la Karenina e il fratello. All'uscita, raggiuntolo, il capostazione si avvicinò a Vronskij.

- Voi avete consegnato duecento rubli al mio aiutante. Vogliate precisare a chi li destinate.

- Alla vedova - disse Vronskij alzando le spalle. - Non capisco che bisogno ci sia di chiederlo.

- Li avete dati voi? - gridò da dietro Oblonskij e, stretto il braccio alla sorella, aggiunse: - Che caro, che caro! Non è vero che è un gran bravo ragazzo? I miei rispetti contessa.

E lui e la sorella si fermarono alla ricerca della cameriera.

Quando uscirono, la carrozza dei Vronskij era già andata via. Le persone che entravano parlavano ancora fra di loro di quello che era accaduto.

- Ecco una morte terribile! - diceva un signore passando accanto. - Dicono che sia stato fatto in due pezzi.

- Io penso invece che sia la migliore: in un attimo - osservò un altro.

- Ma come, non prendono delle misure di sicurezza? - diceva un terzo.

La Karenina sedette nella carrozza e Stepan Arkad'ic si accorse con sorpresa che le labbra le tremavano e che a stento tratteneva le lacrime.

- Che c'è, Anna? - chiese quando si furono allontanati di un centinaio di sazeni.

- Un cattivo presagio - disse lei.

- Sciocchezze! - disse Stepan Arkad'ic. - Tu sei arrivata, questo è l'importante. Tu non puoi immaginare come io speri in te.

- È molto che conosci Vronskij? - chiese lei.

- Sì, forse lo sai, noi speriamo che sposi Kitty.

- Sì? - disse piano Anna. - Suvvia, dimmi ora di te - aggiunse, scotendo la testa come per scacciar via materialmente qualcosa di superfluo e di fastidioso. - Dimmi delle tue cose. Ho avuto la lettera ed eccomi qua.

- Sì, ogni speranza è in te - disse Stepan Arkad'ic.

- Su, raccontami tutto.

E Stepan Arkad'ic prese a raccontare.

Giunti a casa, Oblonskij fece scendere la sorella, sospirò, le dette la mano e si diresse in ufficio.

XIX

Quando Anna entrò nella stanza, Dolly stava nel salottino con un bimbo biondo e paffuto che fin d'ora assomigliava al padre, e gli risentiva la lezione di lettura francese. Il bambino leggeva, rigirandosi in mano e cercando di strappare al giubbotto un bottone che appena appena si reggeva. La madre aveva varie volte allontanato quella mano, ma la manina grassoccia tornava di nuovo al bottone. La madre alla fine staccò il bottone e se lo mise in tasca.

- Fermo con le mai, Griša - disse, e si mise di nuovo alla coperta, suo vecchio lavoro al quale attendeva sempre nei momenti penosi e che ora eseguiva nervosamente, intrecciando il filo con le dita e contando le maglie. Benché avesse fatto dire al marito, il giorno prima, che l'arrivo della sorella non la riguardava, aveva preparato tutto per riceverla e aspettava con ansia la cognata.

Dolly era schiantata dal dolore, ne era tutta divorata. Ma ricordava che Anna era la moglie di uno dei personaggi più importanti di Pietroburgo e una grande dame pietroburghese. E per questo, contrariamente a quello che aveva fatto dire al marito, non aveva dimenticato che sarebbe arrivata la cognata. "Poi, in fondo, Anna non ha nessuna colpa - pensava. - Io non so altro di lei se non quanto si può dir di meglio, e nei miei riguardi ne ho sempre ricevuto affetto ed amicizia". Però, per quanto ricordava, l'impressione da lei riportata a Pietroburgo dei Karenin, non era stata favorevole: non le era piaciuta la loro casa; c'era qualcosa di falso in quell'ambiente di vita familiare. "Ma perché mai non riceverla? Che non le venga in mente di consolarmi, però! - pensava Dolly. - Tutte le consolazioni, le esortazioni e i perdoni, tutto questo l'ho già pensato e ripensato mille volte, e non serve a nulla".

Tutti quei giorni Dolly era stata sola coi bambini. Parlare della sua pena non voleva, e con quel dolore nel cuore parlare di cose indifferenti non le riusciva. Sapeva che in un modo o nell'altro avrebbe detto tutto ad Anna; e ora la rallegrava il pensiero di come l'avrebbe detto, ora l'irritava quel bisogno di raccontare la propria umiliazione a lei, sorella del marito, e sentirne frasi fatte di esortazione e di conforto.

L'aspettava guardando l'orologio ogni momento, ma, come spesso accade, le sfuggì proprio quello in cui l'ospite giunse, così che non sentì il campanello.

Udito il fruscio di vesti e di passi lievi già sulla porta, si voltò e sul viso tormentato si espresse involontariamente non la gioia, ma la sorpresa. Si alzò e abbracciò la cognata.

- Come, già qui? - disse baciandola.

- Dolly, come sono contenta di vederti!

- Anch'io sono contenta - disse Dolly, sorridendo debolmente e cercando di indovinare dall'espressione del viso di Anna se sapeva o no. "Probabilmente sa" pensò, notando una certa compassione sul viso di Anna. - Su, andiamo, ti accompagno in camera tua - continuò, cercando di allontanare, per quanto possibile, il momento della spiegazione.

- Questo è Griša? Dio, com'è cresciuto! - disse Anna e, baciatolo, senza staccare gli occhi da Dolly, si fermò e arrossì. - No, permettimi di restare qui.

Si tolse lo scialle, il cappello e, avendovi impigliato una ciocca di capelli neri inanellati, scotendo la testa, liberò la capigliatura.

- Come splendi di felicità e di salute! - disse Dolly quasi con invidia.

- Io? Sì - disse Anna. - Dio mio, Tanja! La coetanea del mio Serëza - aggiunse rivolta alla bambina che era entrata di corsa. La prese in collo e la baciò. - Una bimba deliziosa! un amore! Fammeli vedere tutti.

Nominava e ricordava non soltanto i nomi, ma gli anni, i mesi, i caratteri, le malattie di tutti loro, e Dolly non poteva non apprezzare tutto questo.

- Su, allora, andiamo da loro - disse lei. - Vasja dorme ora, peccato!

Dopo aver veduto i bambini, sedettero davanti al caffè, ormai sole, nel salotto.

Anna prese il vassoio, ma poi lo scostò.

- Dolly - disse - lui mi ha parlato.

Dolly guardò fredda Anna. Si aspettava ora delle frasi convenzionali di simpatia, ma Anna non disse nulla di simile.

- Dolly, cara - disse - io non voglio parlarti in suo favore, né consolarti; non si può. Ma ho pena di te, cara, ne ho pena con tutta l'anima!

Dietro alle ciglia dei suoi occhi comparvero le lacrime. Venne a sedersi più vicina alla cognata e le prese una mano con la sua piccola mano energica. Dolly non si ritrasse, ma il suo viso non mutò l'espressione arida. Disse:

- Non è possibile consolarmi. Dopo quello che è avvenuto, tutto è perduto, tutto è finito!

E non appena ebbe detto questo, il viso le si addolcì d'un tratto. Anna sollevò la mano magra di Dolly, la baciò e le disse:

- Ma, Dolly, che fare, che fare? Quale la via migliore in questa terribile situazione? ecco quello a cui bisogna pensare.

- Tutto è finito e non c'è più nulla da fare - disse Dolly. - E il peggio è, tu mi capisci, che io non posso abbandonarlo: ci sono i bambini, sono legata. E con lui non posso vivere, è un tormento per me vederlo.

- Dolly, cara, lui mi ha parlato, ma io voglio sentire da te, dimmi tutto.

Dolly la guardò interrogativamente.

Una compassione un affetto sinceri apparivano chiaramente sul viso di Anna.

- E sia - disse improvvisamente lei. - Ma voglio cominciare dal principio. Tu sai come mi sono sposata. Io, con l'educazione di maman, ero non solo ingenua, ma sciocca. Non sapevo nulla, io. Dicono, lo so, che i mariti raccontino alle mogli la loro vita di prima, ma Stiva... - si corresse - Stepan Arkad'ic non mi aveva detto nulla. Tu non ci crederai, ma io fino ad ora credevo di essere la sola donna che egli avesse conosciuto. Così ho vissuto per otto anni. Tu capisci, io non solo non sospettavo un'infedeltà, ma la consideravo impossibile; e allora, figurati, con delle idee simili, venire a sapere improvvisamente tutto l'orrore, tutto il ribrezzo... Comprendimi. Essere sicura in pieno della propria felicità e d'un tratto... - continuò Dolly, trattenendo i singhiozzi - avere in mano la lettera, la sua lettera per l'amante, la mia governante. No, è troppo terribile! - Trasse fuori in fretta il fazzoletto e si coprì il viso. - Capirei anche un momento di capriccio - continuò, dopo una pausa. - Ma ingannarmi così meditatamente, con tanta astuzia... E con chi? Continuare ad essere mio marito e nello stesso tempo con lei... questo è orribile! Tu non puoi capire...

- Oh, no, capisco. Capisco, cara Dolly, capisco... - diceva Anna, stringendole la mano.

- E tu pensi ch'egli senta tutto l'orrore della mia posizione? - proseguì Dolly. - Per nulla! Lui è felice e soddisfatto.

- Oh, no - interruppe in fretta Anna. - Fa pena, è distrutto dal rimorso.

- E che forse è capace di rimorso? - interruppe Dolly, guardando attenta il viso della cognata.

- Sì, io lo conosco. Non potevo guardarlo senza provarne pena. Noi lo conosciamo tutte e due. È buono, ma è orgoglioso, e ora è così umiliato. E poi quello che soprattutto mi ha commosso... - e qui Anna indovinò quello che poteva commuovere Dolly - è che lo tormentano due cose: si vergogna dei bambini, e amandoti... sì, sì, amandoti più di tutto al mondo - disse, interrompendo in fretta Dolly che voleva ribattere - ti ha fatto del male, ti ha uccisa. "No, no, non mi perdonerà" dice continuamente.

Dolly guardava pensosa al di là della cognata, ascoltando le sue parole.

- Sì, capisco come la sua situazione sia orribile; peggio per il colpevole che per l'innocente - disse - se sente che dalla colpa sua deriva tutto il male. Ma come perdonare, come posso essere di nuovo sua moglie dopo di lei? Per me vivere con lui sarebbe un tormento, proprio perché mi è così caro l'amore che ho avuto per lui.

E i singhiozzi spezzarono le sue parole.

Ma poi, come apposta, ogni volta che si raddolciva, riprendeva a parlare di ciò che la irritava.

- Quella lì è giovane, è bella - continuò. - Ma tu capisci, Anna, da chi sono state prese la mia gioventù, la mia bellezza? da lui e dai suoi figli. Ora ho finito di servirgli, e in questo servizio ho dato tutta me stessa; ora, s'intende, gli è più gradita una persona fresca e volgare. Probabilmente, parlavano di me fra di loro, o peggio ancora, non ne parlavano proprio, capisci? - I suoi occhi si accesero di nuovo di rancore. - E poi, dopo tutto questo, mi dirà... Come potergli credere? Mai. No; ormai è finito tutto quello che formava la consolazione, la ricompensa a tanto lavoro, al tormento... Lo crederesti? Stavo facendo or ora lezione a Griša: prima questa era per me una gioia, ora è un tormento. Perché mi affanno, perché mi affatico? Perché i bambini? È terribile come ad un tratto l'anima mia si sia sconvolta e come invece di tenerezza io non senta per lui altro che rancore, sì, rancore. Lo ucciderei, e...

- Ma tesoro mio, Dolly, ti capisco, ma non tormentarti. Sei tanto offesa, tanto eccitata che molte cose le vedi come non sono.

Dolly si calmò ed entrambe tacquero per alcuni minuti.

- Che fare? Anna, pensaci tu, aiutami tu. Io ho riflettuto senza posa e non ho trovato niente.

Neppure Anna sapeva trovar nulla, ma il suo cuore vibrava ad ogni parola, ad ogni espressione del viso della cognata.

- Io dico una cosa sola - cominciò Anna - io sono sua sorella, e conosco il suo carattere, quella sua facilità a dimenticarsi di tutto, di tutto - ella fece un gesto sulla fronte - quella sua disposizione all'abbandono completo; ma, in compenso, anche al pentimento completo. Egli in questo momento non crede a quanto è accaduto, non capisce come abbia potuto fare quello che ha fatto.

- No, lo capisce, lo ha capito - interruppe Dolly. - Ma io... tu ti dimentichi di me... sto forse meglio, io?

- Lasciami dire. Quando egli ne parlava, ti confesso, non avevo ancora capito tutto lo sgomento della tua posizione. Vedevo soltanto lui e il fatto che un'intera famiglia fosse sconvolta; mi faceva pena lui; ma ora, dopo aver parlato con te, io, come donna, vedo un'altra cosa: vedo la tua sofferenza e non so dirti quanta pena ne abbia. Ma Dolly, anima mia, io capisco in pieno la tua sofferenza, ma una cosa non so. Io non so... non so quanto amore c'è ancora nell'anima tua per lui. Sai solo tu se ve n'è tanto che sia possibile perdonare. Se ve n'è, e tu perdona!

- No - cominciò Dolly, ma Anna la interruppe, baciandole ancora una volta la mano.

- Io conosco il mondo più di te - disse lei. - Conosco questi uomini come Stiva, so come considerano queste cose. Tu dici che egli con quella avrà parlato di te. Questo no, non è accaduto. Questi uomini commettono delle infedeltà, ma il loro focolare domestico e la moglie, queste, per loro, sono cose sacre. Per loro, in un certo modo, quelle donne restano spregevoli, e non le confondono con la famiglia. Essi tracciano come una linea insormontabile tra la famiglia e quelle donne. Non lo capisco bene, ma so che è così.

- Sì, ma lui la baciava...

- Dolly, ascolta, anima mia. Ho visto Stiva quando era innamorato di te. Mi ricordo il tempo in cui veniva a casa mia e parlando di te si commuoveva; e a quale poetica altezza ti trovavi tu per lui; e io so che più egli viveva con te e più in alto tu salivi per lui. Noi a volte ridevamo di lui che ad ogni parola ripeteva: "Dolly è una donna sorprendente". Tu sei sempre stata e sei rimasta per lui una cosa celeste, mentre questa è un'attrazione non certo dell'anima sua...

- Ma se questa attrazione si ripeterà?

- Non è possibile, così per quanto possa intendere io...

- Già, ma tu perdoneresti?

- Non so, non posso giudicare... Sì, posso - disse Anna, dopo aver pensato un po'; e poi, abbracciata col pensiero la situazione e soppesatala sulla bilancia sua intima, aggiunse: - Sì, posso, posso, posso. Sì, lo perdonerei. Non sarei la stessa, ma perdonerei, come se non fosse accaduto affatto...

- Eh, s'intende - interruppe in fretta Dolly, come se stesse per dire quello che aveva pensato più di una volta. - Altrimenti non sarebbe un perdono. Su, andiamo ti accompagno in camera tua - disse, alzandosi, e durante il cammino abbracciò Anna. - Mia cara, come sono contenta che tu sia venuta! Mi sento meglio, molto meglio.

XX

Tutto quel giorno Anna lo passò in casa degli Oblonskij e non volle ricevere nessuno, mentre già alcuni amici, informati del suo arrivo, erano venuti quel giorno stesso. Passò tutta la mattinata con Dolly e i bambini. Mandò soltanto un biglietto al fratello perché venisse senz'altro a pranzare a casa. "Vieni, Dio è misericordioso" aveva scritto.

Oblonskij pranzò a casa; la conversazione fu generale e la moglie parlò con lui dandogli del tu, cosa che ultimamente non accadeva. Fra marito e moglie permaneva lo stesso distacco di rapporti, ma già non si parlava più di separazione e Stepan Arkad'ic vedeva già la possibilità di spiegarsi e far pace.

Subito dopo pranzo venne Kitty. Conosceva già Anna Arkad'evna, ma molto poco, ed era venuta ora dalla sorella non senza temere come l'avrebbe accolta questa signora del gran mondo pietroburghese che tutti decantavano. Ma piacque ad Anna Arkad'evna; se ne accorse subito. Anna, evidentemente ne ammirava la grazia e la giovinezza e Kitty non fece in tempo a rassicurarsi che già si sentì non solo sotto il fascino di lei, ma addirittura innamorata di lei, così come le ragazze sono capaci di innamorarsi delle signore sposate più grandi di loro. Anna non aveva nulla di simile a una dama di mondo o a una mamma di un bimbo di otto anni; sarebbe piuttosto somigliata a una ragazza di vent'anni per l'agilità delle movenze, per la vivacità che le balenava ora nel riso ora nello sguardo, se non avesse avuto quell'espressione degli occhi seria, a volte triste, che aveva colpito e attirato a sé Kitty. Kitty sentiva che Anna era affatto spontanea e che non nascondeva nulla, ma che portava in sé un mondo di interessi più alti, inaccessibili a lei, complessi e poetici.

Dopo pranzo, quando Dolly uscì per andare in camera sua, Anna si alzò in fretta e si accostò al fratello che aveva acceso un sigaro.

- Stiva - disse, ammiccandogli con vivacità, accennandogli alla porta e facendogli il segno della croce: - va', e che il Signore ti aiuti.

Egli capì, gettò via il sigaro e scomparve dietro la porta.

Appena Stepan Arkad'ic fu uscito, Anna ritornò sul divano dove sedeva circondata dai bambini. O che i bambini avessero notato come la mamma voleva bene a questa zia, o che essi stessi si sentissero attratti verso di lei, certo è che i due più grandi, e dietro di questi i più piccoli, come spesso fanno i bambini, ancor prima del pranzo si erano attaccati alla nuova zia e non la lasciavano più. E fra di loro si era venuto a formare come una specie di giuoco che consisteva nello star seduti il più vicino possibile a lei, nel toccarla, nel tenere tra le proprie la sua piccola mano, nel baciarla, nel giocar con l'anello suo, o nel toccare almeno la gala del suo vestito.

- Su, su, così come eravamo seduti prima - disse Anna Arkad'evna riprendendo il proprio posto.

E di nuovo Griša ficcò la testa sotto il braccio di lei e poggiò la testina sull'abito, splendendo di gioia e trionfo.

- E così ora, a quando un ballo? - ella disse rivolta a Kitty.

- La settimana prossima, e un ballo bellissimo. Uno di quei balli in cui ci si diverte sempre.

- E ce n'è di quelli in cui ci si diverte? - chiese con tenera ironia Anna.

- È strano, ma ce n'è. Dai Bobrišcev ci si diverte sempre, dai Nikitin anche, ma dai Mezkovyj ci si annoia sempre. Non l'avete notato, forse?

- No, cara, per me ormai non ci sono balli in cui ci si diverta - disse Anna, e Kitty vide negli occhi di lei quel suo mondo particolare a lei precluso. - Per me ci sono di quelli dove è meno noioso ed increscioso...

- Ma come potete annoiarvi voi a un ballo?

- E perché non potrei annoiarmi, io, a un ballo?

Kitty notò che Anna sapeva già quale risposta sarebbe seguita.

- Ma perché voi siete dovunque la più bella.

Anna sapeva ancora arrossire. Arrossì e disse:

- In primo luogo, non è così; e in secondo luogo, anche se questo fosse vero, a che mi servirebbe?

- Verrete a questo ballo? - chiese Kitty.

- Credo che non potrò non venire. Ecco, prendi questo - disse a Tanja che tirava un anello che scivolava facilmente dal dito bianco affusolato.

- Sarò molto contenta se verrete. Vorrei tanto vedervi a un ballo.

- Almeno così, se sarà proprio necessario andare, mi consolerò al pensiero di farvi cosa gradita... Griša, non tirare, ti prego, sono già tutta spettinata - disse, aggiustandosi una ciocca di capelli fuori di posto con la quale Griša aveva giocato.

- Vi immagino al ballo in lilla.

- E perché proprio in lilla? - chiese sorridendo Anna. - Su ragazzi, andate, andate. Sentite? Miss Hull chiama per il tè - disse, staccando da sé i bambini e avviandoli in sala da pranzo.

- Ma io so perché mi invitate a venire al ballo. Voi vi aspettate molto da questo ballo e volete che tutti siano là, che tutti vi prendano parte.

- Come lo sapete? È così.

- Com'è bella la vostra età! - continuò Anna. - Ricordo e conosco anch'io quella nebbia azzurra simile a quella che è sulle montagne svizzere. Quella nebbia che vela tutto, in quel tempo beato in cui è appena appena finita l'infanzia, e da quel cerchio immenso, fortunato e gaio, il cammino si fa sempre e sempre più angusto; e ne vien gioia e sgomento a entrare in quella galleria, ancor che appaia e bella e chiara. Chi non è passato attraverso questo?

Kitty sorrideva in silenzio. "Ma come mai ella era passata attraverso questo? Come vorrei conoscere tutta la sua storia!" pensava Kitty ricordando l'aspetto poco poetico del marito Aleksej Aleksandrovic.

- Io so qualcosa. Stiva mi ha detto, e io mi compiaccio con voi; mi piace molto Vronskij - continuò Anna - l'ho incontrato alla stazione.

- Ah, era là? - domandò Kitty arrossendo. - Ma che vi ha detto Stiva?

- Stiva mi ha rivelato tutto. E io sono stata molto contenta. Ho viaggiato con la madre di Vronskij - continuò - ed essa non ha smesso un momento di parlare di lui; è il figlio preferito; io so come siano parziali le mamme, ma...

- E che cosa vi ha detto di lui sua madre?

- Ah, un mondo di cose! Lo so che è il suo preferito, però, si vede che è un perfetto cavaliere... Ecco, per esempio, mi ha raccontato che ha voluto dare tutto il suo patrimonio al fratello e che, fanciullo ancora, ha salvato una donna che annegava. Insomma, un eroe - disse Anna, sorridendo e ricordandosi di quei duecento rubli che egli aveva dato alla stazione.

Ma nulla disse di quei duecento rubli. Chi sa perché non le piaceva rammentarsene. Sentiva che in quel gesto c'era qualcosa che riguardava lei, e così come non avrebbe dovuto essere.

- Mi ha pregato tanto di andare da lei - continuò Anna - e io sono contenta di vedere quella vecchietta, e domani ci andrò. Però, grazie a Dio, Stiva rimane a lungo nello studio da Dolly - aggiunse Anna, cambiando discorso e alzandosi, come contrariata da qualcosa, così almeno parve a Kitty.

- No, prima io, no, io - gridavano i bambini, dopo aver preso il tè, correndo verso la zia.

- Tutti insieme - disse Anna e, ridendo, corse loro incontro e li abbracciò facendo cadere tutto quel mucchio di bambini brulicanti che mandavano strida di entusiasmo.

XXI

Per il tè dei grandi Dolly uscì dalla sua camera: Stepan Arkad'ic non si faceva ancora vedere. Forse era uscito dalla camera della moglie per il passaggio di dietro.

- Temo che avrai freddo di sopra - osservò Dolly rivolta ad Anna - vorrei farti venire giù, così staremo più vicine.

- Oh, non ti preoccupare per me - rispondeva Anna, guardando il viso di Dolly e cercando di capire se v'era stata o no la riconciliazione.

- Però qui avrai troppa luce - rispose la cognata.

- Ti assicuro che dormo dovunque e sempre come un ghiro.

- Che c'è - chiese Stepan Arkad'ic, venendo fuori dallo studio e rivolgendosi alla moglie.

Dal suo tono di voce Kitty e Anna capirono che la pace era avvenuta.

- Vorrei far passare Anna giù, ma bisogna cambiare le tende. Nessuno lo saprà fare, devo farlo da me - rispose Dolly rivolta a lui.

"Dio lo sa se han fatto pace in pieno" pensò Anna, sentendo il tono di lei freddo e calmo.

- Ah, basta, Dolly, a far sempre difficoltà - disse il marito. - Su, se vuoi, faccio io tutto.

"Sì, sì, devono aver fatto pace" pensò Anna.

- Sì, sì, lo so come farai tutto - rispondeva Dolly: - dirai a Matvej di fare proprio quello che è impossibile fare e te ne andrai e lui ingarbuglierà ogni cosa - e nel dir questo l'abituale sorriso canzonatorio increspò le estremità delle labbra di Dolly.

"La pace è fatta, in pieno - pensò Anna. - Sia lodato Iddio!" e, rallegrandosi d'essere stata la fautrice, si avvicinò a Dolly e la baciò.

- Ma niente affatto; perché ci disprezzi tanto, me e Matvej? - disse Stepan Arkad'ic, sorridendo impercettibilmente, rivolto alla moglie.

Tutta la serata Dolly fu, come al solito, leggermente canzonatoria col marito, e Stepan Arkad'ic contento e allegro, ma non tanto da apparire, dopo il perdono, dimentico della propria colpa.

Alle nove e mezzo la conversazione serale in casa Oblonskij, particolarmente lieta e piacevole intorno al tavolo da tè, fu turbata da un avvenimento all'apparenza quanto mai naturale, ma che sembrò strano a tutti. Parlando di conoscenti comuni di Pietroburgo, Anna si era alzata, svelta.

- Ce l'ho nel mio album - disse - sì, anzi, così vi mostrerò il mio Serëza - aggiunse con un materno sorriso d'orgoglio.

Avvicinandosi le dieci, l'ora in cui era solita salutare il figlio o metterlo a letto lei stessa, prima di andare a un ballo, si era immalinconita per esserne tanto lontana; e di qualunque cosa si parlasse, non riusciva più a interessarsi, e tornava sempre col pensiero al suo Serëza riccioluto. Le era anzi venuta gran voglia di guardarne la fotografia e di parlare di lui. Approfittando del primo pretesto, si era alzata col suo passo leggero, deciso ed era andata a prendere l'album. La scala per salire in camera sua dava sul pianerottolo della grande scalinata dell'ingresso riscaldato.

Nel momento in cui ella usciva dal salotto in anticamera il campanello squillò.

- Chi può essere? - disse Dolly.

- Per venire a riprendermi è presto, per una visita è tardi - osservò Kitty.

- Forse sarà qualcuno con le carte d'ufficio - aggiunse Stepan Arkad'ic e mentre Anna passava accanto alla scala, un servo corse su per annunciare chi era venuto, mentre l'ospite era in piedi sotto la lampada. Anna, guardando giù, riconobbe subito Vronskij e una sensazione strana di piacere e insieme di paura le agitò il cuore. Egli stava lì dritto, senza togliersi il cappello, e tirava fuori qualcosa dalla tasca. Nel momento in cui ella fu a metà scala, egli alzò gli occhi, la vide e nell'espressione del suo viso ci fu qualcosa come tra la confusione ed il timore. Ella, chinato lievemente il capo, passò e, dietro di lei, si sentì la voce forte di Stepan Arkad'ic che invitava a entrare e la voce bassa, morbida e pacata di Vronskij che rifiutava.

Quando Anna rientrò con l'album, Vronskij già non c'era più e Stepan Arkad'ic diceva che egli era venuto per informarsi del pranzo dell'indomani in onore di una celebrità straniera.

- E per nessuna ragione è voluto entrare. È piuttosto strano.

Kitty arrossì. Credeva di essere l'unica a capire perché egli fosse passato di là e perché non avesse voluto entrare.

"È stato da noi - si diceva - e non mi ha trovata; ha pensato che fossi qui; ma non è entrato perché è tardi e perché sa che anche Anna è qui".

Tutti si scambiarono un'occhiata, senza dir nulla, e presero a guardare l'album di Anna.

Niente di straordinario, o di strano che una persona passasse da casa di un amico a chiedere i particolari di un pranzo da offrire e che non entrasse; ma strana a tutti parve la cosa. Più che agli altri parve strana e inopportuna ad Anna.

XXII

Il ballo era appena cominciato quando Kitty, accompagnata dalla madre, faceva il suo ingresso sulla scala grande inondata di luce e piena di fiori e di servitori incipriati e in giacca rossa. Dalle sale giungeva un brusio prodotto da un movimento uniforme, come di alveare; e mentre esse sul ripiano, fra le piante, si andavano acconciando allo specchio le pettinature e gli abiti, dalla sala si udirono i suoni accorti e precisi dei violini dell'orchestra che aveva attaccato il primo valzer. Un vecchietto in borghese, che esalava profumo di acqua di Colonia e che ravviava ad un altro specchio le piccole tempie grige, si imbatté in loro sulla scala e, facendosi da parte, ammirò visibilmente Kitty che non conosceva. Un giovanotto imberbe, uno di quelli che il vecchio principe (cerbackij definiva "moscardini", con un panciotto esageratamente aperto e una cravatta bianca che s'andava aggiustando nel camminare, la salutò, passò oltre e tornò indietro per invitare Kitty per la quadriglia. La prima quadriglia era già stata concessa a Vronskij, fu quindi concessa al giovanotto la seconda. Un ufficiale che si abbottonava un guanto, si scansò presso la porta e, accarezzandosi i baffi, ammirò la rosea Kitty.

Sebbene l'abito, l'acconciatura e i preparativi tutti del ballo fossero costati a Kitty grandi fatiche e riflessioni, in questo momento ella entrava nel ballo così disinvolta e naturale nel suo complicato vestito di tulle con trasparente rosa, come se tutte quelle roselline e quelle trine e i particolari dell'abbigliamento non fossero costati a lei e a quelli di casa neppure un attimo di attenzione; come se ella fosse venuta al mondo in quel tulle, in quelle trine, con quell'acconciatura alta con una rosa e due foglioline in cima.

Quando la vecchia principessa, prima di entrare in sala, volle aggiustarle un nastro della cintura che si era spostato, Kitty si tirò leggermente indietro: sentiva che tutto andava bene e si aggraziava addosso a lei e che non c'era più nulla da ritoccare.

Kitty era in una delle sue giornate felici. L'abito non tirava da nessuna parte, da nessuna parte pendeva la berta di pizzo, le roselline non s'erano sgualcite né staccate; le piccole scarpe rosa sui tacchi ricurvi non premevano, ma rallegravano il piedino. Le folte bande di posticci biondi si mantenevano come naturali sulla piccola testa. Tutti e tre i bottoni si erano chiusi senza staccarsi sul guanto lungo che avvolgeva il braccio rilevandone la forma. Il vellutino nero del medaglione cingeva il collo, proprio con tenerezza. Questo vellutino era un incanto e a casa, guardandosi allo specchio il collo, Kitty aveva sentito che quel nastrino parlava. Per tutto il resto avrebbe potuto sussistere ancora qualche dubbio, ma il vellutino era un incanto. Anche qui, al ballo, Kitty sorrise nel guardarlo allo specchio. Su per le spalle e le braccia nude Kitty sentiva freddo come di marmo, sensazione che amava in modo particolare. Gli occhi le scintillavano e le labbra vermiglie non potevano non sorridere della consapevolezza del proprio incanto. Non fece in tempo a entrare in sala e a giungere fino alla folla variegata, tutta tulle nastri pizzi e fiori delle signore in attesa di essere invitate (Kitty non si trovava mai fra queste), che già fu invitata al valzer, e dal migliore, dal primo cavaliere nella gerarchia dei balli, da un noto direttore di danze, gran cerimoniere, ammogliato, piacente e ben fatto, Egoruška Korsunskij. Lasciata allora allora la contessa Bonina con la quale aveva ballato un primo giro di valzer, questi aveva dato uno sguardo intorno alla sua corte di coppie danzanti, e avendo visto Kitty entrare, era corso verso di lei con quella particolare andatura disinvolta, propria dei direttori di danze, e, dopo essersi inchinato, senza neppure chiedere s'ella volesse o no, aveva alzato il braccio per cingerle la vita sottile. Kitty si voltò per consegnare a qualcuno il ventaglio e la padrona di casa glielo prese sorridendo.

- Come avete fatto bene a venire per tempo - egli disse cingendole la vita; - che modo è quello di arrivare in ritardo!

Piegato il braccio sinistro, ella lo poggiò sulla spalla di lui e i piccoli piedi si mossero nelle scarpette rosa, veloci e leggeri, a tempo di musica, sul pavimento levigato.

- È un riposo ballare il valzer con voi - disse lui lanciandosi nei primi passi lenti del valzer. - Un incanto! una piuma! che précision! - diceva, ripetendo a lei quel che diceva a quasi tutte le sue brave dame.

Ella sorrise della lode e continuò a osservare la sala al di sopra della spalla di lui. Non era entrata in società da così poco tempo che al ballo tutti i visi potessero fondersi in un'unica estatica visione; non ne era neppure un'assidua frequentatrice alla quale tutti i visi potessero essere così noti da poterne ricevere noia; era nel giusto mezzo: animata, ma nello stesso tempo padrona di sé tanto da poter osservare. Nell'angolo a sinistra vide che si era raccolto il fiore della società. Là, inverosimilmente scollata, stava la bella Lidie, moglie di Korsunskij; là c'era la padrona di casa, e là brillava con la sua calvizie Krivin, sempre presente nella cerchia migliore; là guardavano i giovanissimi, non osando accostarsi, e là ella trovò Stiva e subito dopo vide la testa e la figura di Anna, in abito di velluto nero. Anche lui era là. Kitty non l'aveva visto da quella sera in cui aveva detto di no a Levin. Con i suoi occhi presbiti lo riconobbe subito e notò che la guardava.

- Ebbene, ancora un giro? Siete forse stanca? - disse Korsunskij, sentendola leggermente ansante.

- No, grazie.

- Dove volete che v'accompagni?

- La Karenina è là, accompagnatemi da lei.

- Ai vostri ordini.

E Korsunskij riprese a ballare il valzer, smorzando l'andatura e dirigendosi verso il gruppo che era nell'angolo a sinistra della sala, mormorando: "Pardon, mesdames, pardon, pardon, mesdames". Bordeggiando fra un mare di trine, di tulle, di nastri, senza impigliarvisi neppure per un pelo, girò brusco la dama così che le si scoprirono le gambe sottili nelle calze traforate e lo strascico si aprì a ventaglio e coprì le ginocchia di Krivin. Korsunskij s'inchinò, raddrizzò il petto aperto e le diede la mano, per accompagnarla da Anna Arkad'evna. Kitty, rossa in viso, liberò lo strascico dalle ginocchia di Krivin e, ancora stordita, si voltò a cercare Anna. Anna non era in lilla, come proprio avrebbe voluto Kitty, ma aveva un abito di velluto nero, molto scollato che le scopriva le spalle piene e tornite di avorio antico, il petto e le braccia tonde dal polso minuscolo. Tutto l'abito era ornato di merletto veneziano. In testa, sui capelli neri, tutti suoi, aveva una piccola corona di violette, e un'altra simile sul nastro nero della cintura fra le trine bianche. La pettinatura era semplice: spiccavano soltanto quelle brevi anella restie di capelli ricci che, aggraziandola, si sbizzarrivano continuamente sulla nuca e sulle tempie. Al collo tornito e forte aveva un filo di perle.

Kitty vedeva Anna ogni giorno, era incantata di lei e se l'era figurata sempre in lilla. Ma ora, vedendola in nero, sentì che non ne aveva afferrato tutto il fascino. Le appariva completamente nuova e insospettata. Capì, ora, che Anna non avrebbe potuto essere vestita in lilla e che il fascino suo consisteva nell'emergere sempre dall'abbigliamento, così che l'abito indossato da lei non venisse notato. E il vestito nero con i merletti pregiati neppure si notava; era solamente una cornice, e ne balzava fuori lei, semplice, naturale, elegante e, nello stesso tempo, gaia e viva.

Stava in piedi, tenendosi, come sempre, straordinariamente diritta e quando Kitty si avvicinò al gruppo, parlava col padrone di casa volgendo lieve il capo verso di lui.

- No, io non scaglierò la prima pietra - rispondeva - benché non capisca - aggiunse, alzando le spalle, e subito si rivolse a Kitty con un tenero sorriso di protezione. Colto in un fuggevole sguardo femminile tutto l'abbigliamento di Kitty, le fece con la testa un appena percettibile, ma ben comprensibile cenno d'approvazione per l'abito e per la bellezza. - Voi entrate in sala ballando - disse.

- È una delle più fedeli collaboratrici - disse Korsunskij, salutando Anna Arkad'evna che non aveva ancora visto. - La principessina ci aiuta a rendere bello e allegro il ballo. Anna Arkad'evna, un giro di valzer - disse inchinandosi.

- Ah, vi conoscete? - disse la padrona di casa.

- Chi non ci conosce? Mia moglie ed io siamo come i lupi bianchi, tutti ci conoscono - rispose Korsunskij. - Un giro di valzer, Anna Arkad'evna.

- Io non ballo, quando è possibile farne a meno - disse lei.

- Ma oggi non se ne può fare a meno - rispose Korsunskij. In quel momento si avvicinò Vronskij.

- Ebbene, se oggi non si può farne a meno, allora andiamo - disse lei senza notare l'inchino di Vronskij e sollevando rapida la mano sulla spalla di Korsunskij.

"Perché è scontenta di lui?" pensò Kitty avendo notato che Anna determinatamente non aveva risposto all'inchino di Vronskij. Vronskij si accostò a Kitty, per ricordarle la prima quadriglia, rammaricandosi di non avere avuto il piacere di vederla in tutto quel tempo. Kitty guardava, ammirata, Anna che ballava il valzer e intanto ascoltava lui. Si aspettava di essere invitata al valzer; ma egli non lo fece e lei lo guardò con sorpresa. Vronskij arrossì e si precipitò a chiederle il ballo, ma non appena ebbe abbracciata la vita sottile di lei e mosso il primo passo, la musica cessò di colpo. Kitty guardò quel viso che era a così breve distanza da lei; e in seguito, per parecchi lunghi anni, quello sguardo pieno d'amore che ella gli aveva rivolto e a cui egli non aveva risposto, le angosciò il cuore di tormentosa vergogna.

- Pardon, pardon, un valzer, un valzer - gridava dall'altra parte della sala Korsunskij e, presa a volo la prima signorina che gli capitò, ricominciò a ballare.

XXIII

Vronskij fece qualche giro di valzer con Kitty. Dopo il valzer Kitty si avvicinò alla madre ed ebbe appena il tempo di scambiare qualche parola con la Nordston, che Vronskij era già venuta a riprenderla per la prima quadriglia. Durante la quadriglia non fu detto nulla di particolare. La conversazione, smozzicata, si aggirò ora sui Korsunskij, marito e moglie, che Vronskij descriveva, con molta amenità, come cari ragazzi quarantenni, ora sul futuro teatro pubblico, e solo una volta la toccò nel vivo, quando egli le chiese se c'era Levin e soggiunse che gli era piaciuto molto. Ma Kitty non si aspettava nulla di più dalla quadriglia. Aspettava invece con trepidazione la mazurca. Le sembrava che nella mazurca si dovesse decidere tutto. Il fatto che durante la quadriglia egli non l'avesse invitata per la mazurca, non l'inquietava. Era sicura di ballare la mazurca con lui, come nelle altre feste, e rifiutò cinque cavalieri dicendo d'essere già impegnata. Tutto il ballo, fino all'ultima quadriglia, fu per Kitty una magica visione di colori gioiosi, di suoni e di movimento. Tralasciava di ballare e chiedeva un po' di riposo solo quando si sentiva troppo stanca. Ma ballando l'ultima quadriglia con uno di quei giovanotti uggiosi al quale non aveva potuto dire di no, venne a trovarsi vis-à-vis con Vronskij e Anna. Dall'inizio del ballo non si era più ritrovata con Anna; ed ecco, a un tratto, la vide ancora del tutto nuova e insospettata. Riconobbe in lei i segni dell'eccitamento dovuto al successo ch'ella stessa conosceva. Vedeva che Anna era come inebriata dall'incanto da lei suscitato. Conosceva questa sensazione, ne conosceva i segni e li vedeva in Anna. Vedeva lo scintillio degli occhi, tremulo e avvampante, e il riso di felicità e di eccitamento che senza volere le increspava le labbra; vedeva la grazia misurata, la sicurezza e la levità dei movimenti.

"Ma per chi? Per tutti o per uno solo?" si chiese. E, senza venire in aiuto al disgraziato giovanotto col quale ballava e che s'era lasciato sfuggire il filo di una conversazione iniziata e non riusciva a riannodarlo, e prestando apparentemente orecchio alle forti grida allegre e imperiose di Korsunskij che ora lanciava tutti in un grand rond, ora in una cha(ne, Kitty osservava, e il cuore le si stringeva sempre più. "No, non è l'ammirazione di tutti che l'ha inebriata, ma l'esaltazione di uno solo. E chi è quest'unico? Possibile che sia lui?". Ogni volta che Vronskij parlava con Anna, negli occhi di lei si accendeva uno scintillio gioioso e un riso di felicità increspava le sue labbra vermiglie. Era come se ella volesse contenersi per non fare apparire questi segni, ma questi salivano da soli sul viso. "E lui?". Kitty lo guardò ed ebbe paura. Ciò che con tanta chiarezza appariva nello specchio del viso di Anna, Kitty vide anche in lui. Dove erano più quell'atteggiamento calmo e deciso e quell'espressione del viso liberamente serena? No, ora, ogni volta che egli si volgeva a lei, piegava un po' il capo, quasi desideroso di caderle ai piedi, e nello sguardo suo non vi era che un'espressione di sottomissione e di paura.

"Non voglio offendervi - diceva ogni volta il suo sguardo - ma voglio salvarmi e non so come". Un'espressione quale non aveva mai vista nel viso di lui.

Parlavano di amici comuni, facevano la più insignificante delle conversazioni, ma a Kitty pareva che ogni parola pronunziata decidesse il loro e il suo destino. E lo strano era che, in realtà, pur parlando di come fosse ridicolo Ivan Ivanovic col suo francese e del fatto che per la Elackaja si sarebbe potuto trovare un partito migliore, tuttavia queste parole avevano un senso speciale per loro ed essi lo sentivano così come lo sentiva Kitty. Tutto il ballo, il mondo intero, tutto si coprì di nebbia nel cuore di Kitty. Soltanto la severa educazione ricevuta la sosteneva e l'obbligava a fare quello che da lei si pretendeva, cioè ballare, rispondere alle domande, parlare, sorridere persino. Ma, prima che cominciasse la mazurca, quando già si allontanavano le sedie e alcune coppie s'erano mosse dai salotti verso la sala grande, Kitty fu presa da un attimo di disperazione e di sgomento. Aveva rifiutato cinque cavalieri e ora non ballava la mazurca. Non c'era neppure speranza che qualcuno l'invitasse; proprio perché ella aveva un così grande successo in società, a nessuno poteva venire in mente che non fosse impegnata fino a quel momento. Occorreva dire alla madre che non stava bene e voleva tornare a casa, ma non ne aveva la forza. Era stroncata.

Si ritirò in fondo a un piccolo salotto e si lasciò cadere su di una poltrona. La gonna lieve come un soffio si sollevò come una nuvola intorno alla vita sottile; la mano nuda, magra e delicata di fanciulla, abbandonata e senza forza affondò nelle pieghe della gonna rosa; l'altra reggeva il ventaglio e con movimento rapido rinfrescava il viso accaldato. Ma a dispetto di questa sua parvenza di farfalla attaccata appena a un filo d'erba e pronta a volar via aprendo le ali iridate, un'angoscia paurosa le stringeva il cuore.

"Ma forse mi sbaglio, forse questo non è accaduto" e di nuovo le tornava in mente quello che aveva visto.

- Kitty, cos'è mai? - disse la contessa Nordston, avvicinandosi senza far rumore sul tappeto. - Non capisco.

A Kitty tremò il labbro inferiore; si alzò in fretta.

- Kitty, non balli la mazurca?

- No, no - disse Kitty con voce che tremava di lacrime.

- Lui l'ha invitata davanti a me per la mazurca - disse la Nordston, sapendo che Kitty avrebbe capito chi era lui e chi era lei. - Lei ha detto: "Non ballate forse con la principessina (cerbackaja?".

- Ah, a me che importa! - rispose Kitty.

Nessuno, all'infuori di se stessa, poteva capire la sua situazione, nessuno sapeva ch'ella aveva detto di no il giorno prima a un uomo che forse amava, e che gli aveva detto di no perché credeva in un altro.

La contessa Nordston trovò Korsunskij col quale doveva ballare la mazurca e gli impose di andare a invitare Kitty. Kitty ballava nella prima fila e per sua fortuna non doveva parlare perché Korsunskij correva su e giù tutto il tempo dando ordini al suo stuolo di ballerini. Vronskij ed Anna erano situati quasi di fronte a lei. Li vide da lontano con i suoi occhi presbiti, li vide poi da vicino, quando si incontrarono fra le coppie, e più li vedeva più si convinceva che la rovina sua era compiuta. Vedeva che essi si sentivano soli in quella sala piena di gente. E sul viso di Vronskij, sempre così deciso e libero, vedeva quell'espressione di smarrimento e di sottomissione che l'aveva stupita; l'espressione di un cane intelligente che si senta colpevole.

Anna rideva e il riso si trasmetteva a lui. Anna diveniva pensosa, ed egli si faceva serio. Una forza magica attirava gli occhi di Kitty sul viso di Anna. Ella era incantevole con quel semplice vestito nero, ed incantevoli erano le braccia tonde con i bracciali, ed il collo forte col filo di perle; incantevole la capigliatura inanellata e sciolta e incantevoli le movenze lievi dei piccoli piedi graziosi e delle mani, e il viso piacente pieno di vita; eppure c'era qualcosa di pauroso e di crudele in quell'incanto.

Kitty l'ammirava ancor più di prima, e sempre di più soffriva. Si sentiva stroncata e il suo viso lo rivelava. Quando Vronskij, scontratosi con lei nella mazurca, la vide, non la riconobbe al primo momento, tant'era mutata.

- Splendido ballo - le disse, tanto per dire qualcosa.

- Sì - rispose lei.

Durante la mazurca, ripetendo una figura complicata inventata da Korsunskij, Anna uscì nel mezzo del circolo, prese due cavalieri e chiamò a sé una signora e Kitty. Kitty la guardò come spaurita e le si accostò. Anna la guardava, socchiudendo gli occhi, e sorrideva stringendole una mano. Ma, visto che il viso di Kitty rispondeva al suo sorriso con disperata sorpresa, si allontanò da lei e si mise a parlare allegramente con l'altra signora.

"Sì, c'è qualcosa di strano, di diabolico e di affascinante in lei" si diceva Kitty.

Anna non voleva restare a cena, ma il padrone di casa cominciò a pregarla.

- Su via, Anna Arkad'evna - prese a dire Korsunskij, mettendo il braccio nudo di lei sotto la manica del suo frac. - Che idea mi è venuta per il cotillon! Un bijou!

E si spostava a poco a poco, cercando di trascinarla. Il padrone di casa sorrideva approvando.

- No, non resterò - rispondeva Anna sorridendo e, malgrado il sorriso, Korsunskij e il padrone di casa capirono, dal tono deciso di lei, che non sarebbe rimasta. - No, anche così ho ballato più a Mosca al vostro ballo che un intero inverno a Pietroburgo - disse Anna voltandosi a guardare Vronskij che stava in piedi davanti a lei. - Bisogna riposare prima d'intraprendere il viaggio.

- E voi partite certamente domani?

- Sì, credo - rispose Anna, sorpresa dell'audacia della domanda; e mentre diceva queste parole l'irrefrenabile tremulo scintillio degli occhi e del riso arse lui.

Anna Arkad'evna non rimase a cena e andò via.

XXIV

"Sì, c'è qualcosa di sgradevole e di scostante in me - pensava Levin, uscendo da casa (cerbackij e dirigendosi a piedi dal fratello. - Non piaccio alla gente. Orgoglio, dicono. Ma non è orgoglio. Se fossi stato orgoglioso, non mi sarei messo in una posizione come questa". E si figurava Vronskij felice, buono, intelligente e calmo che, probabilmente, non s'era mai trovato nella posizione orribile nella quale s'era venuto a trovare lui quella sera.

"Sì, certamente ella doveva preferire lui. Così doveva andare; ed io non ho da lamentarmi di niente e di nessuno. La colpa è mia. Quale diritto avevo io di credere ch'ella avrebbe voluto legare la sua vita alla mia? Chi sono io? Che cosa sono? Un uomo da nulla, che non è necessario a niente e a nessuno. - E si ricordò del fratello Nikolaj, e fu contento di fermarsi su questo pensiero. - Non ha forse ragione lui che tutto al mondo è cattivo e sleale? Noi non abbiamo giudicato con giustizia il fratello Nikolaj. Certo dal punto di vista di Prokofij, che l'ha incontrato ubriaco e con la pelliccia stracciata, egli è un uomo spregevole, ma io lo conosco sotto un altro aspetto. Conosco l'anima sua; so che ci somigliamo io e lui. Eppure, invece di andarlo a cercare sono andato a pranzo e poi sono andato là". Levin si accostò a un fanale, lesse l'indirizzo del fratello che aveva nel portafoglio e poi chiamò un vetturino. Durante il percorso, Levin riandò con la mente a tutti gli episodi a lui noti della vita del fratello Nikolaj. Ricordò che suo fratello durante gli anni universitari e ancora un anno dopo, malgrado le irrisioni dei colleghi, aveva condotto una vita da cenobita, adempiendo rigorosamente i riti della religione, il servizio divino, i digiuni e rifuggendo da qualsiasi piacere, soprattutto dalle donne; ma dopo, come se a un tratto si fosse sbandato, s'era accostato alle persone più indegne e s'era lasciato andare alla vita più sregolata. Ricordò la storia del ragazzo che egli aveva preso dalla campagna per educarlo e che in un accesso di cattiveria aveva battuto tanto da farsi intentare un processo per lesioni. Ricordò la storia del baro col quale aveva perso i denari e al quale aveva richiesto una cambiale e sporto poi egli stesso querela, dimostrando d'essere stato ingannato (era questo il denaro che aveva sborsato Sergej Ivanyc). Ricordò ch'egli aveva passato una notte in guardina per atti di violenza. Ricordò l'ignobile processo che aveva imbastito contro il fratello Sergej Ivanyc per accusarlo di non aver pagato la quota del fondo materno; e la sua ultima impresa, quando cioè, inviato come impiegato nella regione occidentale, era stato messo sotto processo per aver percosso un collega anziano... Tutto questo era certamente molto abietto, eppure a Levin non appariva così abietto come a coloro che non conoscevano Nikolaj Levin, che non conoscevano tutta la sua storia, che non conoscevano il suo cuore.

Levin ricordava come nel tempo in cui Nikolaj era nella fase della mania religiosa, dei digiuni, dei monaci, delle funzioni, nel periodo in cui egli cercava nella religione un aiuto, un freno alla sua natura sensuale, non solo nessuno l'aveva mai sorretto, ma tutti, ed egli stesso, l'avevano irriso. Lo punzecchiavano, lo chiamavano Noè, il monaco; e quando s'era traviato, nessuno gli aveva dato aiuto, e tutti, con orrore e disgusto, gli avevano voltato le spalle.

Levin sentiva che suo fratello Nikolaj, in fondo all'anima, malgrado la sregolatezza della sua vita, non era più irragionevole delle persone che lo disprezzavano. Non era colpa sua l'essere nato con quel carattere ribelle e con la mente ottenebrata da qualcosa: al contrario aveva sempre cercato d'essere buono. "Gli esporrò tutto, lo costringerò a dirmi tutto, e gli mostrerò di volergli bene e di capirlo" decise Levin, giungendo dopo le dieci all'albergo indicato nell'indirizzo.

- Di sopra, numero 12 e 13 - rispose il portiere alla richiesta di Levin.

- Ma c'è?

- Dovrebb'esserci.

La porta del numero 12 era semiaperta e ne usciva, in un fascio di luce, un fumo denso di tabacco cattivo e fiacco, e il suono di una voce che Levin non conosceva; ma Levin capì subito che il fratello era là: aveva sentito il suo tossicchiare.

Quando entrò nel vano della porta, la voce sconosciuta diceva: "Tutto dipende da come sarà condotto l'affare, se ragionevolmente e con coscienza".

Konstantin Levin guardò attraverso la porta e vide che quegli che parlava era un giovane intabarrato, con un'enorme capigliatura, mentre una donna giovane butterata, con un abito di lana senza polsi e senza colletto, sedeva sul divano. Il fratello non lo si arrivava a scorgere. Ma a Konstantin si strinse il cuore dalla pena nel vedere in quale ambiente di strane persone viveva suo fratello. Nessuno lo aveva sentito; e Konstantin nel togliersi le soprascarpe ascoltava quello che diceva il signore intabarrato. Parlava di una certa impresa.

- E che il diavolo le scortichi, quelle classi privilegiate - proruppe tossendo la voce del fratello. - Ma(a, procurati da cena e dacci del vino se ce n'è restato; se no, manda a prendere.

La donna si alzò e, uscendo fuori di là dell'intelaiatura, vide Konstantin.

- C'è un signore, Nikolaj Dmitric - disse.

- Che vuole? - chiese rabbiosa la voce di Nikolaj.

- Sono io - rispose Konstantin Levin venendo avanti nella luce.

- Chi io? - ripeté ancora più rabbiosa la voce di Nikolaj. Si sentì che egli si era alzato di scatto, impigliandosi in qualcosa, e Levin vide dinanzi a sé, sulla porta, la figura enorme, magra e ricurva del fratello; figura a lui nota, ma tuttavia lo sorprese per la selvatichezza, per l'aria malandata, per i grandi occhi spaventati.

Era ancora più magro che non tre anni prima, quando Konstantin Levin l'aveva visto l'ultima volta. Portava una finanziera: le mani e l'ampia ossatura sembravano ancora più enormi. I capelli s'erano diradati, ma gli stessi baffi spioventi coprivano le labbra, gli stessi occhi guardavano strani e ingenui lui che era entrato.

- Ah, Kostja! - esclamò subito riconoscendo il fratello, e i suoi occhi s'illuminarono di gioia. Ma, nello stesso momento, si voltò a guardare il giovane e fece quel movimento convulso, così noto a Konstantin, con la testa e il collo, come se la cravatta lo soffocasse, e tutta un'altra espressione, selvaggia, martoriata e crudele, si fermò sul suo viso scarno.

- Io ho scritto a voi e a Sergej Ivanyc che non vi conosco e non voglio conoscervi. Di che hai... di che avete bisogno?

Era affatto diverso da come se l'era immaginato Konstantin. Konstantin infatti, pensando a lui, aveva dimenticato tutto quello che rendeva tanto laboriosi i rapporti con lui; ma ora, nel vedere il suo viso, e in particolare quel volger convulso del capo, gli tornò in mente tutto questo.

- Non ho bisogno di nulla per nessuna ragione - rispose timido. - Sono venuto semplicemente per vederti.

La timidezza del fratello ammansì evidentemente Nikolaj. Egli storse le labbra.

- Ah, sì? - disse. - Allora entra, siedi. Vuoi cenare? Ma(a, porta per tre. No, aspetta. Sai chi è? - disse rivolto al fratello, indicando il signore intabarrato. - Questo è il signor Krickij, amico mio sin dal tempo di Kiev, un uomo molto notevole. La polizia, naturalmente, lo perseguita perché non è un vigliacco.

E secondo la sua abitudine, si voltò a guardare in giro tutti quelli ch'erano nella camera. Visto che la donna sulla porta stava per uscire, le gridò: "Aspetta, ho detto". E con quell'imprecisione e discontinuità di discorso che Konstantin conosceva bene, guardando di nuovo tutti, cominciò a raccontare al fratello la storia di Krickij: come l'avessero cacciato dall'università perché aveva organizzato una società di soccorso per gli studenti poveri e scuole domenicali, e come poi fosse entrato in una scuola elementare quale maestro, e come anche di là l'avessero cacciato e infine processato per qualche cosa.

- Siete dell'università di Kiev? - chiese Konstantin Levin a Krickij per interrompere il silenzio imbarazzante che si era stabilito.

- Sì, ero a Kiev - disse Krickij stizzito e accigliato.

- E questa donna - lo interruppe Nikolaj Levin, indicandola - è la compagna della mia vita Mar'ja Nikolaevna. L'ho presa da una casa - e nel dire ciò contrasse il collo. - Ma le voglio bene e la rispetto, e quelli che vogliono avere rapporti con me - aggiunse, alzando la voce e accigliandosi - sono pregati di amarla e di rispettarla. È come se fosse mia moglie, proprio lo stesso. Ecco, così tu sai con chi hai a che fare. E se credi di abbassarti, ecco la porta, e vattene con Dio.

E di nuovo i suoi occhi percorsero tutti interrogativamente.

- Non capisco perché mai dovrei abbassarmi.

- Su, allora ordina, Ma(a; fa' portare da cena: tre porzioni, vodka e vino... No, non occorre. Va'.

XXV

- Allora guarda - continuò Nikolaj Levin, contraendosi e corrugando con sforzo la fronte. Evidentemente gli era difficile riflettere che cosa dire e che cosa fare. - Ecco, guarda - e mostrò nell'angolo della stanza vari spezzoni di ferro legati con funi. - Vedi questo? È il principio di una nuova impresa alla quale ci accingiamo. Quest'impresa è un'artel'.

Konstantin non ascoltava quasi. Fissava quel viso malaticcio, tisico, e sempre più ne aveva pena, e non riusciva a seguire quello che suo fratello gli andava raccontando di quella sua artel'. Si rendeva conto che questa artel' era soltanto un espediente per salvarsi dal disgusto di se stesso. Nikolaj Levin continuò a dire:

- Tu sai che il capitale schiaccia il lavoratore. Da noi gli operai, i contadini sostengono tutto il peso del lavoro e sono posti in una condizione tale che, per quanti sforzi facciano, non riescono ad uscire dalla loro situazione di bestie da soma. Tutto il margine del guadagno, col quale potrebbero migliorare la loro sorte, procurarsi un po' di tempo libero e con esso l'istruzione, tutto il soprappiù della paga è sottratto loro dai capitalisti. E la società è congegnata così che più quelli lavorano, più s'arricchiscono i mercanti, i proprietari di terre, mentre loro rimangono sempre bestie da soma. Quest'ordine di cose va mutato - e guardò fisso e interrogativamente il fratello.

- Sì, s'intende - disse Konstantin, notando il rossore che era apparso sotto gli zigomi sporgenti del fratello.

- E poi, ecco, organizziamo un'artel' di fabbriferrai, dove la produzione e il profitto, i principali attrezzi di produzione, tutto sarà in comune.

- E dove avrà sede quest'artel'? - chiese Konstantin Levin.

- Nel villaggio di Vozdr(m, nel governatorato di Kazan'.

- E perché in un villaggio? Nei paesi, mi pare, c'è già tanto da fare. E perché un'artel' di fabbriferrai in un paese?

- Ma perché anche ora i contadini sono gli stessi schiavi di prima; e appunto per questo, a te e a Sergej Ivanyc dispiace che si voglia farli uscire da questa schiavitù - disse Nikolaj Levin, irritato dall'obiezione.

Konstantin Levin sospirò, e si mise a esaminare la camera tetra e sudicia. Questo sospiro parve irritare ancor più Nikolaj.

- Conosco le opinioni aristocratiche tue e di Sergej Ivanyc. So che egli adopera tutte le forze dell'ingegno per giustificare il male esistente.

- No, ma perché parli di Sergej Ivanyc? - proruppe Levin sorridendo.

- Sergej Ivanyc? Ah, ecco perché! - gridò ad un tratto Nikolaj, sentendo pronunciare il nome di Sergej Ivanyc - ecco a che scopo... Sì, ma a che scopo parlare? Dimmi una cosa... Perché sei venuto da me? Tu disprezzi tutto ciò e va bene, e allora vattene con Dio, vattene! - gridò alzandosi dalla sedia - vattene, vattene!

- Io non lo disprezzo affatto - disse timido Konstantin Levin. - Non discuto neppure.

Nel frattempo era tornata Mar'ja Nikolaevna. Nikolaj Levin si voltò rabbioso verso di lei. Ella gli si accostò e gli mormorò qualcosa.

- Non so bene, sto diventando irascibile - disse Nikolaj, calmandosi e respirando faticosamente - e poi tu mi parli di Sergej Ivanyc e del suo articolo. È una tale assurdità, una tale menzogna, un tale autoinganno. Che cosa mai può scrivere sulla giustizia un uomo che non la conosce nemmeno? Avete letto il suo articolo? - disse rivolto a Krickij, sedendosi di nuovo accanto al tavolo e spostando fino alla metà di esso le sigarette sparse, per far posto.

- Non l'ho letto - disse cupo Krickij, non volendo evidentemente entrare in conversazione.

- Perché? - si voltò ora a Krickij con irritazione Nikolaj Levin.

- Perché non ritengo utile perdere il tempo in questo.

- Ma, scusate, come fate a sapere che verreste a perdere il tempo? Per molti quell'articolo è inaccessibile, troppo alto. Ma per me è un'altra cosa, io vedo da parte a parte le sue idee e so perché tutto questo è debole.

Tutti tacquero. Krickij si alzò lentamente e prese il berretto.

- Non volete cenare? Allora, addio. Domani venite col fabbroferraio.

Appena Krickij fu uscito, Nikolaj Levin sorrise e strizzò l'occhio.

- Anche lui è cattivo - disse. - Perché io vedo...

Ma in quel momento Krickij sulla porta lo chiamò.

- Che occorre ancora? - disse Nikolaj e uscì nel corridoio verso di lui. Rimasto solo con Mar'ja Nikolaevna, Levin si rivolse a lei.

- E voi, è molto che vivete con mio fratello? - le chiese.

- Ecco, è già più di un anno. La sua salute è molto peggiorata. Beve tanto.

- E che cosa beve?

- La vodka beve, e gli fa male!

- Molta forse? - mormorò Levin.

- Sì - disse lei, guardando timida la porta sulla quale era apparso Nikolaj Levin.

- Di che stavate parlando? - domandò, aggrottando le sopracciglia e facendo passare dall'uno all'altra i suoi occhi spauriti. - Di che cosa?

- Di nulla - rispose Konstantin confondendosi.

- E se non volete dirlo, fate pure. Solo non c'è bisogno che tu parli con lei. Lei è una di quelle ragazze... e tu sei un signore - disse contraendo il collo. - Tu, io lo vedo, hai capito tutto, l'hai apprezzata, e consideri con pietà i miei traviamenti - cominciò di nuovo, alzando la voce.

- Nikolaj Dmitric, Nikolaj Dmitric - mormorò di nuovo Mar'ja Nikolaevna, accostandosi a lui.

- Su, va bene, va bene! Già, e che ne è della cena? Ah, eccola - esclamò, vedendo un cameriere col vassoio. - Qua, metti qua - disse irritato e, presa la vodka, ne versò un bicchierino e bevve avidamente. - Bevi? ne vuoi? - disse, fattosi allegro d'un tratto, al fratello. - Su, via, basta di Sergej Ivanyc. Eppure son contento di vederti. Checché si dica, non siamo estranei tuttavia. Su, bevi, dunque. Racconta su, che cosa fai? - continuò, masticando avidamente un pezzo di pane e versando un altro bicchierino. - Come te la passi?

- Vivo solo in campagna, così come vivevo prima, mi occupo dell'amministrazione - rispose Konstantin, guardando con terrore l'avidità con la quale il fratello beveva e mangiava e sforzandosi di nascondere la propria attenzione.

- Perché non prendi moglie?

- Non m'è capitato - rispose arrossendo Konstantin.

- Come mai? Per me è finita. Me la sono sciupata la mia vita. L'ho detto e lo dirò ancora: se mi avessero dato la mia parte quando ne avevo bisogno, tutta la mia vita sarebbe stata un'altra.

Konstantin Dmitrevic si affrettò a cambiare discorso.

- Lo sai che il tuo Vaniu(ka è da me a Pokrovskoe come inserviente? - disse.

Nikolaj contrasse il collo e divenne pensoso.

- Su, raccontami che si fa a Pokrovskoe? La casa è sempre in piedi? E le betulle, e la nostra stanza di studio? E Filipp il giardiniere è possibile che sia vivo ancora? Come ricordo la pergola e il sedile! Bada, però, a non cambiar nulla in casa; ma prendi moglie al più presto, e assesta tutto così com'era prima. Io allora verrò da te, se tua moglie sarà una brava donna.

- Ma vieni adesso da me - disse Levin. - Come ci sistemeremmo bene!

- Verrei da te se sapessi di non trovare Sergej Ivanyc.

- Ma non lo troverai. Io vivo del tutto indipendente da lui.

- Sì; ma qualunque cosa tu dica, devi scegliere fra me e lui - disse, guardando timido il fratello negli occhi. Questa timidezza commosse Konstantin.

- Se vuoi conoscere tutta la mia opinione a questo riguardo, ti dirò che nella questione tua con Sergej Ivanyc, io non prendo le parti né dell'uno né dell'altro. Avete torto tutti e due. Tu hai torto in un modo più formale, lui in un modo più sostanziale.

- Ah, ah, tu hai capito questo, l'hai capito davvero? - gridò con gioia Nikolaj.

- Ma io, personalmente, tengo più alla tua amicizia, perché...

- Perché, perché?

Konstantin non poteva dire che ci teneva perché Nikolaj era un disgraziato e aveva bisogno di affetto. Ma Nikolaj capì ch'egli voleva dire proprio questo e, accigliandosi, allungò di nuovo la mano verso la vodka.

- Basta, Nikolaj Dmitric - disse Mar'ja Nikolaevna, stendendo la mano grassoccia verso la caraffa.

- Lascia! Non seccare! Ti picchio! - gridò.

Mar'ja Nikolaevna sorrise d'un sorriso mansueto e buono che si comunicò anche a Nikolaj e allontanò la vodka.

- Tu credi che lei non capisca nulla? - disse Nikolaj. - Capisce tutto meglio di noi. Non è vero che in lei c'è qualcosa di buono e di caro?

- Non siete stata mai prima a Mosca? - le disse Konstantin, tanto per dire qualche cosa.

- Ma non darle del voi. Ne può avere soggezione. Nessuno, tranne il giudice di pace, quando l'hanno giudicata perché voleva andarsene dalla casa di corruzione, le ha mai dato del voi. Dio mio, che razza di insensatezze al mondo! - gridò improvvisamente. - Queste nuove istituzioni, questi giudici di pace, il consiglio distrettuale, che assurdità.

E prese a raccontare i suoi contrasti con le nuove istituzioni.

Konstantin Levin lo ascoltava, ma ora quel negare il valore di tutte le pubbliche istituzioni, cosa che egli stesso condivideva e che spesso aveva espresso, gli spiaceva sulle labbra del fratello.

- In quell'altro mondo capiremo tutto questo - disse scherzando.

- In quell'altro mondo? Oh, io non amo l'altro mondo! Non l'amo - disse, fermando i suoi selvaggi occhi spauriti in faccia al fratello. - Perché ora, ecco, ci sembra bello andarcene via da tutta questa turpitudine, da tutta questa confusione degli altri e nostra, ma io ho paura della morte, ho paura, tremenda paura della morte. - Rabbrividì. - Ma bevi qualcosa? Vuoi dello champagne? Oppure, andiamo in qualche posto. Andiamo dagli zigani! Sai, mi piacciono gli zigani e anche le canzoni russe.

La sua lingua cominciò ad imbrogliarsi ed egli prese a saltare da un argomento all'altro. Konstantin, con l'aiuto di Ma(a, lo convinse a non muoversi di casa e lo mise a letto completamente ubriaco.

Ma(a promise di scrivere a Konstantin in caso di necessità e di convincere Nikolaj Levin ad andare a vivere presso il fratello.

XXVI

La mattina Konstantin Levin partì da Mosca e verso sera giunse a casa. In treno parlò con i compagni di viaggio di politica, delle nuove strade ferrate, e durante il percorso, così come durante il soggiorno a Mosca, fu sopraffatto da una certa confusione di idee, da uno scontento di sé, come da una vergogna di fronte a qualcosa. Ma quando uscì dalla stazione e riconobbe Ignat il cocchiere, orbo di un occhio, col bavero del gabbano rialzato; quando, nella luce incerta che filtrava dalle finestre della stazione, vide la slitta coi tappeti, i suoi cavalli con le code legate, le bardature ad anelli e i fiocchi, e quando Ignat il cocchiere, prima ancora di finire di sistemare i bagagli, prese a raccontargli le novità della campagna: l'arrivo dell'imprenditore, lo sgravo della Pava, egli sentiva che a poco a poco la confusione si diradava, che la vergogna e lo scontento scomparivano. Al solo vedere Ignat e i cavalli aveva provato questo; ma quando infilò il pellicciotto di montone che gli avevan portato e, sedutosi tutto imbacuccato nella slitta, partì, pensando alle imminenti disposizioni da dare in campagna e guardando il bilancino sgroppato eppur focoso, un tempo cavallo da sella del Don, cominciò a considerare in modo del tutto diverso quello che gli era successo. Sentiva di essere di nuovo se stesso e di non voler essere altri. Voleva soltanto essere migliore di come era prima. In primo luogo, da quel giorno decise di non sperare più in quella felicità straordinaria che gli doveva essere data dal matrimonio e, in conseguenza, di non disdegnare tanto il presente. In secondo luogo non avrebbe permesso a se stesso di lasciarsi trascinare dal vizio carnale il cui ricordo lo aveva tanto tormentato al momento di fare la sua proposta.

Dopo, ricordando il fratello Nikolaj, decise con se stesso di non dimenticarlo mai più, di aiutarlo invece, di non allontanarlo mai più dalla sua mente e di essere pronto a venirgli in aiuto quando si fosse trovato in cattive condizioni. E questo sarebbe accaduto presto, lo sentiva. Poi, anche il discorso del fratello sul consumismo, che egli aveva lì per lì abbandonato con tanta leggerezza, ora lo faceva meditare. Riteneva un'assurdità il cambiamento delle condizioni economiche esistenti, ma sentiva sempre l'ingiustizia del proprio superfluo di fronte alla miseria del popolo. E decise che d'ora in poi, per sentirsi pienamente nel giusto, pur avendo sempre lavorato e vissuto senza sperpero, avrebbe lavorato ancora di più e ancora di meno si sarebbe consentito del lusso. E tutto questo gli sembrava così facile a ottenersi, che passò tutto il tempo del viaggio nei sogni più lusinghieri. Con un vigoroso senso di fiducia in una vita migliore, giunse a casa alle nove di sera.

Dalle finestre di Agaf'ja Michajlovna, la vecchia njanja che in casa occupava il posto di governante, veniva giù la luce sulla neve del piazzale davanti alla casa. Ella non dormiva ancora. Kuz'ma, svegliato da lei, corse fuori sulla scala, assonnato e scalzo. La cagna da caccia Laska, che per poco non buttò a terra Kuz'ma, saltò fuori anche lei a guaire e a strofinarsi contro le ginocchia di Levin; si sollevava sulle zampe, desiderando, senza peraltro arrischiarvisi, mettergli le zampe anteriori sul petto.

- Siete tornato presto, batju(ka - diceva Agaf'ja Michajlovna.

- M'è venuta addosso la noia, Agaf'ja Michajlovna. In albergo si sta bene, ma a casa è meglio - le rispose, e passò nello studio.

Lo studio fu illuminato a poco a poco da una candela che vi portarono. Cominciarono a comparire i noti particolari; le corna di cervo, gli scaffali coi libri, lo specchio, la stufa con la bocca di calore che da tempo doveva essere riaccomodata, il divano del padre, il grande scrittoio, sullo scrittoio un libro aperto, un portacenere rotto, un quaderno con la propria scrittura. Quando egli vide tutto questo, per un attimo fu preso dal dubbio di poter costruire quella nuova vita di cui aveva sognato durante il viaggio. Era come se tutte queste impronte di vita lo afferrassero e gli dicessero: "No, non ti libererai di noi e non sarai un altro; ma sarai così come sei sempre stato, con tutti i tuoi dubbi e con quell'eterno scontento di te, con gli inutili tentativi di ripresa e con le ricadute, con quell'eterna ansia di felicità che non ti è data e che per te è impossibile".

Ma questo lo dicevano le sue cose, mentre un'altra voce nell'animo suo diceva che non ci si doveva sottomettere al passato e che di se stessi si poteva fare tutto. E obbedendo a questa voce, si accostò a un angolo dove si trovavano due pesi da un pud ciascuno e cominciò a sollevarli da ginnasta qual era, cercando di mettersi in uno stato di vigore. Di là dalla porta scricchiolarono dei passi. Egli abbassò in fretta i pesi.

Entrò il fattore e disse che tutto, grazie a Dio, andava bene; ma comunicò che il grano saraceno s'era bruciacchiato nel nuovo essiccatoio. Questa notizia esasperò Levin. Il nuovo essiccatoio era stato costruito e in parte ideato da Levin. Il fattore era sempre stato contrario al nuovo essiccatoio e ora, con celata soddisfazione, dichiarava che il grano saraceno s'era bruciato. Levin invece era fermamente convinto che s'era bruciato solo perché non erano state prese quelle misure che egli aveva cento volte disposto. Si indispettì, fece una solenne risciacquata al fattore. Ma c'era stato un avvenimento importante e lieto; s'era sgravata la Pava, la vacca più bella, più costosa, comprata a una esposizione.

- Kuz'ma, dammi il pellicciotto. E voi, andate a prendere un po' la lanterna, voglio dare un'occhiata - disse al fattore.

La stalla per le mucche pregiate si trovava subito dietro alla casa. Attraversando il cortile, vicino al mucchio di neve che era accanto alle serenelle, Levin raggiunse la stalla. Quando si aprì la porta coperta di gelo, si sentì una zaffata di letame caldo, fumante e le mucche, sorprese dalla luce insolita della lanterna, si agitarono sulla paglia fresca. Baluginò la groppa vasta, liscia, a macchie nere e bianche dell'olandese. Berkut, il toro, disteso con l'anello al labbro, avrebbe voluto alzarsi, ma cambiò idea, soffiò due volte quando gli passarono accanto. La bella Pava, rossa, enorme come un ippopotamo, con la schiena voltata, nascondeva a quelli che entravano la vitellina e se l'andava annusando.

Levin entrò nel recinto, guardò la Pava e fece alzare sulle lunghe zampe traballanti la vitella bianca e rossa. La Pava, agitata, stava per mugghiare, ma quando Levin le accostò la vitellina, si acquietò e, dopo aver soffiato pesantemente, prese a leccarla con la lingua scabra.

La vitella intanto dava dei colpi col muso, annaspando sotto l'anguinaia della madre e movendo in giro la piccola coda.

- Su, fa' luce qua, F(dor, qua la lanterna - diceva Levin osservando la vitella. - Tale e quale la madre! Benché per il colore somigli al padre. Bella, molto bella. Lunga e lattaiola. Vasilij F(dorovic, è bella, eh? - si voltò al fattore, completamente in pace con lui per il grano saraceno, tanto era contento della vitella.

- E a chi dovrebbe somigliare per essere brutta? Il giorno dopo la vostra partenza è venuto Sem(n l'imprenditore. Bisognerà mettersi d'accordo con lui, Konstantin Dmitric - disse il fattore. - Vi ho già parlato della macchina.

Questa sola questione immise Levin in tutti i particolari dell'azienda, che era vasta e complessa, ed egli dalla stalla passò in ufficio, e, dopo aver parlato col fattore e con Sem(n l'imprenditore, rientrò in casa e andò difilato di sopra, in salotto.

XXVII

La casa era grande, all'antica, e Levin, pur vivendo solo, la occupava e la riscaldava tutta. Sapeva che questo era sciocco, sapeva che era perfino malfatto e contrario ai suoi attuali nuovi propositi, ma questa casa era tutto un mondo per Levin. Era il mondo nel quale avevano vissuto ed erano morti suo padre e sua madre. Essi avevano vissuto quella vita che per Levin rappresentava l'ideale di ogni perfezione e che egli sognava di rinnovare con la propria moglie e con la propria famiglia.

Levin ricordava appena sua madre. L'immagine di lei era sempre stata un ricordo sacro, e nella sua mente la futura sposa avrebbe dovuto essere una riproduzione di quell'ideale delicato e santo di donna che era stata sua madre.

Egli non solo non poteva immaginare l'amore per la donna al di fuori del matrimonio, ma immaginava prima la famiglia e poi la donna che gliel'avrebbe data. Perciò le sue idee sul matrimonio non erano simili a quelle della maggioranza degli uomini che conosceva, per i quali il matrimonio era uno dei molti affari della vita sociale. Per Levin era il più grande avvenimento della vita, dal quale dipendeva tutta la felicità. E ora bisognava rinunciarvi.

Quando entrò nel salottino dove era solito prendere il tè e si mise a sedere nella sua poltrona con un libro, e quando Agaf'ja Michajlovna gli portò il tè e, col suo solito "e mi metto a sedere anch'io, batju(ka", si accomodò sulla sedia accanto alla finestra, Levin sentì che, per quanto ciò fosse strano, egli non aveva abbandonato il suo sogno e non poteva vivere senza esso. O con lei o con un'altra, ma questo sarebbe avvenuto. Leggeva il libro, pensava a quello che leggeva, soffermandosi a sentire Agaf'ja Michajlovna che parlottava senza posa; e intanto vari quadri della sua azienda agricola e della futura vita familiare si presentavano senza alcun legame alla sua immagine. Sentiva che in fondo all'anima qualcosa si fissava, si dimensionava, si assestava.

Ascoltava il parlottare di Agaf'ja Michajlovna, di come Prochor avesse dimenticato Dio e con i denari che gli aveva regalato Levin per comprare il cavallo cioncasse tutto il giorno e picchiasse a morte la moglie; ascoltava e leggeva il libro, e ricordava tutto il procedimento delle sue idee risvegliato dalla lettura. Era un libro di Tyndall sul calore. Ricordava le sue critiche mosse al Tyndall per quella sua disinvoltura nel condurre gli esperimenti e per quella sua mancanza di visione filosofica. Ma d'un tratto gli affiorò alla mente un pensiero piacevole: "Fra due anni avrò nella mia mandria due mucche olandesi, la stessa Pava potrà essere ancora viva, e alle dodici giovenche di Berkut aggiungici a far bella mostra queste tre, che meraviglia!". E prese di nuovo il libro.

"E va bene, l'elettricità e il calore sono una cosa sola; ma è possibile, per risolvere un problema, porre in un'equazione una grandezza in luogo di un'altra? E allora? Il collegamento di tutte le forze della natura anche così si sente per istinto... Proprio bello quando la figlia di Pava sarà già una mucca pezzata di rosso e quando ci sarà già una mandria cui aggiungere queste tre!... Perfetto!... Uscire con la moglie e con gli ospiti a incontrar la mandria... Mia moglie dirà: 'Kostja ed io abbiamo tirato su questa vitella come fosse un bambino'. 'Come vi può interessare tutto questo?' dirà l'ospite. 'Tutto quello che interessa lui, interessa me'. Chi sarà mai lei? - Ed egli ricordava quello che era successo a Mosca... - Ma che fare? Io non ne ho colpa. Ora tutto andrà in modo nuovo. È assurdo che la vita, che il passato non lascino raggiungere lo scopo. Bisogna lottare per vivere meglio...". Sollevò il capo e si fece pensoso. La vecchia Laska, che non aveva ancora completamente smaltito la gioia dell'arrivo del padrone, e che era corsa ad abbaiare in cortile, ritornò scodinzolando e portando con sé odor d'aria fresca; si accostò a Levin, gli ficcò il muso sotto il braccio, guaendo flebile e chiedendo d'essere carezzata.

- Solo la parola non ha - disse Agaf'ja Michajlovna. - È un cane, eppure capisce che il padrone è tornato ed è di umor nero.

- Perché d'umor nero?

- E che forse non lo vedo, batju(ka? Basta aver la salute e la coscienza pulita.

Levin la guardava fisso, meravigliandosi che ella avesse intuito i suoi pensieri.

- Be', devo portare dell'altro tè? - disse lei e, presa la tazza, uscì.

Laska continuava a ficcargli il muso sotto il braccio. Egli la lisciò. Allora essa si acciambellò ai suoi piedi, poggiando il muso sulla zampa posteriore che sporgeva. E a mostrar che ora stava bene, che era contenta, aprì leggermente la bocca, schioccò un po' con le labbra e, accostate ai vecchi denti le labbra bavose, s'acquietò in una calma beata. Levin seguì attentamente quest'ultimo movimento.

"Anch'io così - si disse - anch'io così. Non fa niente... Tutto va bene".

XXVIII

La mattina dopo il ballo, Anna Arkad'evna inviò di buon'ora un telegramma al marito, annunziandogli la sua partenza da Mosca per quel giorno stesso.

- No, devo partire, devo partire - diceva alla cognata, spiegando il cambiamento di programma con un tono tale che pareva si fosse ricordata di tante faccende da non poterle nemmeno elencare.

- No, è meglio oggi stesso!

Stepan Arkad'ic non pranzò a casa, ma promise di venire alle sette per accompagnare la sorella. Nemmeno Kitty venne: mandò un biglietto in cui diceva di aver mal di capo.

Dolly e Anna pranzarono soltanto con i bambini e la signorina inglese. Ma i bambini, o perché incostanti e ipersensibili, o perché avvertivano che Anna quel giorno era tutt'altra da quella che essi avevano preso ad amare e che già non s'occupava più di loro, certo è che avevano smesso improvvisamente il loro giuoco con la zia, quell'attaccarsi a lei; e il fatto che lei partisse non li interessava per nulla. Tutta la mattina Anna fu presa dai preparativi per la partenza. Scrisse alcuni biglietti ad amici moscoviti, annotò alcuni conti, e preparò il bagaglio. A Dolly pareva che nell'insieme ella non fosse in tranquillità di spirito, ma in un certo stato di inquietudine che ella conosceva bene e che sorge non senza ragione e per lo più nasconde lo scontento di sé. Quando, dopo pranzo, Anna andò in camera sua a cambiarsi, Dolly la seguì.

- Come sei strana oggi - le disse.

- Io? Trovi? Non sono strana, sono cattiva. Mi accade talvolta. Avrei voglia di piangere. È molto sciocco, ma passa - disse svelta Anna, abbassando il viso divenuto rosso su un minuscolo sacchetto dove andava riponendo la cuffia da notte e i fazzoletti di batista. I suoi occhi brillavano in modo particolare e si riempivano continuamente di lacrime. - Mi è tanto dispiaciuto lasciare Pietroburgo, e ora invece non me ne andrei più via di qua.

- Sei venuta ed hai fatto un'opera di bene - disse Dolly, osservandola attentamente.

Anna la guardò con gli occhi pieni di lacrime.

- Non dir questo, Dolly. Io non ho fatto nulla, e non potevo far nulla. Mi meraviglio, a volte, a veder come la gente sembri d'accordo nel guastarmi. Che ho fatto e che potevo fare? In te, nel tuo cuore s'è trovato tanto amore da perdonare...

- Senza di te, Dio lo sa cosa sarebbe stato! Come sei felice, Anna! - disse Dolly. - Nell'anima tua tutto è limpido e bello.

- Ognuno ha nell'anima i propri skeletons, come dicono gli inglesi.

- E tu quali skeletons hai mai? In te tutto è così chiaro.

- Eppure ci sono - disse Anna a un tratto e, inaspettatamente, dopo le lacrime, un riso sottilmente ironico le increspò le labbra.

- Ma certamente sono gai, i tuoi skeletons, non tenebrosi - disse sorridendo Dolly.

- No, sono tenebrosi. Lo sai perché vado via oggi e non domani? Questa confessione che mi pesa te la voglio fare - disse Anna decisa, riversandosi sulla poltrona e guardando dritto negli occhi Dolly.

E con sorpresa, Dolly vide che Anna era diventata rossa fino alle orecchie, fino a quelle brevi anella di capelli neri che le si sbizzarrivano sul collo.

- Sì - continuò Anna. - Sai perché Kitty non è venuta a pranzo? ( gelosa di me. Io le ho sciupato tutto... sono stata io a renderle quel ballo un tormento e non una gioia. Ma davvero, davvero non ne ho colpa, oppure solo un poco - disse, indugiando con voce sottile sulla parola "poco".

- Oh, come l'hai detto alla stessa maniera di Stiva! - disse ridendo Dolly.

Anna si urtò.

- Oh, no, no! io non sono Stiva - disse, accigliandosi. - Te lo racconto perché neppure un attimo mi permetto di dubitare di me stessa - disse Anna.

Ma proprio nel momento in cui pronunciava queste parole, sentì che non erano vere: non solo dubitava di se stessa ma provava un'agitazione al pensiero di Vronskij, e partiva prima di quello che avrebbe voluto solo per non incontrarsi più con lui.

- Già, Stiva ci diceva che hai ballato la mazurca con lui e che lui...

- Non puoi immaginare come ciò sia stato ridicolo. Io non pensavo che a combinare il matrimonio e a un tratto, ecco tutt'altra cosa. Forse senza volere io...

Arrossì e si fermò.

- Oh, loro lo sentono subito! - disse Dolly.

- Ma io sarei desolata se ci fosse qualcosa di serio da parte sua - l'interruppe Anna. - E sono sicura che tutto questo sarà dimenticato, e che Kitty cesserà di odiarmi.

- Del resto, Anna, a dirti la verità, io non desidero molto questo matrimonio per Kitty. Ed è meglio che vada a monte se lui, Vronskij, ha potuto innamorarsi di te in un giorno.

- Oh, Dio mio, questo sarebbe così sciocco! - disse Anna, e di nuovo un rossore denso di soddisfazione le apparve sul viso, nel sentire espresso in parole il pensiero che l'occupava tutta. - E così, ecco, me ne vado dopo essermi fatta una nemica di Kitty, che avevo preso ad amare. Ah, com'è cara! Ma tu appianerai tutto questo, Dolly, vero?

Dolly poteva trattenere a stento un sorriso. Voleva bene ad Anna, ma non le spiaceva scorgere anche in lei qualche debolezza.

- Una nemica! Non può essere.

- Vorrei tanto che tutti voi mi voleste bene come ve ne voglio io; e ora ho preso a volervene ancora di più - disse Anna con le lacrime agli occhi. - Ah, come sono sciocca, oggi!

Si passò il fazzoletto sul viso e cominciò a vestirsi.

Stepan Arkad'ic giunse proprio al momento della partenza, in ritardo, col viso accaldato, allegro, fragrante di vino e di sigaro.

L'emotività di Anna si era comunicata a Dolly e, quando abbracciò per l'ultima volta la cognata, le mormorò:

- Sappi, Anna, che quello che hai fatto per me non lo dimenticherò mai. E ricordati che ti ho voluto bene e te ne vorrò sempre come all'amica migliore.

- Non capisco perché - disse Anna, baciandola e nascondendo le lacrime.

- Tu mi hai capita e mi capisci. Addio, cara!

XXIX

"Finalmente tutto è finito, sia lodato Iddio!". Fu questo il primo pensiero che venne ad Anna quando salutò per l'ultima volta il fratello che fino al terzo segnale aveva ostruito con la propria persona l'ingresso della vettura. Sedette nel piccolo sedile accanto ad Annu(ka e diede un'occhiata in giro nella penombra della vettura letto. "Grazie a Dio, domani vedrò Serëza ed Aleksej Aleksandrovic, e la mia buona vita d'ogni giorno scorrerà come prima".

Ancora in quello stato di inquietudine che l'aveva posseduta tutto il giorno, Anna si preparò con cura e piacere per il viaggio; con le piccole mani agili aprì e richiuse il sacchetto rosso, tirò fuori un piccolo guanciale, se lo pose sulle ginocchia e, avvoltesi accuratamente le gambe, sedette tranquilla. Una signora malata si disponeva già a dormire. Altre due signore presero a parlare con lei, mentre una vecchia obesa si ravvolgeva le gambe e faceva delle osservazioni sul riscaldamento. Anna rispose qualche parola alle signore, ma non prevedendo alcun interesse dalla conversazione, chiese ad Annu(ka di tirar fuori la lanterna da viaggio, l'appese al bracciolo della poltrona e prese dalla borsetta un tagliacarte e un romanzo inglese. In un primo tempo non le fu possibile di leggere. Le davano noia innanzi tutto il chiasso e l'andirivieni della gente; poi, quando il treno si mise in moto, non poté non prestare orecchio ai rumori, e la neve che picchiava sul finestrino di sinistra e si attaccava al vetro, la vista di un capotreno tutto imbacuccato che passava tutto ricoperto di neve da un lato solo, i discorsi sulla tormenta che infuriava distrassero la sua attenzione. Poi tutto divenne uniforme, il traballio interrotto da scosse, la neve al finestrino, gli improvvisi passaggi da un caldo di vaporazione al freddo e poi di nuovo al caldo, il baluginare di quegli stessi volti nella penombra e il suono delle stesse voci; e Anna prese a leggere e a capire quello che leggeva. Annu(ka già sonnecchiava, tenendo la sacca rossa sulle ginocchia con le mani larghe nei guanti, uno dei quali era bucato. Anna Arkad'evna leggeva e capiva, ma non provava piacere a leggere e a seguire il riflesso della vita degli altri. Aveva troppa voglia di viverla lei, la vita. Leggeva che l'eroina del romanzo vegliava un malato e le veniva voglia di camminare in punta di piedi per la camera del malato; leggeva che un membro del parlamento faceva un discorso e le veniva voglia di pronunciare lei quel discorso; leggeva che lady Mary inseguiva a cavallo un branco di bestie, provocando la cognata e facendo meravigliare tutti del suo ardire, e le veniva voglia di far lei tutto questo. Non c'era nulla da fare, invece, e rigirando il coltellino liscio tra le piccole mani, si sforzava di leggere.

L'eroe del romanzo aveva già cominciato a raggiungere la sua felicità inglese, il titolo di baronetto e una tenuta, e Anna stava per desiderare di andare con lui in questa tenuta, quando improvvisamente sentì ch'egli avrebbe dovuto vergognarsi e che anche lei avrebbe dovuto vergognarsi di quella medesima cosa. Ma di che cosa mai egli doveva vergognarsi? "Di che cosa mai mi vergogno io?" si domandò con meraviglia offesa. Lasciò il libro e si abbandonò sulla spalliera della poltrona, stringendo forte il tagliacarte con tutte e due le mani. Nulla da aver vergogna. Esaminò tutti i suoi ricordi di Mosca. Erano tutti buoni, piacevoli. Ricordò il ballo, ricordò Vronskij e il suo viso innamorato, sottomesso, ricordò tutti i suoi rapporti con lui; non c'era nulla di cui vergognarsi. Ma intanto proprio a questo punto il senso di vergogna diveniva più forte, come se una certa voce interiore, proprio lì, nel punto in cui si ricordava di Vronskij, le dicesse: "Caldo, caldo, scottante". "Ebbene - si disse decisa, cambiando posizione nella poltrona. - Che vuol dire ciò? Possibile che fra me e quel giovane ufficiale, quel ragazzo, esistano o possano esistere altri rapporti fuorché quelli che esistono con ogni altro conoscente?". Sorrise con sprezzo e riprese di nuovo il libro; ma ormai davvero non poteva più afferrare quello che leggeva. Passò il tagliacarte sul vetro del finestrino, ne accostò la superficie liscia e fredda alla guancia e si mise quasi a ridere di un'allegrezza che si era impossessata di lei senza ragione. Sentiva che i nervi, come corde, si tendevano sempre di più come su cavicchi avvitantisi. Sentiva che gli occhi le si dilatavano, e che le dita delle mani e dei piedi le si muovevano nervosamente, che qualche cosa dentro le soffocava il respiro e che tutte le immagini e i suoni in quella penombra vacillante la colpivano con una impressionante chiarità. Ad ogni momento era assalita da attimi di dubbio: "La vettura va avanti o indietro, o sta del tutto ferma? È Annu(ka vicino a me o una donna estranea? Che cosa c'è lì, sul bracciuolo, una pelliccia o una bestia? E che cosa sono io? Sono proprio io, o un'altra?". Aveva paura di lasciarsi andare a questo vaneggiamento. Ma qualcosa ve l'attirava e a volontà ella poteva abbandonarvisi o trattenersene. Si alzò per rientrare in sé, gettò indietro lo scialle da viaggio e tolse la pellegrina dal vestito pesante. Per un attimo si riebbe, e capì che l'uomo allampanato che era entrato col cappotto lungo di nanchino al quale mancava un bottone, era un fochista che era venuto a guardare il termometro, e capì che la neve e il vento avevano fatto irruzione dietro di lui attraverso la porta; ma poi di nuovo tutto si confuse. L'uomo allampanato si metteva a rosicchiare qualcosa appoggiato alla parete, la vecchia cominciava ad allungare le gambe per tutta la lunghezza della vettura e la riempiva di un vapore nero; poi qualcosa di pauroso strideva e picchiava come se sbranassero qualcuno, infine un fuoco rosso accecava gli occhi e tutto veniva chiuso da un muro. Ad Anna parve di sprofondare. Eppure tutto questo non era terribile, ma esilarante. La voce di un uomo imbacuccato e ricoperto di neve le gridò qualcosa all'orecchio. Si alzò e ritornò in sé; capì che erano arrivati ad una stazione e che questi era il controllore. Pregò Annu(ka di darle la pellegrina che s'era tolta e lo scialle, se li mise e si diresse verso lo sportello.

- Volete scendere? - chiese Annu(ka.

- Sì, voglio prendere una boccata d'aria. Qui fa troppo caldo.

E aprì lo sportello. La tormenta e il vento le si scagliarono addosso contrastandole lo sportello. La cosa la divertì. Aprì lo sportello e venne fuori. Fu come se il vento avesse atteso proprio lei; prese a fischiare con gioia e voleva afferrarla e portarla via, ma lei si aggrappò con una mano ad una colonnina gelata e, trattenendo l'abito, scese sulla banchina e passò dietro la vettura. Il vento era forte sulla scaletta, ma sulla banchina, dietro la vettura, c'era calma. Respirò con gioia, a pieni polmoni, l'aria di neve, gelida, e, in piedi accanto alla vettura, si mise a guardare tutt'intorno la banchina e la stazione illuminata.

XXX

Una tormenta paurosa s'era scatenata e fischiava fra le ruote della vettura, lungo le colonne, al di là dell'angolo della stazione. Vetture, colonne, uomini; tutto quello che si poteva scorgere veniva ricoperto da un sol lato di neve e sempre di più se ne ricopriva. Per un attimo la tormenta parve calmarsi, ma poi di nuovo si sferrò con raffiche tali che sembrava non si potesse resisterle. Nel frattempo alcune persone corsero e, scambiando allegramente qualche parola, fecero scricchiolare le assi della banchina aprendo e richiudendo continuamente la porta grande. L'ombra contorta di un uomo scivolò sotto i piedi di lei e si udì il rumore di un martello sul ferro... "Telegrafa!" echeggiò una voce irritata dall'altra parte nel buio della tormenta. "Favorite qua, n. 28!" gridarono ancora altre voci e delle persone imbacuccate corsero, ricoperte di neve. Due signori, con le sigarette accese in bocca, le passarono accanto. Ella respirò ancora una volta per prendere aria a sazietà e aveva già tirato fuori la mano dal manicotto per afferrarsi alla colonnina e rientrare in vettura, quando accanto a lei un individuo dal cappotto militare le intercettò la luce vacillante del fanale. Si voltò e in quell'attimo riconobbe il viso di Vronskij. Portando la mano alla visiera, egli s'inchinò e domandò se avesse bisogno di qualcosa e se potesse esserle utile. Anna lo fissò a lungo senza rispondere nulla e, malgrado l'ombra in cui era, vedeva, o le sembrava di vedere, anche l'espressione del viso e degli occhi di lui. Ancora quell'espressione di reverente ammirazione che la sera prima l'aveva tanto impressionata. Più di una volta in quei giorni, e fino a pochi momenti prima, era andata ripetendo a se stessa che Vronskij era per lei uno dei cento giovanotti eternamente identici che s'incontrano dovunque, e che ella mai avrebbe concesso a se stessa di pensare a lui; ma ora, in quel primo attimo dell'incontro, fu presa da un senso di orgoglio gioioso. Non c'era bisogno di chiedere perché fosse là. Lo sapeva così sicuramente come s'egli avesse detto che si trovava là perché voleva essere dov'era lei.

- Non sapevo che foste in viaggio. Perché viaggiate? - disse, abbassando la mano con la quale stava aggrappata alla colonnina. E un'irrefrenabile gioia e animazione le illuminarono il viso.

- Perché viaggio? - ripeté lui, guardandola dritto negli occhi. - Voi sapete che io viaggio per essere dove siete voi - disse - e non posso fare altrimenti.

Nello stesso tempo, come se avesse superato degli ostacoli, il vento spazzò via la neve dai tetti delle vetture, strascinò una lamiera di ferro ch'era riuscito a strappare, e il fischio della locomotiva ruggì, lugubre e cupo. A lei ora tutto l'orrore della tormenta pareva ancora più bello. Egli aveva detto proprio quello che l'anima sua desiderava, ma che la sua ragione temeva. Ella non rispondeva nulla, e sul viso di lei egli scorgeva la lotta interiore.

- Perdonatemi se vi spiace quello che ho detto - disse umilmente.

Parlava con cortesia, con rispetto, ma con tanta fermezza e ostinazione che per molto tempo ella non poté rispondere nulla.

- È male quello che dite, e vi prego, se siete un gentiluomo, dimenticate quello che avete detto; anch'io dimenticherò - disse infine.

- Non una vostra parola, non un vostro gesto dimenticherò mai, e non posso...

- Basta, basta! - gridò lei, cercando invano di dare un'espressione severa al viso che egli andava scrutando avidamente. E afferratasi con la mano alla colonnina gelida, montò sul predellino ed entrò in fretta nel corridoio della vettura. Ma nel piccolo ingresso si fermò per riflettere a quello che era accaduto. Non ricordava né le parole proprie, né quelle di lui, ma ebbe la sensazione che quella conversazione di pochi istanti li avesse terribilmente avvicinati e ne era spaventata e felice. Dopo esser rimasta in piedi per qualche secondo, entrò nello scompartimento e sedette al proprio posto. Quello stato di tensione che l'aveva tormentata poco prima non solo si rinnovò, ma aumentò sino a farle temere che da un momento all'altro si spezzasse in lei qualcosa di troppo teso. Non dormì tutta la notte. Ma in quella tensione e in quel vaneggiamento che le riempivano la mente, non c'era nulla di spiacevole e di tetro, al contrario, c'era qualcosa di gioioso e di eccitante. All'alba si assopì nella poltrona, e quando si svegliò era giorno chiaro e il treno si avvicinava a Pietroburgo. Il pensiero della casa, del marito, del figlio, le faccende di quel giorno e dei seguenti s'impossessarono subito di lei.

A Pietroburgo, non appena il treno si fu fermato ed ella uscì, il primo viso che attirò la sua attenzione fu quello del marito: "Ah, Dio mio, perché ha le orecchie fatte a quel modo?" pensò guardando la figura di lui fredda e rappresentativa e in particolare le cartilagini delle orecchie che sostenevano le falde del cappello tondo e che in quel momento la colpivano. Egli, appena la vide, le andò incontro, atteggiando le labbra al sorriso canzonatorio che gli era abituale e guardandola diritto con i suoi grandi occhi stanchi. Una sensazione sgradevole le strinse il cuore quando incontrò lo sguardo di lui ostinato e stanco: come se avesse voluto vederlo diverso. La colpì soprattutto quello scontento di sé che aveva provato nell'incontrarlo. Era, questa, una sensazione da tempo provata, simile a quella sua mancanza di lealtà nei rapporti col marito; ma prima questa sensazione ella non la notava, ora invece la percepiva con chiarezza e con pena.

- Be', lo vedi, hai un marito tenero, tenero come al primo anno di matrimonio: bruciava dal desiderio di vederti - disse lui con la sua voce sottile e strascicata e con quel tono che quasi sempre usava con lei, un tono di canzonatura verso chi avesse parlato così per davvero.

- Serëza sta bene? - domandò lei.

- E questa è tutta la tua ricompensa per il mio ardore? - disse lui. - Sta bene, sta bene...

XXXI

Per tutta quella notte Vronskij non tentò neppure d'addormentarsi. Sedeva sulla sua poltrona, ora con gli occhi fissi davanti a sé, ora osservando quelli che entravano e uscivano; e se anche prima egli colpiva e disorientava le persone che non lo conoscevano, per quella sua aria di imperturbabile indifferenza, ora sembrava ancor più pieno e soddisfatto di sé. Guardava agli uomini come a cose. Un impiegato del tribunale del distretto, un giovanotto nervoso seduto di fronte a lui, prese a detestarlo per quella sua aria. Il giovanotto accendeva la sigaretta a quella di Vronskij, cominciava a parlare con lui, lo urtava perfino per fargli sentire che non era una cosa, ma Vronskij lo guardava così come si guarda un fanale, e il giovanotto si contorceva, sentendo di perdere il dominio di se stesso, sottoposto alla pressione di quel mancato riconoscimento umano.

Vronskij non vedeva nulla e nessuno. Si sentiva un dominatore, non perché credesse d'aver fatto colpo su Anna (a questo egli non credeva ancora), ma perché l'impressione che ella aveva prodotto su di lui lo rendeva felice e orgoglioso.

Che cosa sarebbe venuto fuori da tutto questo, non lo sapeva, e non lo immaginava neppure. Sentiva che tutte le sue forze, fino ad ora rilasciate e disperse, si erano fuse e orientate con spaventosa energia verso un unico fine beato. E ne era felice. Sapeva solo di averle detto la verità, dicendole che andava là dov'era lei; sapeva che tutta la felicità della sua vita, l'unico senso della vita lo trovava adesso nel veder lei, nell'ascoltar lei. E quando era uscito dalla vettura a Bologovo per bere dell'acqua di seltz, e aveva visto Anna, involontariamente la prima cosa che aveva detto era stata proprio ciò che pensava. Ed era felice di averglielo detto, era felice ch'ella lo sapesse e ci pensasse. Non dormì tutta la notte. Da quando era rientrato in vettura, senza mutar posto, non aveva cessato di riandare con la mente a tutti gli atteggiamenti in cui l'aveva vista, a tutte le sue parole, mentre nell'immaginazione volteggiavano le figurazioni di un possibile futuro che lo facevano venir meno.

Quando, a Pietroburgo, uscì dalla vettura, si sentiva, dopo la notte insonne, vivido e fresco come dopo un bagno freddo. Si fermò presso la vettura, ad aspettarla. "La vedrò ancora una volta - si disse, sorridendo involontariamente - vedrò la sua andatura, il suo viso: dirà qualcosa, volgerà il capo, guarderà, riderà, forse". Ma prima ancora di veder lei, vide il marito accompagnato con deferenza dal capostazione tra la folla. "Ah, già, il marito!". Solo in quel momento Vronskij capì per la prima volta con chiarezza che il marito era una persona legata a lei. Sapeva ch'ella aveva un marito, ma non credeva alla sua esistenza, e ci credette in pieno solo quando lo vide, con quella sua testa, con quelle sue spalle, con le gambe nei pantaloni neri; specialmente quando vide con quale senso di proprietà egli prendeva tranquillamente il braccio di lei.

Nel vedere Aleksej Aleksandrovic, col viso rasato di fresco alla pietroburghese e col suo aspetto rigidamente sicuro di sé, col cappello a falde larghe, la schiena un po' curva, ci credette, e provò una sensazione sgradevole, simile a quella di un uomo che, tormentato dalla sete, e pervenuto a una fonte vi trovi un cane, una pecora o un maiale che, bevendo, ne abbia intorbidita l'acqua. L'andatura di Aleksej Aleksandrovic, che dimenava tutto il bacino movendo le gambe ad angolo ottuso, dava fastidio in modo particolare a Vronskij. Riconosceva solo a se stesso l'indubitabile diritto di amare lei. Ma lei era sempre la stessa, e la sua apparizione agì su di lui, come sempre, animandolo fisicamente, eccitandolo ed empiendogli l'anima di gioia. Ordinò al servitore tedesco, che gli veniva incontro correndo dalla seconda classe, di prender la roba e di andar via, e intanto si avvicinò a lei. Vide il primo incontro fra marito e moglie e osservò, con la penetrazione di chi ama, la leggera ombra di soggezione con la quale ella parlava col marito. "No, non lo ama e non può amarlo" decise fra sé e sé. Mentre si accostava alle spalle di Anna Arkad'evna, notò con gioia ch'ella aveva sentito il suo avvicinarsi e che stava per girarsi, ma che poi, riconosciutolo, si era rivolta nuovamente al marito.

- Avete passata bene la notte? - chiese, inchinandosi dinanzi a lei e al marito insieme, lasciando ad Aleksej Aleksandrovic la facoltà di prender per sé quell'inchino e d'accettarlo oppur no a suo piacimento.

- Grazie, molto bene - rispose lei.

Il suo viso sembrava stanco e non v'era quel giuoco d'animazione che urgeva ora nel riso ora negli occhi; solo per un attimo, mentre lo guardava, qualcosa balenò nei suoi occhi, e sebbene questo fuoco si spegnesse subito, egli fu felice di quell'attimo. Ella guardò il marito per vedere se conosceva o no Vronskij. Aleksej Aleksandrovic guardava Vronskij con disappunto, cercando distrattamente di ricordarsi chi fosse. La sicurezza e la tranquillità di Vronskij in quel momento urtarono, come la falce nella selce, contro la fredda sicurezza di Aleksej Aleksandrovic.

- Il conte Vronskij - disse Anna.

- Ah, ci conosciamo, mi pare - disse con indifferenza Aleksej Aleksandrovic, dandogli la mano. - All'andata hai viaggiato con la madre, al ritorno col figlio - disse, pronunciando con precisione, come se elargisse un rublo ad ogni parola. - Probabilmente, tornate da una licenza? - disse e, senza aspettar risposta, si voltò alla moglie in tono scherzoso. - Dunque, molte lacrime sono state versate a Mosca al momento della separazione?

Col rivolgersi alla moglie aveva fatto intendere a Vronskij che desiderava restar solo e, giratosi verso di lui, si toccò il cappello; ma Vronskij disse ancora ad Anna Arkad'evna:

- Spero di aver l'onore di venire da voi - disse.

Aleksej Aleksandrovic lo guardò con occhi stanchi.

- Molto lieto - disse freddo; - riceviamo il lunedì. - Poi, dopo aver lasciato andar via definitivamente Vronskij, disse alla moglie: - È stato proprio bene che io abbia avuto mezz'ora di tempo per venirti a prendere e dimostrarti la mia tenerezza - egli continuò nello stesso tono scherzoso.

- Tu insisti troppo su questa tua tenerezza, perché io possa apprezzarla - disse lei con lo stesso tono scherzoso, prestando involontariamente orecchio al suono dei passi di Vronskij che camminava dietro di loro. "Ma che me ne importa?" pensò, e cominciò a chiedere al marito come era stato senza di lei Serëza .

- Oh, benissimo! Mariette dice che è molto caro e... devo darti un dispiacere... non ha sentito nostalgia di te, non certo come tuo marito. Ma ancora una volta merci, amica mia, di avermi regalato una giornata. Il nostro caro samovar sarà entusiasta - egli chiamava "samovar" la famosa contessa Lidija Ivanovna, perché sempre e per tutto si agitava e accalorava. - Ha domandato di te. E sai, ti posso dare un consiglio? Dovresti andare da lei oggi stesso. Perché le duole il cuore per ogni cosa. Ora poi, oltre tutti i suoi affanni, è preoccupata della riconciliazione degli Oblonskij.

La contessa Lidija Ivanovna era un'amica di suo marito e il centro di uno di quei circoli della società di Pietroburgo al quale Anna era legata più intimamente che non a tutti gli altri per mezzo di suo marito.

- Ma se le ho scritto.

- Ma a lei occorre saper tutto per filo e per segno. Cerca di andarci, se non sei stanca, amica mia. Ora la carrozza te la farà venire Kondratij, e io vado al comitato. Finalmente non mangerò più solo - continuò Aleksej Aleksandrovic non più in tono scherzoso. - Tu non puoi credere come sia abituato...

E stringendole a lungo la mano, la fece salire in carrozza con un sorriso particolare.

XXXII

La prima persona che venne incontro ad Anna in casa fu il figlio. Si lanciò verso di lei giù per la scala, malgrado le grida della governante, chiamando con un entusiasmo disperato: "Mamma, mamma!". Giunto di corsa fino a lei, le si appese al collo.

- Ve lo dicevo io che era la mamma! - gridava alla governante. - Lo sapevo!

Anche il figlio, così come il marito, produsse in Anna un senso di delusione. Se lo immaginava più bello di quanto non fosse in realtà. E dovette discendere fino alla realtà per compiacersi di come era. Ma in fondo anche così era delizioso, con i riccioli biondi, gli occhi azzurri e le gambette piene e ben fatte nelle calze attillate. Anna provava una gioia quasi fisica nel sentirsi vicino a lui e una tenerezza e una calma morale quando incontrava lo sguardo suo leale, fiducioso e tenero e ne ascoltava le domande ingenue. Tirò fuori i regali che avevano mandato i bambini di Dolly e raccontò al figlio come a Mosca ci fosse una bimba, una certa Tanja, la quale sapeva già leggere e insegnare perfino agli altri bambini.

- Ma forse io sono meno bravo di lei? - chiese Serëza.

- Per me tu sei il più bravo di tutti al mondo.

- Lo so - disse Serëza, sorridendo.

Anna aveva appena fatto in tempo a prendere il caffè che le annunciarono la contessa Lidija Ivanovna. La contessa Lidija Ivanovna era una donna alta e grossa, dal colorito giallastro e malato e dagli occhi neri, belli e pensosi. Anna le voleva bene, ma quel giorno era come se la vedesse per la prima volta con tutti i suoi difetti.

- Dunque, amica mia, avete portato il ramoscello d'olivo? - chiese la contessa Lidija Ivanovna entrando nella stanza.

- Già, tutto si è concluso; ma la cosa non era poi così grave come credevamo - rispose Anna. - In generale, la mia belle soeur è troppo impulsiva.

Ma la contessa Lidija Ivanovna, che si interessava di tutto quello che non la riguardava, e aveva l'abitudine di non ascoltare mai quello che avrebbe potuto interessarla, interruppe Anna.

- Ah, c'è molto dolore e molta cattiveria nel mondo e io oggi sono così sfinita.

- Che c'è? - domandò Anna, cercando di trattenere un sorriso.

- Comincio a stancarmi di spezzare inutilmente lance in favore della verità, e a volte mi sento proprio snervata. L'affare delle Piccole Suore - era questa un'istituzione religioso-patriottica - andava già a meraviglia; ma con quei signori non si può far nulla - aggiunse in tono di ironica rassegnazione. - Si sono afferrati a un'idea, l'hanno travisata e, dopo tutto, ragionano con molta meschinità e piccineria. Due o tre persone sole, fra le quali vostro marito, comprendono il significato di quest'opera; ma gli altri la lasciano cadere. Ieri mi ha scritto Pravdin...

Pravdin era un noto panslavista all'estero e la contessa Lidija Ivanovna riferì il contenuto della sua lettera.

Dopo di che la contessa parlò anche delle contrarietà e delle insidie contro la questione dell'unione delle chiese, e se ne andò in fretta, perché in quel giorno doveva andare alla seduta di un'associazione e al comitato slavo di beneficenza.

"Certo questo suo modo di fare è lo stesso di prima, ma perché prima non lo notavo? - si diceva Anna. - O forse oggi è molto eccitata? Comunque, è ridicolo: il suo scopo è la virtù, è una cristiana, ma è sempre in collera e vede sempre nemici in nome della cristianità e della virtù".

Dopo la contessa Lidija Ivanovna venne un'amica, la moglie di un direttore, la quale raccontò tutte le novità della città. Alle tre se ne andò anche lei, promettendo di venire a pranzo. Aleksej Aleksandrovic era al ministero. Rimasta sola, Anna occupò il tempo, fino all'ora del pranzo, nell'assistere al pasto del figlio (egli pranzava separatamente), nel mettere in ordine le sue cose, nel leggere e rispondere ai biglietti e alle lettere che le si erano ammonticchiati sullo scrittoio.

Il senso di inspiegabile vergogna che aveva provato in viaggio e l'agitazione erano completamente scomparsi. Nelle condizioni abituali di vita si sentiva di nuovo sicura e irreprensibile.

Ricordava con stupore il suo stato del giorno prima. "Ma cos'era mai? Nulla. Vronskij ha detto una sciocchezza alla quale è stato facile porre fine, e io ho risposto proprio come conveniva. Parlare a mio marito non si deve e non si può. Parlarne, sarebbe come dare importanza a ciò che non ne ha". Ricordò d'aver raccontato al marito di un accenno di dichiarazione che le aveva fatto a Pietroburgo un giovane dipendente di lui. Aleksej Aleksandrovic le aveva risposto che ogni donna, vivendo nel gran mondo, poteva essere esposta a cose simili, ma ch'egli fidava completamente nel suo tatto e che mai si sarebbe permesso di abbassare lei e se stesso alla gelosia. "Dunque, non c'è ragione di parlarne. Ma, grazie a Dio, non c'è neanche nulla da dire" si disse.

XXXIII

Aleksej Aleksandrovic tornò dal ministero alle quattro, ma, come spesso gli accadeva, non fece in tempo a passare da lei. Entrò nello studio a ricevere i sollecitatori che aspettavano e a firmare alcune carte portate dal capogabinetto. A pranzo (dai Karenin erano invitati a pranzo sempre un tre persone) vennero: una vecchia cugina di Aleksej Aleksandrovic, il direttore del dipartimento con la moglie e un giovanotto raccomandato ad Aleksej Aleksandrovic per un posto. Anna entrò in salotto per intrattenerli. Alle cinque in punto (l'orologio di bronzo in stile Pietro I non aveva finito di battere il quinto tocco) entrò Aleksej Aleksandrovic in cravatta bianca e in frac con due decorazioni, perché subito dopo pranzo doveva andar via. Ogni minuto della vita di Aleksej Aleksandrovic era impegnato e ripartito. E per riuscire a sbrigare quello che doveva fare ogni giorno, si atteneva alla più stretta puntualità. "Senza fretta, ma senza tregua" era il suo motto. Entrò frettoloso in sala, salutò tutti e, sorridendo alla moglie, sedette.

- Sì, è finita la mia solitudine. Non puoi credere come sia spiacevole - egli marcò la parola "spiacevole" - pranzare da solo.

A pranzo parlò con la moglie delle faccende di Mosca; con un sorriso canzonatorio chiese di Stepan Arkad'ic; ma la conversazione, prevalentemente generale, si aggirò sulle questioni amministrative e sociali di Pietroburgo. Dopo pranzo egli passò una mezz'ora con gli ospiti e, stretta di nuovo la mano alla moglie con un sorriso, uscì e andò al consiglio. Anna non andò questa volta né dalla principessa Betsy Tverskaja che, saputo del suo ritorno, l'aveva invitata per la serata, né a teatro dove quella sera aveva un palco. Non andò soprattutto perché il vestito sul quale contava non era pronto. Quando gli ospiti se ne andarono, dato uno sguardo generale al guardaroba, Anna s'indispettì molto. Prima della sua partenza per Mosca ella, che in genere era abilissima nel vestirsi senza spendere eccessivamente, aveva dato a rimodernare tre abiti alla sarta. Bisognava rifare i vestiti in modo da non farli riconoscere e dovevano essere pronti già da tre giorni. Invece due vestiti non lo erano affatto ed il terzo non era riuscito come avrebbe voluto lei. La sarta era venuta a giustificarsi e aveva sostenuto che in quel modo andava bene, e Anna si era indispettita tanto da provarne rimorso, dopo, al ricordo. Per rasserenarsi completamente era andata nella camera del bambino e aveva passato tutta la serata col figlio; lo aveva messo lei stessa a letto, gli aveva fatto il segno della croce e gli aveva rimboccato le coperte. Era felice di non essere andata in nessun posto e di aver passato così bene la serata. Si sentiva leggera e tranquilla e vedeva chiaramente che tutto quello che in viaggio le era parso così importante non era che uno degli insignificanti, comuni casi della vita mondana di cui non aveva da vergognarsi, né dinanzi a sé stessa, né dinanzi ad altri. Sedette presso il camino con in mano il romanzo inglese e aspettò il marito. Alle nove e mezzo in punto si udì la sua scampanellata ed egli entrò nella stanza.

- Finalmente sei tu! - disse lei, tendendogli la mano. Egli le baciò la mano e le sedette accanto.

- Vedo che il tuo viaggio è andato bene, nel complesso - disse.

- Sì, molto - rispose lei, e cominciò a raccontargli tutto dal principio: il viaggio con la Vronskaja, l'arrivo, la disgrazia alla stazione. Dopo disse della sua impressione di pena provata prima per il fratello e poi per Dolly.

- Io non credo che si possa scusare un uomo simile, anche se è tuo fratello - disse Aleksej Aleksandrovic severo.

Anna sorrise. Capì che egli aveva detto ciò proprio per mostrare che le considerazioni di parentela non potevano trattenerlo dall'esprimere con franchezza la propria opinione. Conosceva questo tratto in suo marito e le piaceva.

- Sono contento che tutto sia finito felicemente e che tu sia tornata - continuò. - Ebbene, che cosa dicono della nuova tesi che ho fatto passare al consiglio?

Anna non aveva sentito dir nulla di questa tesi e si pentì d'aver dimenticato con tanta leggerezza quello che per lui era così importante.

- Qui, al contrario, ha fatto molto scalpore - disse lui con un sorriso di compiacimento.

Ella vedeva che Aleksej Aleksandrovic voleva comunicarle qualcosa che lo lusingava a proposito di quella questione, e, interrogandolo, lo portò a raccontare.

Con lo stesso sorriso di compiacimento egli parlò delle ovazioni che gli erano state fatte in seguito all'approvazione della tesi.

- Ne sono stato molto contento. Questo dimostra che finalmente da noi comincia a consolidarsi un'opinione ragionevole e decisiva su questa faccenda.

Dopo aver preso il suo secondo bicchiere di tè con panna e pane, Aleksej Aleksandrovic si alzò e si diresse nello studio.

- E tu non sei andata in nessun posto? Ti sarai annoiata, probabilmente - disse.

- Oh, no! - rispose lei, alzandosi dietro di lui per accompagnarlo nello studio. - Cosa mai leggi ora? - domandò.

- Sto leggendo la Poésie des enfers del Duc de Lille - rispose lui. - È un libro molto interessante.

Anna sorrise, come si sorride alla debolezza delle persone care, e, posto il braccio sotto quello di lui, lo accompagnò fino alla soglia dello studio. Conosceva la sua abitudine, che era ormai una necessità, di leggere la sera. Sapeva che, malgrado i doveri d'ufficio che assorbivano quasi tutto il suo tempo, egli considerava doveroso seguire quanto di più notevole appariva nel mondo della cultura. Sapeva pure che in realtà lo interessavano solo i libri di politica, di filosofia e di teologia; che l'arte era del tutto estranea alla sua natura, ma che nonostante questo, o meglio per questo, Aleksej Aleksandrovic non trascurava nulla che avesse successo in questo campo e considerava suo dovere leggere tutto. Sapeva che nel campo della politica, della filosofia, della teologia Aleksej Aleksandrovic aveva dei dubbi o faceva delle ricerche; ma che nelle questioni di arte e di poesia, in particolare nella musica, del cui senso era completamente sprovvisto, aveva le più ristrette e tenaci convinzioni. Gli piaceva parlare di Shakespeare, di Raffaello, di Beethoven, del valore delle nuove correnti poetiche e musicali che venivano tutte classificate da lui con una logica molto chiara.

- E Dio sia con te - disse lei presso la porta dello studio dove già gli erano stati preparati un paralume sulla candela e una caraffa d'acqua accanto alla poltrona. - Io intanto scriverò a Mosca.

Egli le strinse la mano e la baciò di nuovo.

"Però è un brav'uomo, leale, di buon cuore e notevole nel suo campo - si andava dicendo Anna, tornata in camera sua; quasi a difenderlo di fronte a qualcuno che lo accusasse e che dicesse a lei che non lo si poteva amare. - Ma come mai ha le orecchie che gli sporgono così stranamente in fuori? Forse si è tagliato i capelli".

A mezzanotte in punto, quando Anna era ancora seduta allo scrittoio terminando una lettera a Dolly, si udirono dei passi eguali e Aleksej Aleksandrovic, in pantofole, lavato e pettinato, col libro sotto al braccio, si accostò a lei.

- È ora, è ora - disse, sorridendo in modo particolare, e si diresse in camera.

"E quale diritto aveva di guardarlo così?" pensò Anna, ricordando lo sguardo di Vronskij su di Aleksej Aleksandrovic.

Spogliatasi, Anna entrò in camera, ma sul suo volto non solo non c'era più quell'animazione che durante il soggiorno a Mosca le balenava tra gli occhi e il riso, ma al contrario il fuoco sembrava ormai spento in lei, oppure nascosto in qualche parte, lontano.

XXXIV

Partendo da Pietroburgo, Vronskij aveva lasciato il suo grande appartamento nella Morskaja all'amico e compagno carissimo Petrickij.

Petrickij era un giovane tenente non di alto lignaggio, e non solo non ricco, ma affogato nei debiti, sempre brillo verso sera e spesso agli arresti per varie scabrose e ridicole storie, ma amato dai compagni e dai superiori. Verso le undici, tornando a casa dalla stazione, Vronskij vide dinanzi al portone una vettura da nolo a lui nota. Alla sua scampanellata, attraverso la porta, sentì un riso di uomini, il balbettio di una voce femminile e il grido di Petrickij: "Se è qualche manigoldo, che non entri!". Vronskij ordinò all'attendente di annunciarlo, e pian piano entrò nella prima stanza. La baronessa Shilton, l'amica di Petrickij, col viso roseo e chiaro e tutta luccicante nel raso lilla del vestito, sedeva alla tavola rotonda, intenta a far bollire il caffè, e come un canarino riempiva tutta la stanza della sua parlata parigina. Petrickij in cappotto e il capitano di cavalleria Kamerovskij in uniforme completa, reduci probabilmente dal servizio, sedevano vicino a lei.

- Bravo! Vronskij! - gridò Petrickij, alzandosi e facendo rumore con la sedia. - Il padrone in persona! Baronessa, del caffè dalla caffettiera nuova! Ecco, non ti si aspettava proprio! Spero che tu sia contento del nuovo ornamento del tuo studio - disse indicando la baronessa. - Vi conoscete, vero?

- Altro che - disse Vronskij sorridendo allegramente e stringendo la piccola mano della baronessa. - E come! Una vecchia amica!

- Be', tornate a casa da un viaggio - disse la baronessa. - E allora io me ne vado via di corsa. Ah, me ne vado via in questo momento, se do fastidio.

- Siete a casa vostra, baronessa - disse Vronskij. - Salve, Kamerovskij - soggiunse, stringendo freddamente la mano di Kamerovskij.

- Ecco, voi non sapete mai dirmi delle cose così gentili - disse la baronessa rivolta a Petrickij.

- No, perché? Dopo pranzo vedrete che non ne dirò di peggiori.

- Già, dopo pranzo non c'è merito! Su, allora, vi darò del caffè; andate intanto a lavarvi e a mettervi in ordine - disse la baronessa sedendosi di nuovo e girando con premura una vite nella caffettiera nuova.

- Pierre, datemi il caffè - disse a Petrickij che chiamava così dal cognome Petrickij, senza nascondere i suoi rapporti con lui. - Ne aggiungo dell'altro.

- Ma lo sciupate!

- No, che non lo sciupo. Su, e la vostra sposa? - disse subito la baronessa interrompendo la conversazione di Vronskij col compagno. - Noi qui vi abbiamo ammogliato. Avete portato vostra moglie?

- No, baronessa. Zingaro son nato e zingaro morirò.

- Tanto meglio, tanto meglio. Qua la mano.

E la baronessa, senza lasciare andare Vronskij, prese a raccontargli i suoi ultimi progetti di vita, infiorandoli di scherzi, e chiedendogli consigli.

- Lui non vuole ancora consentire al divorzio. E allora che debbo fare? - "Lui" era suo marito. - Voglio iniziare il processo, perché ho bisogno di un patrimonio mio. Cosa mi consigliate? Kamerovskij, badate al caffè... esce fuori; vedete, io sto parlando d'affari. Capite forse quest'assurdità? io gli sarei infedele - diceva lei con sprezzo - e lui per questo vuole usufruire della mia proprietà.

Vronskij ascoltava volentieri l'allegro cinguettio di quella donna carina; le diceva di sì, le dava consigli scherzando e, in complesso, andava riprendendo rapidamente il suo tono abituale con le donne di questa specie. Nel suo mondo pietroburghese tutte le persone si dividevano in due categorie perfettamente opposte. Una, la categoria inferiore, si componeva di persone comuni, sciocche e soprattutto ridicole, le quali credevano che il marito dovesse vivere soltanto con la donna con la quale s'era sposato, che una ragazza dovesse essere innocente, la donna pudica, l'uomo virile, temperato e forte, che bisognasse educare i propri figli, provvedere al proprio pane, pagare i debiti e altre sciocchezze simili. Questa era la categoria delle persone fuori moda e ridicole. Ma c'era un'altra categoria, quella delle persone alla moda, alla quale tutti loro appartenevano, e nella quale bisognava essere soprattutto belli, eleganti, spenderecci, arditi, allegri e capaci di abbandonarsi a qualsiasi passione senza arrossire e ridendosi di tutto.

Vronskij era rimasto stordito solo il primo momento, dopo le impressioni che aveva riportato da Mosca di un mondo del tutto diverso; ma poi, subito, come se avesse infilato i piedi in un vecchio paio di pantofole, entrò nell'allegro e piacevole suo mondo di prima.

Il caffè infatti non arrivò neanche a bollire, che schizzò tutti e andò di fuori, producendo proprio quello che occorreva: versandosi su di un tappeto di valore e sul vestito della baronessa, offrì il pretesto al chiasso e al riso.

- Su, allora, addio, altrimenti non vi laverete mai e sulla mia coscienza graverà il più grosso delitto d'un uomo per bene: la sporcizia. Dunque, voi mi consigliate di mettergli il coltello alla gola?

- Proprio così, e in modo tale che la vostra manina si trovi vicina alle sue labbra. Egli bacerà la vostra mano e tutto andrà nel modo migliore - disse Vronskij.

- Allora a stasera, al Teatro Francese! - E frusciando col vestito, scomparve.

Kamerovskij si alzò anche lui, e Vronskij, senza aspettare che fosse uscito, gli diede la mano e si diresse nel bagno. Mentre si lavava, Petrickij gli descrisse in breve la propria situazione, tanto mutata dopo la partenza di Vronskij. Denaro niente. Il padre aveva detto che non ne avrebbe dato e che non avrebbe pagato debiti. Il sarto lo voleva fare arrestare e anche un altro lo minacciava decisamente di farlo schiaffar dentro. Il comandante del reggimento aveva dichiarato che, se tutti questi scandali non fossero finiti, egli avrebbe dovuto dare le dimissioni. La baronessa gli era venuta a noia come una radica amara, e soprattutto perché voleva continuamente dargli del denaro; ma ce n'era una, che egli poi avrebbe mostrata a Vronskij, una meraviglia, un amore, di perfetto stile orientale, "genre schiava Rebecca, capisci". Anche con Berko((v aveva litigato e gli voleva mandare i padrini, ma, naturalmente, non ne sarebbe venuto fuori nulla. In complesso tutto era eccellente, e straordinariamente allegro. E senza dare all'amico la possibilità di approfondire i particolari di questa situazione, Petrickij si diede a raccontargli tutte le novità interessanti. Ascoltando i racconti così noti di Petrickij, in quell'atmosfera ancor più nota dell'appartamento che occupava da tre anni, Vronskij provava un piacevole senso di ritorno all'abituale spensierata vita di Pietroburgo.

- Non può essere! - gridò, lasciando il pedale del lavabo, nel quale bagnava il collo rosso e sano. - Non può essere! - gridò alla notizia che Lora s'era unita con Mileev e aveva piantato Fertigov. - E lui, sempre così balordo e soddisfatto? Su, e di Buzulukov che ne è?

- Ah, con Buzulukov c'è stata una storia, una delizia! - gridò Petrickij. - Dunque, la passione sua sono i balli, e non se ne perde nemmeno uno di quelli a corte. Era andato al gran ballo con l'elmo nuovo. Hai visto gli elmi nuovi? Molto belli, leggeri. Eccolo, è lì in piedi... Su, ascolta.

- Sì, che ascolto - rispose Vronskij, fregandosi con un asciugamano a spugna.

- Passa una granduchessa con un ambasciatore, e, per disgrazia sua, il discorso cade sugli elmi nuovi. La granduchessa vuole mostrare l'elmo nuovo. Guardano, e il nostro giovincello sta lì impalato - Petrickij lo rifaceva così come stava, lì ritto con l'elmo sotto al braccio. - La granduchessa gli chiede di darle l'elmo. Lui, niente. Che succede? Non fanno che ammiccargli, fargli gesti, aggrottar le sopracciglia. Dàglielo. Non lo dà. Pare un morto. Ti puoi figurare... Ma quello... come si chiama... vuol prendere l'elmo... lui niente, non lo dà! Quello glielo strappa, lo dà alla granduchessa: "Ecco l'elmo nuovo" dice la granduchessa. Volta l'elmo, e figurati, dall'elmo, giù una pera, dei confetti, due libbre di confetti. Li aveva raccolti, poverino!

Vronskij scoppiò a ridere. E a lungo dopo, quando già parlavano d'altro, se gli tornava in mente l'elmo, scoppiava a ridere del suo riso sano che metteva in mostra i denti regolari e forti.

Sapute tutte le novità, Vronskij, con l'aiuto del servitore, si mise in uniforme per andare a presentarsi. Voleva poi, dopo essersi presentato, passare dal fratello, da Betsy e fare alcune visite per cominciare a entrare in quella società nella quale avrebbe potuto incontrare la Karenina. Come sempre a Pietroburgo, uscì di casa con l'intenzione di rientrarvi a notte alta.

PARTE SECONDA

I

Alla fine dell'inverno si tenne un consulto in casa (cerbackij per accertare quali fossero le condizioni di salute di Kitty e decidere cosa fare per ristabilirne le forze sempre più deboli. Il medico curante le aveva prescritto l'olio di fegato di merluzzo, poi il ferro, poi il nitrato di argento; ma poiché né questo, né quello, né l'altro avevano giovato ed egli consigliava di condurla all'estero, nella primavera fu fatto venire un medico di grido. Costui, bell'uomo ancor giovane, volle visitare l'ammalata. Insisteva con particolare compiacimento sul fatto che il pudore verginale è solo un residuo di barbarie, e che non vi è nulla di sconveniente che un medico, se pur non del tutto vecchio, visiti una ragazza tastandone il corpo svestito. Gli pareva del tutto naturale, gli capitava ogni giorno, e non sentiva e non pensava che potesse esservi nulla di male: e perciò considerava il pudore di una fanciulla non solo un residuo di barbarie, ma un'offesa alla propria persona.

Era necessario piegarvisi, perché, sebbene anche gli altri medici avessero frequentato la stessa scuola e studiato sugli stessi libri e tutti fossero in possesso di una stessa scienza, e pur avendo costui presso alcuni fama di medico inetto, tuttavia nella casa della principessa e nella sua cerchia, chi sa perché, si riteneva che solo questo medico famoso sapesse qualcosa di speciale e solo lui potesse salvare Kitty. Dopo aver visitato e tastato attentamente l'ammalata, smarrita e stordita per la vergogna, il medico famoso, lavatesi accuratamente le mani, rimase in piedi nel salotto a parlare col principe. Il principe aggrottava le sopracciglia e tossiva nell'ascoltarlo. Come uomo vissuto, non sciocco e di sana costituzione, non credeva alla medicina e nell'animo suo si irritava contro tutta quella commedia, tanto più che egli era forse il solo a capire in pieno la causa del malanno di Kitty. "Eccolo, lo spadellatore!" pensava, adattando nel pensiero il termine venatorio al medico di grido e ascoltandone le dissertazioni sui sintomi della malattia della figlia. Il medico, da parte sua, tratteneva a stento un'espressione di dispregio verso il vecchio gentiluomo e si abbassava con degnazione al livello dell'intelligenza di lui. Capiva che col vecchio non c'era nulla da fare e che in quella casa il capo era la madre. Dinanzi a costei si proponeva quindi di profondere le sue millanterie. In quel momento la principessa entrò in salotto col medico curante. Il principe si allontanò, cercando di non far notare quanto per lui fosse ridicola tutta quella commedia. La principessa era smarrita e non sapeva cosa fare. Si sentiva colpevole di fronte a Kitty.

- Ebbene, dottore, decidete la nostra sorte - disse la principessa. - Ditemi tutto. - E voleva dire: "C'è speranza?", ma le labbra le tremarono, e non poté pronunciare la domanda. - Dunque, dottore? -

- Subito, principessa; conferirò con il mio collega e poi avrò l'onore di dirvi la mia opinione.

- Allora vi dobbiamo lasciare?

- Come volete.

La principessa, dopo aver sospirato, uscì.

Quando i dottori rimasero soli, il medico curante cominciò timidamente a sottoporre la sua opinione che consisteva nell'ammettere un principio di processo tubercolare, ma... e via di seguito. Il medico famoso lo ascoltava e, nel mezzo del discorso, guardò l'orologio d'oro massiccio.

- Già, - disse - ma...

Il medico curante tacque rispettosamente, a metà discorso.

- Come voi sapete, un principio di processo tubercolare noi non possiamo diagnosticarlo; fino alla comparsa delle caverne non vi è nulla di positivo. Possiamo fare solamente delle ipotesi. E sintomi ce ne sono: denutrizione, eccitamento nervoso, ecc. La questione si pone in questi termini: supposto un processo tubercolare, che cosa bisogna fare per sostenere la nutrizione?

- Ma voi sapete, del resto, come in questi casi si nascondano sempre ragioni morali, spirituali - si permise di far presente, con un sorriso delicato, il medico curante.

- Già, s'intende - rispose il medico famoso, dopo aver guardato di nuovo l'orologio. - Ditemi, vi prego, è stato rimesso il ponte Jauzskij o bisogna ancora fare il giro? - chiese. - Ah, è a posto. Allora potrò trovarmi là in venti minuti. Dunque, dicevamo, la questione si pone in questi termini: sostenere la nutrizione e sistemare i nervi. L'una cosa è legata all'altra; bisogna battere sulle due parti del cerchio.

- E il viaggio all'estero? - chiese il medico curante.

- Io son nemico dei viaggi all'estero. E guardate un po': se c'è un principio di processo tubercolare, cosa che non possiamo sapere, il viaggio all'estero non aiuta. È indispensabile un mezzo che sostenga la nutrizione senza far danno.

Il medico curante ascoltava attento e deferente.

- Ma in favore del viaggio all'estero io farei notare il cambiamento di abitudini, l'allontanamento da quanto può suscitare ricordi. E poi la madre lo desidera - disse.

- Ah, allora, in tal caso, che vadano pure; badino, però, che quei ciarlatani di tedeschi non abbiano a nuocere loro. Che si attengano... Ma che vadano pure.

E guardò di nuovo l'orologio.

- Oh, è già ora - e andò verso la porta.

Il medico famoso annunciò alla principessa (un senso di convenienza glielo suggeriva) che aveva bisogno di visitare ancora una volta l'ammalata.

- Come, osservarla ancora una volta? - esclamò la madre spaventata.

- Oh, no, mi occorrono alcuni particolari principessa.

- Prego, favorisca.

E la madre, seguita dal dottore, entrò nel salottino di Kitty.

Smagrita e arrossata, con un particolare luccichio negli occhi pel suo pudore violato, Kitty stava al centro della stanza. Quando il dottore entrò, avvampò tutta e gli occhi le si empirono di lacrime. La malattia e le cure le sembravano una così sciocca e risibile cosa! La cura poi le sembrava ridicola tanto quanto la ricomposizione di un vaso rotto. Il suo cuore era spezzato. Perché la volevano curare con polverine e pillole? Ma non si poteva dispiacere la mamma che del suo malessere si considerava colpevole.

- Abbiate la compiacenza di sedervi, principessina - disse il medico famoso.

Sedette di fronte a lei, con un sorriso le prese il polso e di nuovo cominciò a far domande oziose. Ella gli rispondeva, ma a un tratto, indispettita, si alzò.

- Scusatemi, dottore, ma tutto questo è davvero inconcludente. Per tre volte mi avete chiesto la stessa cosa.

Il medico famoso non si offese.

- Irritazione morbosa - disse alla principessa quando Kitty fu uscita. - Del resto, ho finito...

E il dottore, come a una donna eccezionalmente intelligente, definì alla madre in termini scientifici lo stato della principessina, e concluse col prescrivere quelle acque che non erano necessarie. Alla domanda se si dovesse andare o no all'estero, si sprofondò in meditazioni, come se dovesse decidere una questione difficile. La decisione infine venne fuori: andare e non prestar fede ai ciarlatani, e rivolgersi per tutto a lui.

Andato via il dottore, si ebbe la sensazione che fosse successo qualcosa di piacevole. La madre si mise di buon umore nel rientrare nella stanza della figlia, e Kitty finse di essere allegra. Le accadeva ormai spesso, anzi quasi sempre, di fingere.

- Sto bene, maman, davvero. Ma se voi volete andare, andiamo - disse e, cercando di prendere interesse al prossimo viaggio, cominciò a parlare dei preparativi per la partenza.

II

Dopo il dottore giunse Dolly. Sapeva che in quel giorno si sarebbe tenuto il consulto e, pur avendo di recente lasciato il letto (aveva dato alla luce una bambina alla fine dell'inverno), pur avendo molte pene e affanni da parte sua, lasciata la neonata e una bambina che si era ammalata, era venuta per sapere della sorte di Kitty che in quel giorno si decideva.

- E allora? - chiese, entrando nel salotto e togliendosi il cappello. - Siete tutti di buon umore. Probabilmente, va bene?

Provarono a riferirle quello che aveva detto il dottore, ma si accorsero che, sebbene il dottore avesse parlato diffusamente e a lungo, in nessun modo si riusciva a ripetere quello che aveva detto. Risultava chiaro solo il fatto che era stato deciso di andare all'estero.

Dolly sospirò involontariamente. La sua amica migliore, la sorella, partiva. E la sua vita non era allegra. I rapporti con Stepan Arkad'ic, dopo la riconciliazione, erano divenuti umilianti. La saldatura fatta da Anna era risultata precaria, e l'accordo familiare si era spezzato di nuovo nello stesso preciso punto. Non v'era nulla di concreto, ma Stepan Arkad'ic non era mai in casa; e quasi mai c'era denaro, e i sospetti delle infedeltà tormentavano continuamente Dolly, ed ella li allontanava, temendo le pene già provate della gelosia. Il primo accesso di gelosia, una volta superato, non poteva più ripetersi, e anche la scoperta di un'altra infedeltà non avrebbe prodotto su di lei lo stesso effetto della prima. Una scoperta di questo genere avrebbe soltanto sconvolto le sue abitudini familiari, e perciò si lasciava ingannare, disprezzando lui e più di tutto se stessa per la propria debolezza. Oltre a questo, le cure di una famiglia numerosa la tormentavano incessantemente: ora l'allattamento della neonata non andava bene, ora la balia si licenziava, ora infine, come in quel momento, s'ammalava uno dei bambini.

- Be', come stanno i tuoi? - chiese la madre.

- Ah, maman, di pena da noi ce n'è sempre tanta. Lily s'è ammalata e io temo che sia scarlattina. Sono venuta solo ad informarmi, ma poi mi chiuderò in casa senza più uscire se, Dio ne liberi, dovesse essere scarlattina.

Il vecchio principe, dopo che il dottore se ne era andato, era uscito anche lui dal suo studio e, dopo aver offerta la guancia a Dolly e aver parlato con lei, si era rivolto alla moglie:

- Cosa è stato deciso, allora, andate? Be', e di me che ne volete fare?

- Io ritengo che tu debba restare, Aleksandr - disse la moglie.

- Maman, e perché papà non può venire con noi? - disse Kitty. - E per lui e per noi sarà più piacevole.

Il vecchio principe si alzò e carezzò con la mano i capelli di Kitty. Ella aveva sollevato il viso e, sorridendo forzatamente, lo guardava. Le sembrava sempre ch'egli la capisse meglio degli altri in famiglia, benché parlasse poco con lei. Come ultima figlia era la preferita del padre, e a lei sembrava che quel grande affetto lo rendesse perspicace. E quando il suo sguardo incontrò quei suoi buoni occhi azzurri che la guardavano fissi, le sembrò ch'egli la vedesse da parte a parte e che capisse tutto il tormento che avveniva in lei. Arrossendo si protese verso di lui, aspettando un bacio, ma egli le batté soltanto sui capelli e disse:

- Questi stupidi chignons! Non carezzi i capelli di tua figlia, ma quelli di femmine già morte. Be', Dolin'ka, che fa il tuo bel tomo?

- Nulla, papà - rispose Dolly, comprendendo che l'allusione si riferiva al marito. - È sempre fuori e non lo vedo quasi - aggiunse con un sorriso ironico.

- E che, non è ancora partito per la campagna a vendere il legname?

- No, si prepara sempre.

- Ecco - disse il principe. - Così allora anch'io devo prepararmi? Ai vostri ordini, signora - disse alla moglie, sedendosi. - E tu, ecco cosa devi fare, Katja - aggiunse, rivolgendosi alla figlia minore: - un bel mattino, quando parrà a te, svegliati e di' a te stessa: ecco io sto perfettamente bene e sono di ottimo umore; andiamo di nuovo con papà a spasso sul ghiaccio di buon'ora. Eh?

Sembrava molto semplice quello che diceva il padre, ma Kitty a queste parole si confuse e si smarrì, come un delinquente colto in fallo. "Sì, egli sa tutto, capisce tutto e con queste parole mi dice che, per quanto sia vergognoso quello che mi è accaduto, tuttavia bisogna sopravvivere alla propria vergogna". Non riuscì a riprendersi per rispondere qualcosa. Stava incominciando quando improvvisamente scoppiò a piangere e scappò via dalla stanza.

- Ecco, tu con i tuoi scherzi - disse la principessa, investendo il marito. - Sei sempre... - e cominciò a rimproverarlo.

Il principe ascoltò a lungo le recriminazioni della principessa e tacque, ma il viso gli si faceva sempre più scuro.

- Fa tanta pena, la poveretta, tanta pena, e tu non ti accorgi che le fa male ogni accenno a quello che ne è la causa. Ah, sbagliarsi così sul conto della gente! - disse la principessa e, dal cambiamento di tono, Dolly e il principe capirono che alludeva a Vronskij. - Non capisco come non vi siano delle leggi contro esseri così disgustosi e ignobili.

- Ah, se aveste dato retta a me! - esclamò cupo il principe, alzandosi dalla poltrona e desiderando andarsene; ma, fermandosi poi sulla porta: - Le leggi! ci sono, matuška, e giacché tu mi stai provocando, ti dirò che la colpa di tutto questo è tua, tua, tua soltanto. Leggi contro questi bellimbusti ci sono sempre state e ci sono. Sissignora; se non ci fosse stato da parte vostra quello che non ci sarebbe dovuto essere, io, anche vecchio, l'avrei sfidato a duello, quel cascamorto. Sì: e adesso curate pure la ragazza, fate venire in casa questi ciarlatani.

Il principe sembrava avesse da dire ancora molte cose, ma non appena la principessa sentì il tono irato di lui, si calmò e si pentì subito come accadeva sempre nelle questioni serie.

- Alexandre, Alexandre - mormorava, agitandosi e scoppiando in pianto.

Non appena cominciò a piangere, anche il principe si calmò e le si avvicinò.

- Su, basta, basta! Anche per te è penoso, lo so. Che fare? Non è un grosso guaio. Dio è misericordioso... grazie... - disse, non sapendo già più neppur lui cosa dire e, rispondendo al bacio umido di lei sulla sua mano, uscì dalla stanza.

Già da quando Kitty in lacrime era uscita dalla stanza, Dolly, con la sua esperienza materna, aveva sentito subito che c'era un'opera femminile da compiere, e si era accinta a compierla. Si levò il cappello e, rimboccate moralmente le maniche, si preparò ad agire. Durante l'aggressione materna contro il padre, aveva cercato di trattenere la madre per quanto lo consentiva il suo rispetto filiale. Durante lo scoppio d'ira del padre aveva taciuto, provando vergogna per la madre e tenerezza per il padre, per quella sua bontà immediatamente sopraggiunta; ma appena il padre fu uscito, si apprestò a fare la cosa più urgente: andare da Kitty a calmarla.

- Ve lo volevo dire da tempo, maman. Sapete che Levin voleva far domanda di matrimonio a Kitty, quando è stato qui l'ultima volta? L'ha detto a Stiva.

- E allora? Non capisco...

- Allora, forse, Kitty l'avrà respinto. Non ve ne ha parlato?

- No, non ha detto niente né di questo né dell'altro: è troppo orgogliosa. Ma io lo so che tutto dipende dal fatto che...

- Certamente. Immaginate... se ha detto di no a Levin... e non l'avrebbe mai respinto se non ci fosse stato l'altro, lo so... E invece poi l'altro l'ha ingannata così orribilmente.

La principessa si sentiva sgomenta a pensare quanto ella fosse colpevole verso la figlia, e montò in collera.

- Ah, non capisco più nulla! Oggigiorno vogliono fare di testa loro, non dicono nulla alla mamma, e poi, ecco...

- Maman, io vado da lei.

- Va', te lo proibisco forse? - disse la madre.

III

Entrando nello studiolo di Kitty, una graziosa stanza color rosa, giovanile, rosea e gaia come la stessa Kitty fino a due mesi addietro, disseminata di figurine vieux saxe, Dolly ricordò con quanta gioia e con quanto amore avevano arredata insieme, l'anno prima, quella stanzetta. Le si gelò il cuore quando vide Kitty seduta su di una seggiola bassa, la più vicina alla porta, con gli occhi fissi immobili su di un angolo del tappeto.

Kitty guardò la sorella e l'espressione fredda, un po' dura del viso non mutò.

- Adesso me ne vado e dovrò chiudermi in casa, neanche tu potrai venire da me - disse Dar'ja Aleksandrovna, sedendosi accanto a lei. - Volevo parlare un po' con te.

- Di che? - domandò Kitty in fretta, alzando spaventata la testa.

- Di che, se non della tua pena?

- Ma io non ho nessuna pena.

- Basta, Kitty. Davvero pensi che io possa non capire? Io so tutto! E credimi, questo non è nulla. Ci siamo passate tutte.

Kitty taceva, e il suo viso aveva un'espressione dura.

- Non merita che tu soffra per lui - continuò Dar'ja Aleksandrovna andando dritta allo scopo.

- Già, perché mi ha disdegnata - disse Kitty con voce tremante. - Non me ne parlare, ti prego, non me ne parlare!

- Ma chi ti ha detto questo? Nessuno ha detto questo. Sono sicura che lui era innamorato di te ed è rimasto innamorato ma...

- Ah, la cosa più tremenda per me sono questi compatimenti! - gridò Kitty, irritandosi a un tratto. Si girò sulla seggiola, arrossì e prese a muovere rapidamente le dita, stringendo ora con una mano, ora con l'altra la fibbia della cintura. Dolly conosceva quel tratto della sorella, di afferrar qualcosa con le mani quando si eccitava: sapeva Kitty capace, in un momento d'ira, di trascendere e di pronunciare molte cose inutili e spiacevoli, e voleva calmarla, ma era già troppo tardi. - Cosa, cosa mi vuoi far sentire? - diceva con furia. - Che io ero innamorata di un uomo che non voleva saperne di me, e che muoio di amore per lui? E questo me lo dice una sorella che crede così di... compatirmi! Non ne voglio di questi compatimenti e di queste mistificazioni!

- Kitty, sei ingiusta.

- E tu perché mi tormenti?

- Ma al contrario... Vedo che soffri...

Ma Kitty nella sua collera non l'ascoltava.

- Non ho nulla di cui debba affliggermi o consolarmi. Sono tanto orgogliosa da non permettermi mai di amare un uomo che non mi ama.

- Sì, ma io non dico... Solo... dimmi la verità - disse prendendole la mano Dar'ja Aleksandrovna. - Dimmi, Levin ti ha parlato?

L'accenno a Levin fece perdere del tutto a Kitty il dominio di sé; scattò su dalla seggiola e, gettata via la fibbia, e agitando rapida le mani, si mise a dire:

- E che c'entra, ora, anche Levin? Non capisco che bisogno abbia tu di tormentarmi. Ti ho detto e ti ripeto che sono orgogliosa e che mai, mai farò quello che fai tu: di ritornare a un uomo che ti ha tradito; che si è innamorato di un'altra. Io questo non lo capisco. Tu puoi, e io non posso!

Dette queste parole, guardò la sorella e, vedendo che Dolly taceva, abbassando tristemente il capo, invece di uscire dalla stanza come stava per fare, Kitty ristette presso la porta e chinò la testa, nascondendo il viso nel fazzoletto.

Il silenzio durò circa due minuti. Dolly pensava a sé. L'umiliazione che sempre sentiva, risonava in maniera particolarmente dolorosa in lei, ora che gliela rinfacciava la sorella. Non si aspettava tanta crudeltà da lei e ne provò sdegno. Ma improvvisamente sentì il fruscio di un abito e insieme il suono di un singhiozzo trattenuto che prorompeva e due braccia che dal basso le circondavano il collo. Kitty era davanti a lei in ginocchio.

- Dolin'ka, sono tanto, tanto infelice! - mormorò in tono colpevole.

E il viso gentile, coperto di lacrime, si nascose nella gonna di Dar'ja Aleksandrovna. Come se le lacrime fossero state l'olio indispensabile senza il quale non poteva muoversi la macchina delle reciproche confidenze fra sorelle, dopo le lacrime esse non parlarono più di quello che loro stava a cuore, ma anche conversando di altro, si intesero scambievolmente. Kitty capì che le parole pronunziate nella furia sull'infedeltà del cognato e sulla posizione umiliante della sorella avevano sì, ferito la poveretta in fondo al cuore, ma ch'ella aveva perdonato. Dolly da parte sua seppe quello che voleva sapere: si convinse cioè che le sue supposizioni erano fondate, che il dolore, l'inguaribile dolore di Kitty, consisteva proprio in questo: che Levin aveva fatto la sua proposta di matrimonio, e Kitty gli aveva detto di no, mentre Vronskij l'aveva ingannata; e ch'ella avrebbe amato Levin e odiato Vronskij. Ma Kitty non disse neppure una parola di questo. Parlava solo delle sue condizioni di spirito.

- Non ho nessun male - diceva, dopo essersi calmata; - ma non puoi credere come per me tutto sia diventato brutto, ripugnante, volgare e prima di tutto me stessa. Tu non puoi immaginare quali brutti pensieri io abbia su tutto.

- Ma quali brutti pensieri puoi mai avere tu? - chiese Dolly, sorridendo.

- I più disgustosi e volgari, non te li posso dire. Non è malinconia, né stanchezza, ma qualcosa di molto peggiore. È come se tutto quello che c'era di buono in me si fosse nascosto e fosse rimasta solo la parte più ignobile. Ma come dirti? - continuò vedendo la perplessità negli occhi della sorella. - Papà comincia a parlare... e a me sembra ch'egli pensi soltanto che io debba prender marito. Mamma mi accompagna a un ballo: e a me pare che mi ci conduca soltanto per darmi un marito al più presto e liberarsi di me. Lo so che questo non è vero, ma non posso scacciar via questi pensieri. I cosiddetti pretendenti non li posso più vedere. Mi sembra che mi prendan le misure. Prima per me andare in qualche posto, in abito da ballo, era un vero godimento, mi compiacevo di me stessa; ora mi vergogno, sono impacciata. Ma che vuoi! Il dottore... e poi...

Kitty s'ingarbugliò; voleva dire ancora che, da quando era avvenuto in lei questo cambiamento, Stepan Arkad'ic le era divenuto insopportabilmente odioso, e che non poteva guardarlo senza associargli le immagini più volgari e sconvenienti.

- Già, tutto mi appare nell'aspetto più volgare e più disgustoso - continuò. - Questa è la malattia, forse passerà.

- Ma cerca di non pensare.

- Non posso. Soltanto coi bambini sto bene. Soltanto da te.

- Peccato che non ci potrai più venire.

- Sì che verrò. Ho avuto già la scarlattina, e convincerò maman.

Kitty insistette nel suo proposito e andò a stare dalla sorella, e per tutto il tempo della scarlattina, che realmente si manifestò, curò i bambini. Tutte e due le sorelle portarono felicemente a guarigione i sei piccoli, ma la salute di Kitty non migliorò, e durante la quaresima gli (cerbackij partirono per l'estero.

IV

Una sola è la cerchia mondana di Pietroburgo; tutti si conoscono e si scambiano visite. Ma in questa vasta cerchia vi sono delle suddivisioni. Anna Arkad'evna Karenina aveva amici e relazioni in tre circoli diversi. Il primo era quello burocratico, cioè il circolo ufficiale del marito composto di colleghi e di dipendenti, legati e divisi tra di loro dalle varie condizioni sociali nel modo più strano e capriccioso. Anna, ora, stentava assai a ricordarsi di quel senso di considerazione quasi devota che nei primi tempi aveva provato per questi personaggi. Ora li conosceva tutti come ci si conosce in un capoluogo di provincia: conosceva le abitudini, le debolezze e le insofferenze di ognuno, conosceva i rapporti fra di loro e i rapporti di ciascuno col centro, sapeva a chi precisamente ciascuno fosse legato e per mezzo di che cosa si congiungesse e si distaccasse dagli altri; ma a questo circolo di interessi burocratici maschili non era riuscita mai a interessarsi e, malgrado i suggerimenti della contessa Lidija Ivanovna, ne rifuggiva.

Un altro circolo molto vicino ad Anna era quello attraverso il quale Aleksej Aleksandrovic aveva fatto carriera. Centro ne era la contessa Lidija Ivanovna. Era un circolo di donne vecchie e brutte, virtuose e bigotte, di uomini intelligenti, colti e ambiziosi. Una persona intelligente che ne faceva parte lo aveva definito: "la coscienza della società di Pietroburgo". Aleksej Aleksandrovic amava molto questo circolo, e Anna che sapeva trattare tutti, nei primi tempi della sua vita a Pietroburgo, si era fatta degli amici anche qui.

Il terzo circolo, infine, che Anna frequentava, era proprio il cosiddetto gran mondo, il gran mondo dei balli, dei pranzi, delle toilettes, il mondo che si appoggiava alla corte per non scendere al livello di quel mondo equivoco che i membri di questo circolo credevano di poter disprezzare, pur avendo con esso gusti, più che simili, identici. Anna era legata a questo circolo per mezzo della principessa Betsy Tverskaja, moglie di un suo cugino, che aveva centoventimila rubli di rendita e che, dal suo primo apparire nel gran mondo, aveva preso a volerle bene, a circuirla e attrarla nel suo ambiente deridendo quello della contessa Lidija Ivanovna.

- Quando sarò vecchia e brutta diventerò anch'io come loro - diceva Betsy. - Ma per voi, per una donna giovane e bella come voi, è prematuro un simile ospizio di vecchi.

Anna, nei primi tempi, evitava, per quanto poteva, questo circolo della principessa Tverskaja, e perché la vita che vi svolgeva esigeva delle spese superiori alle sue possibilità e perché poi, in fondo all'animo, preferiva l'altro; ma dopo il viaggio a Mosca era avvenuto il contrario. Sfuggiva i suoi amici morali e frequentava il gran mondo. Là incontrava Vronskij, e provava una gioia conturbante in questi incontri. Incontrava Vronskij soprattutto da Betsy che era nata Vronskaja e gli era cugina. Vronskij si trovava ovunque potesse incontrare Anna, e le parlava, appena poteva, del suo amore. Ella non gliene dava pretesto, ma ogni volta che si incontrava con lui, le si accendeva nell'animo quella stessa esaltazione che l'aveva presa quel giorno in treno, quando l'aveva visto per la prima volta. Sentiva che, nel vederlo, la gioia le luceva negli occhi e le labbra le si increspavano nel riso e non riusciva ad attutire le manifestazioni di questa gioia.

Nei primi tempi, Anna credeva in buona fede d'essere contrariata da lui che si permetteva di perseguitarla; ma poco dopo il ritorno da Mosca, una sera, in un ricevimento in cui pensava d'incontrarlo ed egli non c'era, dalla tristezza che s'impossessò di lei, capì che ingannava se stessa e che questa persecuzione non solo non le era spiacevole, ma costituiva tutto l'interesse della sua vita.

La cantante famosa cantava per la seconda volta e tutto il gran mondo era a teatro. Vista dalla sua poltrona la cugina in prima fila, Vronskij, senza aspettare l'intervallo, entrò nel palco.

- Com'è che non siete venuto a pranzo? - ella chiese. - Resto meravigliata di fronte a questa chiaroveggenza da innamorati - aggiunse con un sorriso e in modo ch'egli solo potesse sentire: - lei non c'era. Ma venite dopo l'opera.

Vronskij la guardò interrogativamente. Ella chinò il capo, ed egli la ringraziò con un sorriso, sedendo vicino a lei.

- E come ricordo le vostre beffe! - continuò la principessa Betsy che trovava un particolare piacere nel seguire l'accendersi di questa passione. - Dov'è andato a finire tutto quello che dicevate? Siete preso al laccio, mio caro!

- È quel che desidero, d'esser preso - disse Vronskij col suo tranquillo sorriso cordiale. - Se mi lamento, è perché son troppo poco "preso", a dir il vero. Comincio a perdere la speranza.

- Che speranza potete mai avere? - disse Betsy offesa per l'amica - entendons nous. - Ma nei suoi occhi saltellava un focherello che diceva come ella capisse molto bene, e proprio alla stessa guisa di lui, quale fosse la sua speranza.

- Nessuna - disse Vronskij, ridendo e mettendo in mostra la sua bella dentatura. - Scusate - disse, prendendo il binocolo dalle mani di lei e osservando, al di là della sua spalla nuda, l'ordine opposto dei palchi. - Temo di diventar ridicolo.

Egli sapeva molto bene che, agli occhi di Betsy e di tutte le persone di mondo, non rischiava di diventar ridicolo. Sapeva molto bene che agli occhi di queste persone la parte dell'amante infelice di una ragazza e in generale di una donna libera poteva parer ridicola; ma la parte del corteggiatore di una donna maritata, che, qualunque cosa accada, pone la propria vita in giuoco per trascinarla all'adulterio, questa parte aveva qualcosa di bello e di grande e non poteva mai apparire ridicola; e perciò con un sorriso d'orgoglio e di felicità che gli errava sotto i baffi, abbassò il binocolo e guardò la cugina.

- E perché non siete venuto a pranzo? - disse lei, compiaciuta.

- Questo proprio ve lo devo raccontare. Sono stato occupato, in che cosa? Ve lo do a indovinare su cento... su mille. Non l'indovinerete mai. Ho fatto rappacificare un marito con l'offensore della propria moglie. Sì, davvero!

- Be', e han fatto pace?

- Quasi.

- Me lo dovete raccontare - disse lei, alzandosi. - Venite nell'altro intervallo.

- Non posso, vado al Teatro Francese.

- E non ascoltate la Nilsson? - chiese con orrore Betsy che non avrebbe saputo in nessun modo distinguere la Nilsson da una qualsiasi corista.

- Che fare? Ho un appuntamento là, sempre per questa mia opera di pace.

- Beati i pacificatori, essi si salveranno - disse Betsy, ricordando qualcosa di simile, sentito dire da qualcuno. - Su, allora sedetevi e raccontate, cos'è?

E riprese il proprio posto.

V

- È un po' scabrosa, ma è così carina che ho una voglia matta di raccontarla - disse Vronskij, guardandola con gli occhi ridenti. - Non farò nomi.

- Tanto meglio, indovinerò.

- Allora ascoltate: due giovani allegri vanno in carrozza...

- S'intende, ufficiali del vostro reggimento.

- Non ho detto ufficiali, semplicemente due giovani che hanno fatto colazione...

- Traducete: che hanno bevuto.

- Forse. Vanno in carrozza a pranzo da un amico, nella più allegra disposizione di spirito. E vedono una bella signora che li sorpassa in vettura, si volta e, così almeno a loro sembra, fa cenno e ride. Quelli, naturalmente, subito dietro a lei. Galoppano a tutta forza. Con sorpresa la bella si ferma all'ingresso di quella stessa casa dove vanno loro. La bella corre al piano di sopra. Essi scorgono solo le labbruzze vermiglie di sotto al velo corto e i deliziosi piccoli piedi.

- Raccontate con tale sentimento che par proprio che siate voi uno dei due.

- Be', a che cosa avete accennato or ora?... Dunque i giovani entrano in casa del compagno; c'è un pranzo di addio. Qui forse appunto bevono un po' più del necessario, come sempre avviene nei pranzi di addio. E a tavola chiedono chi abita su in quella casa. Nessuno lo sa, ma quando chiedono se al piano di sopra ci sono delle mamzel', il servo del padrone risponde che lì ce n'è tante. Dopo pranzo i giovani vanno nello studio del padrone di casa e scrivono una lettera alla sconosciuta, una dichiarazione, e portano loro stessi la lettera di sopra per spiegare quello che nella lettera non sarebbe apparso del tutto comprensibile.

- Ma perché mi raccontate tutte queste sciocchezze? E poi?

- Bussano. Vien fuori una cameriera. Consegnano la lettera e assicurano la cameriera che sono tutti e due così innamorati che stanno lì lì per morire sulla porta. La cameriera, perplessa, conduce delle trattative. Ed ecco, a un tratto compare il padrone di casa con le fedine a salsicciotto, rosso come un gambero, il quale spiega che in casa non c'è nessuno all'infuori di sua moglie, e li caccia via tutti e due.

- E come fate a sapere che ha le fedine, così come avete detto, a salsicciotto?

- Ecco, ascoltate. Non sono forse andato oggi a far da paciere?

- E allora?

- E qui viene il bello. Viene in chiaro che si tratta di una coppia felice: un consigliere titolare e una consiglieressa titolare. Il consigliere titolare sporge querela e io faccio da paciere; e quale paciere!... Vi assicuro, Talleyrand non è nulla a petto mio.

- Ma in che consiste la vostra abilità?

- Ecco, ascoltate. Noi ci siamo scusati a questo modo: "siamo desolati, chiediamo venga perdonato il disgraziato equivoco". Il consigliere titolare dai salsicciotti comincia a rabbonirsi, ma vuole anche lui esprimere i suoi sentimenti, e, non appena comincia a esprimerli, ecco che prende fuoco, si riscalda e dice villanie, e io devo di nuovo mettere in moto tutto il mio talento diplomatico. "Sono d'accordo che l'azione non è punto lodevole, ma vi prego prendere in considerazione l'equivoco, l'età giovanile e il fatto che i ragazzi avevano allora allora finito di mangiare. Voi comprenderete! Essi sono pentiti con tutta l'anima, chiedono il vostro perdono". Il consigliere titolare si rabbonisce di nuovo: "D'accordo, conte, sono pronto a perdonare, ma capirete che mia moglie, mia moglie, una donna onesta, è stata sottoposta a un inseguimento, alle villanie ed alle impertinenze di due ragazzacci qualsiasi, masc... ". E pensate che intanto uno di quei ragazzacci sta lì, e io devo far fare la pace. Metto di nuovo in moto tutta la mia diplomazia, ma appena l'affare si avvia alla conclusione, il mio consigliere titolare si scalda ancora, si fa rosso, solleva i salsicciotti e allora, di nuovo, io mi effondo in sottigliezze diplomatiche.

- Ah, questa bisogna raccontarvela! - disse Betsy alla signora che entrava nel palco. - Mi ha fatto tanto ridere.

- Su, bonne chance! - aggiunse, dando a Vronskij un dito libero della mano che teneva il ventaglio e abbassando, con un movimento delle spalle, il corpetto del vestito che si era sollevato per apparire interamente scollata quando si sarebbe accostata, secondo l'uso, al parapetto del palco, alla luce del gas e agli sguardi di tutti.

Vronskij andò al Teatro Francese, dove realmente doveva vedere il comandante del reggimento, che non perdeva neanche una rappresentazione, per parlargli della sua opera di pace che lo occupava e lo divertiva da due giorni. In questo affare era implicato Petrickij, cui egli voleva bene, e un altro, entrato da poco nel reggimento, un buon ragazzo, un ottimo compagno, il giovane principe Kedrov. Ma era l'onore del reggimento principalmente in giuoco. Tutti e due erano dello squadrone di Vronskij. Al comandante del reggimento si era presentato un impiegato, il consigliere titolare Venden, con una querela contro gli ufficiali che gli avevano offeso la moglie. La sua giovane moglie (come raccontava Venden che era ammogliato da sei mesi appena) stava in chiesa con la mamma, quando, avvertito a un tratto un certo malessere dovuto a un suo particolare stato, e non potendo più stare in piedi, era andata a casa con la prima vettura che le era capitata. A questo punto le si erano messi dietro gli ufficiali, lei s'era spaventata e, sentendosi sempre peggio, era corsa su per le scale a casa. Lo stesso Venden, tornato dal tribunale, aveva sentito la scampanellata e il vocio e, visti gli ufficiali ubriachi con la lettera in mano, era uscito e li aveva scaraventati fuori.

- Ma, dite quel che volete - diceva il comandante del reggimento a Vronskij dopo averlo fatto accostare a sé - Petrickij diventa impossibile. Non passa una settimana senza una storia. Questo funzionario non farà passar liscia la cosa, la manderà avanti.

Vronskij vedeva quanto fosse incresciosa la faccenda, come si dovesse evitare un duello e far di tutto per rabbonire il consigliere e mettere a tacere la cosa. Il comandante del reggimento si era rivolto a Vronskij proprio perché egli apparteneva all'aristocrazia ed era persona intelligente e soprattutto gelosa dell'onore del reggimento. Discussero un po' e decisero di fare andare Petrickij e Kedrov con Vronskij da questo consigliere titolare a chiedere scusa. Il comandante del reggimento e Vronskij capivano entrambi che il nome di Vronskij e la sua qualifica di aiutante di campo dovevano contribuire non poco a rabbonire il consigliere titolare. E in realtà queste due prerogative risultarono in parte efficienti, ma la conclusione era rimasta dubbia, come del resto stava raccontando lo stesso Vronskij.

Giunto al Teatro Francese, Vronskij si era appartato insieme con il comandante del reggimento nel ridotto e gli andava raccontando il suo successo o insuccesso. Dopo aver riflettuto, il comandante del reggimento decise di lasciar cadere la faccenda; ma poi, per divertirsi, cominciò a interrogare Vronskij sui particolari dell'incontro, e a lungo non poté trattenersi dal ridere ascoltando quel che Vronskij diceva del consigliere titolare che, quando stava per calmarsi, si accendeva di nuovo al ricordo dei particolari dell'offesa, e sul fatto che Vronskij, alla prima mezza parola conciliante, aveva battuto in ritirata, spingendo avanti a sé Petrickij.

- È un brutto affare, ma esilarante. Kedrov non può certo battersi con quel signore. Ma si scaldava proprio così furiosamente? - tornava a chiedere, ridendo, il comandante. - E come vi pare questa sera Claire? Una meraviglia! - disse, alludendo alla nuova attrice francese. - Per quanto la si veda, ogni volta è nuova. Solo i francesi sanno essere così.

VI

La principessa Betsy, senza aspettare la fine dell'ultimo atto, uscì dal teatro. Aveva fatto appena in tempo ad entrare nello spogliatoio, cospargere il lungo viso pallido di cipria e spalmarvela, ricomporsi e ordinare il tè nel salotto grande, che già una dietro l'altra cominciarono ad arrivare le carrozze alla sua enorme casa nella Bol'(aja Morskaja. Gli invitati raggiungevano la grande scala e il portiere imponente, che la mattina leggeva i giornali dietro la porta di vetro a edificazione dei passanti, apriva in silenzio la grande porta e faceva passare quelli che arrivavano.

Entrarono quindi, nello stesso tempo, la padrona di casa, da una porta, con la pettinatura racconciata e il viso rinfrescato, e gli ospiti dall'altra nel salotto grande, dalle pareti scure e i tappeti lanosi, con la tavola illuminata a giorno su cui risplendevano, alla luce delle candele, il bianco della tovaglia, l'argento del samovar e la porcellana trasparente del servizio da tè.

La padrona di casa sedette al samovar e si tolse i guanti. Spostando le sedie con l'aiuto dei camerieri che non si facevano notare, la compagnia si distribuì in due gruppi, uno accanto al samovar intorno alla padrona di casa, l'altro all'estremo opposto del salotto, intorno alla bella moglie di un ambasciatore, dalle sopracciglia scure marcate, in abito di velluto nero. La conversazione nei due gruppi, come del resto avviene sempre sulle prime in un ricevimento, oscillava interrotta dagli incontri, dai saluti, dal tè, come se cercasse un argomento su cui fissarsi.

- È straordinaria come attrice: evidentemente si è studiata Kaulbach - diceva un diplomatico nel gruppo dell'ambasciatrice - avete notato con che arte è caduta...

- Ah, vi prego, non parliamo più della Nilsson! Di lei ormai non si può dire nulla di nuovo - disse una signora grassa, rossa, senza sopracciglia e senza chignons, coi capelli bianchi e un vecchio vestito di seta. Era la principessa Mjagkaja, nota per la sua semplicità e ruvidezza di tratto, e soprannominata l'enfant terrible. La Mjagkaja sedeva tra i due gruppi e, tendendo l'orecchio, prendeva parte ora a questo ora a quello. - Oggi tre persone mi hanno detto questa stessa frase su Kaulbach, proprio come se si fossero messe d'accordo. E non so capire perché la frase fosse loro piaciuta tanto.

La conversazione fu interrotta da questa osservazione, e bisognò trovare un altro tema.

- Raccontateci qualcosa di divertente, ma non di maligno - disse la moglie dell'ambasciatore, grande maestra di quella conversazione elegante che gli inglesi chiamano small-talk, rivolta al diplomatico che in quel momento non sapeva neanche lui che cosa dire.

- Sembra che non sia facile, perché solo quello che è maligno fa ridere - cominciò lui con un sorriso. - Ma mi ci proverò. Datemi un tema. Tutto sta nel tema. Quando è dato il tema è più facile ricamarci su. Spesso penso che i famosi parlatori del secolo scorso si troverebbero oggigiorno in difficoltà a conversare con intelligenza. Tutto quello che è intelligente è così noioso...

- Già detto da tempo - lo interruppe, ridendo, la moglie dell'ambasciatore.

La conversazione, incominciata piacevolmente, proprio perché già troppo cordiale, si arrestò di nuovo. Era il caso di ricorrere al mezzo sicuro che non viene mai meno: la maldicenza.

- Non trovate che in Tu(kevic c'è qualcosa alla Louis XV? - disse il diplomatico indicando con gli occhi un bel giovane biondo che era in piedi accanto alla tavola.

- Oh, sì! È nello stesso stile del salotto; proprio per questo ci viene così spesso.

Questo tema di conversazione attecchì, proprio perché alludeva a quello di cui non si sarebbe dovuto parlare in quel salotto, dei rapporti, cioè, di Tu(kevic con la padrona di casa.

Intanto, anche intorno al samovar e alla padrona di casa, la conversazione, dopo aver oscillato allo stesso modo per un po' fra i tre temi inevitabili: l'ultima novità mondana, il teatro e la maldicenza, si era fatta stabile, appena toccato l'ultimo tema, quello della maldicenza.

- Avete sentito, anche la Malti(ceva, non la figlia, ma la madre, si fa un vestito diable rose.

- È impossibile! No, questa è bella!

- Mi meraviglio come con la sua intelligenza, non è mica sciocca, non s'accorga di quanto sia ridicola.

Ognuno aveva qualcosa da dire per criticare e prendere in giro la povera Malti(ceva, e la conversazione scoppiettò allegra come un fastello di legna che prenda fuoco.

Il marito della principessa Betsy, un panciuto bonaccione, appassionato raccoglitore di stampe, saputo che la moglie aveva ospiti, era entrato in salotto prima di andare al circolo. Silenziosamente, sul tappeto soffice, si era accostato alla Mjagkaja.

- V'è piaciuta la Nilsson? - disse.

- Ah!... ma è forse permesso avvicinarsi così? Come mi avete spaventata! - disse lei. - Con me, vi prego, non parlate dell'opera; voi non capite nulla di musica. Piuttosto discenderò io fino a voi a parlar delle vostre maioliche e delle vostre stampe. Dunque, qual'è l'ultimo tesoro che avete comprato dal rigattiere?

- Volete che ve lo mostri? Ma voi non capite nulla.

- Mostratemelo. Ho imparato da quei tali, come si chiamano... da quei banchieri... hanno delle stampe bellissime. Ce le han fatte vedere.

- Come, siete stata dagli Sch(tzburg? - domandò la padrona di casa di là dal samovar.

- Ci siamo stati, ma chère. Ci hanno invitato, me e mio marito, a pranzo, e m'han detto che la salsa a quel pranzo era costata mille rubli - diceva a gran voce la Mjagkaja, sentendo che tutti l'ascoltavano - e per giunta una salsa pessima, una certa broda verdastra. Poi ho dovuto invitarli a casa mia, e io ho fatto preparare una salsa da ottantacinque copeche, e tutti sono rimasti molto soddisfatti. Io non posso far mica sempre salse da mille rubli!

- È unica! - disse la padrona di casa.

- Sorprendente! - disse qualcuno.

L'effetto prodotto dai discorsi della principessa Mjagkaja era sempre lo stesso, e il segreto di questo effetto consisteva nel dire, anche se non del tutto a proposito, come adesso, delle cose semplici che avevano un certo senso. Nella società in cui viveva queste parole producevano l'effetto dello scherzo più spiritoso. La Mjagkaja non riusciva a capire perché ciò accadesse, ma sapeva che così era, e ne approfittava.

Dal momento che durante il discorso della Mjagkaja tutti avevano ascoltato lei e la conversazione intorno alla moglie dell'ambasciatore era cessata, la padrona di casa volle riunire i due gruppi e si rivolse all'ambasciatrice.

- Ma proprio non volete del tè? Dovreste passare dalla parte nostra.

- No, stiamo tanto bene qui - rispose con un sorriso la moglie dell'ambasciatore, e riprese la conversazione di poco prima.

La conversazione era molto piacevole. Si criticavano i Karenin, marito e moglie.

- Anna è molto cambiata dopo il viaggio a Mosca. C'è in lei qualcosa di strano - diceva una sua amica.

- Il cambiamento di maggior rilievo è che ha portato con sé l'ombra di Aleksej Vronskij - disse l'ambasciatrice.

- E che c'è di strano? C'è una favola di Grimm: l'uomo senza ombra, l'uomo privato dell'ombra. E questo gli è dato in castigo di qualcosa. Non ho mai capito in che cosa consistesse il castigo. Ma per una donna, sì che deve essere triste non aver l'ombra.

- Sì, ma le donne con l'ombra, di solito, vanno a finir male - disse l'amica di Anna.

- Che vi si secchi la lingua! - disse di botto la principessa Mjagkaja a queste parole. - La Karenina è un'ottima donna. Il marito non mi piace, ma a lei voglio un gran bene.

- Perché non vi piace il marito? È un uomo così notevole - disse l'ambasciatrice. - Mio marito dice che uomini di stato come lui ce ne sono pochi in Europa.

- Anche mio marito dice questo, ma io non ci credo - disse la Mjagkaja. - Se i nostri mariti non avessero detto ciò, noi vedremmo quello che è; e Aleksej Aleksandrovic, secondo me, è semplicemente scemo. Io lo dico sottovoce... Ma non è vero che così tutto diventa chiaro? Prima, quando m'imponevano di ritenerlo intelligente, non facevo che cercare, e trovavo che ero io la sciocca che non vedeva la sua intelligenza; non appena mi son detta: "è scemo", ma sottovoce, tutto è diventato così chiaro; non è vero, forse?

- Come siete cattiva, oggi!

- Per nulla affatto. Non c'è altra soluzione. Uno dei due è scemo. Certo, voi lo sapete, di se stessi non si arriva mai a dirlo.

- Nessuno è contento del proprio stato e ciascuno è contento della propria intelligenza - disse il diplomatico con un verso francese.

- Ecco, ecco, proprio così - si voltò a lui la Mjagkaja. - Ma il fatto è che io Anna non ve la do in pasto. È così simpatica, gentile. Che fare se tutti si innamorano di lei e le corrono dietro come ombre?

- Ma io non penso affatto di criticarla - si andava giustificando l'amica di Anna.

- Se a noi non c'è nessuno che ci vien dietro come l'ombra, questa non è una ragione per aver il diritto di condannare.

E dopo aver conciato per le feste, così come si conveniva, l'amica di Anna, la principessa Mjagkaja s'alzò e, insieme con la moglie dell'ambasciatore, si unì a quelli della tavola dove era avviata una conversazione di ordine generale sul re di Prussia.

- Di chi stavate parlando male? - chiese Betsy.

- Dei Karenin. La principessa ci ha dipinto le caratteristiche di Aleksej Aleksandrovic - rispose con un sorriso l'ambasciatrice, sedendosi a tavola.

- Peccato che non abbiamo sentito - disse la padrona di casa, guardando la porta d'ingresso. - Oh, eccovi, ci siete anche voi, finalmente! - disse rivolta con un sorriso a Vronskij che entrava.

Vronskij non solo conosceva tutti, ma s'incontrava ogni giorno con tutti quelli ch'erano lì; entrò quindi con quel suo fare calmo, così come si entra nella stanza di persone che si sono allora allora lasciate.

- Di dove vengo? - rispose ad una domanda dell'ambasciatrice. - Non c'è scampo, bisogna confessarlo: dai Bouffes. Per la centesima volta e sempre con piacere nuovo, a quanto pare. Un incanto! Lo so che è vergognoso, ma all'opera dormo, mentre ai Bouffes rimango a sedere fino all'ultimo momento e mi diverto. Oggi...

Nominò un'attrice francese e voleva raccontare qualcosa su di lei, ma l'ambasciatrice l'interruppe con scherzoso raccapriccio.

- Vi prego, non parlate di quell'orrore.

- E sia, ve ne dispenserò, tanto più che tutti conoscono questi orrori.

- E tutti ci andrebbero, se questo fosse di moda come andare all'opera - aggiunse la Mjagkaja.

VII

Si udirono dei passi alla porta e la principessa Betsy, sapendo che era la Karenina, guardò Vronskij. Egli guardava l'uscio e il suo viso aveva un'espressione strana, nuova. Guardava fisso, con gioia e insieme con timidezza, colei che entrava, e nello stesso tempo si alzava lentamente. Anna entrava nel salotto. Straordinariamente diritta come sempre, con quel suo passo agile, sicuro e leggero che la distingueva dall'andatura delle altre donne del suo mondo, fece i pochi passi che la separavano dalla padrona di casa e, senza cambiare direzione allo sguardo, le porse la mano, sorrise e con quello stesso sorriso si voltò a guardare Vronskij. Vronskij s'inchinò profondamente e le accostò una sedia.

Ella rispose con un semplice chinar del capo, arrossì e aggrottò le sopracciglia. Ma poi, facendo subito un cenno della testa agli amici e stringendo le mani tese, si rivolse alla padrona di casa:

- Sono stata dalla contessa Lidija ed avrei voluto venir via prima. Ma c'era da lei sir John. È molto interessante.

- Ah, quel missionario?

- Sì, ha raccontato delle cose molto interessanti sulla vita degli indiani.

La conversazione, interrotta dall'arrivo, si animò come la fiamma di una lampada avvivata.

- Sir John, già, sir John. L'ho visto. Parla bene. La Vlas'eva è innamorata pazza di lui.

- È vero che la Vlas'eva più piccola sposa Topov?

- Già, dicono che sia tutto deciso.

- Mi meraviglio dei genitori. Dicono che sia un matrimonio d'amore.

- D'amore? Che idee antidiluviane che avete! Chi mai al giorno d'oggi parla ancora d'amore? - disse l'ambasciatrice.

- Che fare? Questa stupida vecchia moda non è ancora passata - disse Vronskij.

- Tanto peggio per quelli che vi si attengono. Io di matrimoni felici non conosco che quelli d'interesse.

- Già, ma in cambio, quante volte la felicità di questi matrimoni d'interesse si polverizza proprio perché insorge quella tale passione che non si è voluta ammettere! - disse Vronskij.

- Ma noi per matrimoni d'interesse intendiamo quelli in cui tutt'e due le parti si siano già ammansite. L'amore è come la scarlattina, bisogna passarci.

- Allora bisogna imparare a inocularlo artificialmente, l'amore, come il vaiolo.

- Io in gioventù mi sono innamorata di un sacrestano - disse la principessa Mjagkaja; - non so se questo mi abbia aiutato.

- No, io penso, a parte gli scherzi, che per conoscere l'amore sia necessario sbagliare e poi correggersi - disse la principessa Betsy.

- Anche dopo il matrimonio? - disse scherzosa l'ambasciatrice.

- Non è mai troppo tardi per pentirsi - disse il diplomatico con un proverbio inglese.

- Davvero - replicò a volo Betsy: - bisogna sbagliarsi e correggersi. Cosa ne pensate? - chiese rivolta ad Anna che ascoltava in silenzio questo discorso con un sorriso fisso, appena percettibile sulle labbra.

- Io penso - disse Anna, giocando con un guanto che si era tolto - io penso... se è vero che ci sono tante sentenze quante teste, così pure tante specie d'amore quanti cuori.

Vronskij guardava Anna e, col cuore che gli veniva meno, aspettava quello che avrebbe detto. Respirò come dopo un pericolo, quando ella ebbe pronunciato queste parole.

Anna a un tratto si voltò verso di lui.

- Ho ricevuto una lettera da Mosca. Mi dicono che Kitty (cerbackaja stia molto male.

- Davvero? - disse Vronskij, aggrottando le sopracciglia. Anna lo guardò severa.

- Non vi interessa questo?

- Al contrario, molto. Cosa vi scrivono precisamente, se è lecito sapere? - chiese.

Anna si alzò e si accostò a Betsy.

- Datemi una tazza di tè - disse, fermandosi dietro la sedia di lei.

Mentre Betsy le versava il tè, Vronskij si avvicinò ad Anna.

- Cosa vi scrivono dunque? - ripeté.

- Io penso molto spesso che gli uomini non capiscono quello che è ignobile, anche parlandone continuamente - disse Anna senza rispondergli. - Ve lo volevo dire da tempo - aggiunse, e, fatti alcuni passi, sedette a una tavola in angolo, sulla quale erano degli album.

- Non capisco per nulla il senso delle vostre parole - disse lui, dandole la tazza.

Ella accennò il divano vicino a sé ed egli sedette subito.

- Sì, ve lo volevo dire - disse lei senza guardarlo. - Avete agito male, male, molto male.

- Forse non lo so di aver agito male? Ma chi mi ha fatto agire male?

- Perché mi dite questo? - disse lei, guardandolo severa.

- Voi lo sapete perché - rispose lui franco e felice, incontrando lo sguardo di lei e senza staccarne gli occhi.

Non lui, ma lei si turbò.

- Questo dimostra soltanto che siete senza cuore - disse lei. Ma il suo sguardo diceva che sapeva bene come egli avesse un cuore e che per questo lo temeva.

- Quello di cui parlavate poc'anzi è stato un abbaglio, non un amore.

- Ricordatevi che vi ho proibito di pronunciare questa parola, questa parola disgustosa - disse Anna, rabbrividendo; ma in quello stesso attimo sentì che con la sola parola "proibito" dava prova di attribuirsi dei diritti su di lui, e che con questo lo eccitava a parlare d'amore. - Da tempo volevo dirvi questo - continuò guardandolo decisa negli occhi e tutta accesa dal rossore che le scottava il viso; - ma oggi sono venuta apposta, sapendo di incontrarvi. Sono venuta per dirvi che questo deve finire. Io non ho mai arrossito davanti a nessuno, e voi mi costringete a sentirmi colpevole di qualche cosa.

Egli la guardava ed era colpito dalla nuova bellezza, tutta spirituale, del volto di lei.

- Che volete da me? - disse semplice e serio.

- Voglio che andiate a Mosca e chiediate perdono a Kitty - disse lei.

- Voi questo non lo volete - disse lui.

Egli sentiva che Anna diceva quello che s'era imposta di dire, non quello che avrebbe voluto dire.

- Se mi amate come dite - ella mormorò - fate che io abbia pace.

Il viso di lui s'illuminò.

- Non sapete forse che siete per me tutta la vita? Questa pace io non conosco e non posso darvi. Tutto me stesso, l'amore... sì. Non riesco a pensare a voi e a me separatamente. Per me, voi ed io siamo una cosa sola. E io non vedo davanti a me possibilità di pace, né per me, né per voi. Vedo una possibilità di disperazione, di infelicità... o la possibilità di una gioia, quale gioia!... È forse impossibile? - aggiunse a fior di labbra, ma lei sentì.

Ella tese tutte le forze del suo spirito per dire quello che si sarebbe dovuto dire; ma, in luogo di questo, fermò il suo sguardo pieno d'amore su di lui, e tacque.

" Ecco - pensò lui con esaltazione. - Mentre già mi disperavo e credevo dovesse venir la fine, ecco: mi ama. Lo confessa".

- Allora fate questo per me, non mi parlate mai più di queste cose e rimaniamo buoni amici - disse lei con le labbra, ma il suo sguardo diceva tutt'altra cosa.

- Amici non saremo mai, questo lo sapete. Saremo gli esseri più felici o gli esseri più infelici della terra, questo dipende da voi.

Ella voleva dire qualcosa, ma lui l'interruppe.

- Perché io chiedo una cosa sola, chiedo il diritto di sperare, di tormentarmi come adesso; ma se anche questo non si può, ditemi allora di scomparire, e io scomparirò. Se la mia presenza vi è di peso, non mi vedrete più.

- Io non voglio scacciarvi.

- E allora non cambiate nulla. Lasciate tutto così com'è - disse lui con voce tremante. - Ecco vostro marito. - Infatti, proprio in quel momento, Aleksej Aleksandrovic con la sua andatura molle e sgraziata entrava nel salotto.

Visti la moglie e Vronskij, si avvicinò alla padrona di casa e, sedutosi a bere una tazza di tè, prese a parlare con quella sua voce lenta e penetrante, con quel suo tono abitualmente scherzoso, come se prendesse in giro qualcuno.

- Il vostro Rambouillet è al completo - disse, esaminando tutta la compagnia; - le Grazie e le Muse.

Ma la principessa Betsy non tollerava questo suo tono, sneering come lo chiamava lei, e, da padrona di casa intelligente, lo avviò subito a una conversazione seria sul servizio militare obbligatorio. Aleksej Aleksandrovic fu subito preso dall'argomento e cominciò a difendere la nuova disposizione contro la principessa Betsy che la avversava.

Vronskij e Anna continuavano a star seduti alla tavola piccola.

- La cosa diventa scandalosa - mormorò una signora, indicando con gli occhi la Karenina, Vronskij e il marito di lei.

- Cosa vi ho detto io? - rispondeva l'amica di Anna.

Non solo queste signore, ma quasi tutti quelli che erano nel salotto, perfino la principessa Mjagkaja e la stessa Betsy, guardarono parecchie volte i due che si erano staccati dalla cerchia generale come se ne fossero infastiditi. Solo Aleksej Aleksandrovic non guardò neppure una volta da quella parte e non si distrasse dall'interesse della conversazione iniziata.

Notando la cattiva impressione prodotta su tutti, la principessa Betsy mise al proprio posto un'altra persona ad ascoltare Karenin, e si accostò ad Anna.

- Sono sempre sorpresa dalla chiarezza ed esattezza di esposizione di vostro marito - disse. - I concetti più trascendentali mi diventano accessibili quando parla lui.

- Oh, sì - disse Anna, illuminandosi di un sorriso di felicità e senza capire una parola di quello che le andava dicendo Betsy. Si avvicinò alla tavola grande e prese parte alla conversazione generale.

Aleksej Aleksandrovic, dopo essere rimasto mezz'ora, si avvicinò alla moglie e le propose di andare a casa; ma lei, senza guardarlo, rispose che rimaneva a cena. Aleksej Aleksandrovic salutò ed uscì.

Il cocchiere della Karenina, un vecchio tartaro panciuto, con una giacca lustra di pelle, tratteneva a stento il cavallo grigio di sinistra che, intirizzito, s'impennava all'ingresso. Un servitore, diritto impalato, apriva lo sportello, mentre il portiere, in piedi, teneva la porta esterna. Anna Arkad'evna con la mano piccola e agile andava staccando i pizzi della manica da un gancio della pelliccia e, chinando la testa, ascoltava incantata quello che Vronskij le andava dicendo nell'accompagnarla.

- Voi non avete detto nulla; va bene, neanche io pretendo nulla - diceva - ma voi sapete che non è l'amicizia di cui ho bisogno; per me è possibile una sola felicità nella vita, quella parola che tanto vi spiace... sì, l'amore....

- L'amore... - ripeté lentamente lei con una voce che proveniva dall'intimo del suo essere, e a un tratto, proprio nel momento in cui si staccava il pizzo, aggiunse: - Non mi piace questa parola anche perché significa qualcosa di troppo grande per me, molto più grande di quello che voi possiate immaginare - e lo guardò in viso. - A rivederci.

Gli tese la mano, e col passo svelto ed elastico passò accanto al portiere e scomparve nella carrozza.

Lo sguardo di lei, il contatto della sua mano, lo bruciarono. Baciò la palma nel punto in cui era stata toccata da lei, andò a casa felice, convinto d'essersi accostato al suo scopo, in quella sera, molto più che negli ultimi due mesi.

VIII

Aleksej Aleksandrovic non aveva trovato nulla di singolare e di sconveniente nel fatto che sua moglie fosse rimasta insieme con Vronskij a una tavola separata, parlando animatamente di qualche cosa; ma aveva notato che a tutti nel salotto questo era parso singolare e sconveniente, perciò era parso sconveniente pure a lui. Decise di parlarne alla moglie.

Tornato a casa, Aleksej Aleksandrovic, come al solito, andò nel suo studio e sedette in una poltrona, aprendo, nel punto segnato dal tagliacarte, un libro sul cattolicesimo e, come al solito, rimase a leggere fino all'una; soltanto, di quando in quando, si passava una mano sulla fronte alta e scoteva il capo come ad allontanare qualcosa. All'ora solita si alzò, e fece la sua toletta notturna. Anna Arkad'evna non c'era ancora. Con il libro sotto il braccio andò su; ma quella sera, invece dei soliti pensieri e delle solite considerazioni sugli affari di ufficio, la sua testa era piena della moglie e di qualcosa di spiacevole che la riguardava. Contrariamente alle proprie abitudini non si mise a letto ma, incrociate le mani dietro la schiena, cominciò ad andare su e giù per le stanze. Non poteva coricarsi, sentiva di dover prima riflettere su di una circostanza sorta di recente.

Gli era sembrato facile e semplice decidere di parlare a sua moglie; ma ora che aveva preso a riflettere sulla circostanza sorta di recente, la cosa gli appariva complessa e difficile.

Aleksej Aleksandrovic non era geloso. La gelosia, secondo lui, offendeva la moglie e nella moglie si doveva aver fiducia. Perché egli dovesse aver fiducia, perché, cioè, dovesse avere la sicurezza piena che la sua giovane moglie lo avrebbe sempre amato, non se lo chiedeva; ma non provava sfiducia perché aveva fiducia, e diceva a se stesso che si dovesse averne. Ora invece, benché la sua convinzione, che la gelosia è un sentimento riprovevole e che si doveva aver fiducia, non fosse stata distrutta, sentiva di trovarsi di fronte a qualcosa di illogico e di assurdo, e non sapeva cosa fare. Aleksej Aleksandrovic veniva a trovarsi di fronte alla vita, di fronte alla possibilità che sua moglie si innamorasse di qualcun altro che non fosse lui, e ciò gli sembrava assurdo e incomprensibile, proprio perché questo era la vita stessa. Aleksej Aleksandrovic aveva vissuto e lavorato tutta la vita negli ambienti burocratici che hanno a che fare con i riflessi della vita. E ogniqualvolta si era imbattuto nella vita vissuta, se ne era scostato. In questo momento provava una sensazione simile a quella di un uomo che, traversato tranquillamente un precipizio su di un ponte, si accorgesse improvvisamente che il ponte è crollato e che sotto c'era un abisso. L'abisso era la vita così come è; il ponte quella vita artificiale che aveva vissuta. Per la prima volta gli si affacciava alla mente l'ipotesi che sua moglie potesse amare un altro, ed egli inorridiva di fronte a questo.

Senza essersi spogliato, andava avanti e indietro, con passo eguale, sul pavimento di legno scricchiolante della sala da pranzo illuminata da un'unica lampada, sul tappeto del salotto oscuro in cui la luce si rifletteva solo sul suo grande ritratto fatto da poco, appeso sopra il divano, e attraverso lo studiolo di lei, dove ardevano due candele che davan luce ai ritratti dei parenti e delle amiche e agli oggetti belli della scrivania a lui così noti da tempo. Attraversando lo studiolo giungeva alla porta della stanza da letto e voltava di nuovo indietro.

A ogni giro del suo percorso, e soprattutto quando giungeva sul pavimento di legno della stanza da pranzo illuminata, si fermava e diceva a se stesso: "Sì; è assolutamente necessario risolvere e far cessare tutto, esprimere la propria idea e la propria decisione". E si voltava indietro. "Ma esprimere che cosa? quale decisione?" diceva a se stesso nel salotto, e non trovava risposta. "Ma, dopo tutto - si chiedeva prima di voltare nello studiolo - che cosa è mai successo? Nulla. Ha parlato a lungo con lui, ebbene?... Con chi non può parlare una donna in società? E, poi, essere geloso vuol dire umiliare se stesso e lei" si diceva, entrando nello studiolo; ma questa convinzione che prima aveva tanto peso per lui, ora non ne aveva alcuno e non significava nulla. E dalla porta della camera tornava di nuovo verso la sala da pranzo; ma non appena rientrava nel salotto oscuro, una voce gli diceva che non era così e che se gli altri l'avevano notato, voleva dire che qualcosa c'era. E di nuovo, in sala da pranzo, si diceva: "Sì, è assolutamente necessario risolvere e far cessare tutto ed esporre il proprio punto di vista...". E di nuovo, nel salotto, prima di voltare, si domandava: "Ma in che modo decidere?". E dopo, ancora: "Che cosa è successo?". E rispondeva: "Nulla" e tornava a ripetere a se stesso che la gelosia è un sentimento che avvilisce la moglie, mentre di nuovo, nel salotto, tornava a convincersi che qualcosa c'era stato. I suoi pensieri, così come la sua persona, compivano un intero giro, senza imbattersi in nulla di nuovo. Egli notò questo, si passò una mano sulla fronte e sedette nello studiolo di lei.

Qui, guardando sullo scrittoio dove c'erano un tampone di malachite e un biglietto cominciato, i suoi pensieri cambiarono improvvisamente corso. Cominciò a pensare a lei, a quello che ella avrebbe potuto pensare e sentire. Per la prima volta si rappresentò con chiarezza la vita intima di lei, i suoi pensieri, i suoi desideri; e l'idea che ella potesse avere una vita tutta propria gli sembrò così spaventosa che s'affrettò a scacciarla. Era questo l'abisso nel quale era così pauroso guardare. Trasferirsi col pensiero e col sentimento in un altro essere era un'azione spirituale estranea ad Aleksej Aleksandrovic. Egli la considerava come dannosa e pericolosa fantasticheria.

"E la cosa più terribile - pensava - è che ora, proprio quando la mia questione si approssima alla conclusione - alludeva al progetto che stava facendo passare - quando ho bisogno di tutta la serenità e di tutte le forze dello spirito, proprio ora mi si scaraventa addosso questa insensata inquietudine. Ma, che fare? Io non sono di quegli uomini che soffrono agitazioni e inquietudini senza aver la forza di affrontarle".

- Bisogna riflettere, decidere e sistemare tutto - disse ad alta voce.

"La questione dei suoi sentimenti, di quello che avviene e può avvenire nell'anima sua non è affar mio; riguarda la sua coscienza e riguarda la religione" si diceva, provando sollievo nel trovare il lato normativo al quale soggiaceva la circostanza che era sorta.

"È così - si disse Aleksej Aleksandrovic - la questione dei suoi sentimenti e il resto sono questioni della sua coscienza con la quale io non ho nulla da spartire. Il mio dovere, d'altra parte, è chiaramente determinato. Come capo della famiglia, e come persona tenuta a guidarla e perciò in parte responsabile, devo prospettarle il pericolo che vedo, metterla in guardia e adoperare perfino la mia autorità. Devo parlarle".

E nella mente di Aleksej Aleksandrovic si andò formulando chiaramente tutto quello ch'egli avrebbe detto alla moglie. Riflettendo a quello che avrebbe detto, rimpiangeva di dover adoperare, a scopi domestici e in maniera così insignificante, il proprio tempo e le proprie facoltà intellettuali; nonostante ciò, nella testa gli si vennero a comporre, chiari e distinti, così come in una relazione ministeriale, la forma e lo svolgimento del discorso da fare. "Devo esprimermi in questo ordine: in primo luogo, dimostrare l'importanza dell'opinione pubblica e delle convenienze sociali; in secondo luogo, precisare i valori religiosi del matrimonio; in terzo luogo, se necessario, indicare il danno che potrebbe derivare al figlio; in quarto luogo, prospettarle la sua stessa infelicità". E incrociate le dita le une nelle altre, con le palme all'ingiù, Aleksej Aleksandrovic le stiracchiò e le dita scricchiolarono nelle giunture.

Questo gesto, questa cattiva abitudine di riunire le mani e far scricchiolare le dita, lo tranquillizzava sempre, e gli dava quel senso di precisione che in questo momento gli era tanto necessario. Si sentì il rumore di una carrozza che giungeva all'ingresso. Aleksej Aleksandrovic si fermò in mezzo alla sala.

Sulla scala risonarono dei passi femminili. Aleksej Aleksandrovic, pronto per il suo discorso, stava in piedi, stringendo le dita incrociate e provando se in qualche giuntura volessero ancora scricchiolare. Una giuntura scricchiolò.

Dal suono dei passi leggeri su per la scala, egli sentì l'approssimarsi di lei; e, pur essendo soddisfatto del proprio discorso, ebbe paura della spiegazione imminente....

IX

Anna camminava a testa china, giocherellando con le nappine del cappuccio. Il suo viso emanava un bagliore vivo; ma questo bagliore non era gaio, ricordava il bagliore sinistro di un incendio in una notte oscura. Visto il marito, Anna alzò il capo e, come svegliandosi, sorrise.

- Non sei a letto? Oh, ma questo è un miracolo! - disse, togliendosi il cappuccio e, senza fermarsi, proseguì verso lo spogliatoio. - È ora, Aleksej Aleksandrovic - disse di là dalla porta.

- Anna, ho bisogno di parlare con te.

- Con me? - disse lei sorpresa, uscendo dalla porta e guardandolo. - Cos'è mai? Di che si tratta? - chiese, sedendosi. - Parliamo pure, se è proprio tanto necessario. Sarebbe meglio dormire, però.

Anna diceva quel che le veniva sulle labbra e, nell'ascoltarsi, stupiva della propria capacità di mentire. Come erano semplici e naturali le sue parole e come era verosimile il fatto ch'ella avesse proprio sonno! Si sentiva rivestita d'un'impenetrabile maglia d'inganno. Sentiva che una forza invisibile l'aiutava e la sosteneva.

- Anna, devo metterti in guardia - egli disse.

- Mettermi in guardia? - rispose lei. Ella appariva così schietta e allegra che chiunque non l'avesse conosciuta non avrebbe notato nulla di straordinario nel suono e nel senso delle sue parole. Ma per lui che la conosceva, che sapeva come ella notasse perfino se egli andava a letto cinque minuti più tardi e ne chiedeva la ragione; per lui che sapeva come ella gli confidasse ogni sua gioia, ogni allegrezza e ogni suo dispiacere, per lui vedere come in questo momento ella non volesse accorgersi dello stato suo e nulla volesse dire di sé, significava molto. Sentiva che il fondo dell'animo suo, che un tempo gli si offriva, gli veniva ora precluso. Non solo, ma dal suo tono sentiva che tutto questo non turbava minimamente lei, ed era come se gli dicesse sul viso: "sì, è precluso, e così sarà d'ora in poi". Provava una sensazione simile a quella di un uomo che nel tornare a casa trovi la propria casa chiusa.

"Ma forse se ne troverà ancora la chiave" pensava Aleksej Aleksandrovic.

- Ti voglio mettere in guardia - disse a voce bassa - perché tu non dia, per incoscienza o leggerezza, motivo di far parlare di te in società. Il tuo colloquio di oggi troppo vivace con il conte Vronskij - pronunciò fermamente e dopo una tranquilla pausa questo nome - ha attirato su di te l'attenzione.

Egli parlava e guardava gli occhi ridenti di lei, ormai paurosi per la loro impenetrabilità, e parlando sentiva tutta la vanità e l'oziosità delle proprie parole.

- Tu sei sempre così - rispondeva lei, come se non riuscisse a capirlo in nessun modo e come se di tutto quello ch'egli aveva detto avesse afferrato solo l'ultima cosa. - Un momento ti spiace che io mi annoi, un momento che io sia allegra. Non mi sono annoiata. Questo forse ti offende?

Aleksej Aleksandrovic ebbe un brivido, piegò le mani per farle scricchiolare.

- Ah, ti prego, non le fare scricchiolare, non mi piace - disse lei.

- Ma, Anna, sei proprio tu? - disse Aleksej Aleksandrovic piano, facendo uno sforzo su di sé per trattenersi dal gesto abituale delle mani.

- Ma cos'è mai? - disse lei con uno stupore comicamente sincero. - Che vuoi da me?

Aleksej Aleksandrovic tacque, si fregò la fronte e gli occhi con una mano. Si accorgeva che invece di quello che voleva fare, mettere cioè in guardia la moglie da quello che poteva apparire un errore agli occhi del mondo, si agitava involontariamente per quello che riguardava la coscienza di lei, e lottava contro un muro creato dalla sua stessa immaginazione.

- Ecco quello che intendo dirti - continuò freddo e tranquillo - e ti chiedo di ascoltarmi. Come sai, io ritengo che la gelosia offenda e umilii, e non mi permetterò mai di lasciarmi andare a questo sentimento; ma ci sono certe leggi di convenienza che non possono essere impunemente trasgredite. Non sono stato io a notarlo quest'oggi, ma è l'impressione generale prodotta sulla compagnia; tutti hanno notato che il tuo contegno e il tuo comportamento non erano quali precisamente si potevano desiderare.

- Non capisco proprio nulla - disse Anna, stringendosi nelle spalle. "A lui personalmente non importa alcun che, ma la compagnia lo ha notato, e lui se ne inquieta". - Tu stai poco bene, Aleksej Aleksandrovic - aggiunse, alzandosi per uscire dalla porta; ma egli le si parò innanzi, quasi a fermarla.

Il suo viso era torvo e tetro come Anna non l'aveva mai veduto. Ella si fermò e, buttando il capo all'indietro, da un lato, prese a toglier via le forcine con la mano agile.

- Ebbene, io ascolto quel che devi dirmi - disse con calma e irrisione. - E ascolto anzi con interesse, perché vorrei capire di che cosa si tratta.

Parlava, e si stupiva del tono calmo e sincero che le veniva naturale e della scelta delle parole che adoperava.

- Io non ho alcun diritto di entrare in fondo ai tuoi sentimenti, anzi in genere ritengo ciò inutile e perfino dannoso - cominciò Aleksej Aleksandrovic . - Tante volte, scavando nell'anima nostra, ne facciamo venir fuori qualcosa che sarebbe rimasto inosservato. I tuoi sentimenti riguardano la tua coscienza; ma io ho l'obbligo verso di te, verso di me e verso Dio di indicarti i tuoi doveri. La nostra vita è stata legata non dagli uomini, ma da Dio. Solo un delitto può infrangere questo legame, e un delitto di tal genere porta con sé una pena.

- Non capisco nulla. Ah, Dio mio! e, per mia disgrazia, ho tanta voglia di dormire! - disse lei in fretta, toccando con la mano i capelli per cercarvi le forcine rimaste.

- Anna, in nome di Dio, non parlare così - disse lui sommesso. - Può darsi che io mi sbagli, ma credimi, quello che dico lo dico tanto per me come per te. Io sono tuo marito e ti amo.

Per un attimo la testa di lei si chinò e la luce ironica degli occhi si spense; ma la parola "amo" la irritò di nuovo. Pensò: "Ama? Può forse amare lui? Se non avesse sentito dire che esiste l'amore, non avrebbe neanche mai usato questa parola. Ma lui non sa neppure cosa sia l'amore!".

- Aleksej Aleksandrovic, davvero, non capisco - disse. - Precisa quello che pensi...

- Lasciami parlare, ti prego. Io ti amo. Ma io non parlo di me; qui le persone principali siete voi, tu e nostro figlio. Può darsi benissimo, ripeto, che le parole ti sembrino del tutto inutili e fuori posto; forse sono provocate da un mio smarrimento. In questo caso ti prego di perdonarmi. Ma se tu stessa senti che c'è anche il più piccolo fondamento, allora, ti prego, pensaci, e, se il cuore te lo dice, confidati...

Aleksej Aleksandrovic, senza rendersene conto, diceva cose affatto diverse da quelle che aveva preparate.

- Non ho nulla da dire. E poi... - ella disse in fretta, trattenendo a stento un sorriso - davvero è ora di dormire.

Aleksej Aleksandrovic sospirò e, senza dir più nulla, si diresse in camera.

Quando ella entrò, egli era già a letto. Le sue labbra erano severamente strette e gli occhi non la guardavano. Anna si coricò nel suo letto, aspettando ch'egli da un momento all'altro riprendesse a parlare. Ne aveva insieme paura e desiderio. Ma egli taceva. Ella attese a lungo, immobile, ma già lo aveva dimenticato: pensava all'altro, vedeva l'altro e sentiva che il cuore a questo pensiero le si riempiva di ansia e di gioia colpevole. A un tratto sentì un ronfio nasale, eguale e calmo. Dapprima Aleksej Aleksandrovic si spaventò quasi del proprio russare e si fermò, ma, dopo due respiri, il ronfio si fece sentire calmo e cadenzato.

- È tardi, è tardi ormai - mormorò lei con un sorriso. Rimase a lungo immobile con gli occhi aperti e le sembrava di vedere lei stessa, nel buio, il loro bagliore.

X

Da quella sera cominciò una nuova vita per Aleksej Aleksandrovic e sua moglie. Non accadde nulla di straordinario. Anna continuò a frequentare il gran mondo, andava spesso, più che altrove, dalla principessa Betsy, e s'incontrava con Vronskij dovunque. Aleksej Aleksandrovic rilevava tutto questo, ma non poteva farci nulla. A tutti i tentativi per portarla ad una spiegazione, ella opponeva il muro impenetrabile del suo allegro stupore. Esteriormente tutto era come prima, ma i loro rapporti intimi si erano completamente mutati. Aleksej Aleksandrovic, l'uomo così energico negli affari di stato, si sentiva impotente. Come un bue, aspettava, con il capo abbassato, la mazza che sentiva sospesa su di sé. Ogni qualvolta ci pensava, sentiva che era necessario tentare qualcosa, sentiva che, con la bontà, la tenerezza, la persuasione, c'era ancora la speranza di salvarla, di farla rientrare in sé, e ogni giorno si disponeva a parlare. Ma appena cominciava a parlare con lei, sentiva che lo spirito del male e dell'inganno che la possedeva s'impossessava anche di lui, ed egli parlava di cose del tutto diverse e con un tono contrario a quello che avrebbe voluto usare. Suo malgrado, parlava con lei con quell'abituale tono di canzonatura, come se proprio così volesse parlare. E con questo tono non si poteva dire ciò che era necessario dire.

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XI

Quello che per Vronskij era stato, per quasi un anno, l'unico, esclusivo desiderio che si era sostituito a tutti i desideri della sua vita, quello che per Anna era un impossibile, pauroso e così fascinoso sogno di felicità, quel desiderio era soddisfatto. Pallido, con la mascella inferiore che tremava, egli stava in piedi, chino su di lei, e la supplicava di calmarsi, non sapendo egli stesso di che, di che cosa.

- Anna, Anna - diceva, con voce tremante - Anna, in nome di Dio!

Ma quanto più forte egli parlava, tanto più bassa ella chinava la testa, un tempo orgogliosa e gaia, ora vergognosa; e si piegava tutta e scivolava dal divano sul quale era poggiata verso terra, ai piedi di lui; sarebbe caduta sul tappeto s'egli non l'avesse sorretta.

- Dio mio, perdonami! - diceva, singhiozzando, stringendo al petto le mani di lui.

Si sentiva così colpevole e peccatrice che non le restava che prostrarsi e chiedere perdono; ma adesso, nella sua vita, all'infuori di lui, non c'era più nessuno, e a lui volgeva la sua preghiera di perdono. Guardandolo, sentiva fisicamente la propria abiezione, e non poteva più parlare. Egli, invece, sentiva quello che deve sentire l'assassino quando vede il corpo da lui privato della vita. Questo corpo da lui privato della vita era il loro amore, il primo tempo del loro amore. C'era orrore e ripugnanza nel ricordare quello ch'era stato pagato a un così pauroso prezzo di vergogna. La vergogna dinanzi alla propria nudità spirituale soffocava lei e si comunicava a lui. Ma nonostante tutto l'orrore dell'assassino dinanzi al corpo assassinato, occorre fare a pezzi questo corpo, nasconderlo, valersi di ciò che l'assassino, uccidendo, ha conquistato.

E con accanimento, con furore quasi, colui che ha ucciso si getta su questo corpo, e lo trascina e smembra: così anch'egli copriva di baci il viso e le spalle di lei. Ella gli teneva stretta una mano e non si moveva. Ecco, questi baci sono il prezzo di questa vergogna. Anche questa mano che sarà sempre mia, è la mano del mio complice. Sollevò la mano e la baciò. Egli si piegò sulle ginocchia e voleva scoprirle il viso, ma lei si nascondeva e non diceva nulla. Finalmente, facendo uno sforzo, si sollevò e lo respinse. Il suo viso era sempre bello, ma faceva tanta più pena.

- Tutto è finito - disse. - Non ho nessuno all'infuori di te. Ricordalo.

- Io non posso non ricordare quello che è la mia vita. Per me, un attimo di questa felicità....

- Quale felicità! - disse lei con ribrezzo e orrore; e l'orrore si comunicò a lui. - Per amor di Dio, non una parola, non una parola di più.

Si alzò in fretta e si scostò.

- Non una parola di più - ripeté e, con un'espressione strana, a lui sconosciuta, di fredda disperazione, andò via. Sentiva di non poter dire la vergogna, la gioia e l'orrore che provava nell'entrare in quella nuova vita, e non voleva parlarne e non voleva rendere volgare, con parole inadatte, quel che sentiva. Ma anche dopo, l'indomani, e il giorno seguente, non trovò le parole adatte a dire tutto il complesso delle sue sensazioni, e così neppure le idee adatte a mettere ordine nell'animo suo.

"No, adesso non posso pensare - si diceva - dopo, quando sarò tranquilla". Ma questa tranquillità per riflettere non veniva mai; ogni volta che le tornava in mente quello che aveva fatto, quello che sarebbe stato di lei e quello che doveva fare, era presa dallo sgomento e allontanava questi pensieri.

"Dopo, dopo - diceva - quando sarò più tranquilla".

Nel sonno, invece, quando non aveva il dominio dei suoi pensieri, la situazione le appariva in tutta la sua informe nudità. Un unico identico sogno la visitava quasi ogni notte. Sognava che tutti e due erano nello stesso tempo suoi mariti, che tutti e due le prodigavano le loro carezze. Aleksej Aleksandrovic piangeva, baciandole le mani, e diceva: "Come si sta bene, ora!". E Aleksej Vronskij era là, e anche lui era suo marito. Ed ella stupiva come questo le fosse apparso prima impossibile, e spiegava loro, ridendo, che era molto più semplice, e che ora entrambi erano felici e contenti. Ma questo sogno la soffocava come un incubo.

XII

Ancora nei primi tempi dopo il suo ritorno da Mosca, Levin, fremendo ed arrossendo ogni volta che ricordava l'offesa del rifiuto, finiva col dire a se stesso: "Arrossivo e fremevo proprio così giudicando tutto perduto, quando presi uno in fisica e dovetti ripetere l'anno; così pure mi considerai fallito quando persi la causa affidatami da mia sorella. Ebbene?... ora che gli anni sono passati, ricordo e stupisco come abbia potuto addolorarmene tanto. Sarà lo stesso anche per questo dispiacere. Passerà il tempo, e diverrò indifferente anche a questo".

Ma erano passati tre mesi e non diventava indifferente, e gli doleva, come nei primi giorni, questo ricordo. Non riusciva a rasserenarsene, perché, dopo aver sognato così a lungo una vita di famiglia, e sentendosi ormai maturo per essa, non s'era sposato, e s'era più che mai allontanato dal matrimonio. Sentiva, come lo sentivano tutti quelli che lo circondavano, che per un uomo della sua età rimaner celibe era un male. Ricordava che prima di partire per Mosca, aveva detto un giorno a Nikolaj il bovaro, un brav'uomo col quale amava parlare: "Ehi, Nikolaj, voglio prender moglie", e Nikolaj aveva risposto senza indugio, come di una cosa di cui non s'avesse a dubitare: "È tempo da un pezzo, Konstantin Dmitric". Ma il matrimonio s'era fatto più lontano che mai. Il posto nel suo cuore era occupato, e quando gli capitava di sostituirvi nell'immaginazione qualcuna delle ragazze di sua conoscenza, sentiva che tale sostituzione era assolutamente impossibile. Inoltre il ricordo del rifiuto e della parte che aveva recitato in quell'occasione, lo tormentava di vergogna. Per quanto si dicesse che non era per nulla colpevole, questo ricordo, al pari degli altri ricordi umilianti di tal genere, lo costringeva a rabbrividire e ad arrossire. Nel suo passato, come in quello di ogni uomo, c'erano delle cattive azioni da lui riconosciute come tali, per le quali la coscienza avrebbe dovuto rimordergli; ma il ricordo di queste cattive azioni era ben lungi dal tormentarlo allo stesso modo di questi inconsistenti, ma umilianti ricordi. Questa ferita non si rimarginava mai. E nel ricordo venivano a trovarsi adesso, sullo stesso piano, e il rifiuto e quella situazione penosa in cui era apparso agli altri in quella sera. Ma il tempo e le occupazioni facevano l'opera loro. I ricordi penosi venivano sempre più velati dagli impercettibili, ma significativi avvenimenti della vita di campagna. Di settimana in settimana ricordava sempre più di rado Kitty. Aspettava con ansia la notizia che si fosse sposata o stesse per sposarsi a giorni; sperava che una notizia simile, come l'estirpazione di un dente, finisse col guarirlo.

Sopraggiunse intanto la primavera, splendida, improvvisa, senza le attese e gli inganni delle primavere; una di quelle primavere di cui si rallegrano insieme e piante e bestie e uomini. Questa primavera bellissima rianimò ancor più Levin e lo confermò nel suo proposito di rinunciare a tutti i suoi sogni precedenti per costruire, salda e indipendente, la sua vita di uomo solo. Pur non avendo mantenuto fede a molti propositi che aveva formulato nel viaggio di ritorno, tuttavia, l'aspirazione prima, la continenza di vita, egli l'aveva osservata. Non provava la vergogna che di solito lo tormentava dopo ogni caduta, e poteva coraggiosamente guardare in faccia agli uomini. Inoltre, in febbraio, aveva ricevuta da Mar'ja Nikolaevna una lettera in cui si diceva che le condizioni di salute del fratello erano peggiorate, e che egli non voleva curarsi; in seguito a questa lettera, Levin era andato a Mosca e aveva fatto in tempo a persuadere il fratello a consigliarsi con un medico e ad andare all'estero per la cura delle acque. Gli era riuscito così bene di convincere il fratello e di dargli in prestito, senza irritarlo, del denaro per il viaggio, che, sotto questo rapporto, era soddisfatto di sé. Oltre l'azienda che esigeva cure particolari in primavera, Levin aveva anche cominciato a scrivere, in quell'inverno, un libro di economia, la cui tesi consisteva nell'assumere in economia il temperamento del lavoratore come un dato assoluto, così come il suolo e il clima, e nel sostenere che tutte le tesi dell'economia dovessero essere di conseguenza dedotte non dai soli dati del suolo e del clima, ma da quelli del suolo, del clima e di un certo immutabile temperamento del lavoratore. Così che, malgrado la solitudine, e anzi proprio per la solitudine, la sua vita era straordinariamente ricca, e solo di rado sentiva il bisogno insoddisfatto di comunicare i pensieri che gli passavano per la testa a qualcuno che non fosse Agaf'ja Michajlovna, benché anche con lei gli accadesse di ragionar di fisica, di agraria e in particolare di filosofia; la filosofia, anzi, era l'argomento preferito da Agaf'ja Michajlovna.

La primavera aveva tardato ad arrivare. Nelle ultime settimane della quaresima il tempo era stato sereno, gelido. Di giorno, al sole, sgelava; di notte la temperatura scendeva a sette gradi sotto lo zero. La neve era così indurita che i carri non seguivano più la strada. Per Pasqua c'era ancora la neve. Ma due giorni dopo la settimana santa, si levò a un tratto un vento tiepido, le nuvole si addensarono, e per tre notti cadde una pioggia burrascosa e calda. Il giovedì, il vento si calmò e, quasi a nascondere il mistero dei cambiamenti che si operavano nella natura, avanzò una nebbia fitta e grigia. Nella nebbia si sciolsero le acque, crepitarono e si smossero i ghiacci, più rapidi corsero i torrenti torbidi e schiumosi, e proprio per la domenica in Albis, la sera si squarciò la nebbia, le nuvole corsero via a pecorelle, si rasserenò, e si schiuse la primavera. Al mattino il sole, levatosi splendidamente, divorò in fretta il ghiaccio sottile che aveva coperto le acque, e l'aria trepidò dei vapori che si sprigionavano dalla terra rianimata, invadendola tutta. Verzicò l'erba vecchia e la novella che spuntava ad aghi; si gonfiarono le gemme del viburno, del ribes e della betulla viscosa e inebriante, e su di un ramo di salice, soffuso di fiori d'oro, prese a ronzare un'ape rimasta fuori che vagava all'intorno. Allodole invisibili presero a trillare sul velluto delle verzure e sulla stoppia gelata; piansero le pavoncelle sulle bassure e sulle paludi piene d'acqua nera non ancora riassorbita, e in alto, a volo, con un gridìo di primavera, passarono cicogne e oche. Gli armenti, che non avevano ancora del tutto mutato il pelo, presero a muggire nei pascoli, e gli agnelli dalla zampe ritorte ruzzarono intorno alle madri belanti che mutavano il vello, mentre i ragazzi dalle gambe agili presero a correre per i tratturi che, rasciugandosi, conservavano le impronte dei piedi scalzi; accanto allo stagno crepitarono le voci allegre delle comari intente a candeggiar le tele, e sulle aie risonarono le accette dei contadini che racconciavano aratri ed erpici. Era venuta la vera primavera.

XIII

Levin infilò gli stivali alti e, per la prima volta, indossò, invece della pelliccia, un giubbotto di panno, e s'avviò per il podere, saltando fra i rigagnoli che ferivano gli occhi luccicando al sole, e mettendo il piede ora su un ghiacciolo ora sul fango viscido.

La primavera è il tempo dei progetti e dei propositi. Uscendo fuori, Levin, come un albero che non sa ancora, in primavera, dove e come spunteranno i germogli e i rami racchiusi nelle gemme turgide, non sapeva egli stesso bene a quali imprese si sarebbe particolarmente accinto ora, nella sua cara azienda; sentiva solo d'aver dentro di sé un mondo di pensieri e i migliori propositi. Per prima cosa andò a dare un'occhiata al bestiame. Le mucche erano state sospinte nel recinto e, luccicanti nel pelo liscio or ora mutato, riscaldatesi al sole, muggivano chiedendo di andare nei prati. Compiaciuto delle mucche che conosceva fin nei più piccoli particolari, Levin ordinò che venissero condotte al pascolo, e che nel recinto si lasciassero circolare i vitelli. Il mandriano corse allegro a prepararsi per andar nei campi. Le donne, sollevando le gonne e guazzando nel fango con i bianchi piedi nudi, non ancora abbronzati, correvano tenendo in mano frasche secche dietro i vitelli che muggivano e ruzzavano di gioia primaverile, e li sospingevano nel cortile.

Soddisfatto dell'incremento del bestiame, che quell'anno era stato eccezionalmente fecondo, (i vitelli, precoci, erano come vacche da lavoro, la figlia di Pava, di tre mesi appena, sembrava già di un anno), Levin fece portar fuori la mangiatoia e dare il fieno fuori dalle greppie. Ma nel recinto chiuso, non adoperato nell'inverno, constatò che le greppie costruite nell'autunno erano rotte. Fece chiamare il falegname a cui era stato dato l'ordine di lavorare ad una trebbiatrice. Gli dissero che il falegname, invece, stava riparando gli erpici che avrebbero dovuti essere pronti fin da carnevale. Questo spiacque molto a Levin. Era infatti spiacevole che si ripetesse l'eterno disordine dell'azienda, contro il quale da tanti anni lottava con tutte le sue forze. Venne a sapere che le greppie, inutilizzabili d'inverno, erano state trasferite nella stalla dei cavalli da tiro, e là s'erano spezzate perché, costruite per i vitelli, erano risultate troppo leggere per i cavalli. Inoltre, era ormai chiaro che gli erpici e tutti gli strumenti agricoli che egli aveva ordinato di esaminare e di riparare durante l'inverno (lavoro pel quale erano stati assunti tre falegnami), non erano stati riparati, e che agli erpici si andava provvedendo ora che era già tempo di erpicare. Levin mandò a chiamare l'amministratore, e poi andò a cercarlo egli stesso. L'amministratore, risplendente, come ogni cosa in quel giorno, in un pellicciotto di montone guarnito d'agnina, veniva dall'aia, sminuzzando nelle mani una pagliuzza.

- Perché il falegname non lavora alla trebbiatrice?

- Eh, già, ve lo volevo dire ieri; era necessario accomodare gli erpici. Ecco che è già tempo d'arare.

- E allora d'inverno che s'è fatto?

- Ma perché vi occorre il falegname?

- Dove sono le greppie del recinto dei vitelli?

- Ho detto di portarle al posto loro. Che volete fare, con questa gente... - disse l'amministratore, con un gesto della mano.

- Altro che con questa gente! Con questo amministratore! - disse Levin, riscaldandosi. - Ma allora che vi tengo a fare? - gridò. Ma poi, ricordandosi che così non riparava a nulla, si fermò a mezzo il discorso e sospirò. - Su via, si può seminare? - domandò dopo essere rimasto per un po' in silenzio.

- Al di là di Turkin sì, che si potrà, domani o domani l'altro.

- E il trifoglio?

- Ho mandato Vasilij e Mi(ka a seminare. Ma non so se riusciranno a passare: c'è fango.

- Su quante desjatiny?

- Su sei.

- E perché non su tutte? - urlò Levin.

Che il trifoglio venisse seminato soltanto su sei e non su venti desjatiny, era ancora più increscioso. La seminagione del trifoglio, e teoricamente, e per sua personale esperienza, rendeva solo se fatta al più presto possibile e quasi sulla neve. E Levin non riusciva mai a ottenere che così si facesse.

- Non ci sono gli operai; cosa mai volete che faccia con questa gente? Tre non sono venuti. Ma ecco Sem(n....

- Ma via, avreste dovuto toglierne dal lavoro della paglia.

- Ma ne ho tolti anche di là.

- Dove sono gli operai?

- Cinque fanno lo sconcio - voleva dire "il concio". - Quattro trasportano l'avena.... ma anche quella, purché non prenda a "sguigliare", Konstantin Dmitric!

Levin intendeva bene che "purché non prenda a sguigliare" significava che l'avena inglese da semenza l'avevano già fatta marcire; ancora una volta non era stato fatto quello che aveva ordinato.

- Ma se l'ho detto che era ancora quaresima, trombone! - gridò.

- Non v'inquietate, faremo tutto in tempo!

Levin agitò con rabbia la mano, andò in granaio a dare un'occhiata all'avena, e tornò alla stalla. L'avena non era ancora andata a male; ma gli operai la rimovevano con le pale, quando sarebbe stato più facile farla scendere direttamente nella rimessa sottostante. Dati gli ordini in proposito, e tolti di lì due operai per la semina del trifoglio, Levin, rabbonito, si liberò della collera contro l'amministratore. Il tempo era così bello che non c'era modo di arrabbiarsi.

- Ignat! - gridò al cocchiere che, con le maniche rimboccate, lavava una carrozza accanto al pozzo. - Metti la sella a...

- Chi volete?

- Su, magari, vada per Kolpik.

- Sissignore.

Mentre sellavano il cavallo, Levin chiamò di nuovo l'amministratore che gli gironzolava intorno con l'evidente intenzione di far pace, e prese a parlargli dei lavori da farsi in primavera e dei suoi progetti agricoli.

Bisognava cominciare al più presto il trasporto del concio, in modo da finire alla prima falciatura. E arare senza interruzione il campo più lontano per serbarlo come maggese nero. Il fieno bisognava falciarlo tutto, non a mezzadria, ma coi braccianti.

L'amministratore ascoltava attento, ma era evidente che faceva uno sforzo per dare a intendere che approvava i progetti del padrone, e aveva, suo malgrado, quell'aria sfiduciata e rassegnata, ben nota a Levin, che sempre se ne irritava. Sembrava dire: "tutto va bene, ma sarà come Dio vorrà".

Nulla amareggiava Levin più di questo atteggiamento. Ma era l'atteggiamento comune a tutti gli amministratori, quanti gliene erano passati per le mani. Tutti si comportavano allo stesso modo verso le sue nuove idee, perciò egli non se ne adirava più, ma se ne amareggiava e si sentiva ancor più spinto a lottare contro questa forza primordiale che gli si opponeva continuamente e che egli non sapeva definire altrimenti che "come Dio vorrà".

- Se ce la faremo, Konstantin Dmitric - disse l'amministratore.

- Perché non si dovrebbe farcela?

- Bisogna ancora assumere almeno altri quindici operai. Ed ecco che non vengono. Oggi qualcuno è venuto, ma chiedono settanta rubli per l'estate.

Levin tacque. Di nuovo gli si parava di fronte quella forza. Sapeva che, per quanto si cercasse, non si sarebbe potuto assumere più di quaranta, trentasette, trentotto operai al prezzo giusto: forse anche quaranta se ne potevano assumere, ma certamente non di più; tuttavia non poteva non lottare.

- Mandateli a cercare a Sury, a cefirovka, se non vengono. Bisogna cercare.

- Per cercare io cerco - disse sommessamente Vasilij F(dorovic. - Ma poi, anche i cavalli si sono infiacchiti.

- Ne compreremo degli altri. Perché io lo so - aggiunse, ridendo - quando fate voi, ne vien fuori sempre il meno e sempre il peggio; ma quest'anno non vi permetterò di fare a modo vostro. Farò tutto io.

- Ma voi, del resto, anche ora, mi pare, non state dormendo. Del resto, noi viviamo più contenti sotto l'occhio del padrone.

- Dunque, di là dal Ber(zovyj Dol, si semina il trifoglio? Vado a vedere - disse, assestandosi sul piccolo Kolpik, il sauro che era stato condotto dal garzone.

- Per il ruscello non passerete Konstantin Dmitric - gridò il garzone.

- Su via, allora, per il bosco.

E sull'arzilla andatura del buon cavallino che era rimasto a lungo a riposo, e che sbruffava sulle pozzanghere, chiedendo le briglie, Levin si avviò attraverso il fango del cortile, oltre il portone, verso i campi.

Se Levin si rallegrava nel cortile del bestiame e in quello delle mucche, si rallegrava ancor più nei campi. Dondolandosi alla cadenza dell'ambio del buon cavallino, aspirando l'odore tiepido e fresco dell'aria e della neve, attraversava il bosco sul nevischio rimasto qua e là, sulla neve sfaldata sulla quale le impronte si andavano sciogliendo. Godeva di ogni pianta rigonfia di gemme, avvivata dal musco sulla corteccia. Quando uscì di là dal bosco, dinanzi a lui si distendevano, per uno spazio enorme, i prati verdi, come un liscio tappeto di velluto, senza piazzuole né pozzanghere, macchiati solo qua e là negli avvallamenti dai resti della neve che andava sciogliendosi. Levin non si turbò né alla vista di un cavallo da tiro e di uno stallone che calpestavano i suoi prati (ordinò a un contadino col quale s'era imbattuto di cacciarli via), né alla risposta canzonatoria e sciocca di Ipat, il contadino incontrato, il quale alla sua domanda: "Ohi, Ipat, si semina presto?" aveva risposto: "S'ha prima da arare, Konstantin Dmitric!". Quanto più andava avanti, tanto più gioiva, e i suoi piani di amministrazione gli sembravano l'uno migliore dell'altro: recingere di giunchi tutti i campi in linee meridiane, di modo che la neve non vi rimanesse a lungo; dividerli in sei campi da concio e in tre di riserva per la coltura delle erbe, costruire una stalla sull'estremo limite del campo e scavare una fossa per l'avena e per il concio, costruire dei recinti trasportabili per il bestiame al pascolo. E così avrebbe avuto trecento desjatiny di frumento, cento di patate, centocinquanta di trifoglio e neanche una desjatiny incolta.

Con questi sogni, conducendo accorto il cavallo sui viottoli terminali per non calpestare i suoi prati, si avvicinò agli operai che seminavano il trifoglio. Il carro con la semenza era fermo, non sul limite, ma sul campo arato, e il frumento autunnale era solcato dalle ruote e scavato dalle zampe del cavallo. Tutti e due gli operai sedevano sulla proda, fumando la pipa, probabilmente a turno. La terra che era sul carro, frammischiata ai semi, non era impastata, ma tutta impiastricciata e a pallottole. Scorgendo il padrone, l'operaio Vasilij si mosse verso il carro e Mi(ka si diede a seminare. Anche questo non andava bene, ma Levin si adirava di rado con gli operai. Quando Vasilij si avvicinò, Levin gli ordinò di portare il cavallo sulla proda.

- Non fa nulla, padrone, si rimargina - rispose Vasilij.

- Ti prego, non stare a discutere - disse Levin - ma fa' quello che ti vien detto.

- Sissignore - rispose Vasilij e prese il cavallo per la cavezza. - Ma la semenza, Konstantin Dmitric - disse, adulando - è di prima qualità. Solo che camminare è un guaio! Tiri su un pud con un solo piede.

- E perché non avete setacciato la terra? - disse Levin.

- Ma la gramoliamo noi - rispose Vasilij, prendendo su della semenza e impastandovi un po' di terra nelle mani.

Vasilij non aveva colpa lui, se gli avevano messo della terra non setacciata, tuttavia ciò era spiacevole.

Ma Levin, avendo sperimentato più di una volta, con profitto, un mezzo sicuro per soffocare il proprio dispetto e per far tornare ad andar bene quel che sembrava andar male, lo provò anche in questo momento. Vide che Mi(ka camminava a grandi passi, facendo rotolare enormi zolle di terreno che gli si appiccicavano ai piedi; scese da cavallo, tolse a Vasilij il sacco della semenza e andò a seminare.

- Dove ti sei fermato?

Vasilij fece un segno col piede, e Levin andò a seminare, così come sapeva far lui, il terreno misto alla semenza. Andare avanti era difficile, proprio come in un pantano; e Levin, seminato che ebbe un solco, cominciò a sudare e, fermatosi, restituì il sacco con la semenza.

- Ohi, padrone, bada bene a non prendertela con me questa estate, per questo solco qua! - disse Vasilij.

- E che c'è - disse allegro Levin, scorgendo già l'effetto del mezzo adoperato.

- Sì, ecco, vedrete poi quest'estate. Si vedrà la differenza. Date un'occhiata dove ho seminato io la primavera scorsa. Come ho dato la semenza! Ecco, Konstantin Dmitric, io mi adopero, ecco, proprio come se foste il padre mio carnale. A me stesso non piace il lavoro fatto male, e non permetto che gli altri lo facciano male. Se va bene per il padrone, va bene anche per noi. Se dai un'occhiata laggiù - disse Vasilij, mostrando il campo - ti si rallegra il cuore.

- Che bella primavera, Vasilij!

- È una primavera che i vecchi non ricordano più bella. Io, ecco, sono stato a casa mia; anche là da noi il vecchietto ha seminato tre stai di frumento. Dice che non lo si distingue dalla segala.

- E voi, è un pezzo che avete preso a seminare il frumento?

- Ma se siete stato voi a insegnarcelo l'anno scorso! E me ne avete regalate pure due misure. Un quarto l'abbiamo venduto e tre stai l'abbiamo seminati.

- Su, guarda, sfarina le pallottole - disse Levin, avvicinandosi al cavallo - e da' un occhio a Mi(ka. E se verrà su bene, ti darò cinquanta copeche per desjatina.

- Ringrazio umilmente! Noi, mi pare, anche così siamo molto contenti di voi.

Levin montò a cavallo e andò nel campo dove c'era il trifoglio dell'anno precedente, e in quello arato, pronto per il grano marzuolo.

Il trifoglio da stoppia veniva su magnificamente. S'era già tutto avvivato e verzicava dietro gli steli del frumento dell'anno prima. Il cavallo vi affondava fino al ginocchio e ogni sua zampata provocava uno scroscio quando si liberava dalla terra mezzo disgelata. Per i solchi arati non si poteva proprio passare; solo dove c'era un po' di ghiaccio il terreno sosteneva, ma nei solchi disgelati la zampa affondava fino a sopra il ginocchio. Ottima l'aratura; fra due giorni si sarebbe potuto erpicare e seminare. Tutto era bello, tutto era festoso. Levin decise di tornare indietro attraverso il ruscello, sperando che l'acqua vi fosse più bassa. E in effetti lo passò a guado, spaventando due anitre. "Ci devono essere anche le beccacce" pensò, e, proprio alla svolta per tornare a casa, incontrò il guardaboschi che lo confermò nella sua supposizione.

Levin tornò a casa al trotto, per fare in tempo a mangiare e a preparare il fucile per la sera.

XIV

Mentre nella migliore disposizione d'animo si avvicinava a casa, Levin sentì un tinnir di sonagli dalla parte principale dell'ingresso della casa.

"Ma è qualcuno che viene dalla stazione - pensò - è proprio l'ora del treno di Mosca.... Chi può essere? Che sia Nikolaj? L'ha detto del resto: (Può darsi che vada a fare la cura delle acque, ma chi sa che non venga da te(". Sulle prime provò sgomento e rammarico al pensiero che la presenza del fratello Nikolaj non avesse a turbare quella sua felice disposizione d'animo. Ma poi si vergognò di questo suo sentimento, e subito gli aprì, per così dire, spiritualmente le braccia, e con gioia intenerita s'aspettò e desiderò con tutta l'anima che fosse il fratello. Stimolò il cavallo e, oltrepassata l'acacia, vide la trojka postale della stazione ferroviaria e un signore in pelliccia. Non era il fratello. "Ah, se fosse qualche persona simpatica con la quale poter parlare!" pensò.

- Ah - gridò con gioia Levin, alzando tutte e due le braccia. - Ecco un ospite gradito! Ah, come sono felice di vederti! - gridò, riconoscendo Stepan Arkad'ic.

"Così probabilmente saprò se si è sposata o quando si sposerà" pensò.

E in quella magnifica giornata di primavera, sentì che il ricordo di lei non gli faceva più alcun male.

- Forse non m'aspettavi? - disse Stepan Arkad'ic, uscendo dalla slitta con vari schizzi di fango alla radice del naso, sulla guancia e sul sopracciglio, ma splendente di buonumore e di salute. - Sono venuto, prima di tutto, per vederti - disse, abbracciandolo e baciandolo; - poi, per fermarmi un po' per la caccia, ed infine anche per vendere il bosco di Ergu(ovo.

- Benone! Ma che primavera! com'è che sei arrivato fin qui in slitta?

- In carrozza è anche peggio, Konstantin Dmitric - rispose il postiglione che lo conosceva.

- Be', sono molto contento di vederti - disse Levin, sorridendo sinceramente di un riso infantile e festoso.

Levin guidò l'ospite nella camera dei forestieri, dove appunto erano state portate le cose di Stepan Arkad'ic: un sacco, un fucile nel fodero, una borsa per i sigari; e, lasciatolo a lavarsi e a cambiarsi, passò nel frattempo in amministrazione a dare gli ordini per l'aratura e per il trifoglio. Agaf'ja Michajlovna, sempre molto preoccupata del prestigio della casa, gli venne incontro in anticamera con alcune domande intorno al pranzo.

- Fate come volete, purché al più presto - disse lui, e andò dall'amministratore.

Quando tornò, Stepan Arkad'ic, lavato, pettinato e raggiante, usciva dalla sua camera, e insieme salirono.

- Ma come son contento d'essere arrivato fin qui da te! Ora capirò in che cosa consistono i prodigi che tu compi qua! Ma, davvero, ti invidio. Che casa, come tutto è eccellente! - disse Stepan Arkad'ic, dimenticando che non sempre c'erano la primavera e le giornate chiare come quella. - E la tua governante che delizia! Forse sarebbe più desiderabile una graziosa cameriera in grembiulino, ma per il tuo cenobitismo e la tua austerità questo va proprio bene.

Stepan Arkad'ic raccontò molte cose interessanti e gli diede la notizia, che riguardava in particolare Levin, che il fratello Sergej Ivanovic si preparava ad andare da lui in campagna per l'estate.

Stepan Arkad'ic non disse neppure una parola di Kitty, né in generale degli (cerbackij; riferì solo i saluti di sua moglie. Levin gli fu grato di questa delicatezza e fu molto contento dell'ospite. In genere, nel periodo del suo isolamento, gli si accumulavano un'infinità di pensieri e di sentimenti che non poteva comunicare a quelli che lo circondavano, e invece ora egli poteva riversare in Stepan Arkad'ic la gioia poetica della primavera, le vicende e i progetti per l'azienda, le idee e le osservazioni sui libri che aveva letto, e in particolare lo schema della sua opera che aveva a base, sebbene egli stesso non lo notasse, la critica di tutte le vecchie opere di economia. Stepan Arkad'ic, sempre simpatico, che afferrava tutto da un accenno, fu particolarmente cordiale in questo suo soggiorno, e Levin notò anche un nuovo tratto di considerazione e quasi di tenerezza verso di lui, che lo lusingò.

Gli sforzi di Agaf'ja Michajlovna e del cuoco perché il pranzo fosse in tutto e per tutto ben fatto, produssero l'effetto che i due amici, affamati com'erano, seduti davanti all'antipasto, si rimpinzassero di pane e di burro, di uccelletti e di funghi sotto sale; inoltre, che Levin finisse con l'ordinare di servir la minestra senza gli sfogliantini con i quali il cuoco avrebbe voluto in particolar modo stupire l'ospite. Ma Stepan Arkad'ic, pur abituato a pranzi d'altro genere, trovava tutto eccellente; la salsa verde e il pane e il burro, gli uccelletti e i funghi, la minestra d'ortiche e la gallina in salsa bianca e il vino bianco di Crimea, tutto per lui era straordinario ed eccellente.

- Ottimo, ottimo - diceva accendendo una grossa sigaretta dopo l'arrosto. - Sono arrivato da te proprio come chi, uscendo dal frastuono e dal rollio di un piroscafo, giunga ad una spiaggia silenziosa. Così, allora, tu dici che anche l'elemento "lavoratore" dev'essere preso in considerazione e deve guidare nella scelta dei sistemi economici. Io, già, in questo sono un profano; ma mi sembra che la tua teoria e la sua applicazione potranno incidere sul lavoratore.

- Sì, ma aspetta: io non parlo di economia politica, parlo di scienza agraria. Questa, come le scienze naturali, deve prendere in esame i fenomeni dati e il lavoratore con le sue caratteristiche economiche, etnografiche....

In quel momento entrò Agaf'ja Michajlovna con la marmellata.

- Ehi, Agaf'ja Michajlovna - le disse Stepan Arkad'ic baciandosi la punta delle dita grassocce - che uccelletti che avete!... E che, non è ora Kostja? - aggiunse.

Levin guardò dalla finestra il sole che scendeva dietro le cime del bosco che si riuscivano a scorgere.

- È ora, è ora - disse. - Kuz'ma, fa' attaccare il calesse - e corse giù.

Stepan Arkad'ic, disceso, tolse egli stesso con cura la fodera di tela dall'astuccio verniciato e, apertolo, cominciò a montare il suo costoso fucile di nuovo modello. Kuz'ma, che fiutava fin d'ora una grossa mancia, non si allontanava da Stepan Arkad'ic, e gli infilava calze e stivali, mentre Stepan Arkad'ic lasciava fare volentieri.

- Ti prego, Kostja, se viene Rjabinin il compratore, gli ho detto di venire quest'oggi, fallo ricevere, e che mi aspetti....

- Ma forse vendi il bosco a Rjabinin?

- Sì, lo conosci, per caso?

- Altro se lo conosco. Ho avuto un affare con lui "positivamente e definitivamente".

Stepan Arkad'ic rise. "Definitivamente e positivamente" erano gli intercalari del compratore.

- Già, parla in modo proprio buffo. Ha capito dove va il padrone! - aggiunse, tastando con la mano Laska che gironzolava intorno a Levin mugolando e leccandogli ora una mano, ora gli stivali, ora il fucile.

La vettura era già accanto alla scalinata, quando uscirono.

- Ho ordinato di attaccare, sebbene non sia lontano: vogliamo andare a piedi?

- No, meglio in carrozza - disse Stepan Arkad'ic, accostandosi alla vettura. Sedette, avvoltolò le gambe in uno scialle tigrato, e accese un sigaro. - Com'è che non fumi? Il sigaro non è proprio un godimento, ma il coronamento, il segno del godimento. Ecco, questa è vita! Come si sta bene! Ecco come vorrei vivere io!

- E che cosa te lo impedisce? - disse Levin, sorridendo.

- No, tu sei un uomo felice. Hai tutto quello che ti piace. Ti piacciono i cavalli... ne hai, i cani... ne hai, la caccia... ce l'hai, l'azienda... ce l'hai.

- Forse perché mi contento di quello che ho, e non rimpiango quello che non ho - disse Levin, ricordandosi di Kitty.

Stepan Arkad'ic capì, lo guardò, ma non disse nulla.

Levin era grato a Oblonskij di aver notato, con il suo tatto abituale, ch'egli temeva il discorso sugli (cerbackij, e di non avere detto nulla di loro; ora però Levin cominciava a desiderare di sapere quello che lo tormentava; ma non osava avviare il discorso.

- Be', i tuoi affari come vanno? - disse Levin, dopo aver pensato che fosse poco gentile da parte sua pensare solo a se stesso.

Gli occhi di Stepan Arkad'ic brillarono allegramente.

- Tu, è vero, non ammetti che possano piacere le ciambelle, quando si ha la razione assegnata; questo per te è un delitto; ma io non so comprendere la vita senza amore - disse, interpretando a modo suo la domanda di Levin. - Che farci, son fatto così. E invero, con questo si fa tanto poco male a qualcuno e tanto piacere a se stesso.

- Be', c'è forse qualcosa di nuovo? - disse Levin.

- C'è, amico mio! Ecco, vedi: conosci il tipo delle donne ossianesche... delle donne che vedi in sogno.... Queste donne vivono nella realtà... e queste donne sono fatali. La donna, vedi, per quanto tu la studi, è un soggetto sempre nuovo.

- Allora è meglio non studiarlo.

- No, un matematico ha detto che la gioia non consiste nella scoperta della verità, ma nella ricerca di essa.

Levin ascoltava in silenzio e, pur facendo tutti gli sforzi su se stesso, non riusciva in nessun modo a trasferirsi nell'animo dell'amico, non riusciva a capire i suoi sentimenti e il piacere ch'egli provava nello studio di donne siffatte.

XV

Il passo non era lontano, al di sopra del fiume, in un boschetto di tremule. Giunti al bosco, Levin accompagnò Oblonskij all'angolo di una radura coperta di musco e di fango, già sgombra di neve. Egli stesso tornò indietro, all'altro estremo, verso una betulla doppia, e, appoggiato il fucile alla biforcazione del ramo inferiore secco, si tolse il pastrano, si mise la cintura e provò la scioltezza dei movimenti delle braccia.

Lanka che gli andava dietro passo passo, grigia e vecchiotta, s'accucciò guardinga di fronte a lui, e tese le orecchie. Il sole scendeva dietro al bosco grande, e nella luce del tramonto le giovani betulle sparse fra le tremule si disegnavano nette coi loro rami pendenti dalle gemme gonfie, pronte a scoppiare.

Dal bosco fitto, dove era rimasta ancora neve, scorreva appena percettibile l'acqua in rigagnoli stretti e tortuosi. Uccelli piccoli cinguettavano e di tanto in tanto frullavano da un albero all'altro.

Negli intervalli di calma completa, si poteva udire il crepitar delle foglie dell'anno prima, smosse dallo sgelo della terra e dal germinare delle erbe.

"Che meraviglia! Si sente e si vede come cresce l'erba!" si disse Levin, notando una foglia bagnata di tremula color lavagna che si moveva accanto a un filo d'erba nuova. Egli stava in piedi, in ascolto, e guardava ora la terra umida muscosa, ora Laska tutt'orecchi, ora il mare delle cime spoglie degli alberi che si stendeva dinanzi a lui ai piedi della montagna, ora il cielo che scolorava velato da strati bianchi di nuvole. Un falco, battendo le ali lentamente, volò alto sul bosco lontano; un secondo, con moto eguale, volò nella stessa direzione e scomparve. Gli uccelli presero a cinguettare ancor più chiassosi e insistenti nel fitto del bosco. Non lontano urlò un gufo, e Laska, rabbrividendo, fece alcuni passi accorti e, piegata la testa da un lato, si mise in ascolto. Di là dal fiume si udì il cuculo. Per due volte lanciò il solito verso, poi s'arrochì, abborracciò, barbugliò.

- Che bellezza! di già il cuculo! - disse Stepan Arkad'ic uscendo di dietro a un cespuglio.

- Già, ho sentito - rispose Levin, rammaricandosi di rompere il silenzio del bosco con la propria voce, sgradita a lui stesso. - Ecco, arrivano!

La figura di Stepan Arkad'ic passò di nuovo dietro al cespuglio e Levin vide solo la fiammella viva di un fiammifero seguìta subito dopo dal fuoco rosso della sigaretta e da un piccolo fumo turchino.

Cik! cik!, scattarono i cani del fucile alzati da Stepan Arkad'ic.

- Che cos'è che stride? - domandò Oblonskij, attirando l'attenzione di Levin su di uno stridio prolungato, come di un puledro che, ruzzando, nitrisse con voce acuta.

- Ah, non sai? È una lepre, un maschio. Ma stiamo zitti! Senti?... passano! - gridò quasi Levin, alzando i cani del fucile.

Si udì un fischio lontano e, proprio all'intervallo regolare di due secondi così noto al cacciatore, un secondo, un terzo fischio e, dopo il terzo, lo zirlio era già percettibile.

Levin girò gli occhi a destra e a sinistra, ed ecco, dinanzi a lui, nel cielo azzurro cupo, al di sopra dei germogli teneri e gonfi delle tremule, apparve l'uccello in volo. Volava diritto verso di lui: lo zirlio ormai vicino, simile allo squarciarsi a intervalli regolari di una grossa tela, gli risonò proprio sopra l'orecchio; si scorgeva già il becco lungo e il collo dell'uccello, ma nel momento in cui Levin prendeva la mira, di dietro al cespuglio dov'era Oblonskij, guizzò un lampo rosso; l'uccello, come una freccia, s'abbassò e salì di nuovo in alto. Guizzò un altro lampo e si udì un colpo, e sbattendo le ali, quasi cercando di reggersi nell'aria, l'uccello si fermò, rimase un attimo sospeso e precipitò pesantemente sul terreno fangoso.

- Possibile che abbia fatto padella? - gridò Stepan Arkad'ic che non riusciva a vederci per il fumo.

- Eccola! - disse Levin, indicando Laska che, con un orecchio alzato e agitando la punta della coda lanosa, a passi lenti, come se sorridesse e volesse prolungarsene il piacere, portava l'uccello ucciso al padrone. - Via, son contento che sia riuscito a te - disse Levin, pur provando un certo senso di invidia a non essere stato lui ad ammazzar la beccaccia.

- Una brutta padella dalla canna destra - rispose Stepan Arkad'ic, ricaricando il fucile. - Sst.... passano....

Si udivano infatti fischi acuti susseguirsi l'uno all'altro, rapidi. Due beccacce, giocando a rincorrersi e fischiando solo, senza zirlare, volarono sopra le teste dei cacciatori. Risonarono quattro colpi, ma le beccacce, quasi rondini, compirono una voluta rapida e scomparvero dalla vista.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il passo fu ottimo. Stepan Arkad'ic uccise due uccelli e Levin due, di cui uno non si trovò. Cominciava a imbrunire. In basso, al di là delle betulle, Venere con la sua luce tenue splendeva chiara d'argento; mentre in alto, a levante, il corrusco Arturo spandeva già la sua luce rossastra. Proprio sopra il suo capo, Levin ora scorgeva, ora smarriva le stelle dell'Orsa. Le beccacce avevano già cessato il volo; ma Levin decise di aspettare che Venere, ch'egli vedeva al di sotto di un piccolo ramo di betulla, passasse al di sopra, e che le stelle dell'Orsa apparissero chiare in ogni punto. Ma Venere aveva già oltrepassato il ramo, il carro dell'Orsa col suo timone era già tutto chiaro nel cielo azzurro fondo, e Levin aspettava ancora.

- Non è ora? - chiese Stepan Arkad'ic.

Nel bosco c'era già quiete e neppure il più piccolo uccello si moveva.

- Restiamo ancora - rispose Levin.

- Come vuoi.

Adesso stavano in piedi, a quindici passi l'uno dall'altro.

- Stiva! - disse a un tratto, inaspettatamente, Levin - come mai non mi dici se tua cognata s'è sposata o sta per sposarsi?

Si sentiva così sicuro e sereno da ritenere che nessuna risposta potesse turbarlo. Ma proprio non si aspettava quello che rispose Stepan Arkad'ic.

- Non ci ha pensato e neppure ci pensa a sposarsi; ma è molto malata, e i medici l'hanno mandata all'estero. Si teme persino per la sua vita.

- Ma che dici? - gridò Levin. - Molto malata? E cosa mai le è accaduto? Come è....

Mentre dicevano questo, Laska, drizzando le orecchie, guardò in alto, verso il cielo, e poi verso di loro con aria di rampogna. "Ecco, hanno scelto proprio il momento buono per chiacchierare... e lei intanto se ne vola.... Eccola, è proprio così. Se la lasceranno scappare..." pensava Laska.

Ma in quello stesso momento tutti e due sentirono a un tratto un fischio penetrante frustar loro l'orecchio, e tutti e due imbracciarono il fucile e due colpi risonarono nello stesso istante. La beccaccia, che volava in alto, piegò le ali e cadde nel fitto di un cespuglio curvandone i germogli sottili.

- Ecco, perfetto! Insieme! - gridò Levin e corse con Laska nel cespuglio a cercare la beccaccia. "Ah, sì, ma cos'è che m'ha fatto dispiacere? - andava ricordando. - Già, Kitty, che è malata. Ma non c'è nulla da fare; è un gran peccato" pensava.

- Ah, l'hai trovata. Ecco, l'intelligentona! - disse prendendo dalla bocca di Laska l'uccello ancora caldo e ponendolo nel carniere quasi pieno. - L'ho trovata, Stiva! - gridò.

XVI

Tornando a casa, Levin chiese tutti i particolari della malattia di Kitty e i progetti degli (cerbackij, e in fondo (se ne vergognava persino nel confessarlo a se stesso) quello che aveva saputo gli faceva piacere. Gli faceva piacere e perché c'era ancora una speranza e ancor più perché soffriva chi aveva fatto soffrire tanto lui. Ma quando Stepan Arkad'ic cominciò a parlare della cause della malattia di Kitty e fece il nome di Vronskij, Levin lo interruppe.

- Io non ho alcun diritto di sapere i particolari di famiglia, e, a dire il vero, neanche nessun interesse.

Stepan Arkad'ic sorrise appena percettibilmente, cogliendo il mutamento subitaneo, e a lui così noto, del viso di Levin, divenuto tanto scuro quanto allegro era stato un momento prima.

- Hai concluso del tutto il taglio del bosco con Rjabinin? - chiese Levin.

- Sì, ho concluso. Il prezzo è ottimo, trentottomila rubli: otto anticipati e il resto in sei anni. Ho dovuto faticare per averlo. Nessuno mi offriva di più.

- In conclusione, l'hai regalato il bosco - disse torvo Levin.

- Come regalato? - disse Stepan Arkad'ic con un sorriso bonario, sapendo che ormai Levin avrebbe trovato tutto mal fatto.

- Perché quel bosco vale almeno un cinquecento rubli a desjatina - rispose Levin.

- Ah, eccoli questi proprietari di terre! - disse Stepan Arkad'ic scherzando. - Questo vostro tono di disprezzo verso noi cittadini!... Intanto, quando c'è da concludere un affare, siamo noi a far meglio. Credimi, ho calcolato tutto - disse - e il bosco è stato venduto a condizioni molto vantaggiose: temo persino che egli rifiuti. Certo non è un bosco conveniente - disse Stepan Arkad'ic desiderando con la parola "conveniente" convincere Levin dell'infondatezza dei suoi dubbi - più che altro è legna da ardere. E ce ne saranno non più di trenta sazeni per desjatina e lui me ne dà duecento rubli.

Levin sorrise sprezzante. "Conosco - pensò - questo modo di fare, non solo suo, ma di tutti gli abitanti di città; vengono in campagna due volte in dieci anni, annotano due o tre termini campagnoli, e li usano a proposito e a sproposito, fermamente convinti di sapere tutto. 'Conveniente, ce ne saranno trenta sazeni'. Ripete delle parole, ma non ne conosce il senso".

- Io non starò a insegnarti quel che scrivi là al tuo ufficio - disse - ma se fosse necessario chiederei di apprendere da te. E tu, invece, sei così sicuro di capire tutto in materia di legname. È difficile. Hai dato una contata agli alberi?

- Come, la contata degli alberi? - disse, ridendo, Stepan Arkad'ic, desiderando sempre di far uscire Levin dal suo cattivo umore. - "Contar le sabbie, i raggi dei pianeti, potrebbe ancora un alto ingegno...".

- Eh, già, ma intanto l'alto ingegno di Rjabinin, sì, che lo può. E nessun compratore compra un taglio di bosco senza contare, a meno che non glielo regalino, così come hai fatto tu. Conosco il tuo bosco. Ci vado ogni anno a caccia e vale cinquecento rubli contanti a desjatina; mentre lui te ne dà duecento a rate. Il che significa che tu, a lui, ne regali trentamila.

- Su, via, non esageriamo - disse con pena Stepan Arkad'ic - e allora perché nessuno me li offriva?

- Perché lui è d'accordo con gli altri. Ho avuto a che fare con tutti loro, li conosco. Non sono dei compratori, ma degli accaparratori. Se non c'è da guadagnare il dieci, il quindici per cento egli non avvia neppure l'affare; aspetta a comprare un rublo con venti copeche.

- Lascia andare! Tu vedi tutto nero.

- Niente affatto - disse cupo Levin, mentre si avvicinavano a casa.

All'ingresso c'era già una carretta tutta ricoperta di ferro e cuoio, con un cavallo ben pasciuto attaccato con corregge larghe ben tese. Nella carretta sedeva un inserviente che faceva da cocchiere a Rjabinin, fortemente stretto da una cintura, con una faccia turgida e iniettata di sangue. Lo stesso Rjabinin era già in casa, e venne incontro agli amici nell'anticamera. Era un uomo di mezza età, alto e rinsecchito, con i baffi, il mento raso sporgente e gli occhi torbidi all'infuori. Vestiva un soprabito turchino a lunghe falde, con i bottoni più in basso del dorso, e sopra agli alti stivali raggrinziti alle caviglie e tirati sui polpacci portava delle grosse calosce. Si asciugò tutto il viso in giro col fazzoletto e, allacciatosi il soprabito, che anche senza di questo chiudeva bene, salutò con un sorriso quelli che erano entrati, tendendo la mano a Stepan Arkad'ic come se volesse afferrare qualcosa.

- Ah, siete arrivato - disse Stepan Arkad'ic, dandogli la mano. - Benone.

- Non ho osato mancare a un ordine di vostra eccellenza, benché la strada fosse cattiva. Ho fatto tutta la strada positivamente a piedi, ma sono arrivato in tempo. Konstantin Dmitric, i miei rispetti - disse rivolto a Levin, cercando di afferrare anche a lui la mano. Ma Levin, accigliato, fingeva di non vedere e tirava fuori le beccacce. - I signori si sono divertiti a caccia? Ma che uccelli son codesti? - aggiunse Rjabinin guardando sprezzante le beccacce. - Be', un certo sapore lo avranno! - E scosse il capo, disapprovando e dubitando assai che il giuoco valesse la candela.

- Vuoi andar nello studio? - disse Levin in francese, sempre scuro in viso, a Stepan Arkad'ic. - Accomodatevi nello studio, parlerete là.

- Ma dove a voi piace, signore - disse con aria dignitosa e altera Rjabinin per far intendere che per gli altri potevano esserci difficoltà, sul come e con chi trattare l'affare, ma per lui mai e per nessuna cosa.

Entrando nello studio, Rjabinin, per abitudine, guardò in giro a cercare l'icona, ma, trovatala, non si segnò. Esaminò gli armadi e gli scaffali coi libri, e con lo stesso atteggiamento di diffidenza assunto per le beccacce, sorrise sprezzante e scosse il capo disapprovando, deciso ormai a non ammettere che il giuoco valesse la candela.

- Be', il denaro lo avete portato? - disse Oblonskij. - Sedete.

- Noi non ci faremo certo attendere pel denaro. Sono venuto per vedervi, per discorrere un po'.

- Discorrere di che? Ma sedetevi.

- Questo sì - disse Rjabinin, sedendosi e appoggiandosi, nel modo più scomodo per lui, alla spalliera della poltrona. - Bisogna che abbassiate un po' il prezzo, principe. Sarebbe un peccato mandare a monte. E i denari son pronti, prontissimi. Fino all'ultima copeca. Pel pagamento non ci sarà ritardo.

Levin, che, nel frattempo, aveva riposto il fucile nell'armadio e già stava per uscire, udite le parole del compratore, si fermò sulla porta.

- E così, voi avete preso il bosco per niente - disse. - È giunto tardi da me, altrimenti il prezzo l'avrei fatto io.

Rjabinin si alzò e guardò Levin in silenzio con un sorriso di sotto in su.

- Siete molto attaccato al denaro, Konstantin Dmitric - disse, volgendosi a Stepan Arkad'ic con un sorriso. - Decisamente da lui non ci si può comprar nulla. Stavo trattando per il frumento, offrivo dei bei soldi, io.

- Perché dovrei regalarvi il mio? Non l'ho mica trovato per terra, né rubato.

- Vi prego. Al giorno d'oggi rubare è definitivamente impossibile. Tutto, al giorno d'oggi è definitivamente di dominio pubblico, oggi tutto è onesto; altro che rubare! Ma via, trattiamo onestamente. È caro questo legname, non ci esco neanche con le spese. Chiedo di cedere almeno di una piccolezza.

- Ma voi l'affare lo avete concluso sì o no? Se è concluso non c'è più nulla da trattare, se non è concluso - disse Levin - il bosco lo compro io.

Il sorriso scomparve a un tratto dal viso di Rjabinin. Una espressione di sparviero, rapace e dura, vi si fissò. Con le dita ossute e rapide sbottonò il soprabito, scoprendo la camicia che ne usciva fuori, i bottoni di rame del panciotto e la catena dell'orologio, e in fretta cavò fuori un grosso e vecchio portafoglio.

- Vi prego, il bosco è mio - pronunciò, dopo essersi fatto in fretta il segno della croce e tendendo la mano. - Ecco il denaro, il bosco è mio. Ecco come fa gli affari Rjabinin, e non bada agli spiccioli - disse accigliato, agitando il portafoglio.

- Io al posto tuo non avrei fretta - disse Levin.

- Ti prego - disse sorpreso Oblonskij. - Ho dato la parola.

Levin uscì dalla stanza, sbattendo la porta. Rjabinin, guardando verso questa, scosse la testa con un sorriso.

- Gioventù, definitivamente; anzi fanciullaggine. Compro per tanto, credetemi sull'onore, solo per potermi vantare, ecco, che Rjabinin, e nessun altro, ha comprato il bosco da un Oblonskij. E anche, se Dio vuole, per guadagnarci su. Credete a Dio. Vi prego, signore. Scriviamo il contrattino.

Un'ora dopo il compratore, incrociatasi accuratamente la veste e agganciati gli uncini del soprabito, col contratto in tasca, sedette nella sua carretta ben ferrata per tornarsene a casa.

- Oh, questi signori! - disse all'inserviente - tutti a un modo!

- Proprio così - rispose l'inserviente, dandogli le briglie e abbottonando il grembiule di cuoio. - E il vostro affaruccio com'è andato, Michail Ignat'ic?

- Be', be'....

XVII

Stepan Arkad'ic salì con la tasca piena di titoli che gli aveva dato il compratore come rata di tre mesi. L'affare del bosco era concluso, il denaro era in tasca, la caccia era stata magnifica, e Stepan Arkad'ic si trovava nella più amena disposizione d'animo; voleva perciò in particolar modo disperdere il cattivo umore che era piombato su Levin. Aveva voglia di chiudere piacevolmente con la cena la giornata che piacevolmente era cominciata.

Levin era davvero di cattivo umore e, malgrado il desiderio suo di mostrarsi affettuoso, cordiale con l'ospite simpatico, non riusciva a dominarsi. Lo stordimento della notizia che Kitty non s'era sposata cominciava a prenderlo a poco a poco

Kitty tuttora nubile e malata, malata d'amore per l'uomo che l'aveva disdegnata! Quest'offesa gli pareva ricadesse su di lui. Vronskij aveva disdegnato lei, e lei aveva respinto lui. Per conseguenza, Vronskij aveva il diritto di disprezzarlo, e perciò Levin sentiva per lui dell'avversione. Ma Levin non aveva chiaro nella mente tutto ciò. Sentiva solo in maniera confusa che in questo c'era qualcosa d'offensivo per lui e se ne irritava: non proprio per quello che l'aveva sconvolto, ma per ogni cosa che intanto gli accadeva. La vendita insensata del bosco, l'inganno in cui era caduto Oblonskij, e che si era perpetrato in casa sua, lo irritavano.

- Be', hai finito? - disse, incontrando di sopra Stepan Arkad'ic. - Vuoi cenare?

- Certo, non mi rifiuterò. Che appetito m'è venuto in campagna, un prodigio! Perché mai non hai offerto da mangiare a Rjabinin?

- Che il diavolo se lo pigli!

- Ma come lo maltratti! - disse Oblonskij. - Non gli hai dato neppure la mano. Perché non gli dai la mano?

- Perché io non do la mano a un lacchè, e un lacchè è cento volte migliore di lui.

- Ma che retrogrado che sei! E la fusione delle classi? - disse Oblonskij.

- Buon pro' gli faccia a chi la vuole la fusione; a me non va.

- Vedo che sei decisamente retrogrado.

- Davvero non ho mai pensato a quel che sono. Io sono Konstantin Levin e nient'altro.

- Un Konstantin Levin che è di pessimo umore! - disse, sorridendo, Stepan Arkad'ic.

- Sì, sono di cattivo umore, e tu lo sai perché; per questa tua stupida, scusami, vendita.

Stepan Arkad'ic corrugò bonariamente le sopracciglia come un uomo che viene offeso e mortificato senza ragione.

- Su, basta - disse. - Quando mai s'è visto che un uomo vende qualcosa e non gli dicano subito, dopo la vendita: "questo vale molto di più"? E finché la cosa è in vendita nessuno offre.... No, vedo che tu ce l'hai proprio con quel disgraziato di Rjabinin.

- Può anche darsi. Ma sai perché? Tu dirai di nuovo che io sono un retrogrado o qualche altra strana cosa; tuttavia ti dico che mi spiace e mi offende assistere a questo impoverimento che d'ogni lato si va compiendo della nobiltà alla quale appartengo e alla quale, malgrado la fusione delle classi, sono molto lieto di appartenere.... E questo impoverimento non è oggetto di sperpero che sarebbe cosa di poco conto: lo sperpero da gran signore è affare da signori; solo i signori sanno sperperare così. Adesso i contadini, così come facciamo noi, si accaparrano le terre... e nemmeno questo mi offende. Il signore non fa nulla, il contadino lavora e soppianta l'uomo ozioso. Così deve essere. Anzi sono molto contento per il contadino. Ma mi offende assistere a questo impoverimento dovuto a una certa tal quale, non so come chiamarla, dabbenaggine. Qua un affittuario polacco ha comprato a metà prezzo un magnifico podere della padrona che vive a Nizza, là danno in fitto a un mercante per un rublo una desjatina di terra che ne vale dieci. Qua tu, senza nessuna ragione al mondo, dài in regalo trentamila rubli a questo furfante.

- E allora? Bisognava contare ogni albero?

- Contare, sì, assolutamente. Ed ecco, tu non hai contato, ma Rjabinin ha contato. I figli di Rjabinin avranno i mezzi per vivere ed educarsi, e i tuoi, perdonami, non ne avranno.

- Su, via, scusami, ma c'è qualcosa di meschino in questo contare. Noi abbiamo le nostre occupazioni, loro le loro, ed essi hanno bisogno di grossi profitti. Via, del resto l'affare è fatto, è concluso. Ma ecco le uova in tegame, le uova che più mi piacciono! E Agaf'ja Michajlovna ci darà quel suo meraviglioso sughetto di erbe....

Stepan Arkad'ic sedette a tavola e cominciò a scherzare con Agaf'ja Michajlovna, assicurando che un pranzo ed una cena simili da lungo tempo non li aveva mangiati.

- Ecco, voi almeno mi fate un elogio - disse Agaf'ja Michajlovna - ma Konstantin Dmitric, qualunque cosa gli si dia, sia pure una crosta di pane, mangia e se ne va.

Per quanto Levin cercasse di dominarsi, era cupo e silenzioso. Aveva gran voglia di fare una domanda a Stepan Arkad'ic, e non riusciva a decidersi e non trovava né il modo, né il momento di farla.

Stepan Arkad'ic era già disceso in camera sua, s'era spogliato, lavato di nuovo, s'era messo in dosso una camicia da notte pieghettata, s'era coricato, e Levin era sempre con lui in camera, parlando di varie sciocchezze, senza avere il coraggio di chiedere quel che voleva sapere.

- Ma in che modo meraviglioso fanno il sapone! - diceva, scartocciando e guardando un pezzo di sapone profumato che Agaf'ja Michajlovna aveva preparato per l'ospite, e che Oblonskij non aveva usato. - Guarda, è proprio un'opera d'arte.

- Già, adesso si è raggiunto in tutto la perfezione - disse Stepan Arkad'ic, sbadigliando molle e beato. - I teatri per esempio e quei luoghi di divertimento... ah ah ah! - sbadigliava. - La luce elettrica dovunque... ah ah....

- Già, la luce elettrica - disse Levin. - Già... e dov'è Vronskij adesso? - chiese dopo aver posato a un tratto il sapone.

- Vronskij - disse Stepan Arkad'ic, arrestando uno sbadiglio - è a Pietroburgo. È andato via poco dopo di te, e poi non è venuto neppure una volta a Mosca. E sai, Kostja, ti dirò la verità - continuò, appoggiandosi col gomito sul tavolo e posando sulla mano il bel viso arrossato sul quale brillavano come stelle i languidi, buoni occhi assonnati. - La colpa è proprio tua. Tu hai avuto paura del rivale. E io, come ti avevo detto anche allora, so da parte di chi c'erano maggiori probabilità. Perché non ti sei fatto avanti? Io ti avevo detto allora che.... - sbadigliò con le sole mascelle senza aprire la bocca.

"Lo sa o non lo sa che io ho fatto la mia domanda di matrimonio? - pensò Levin, guardandolo. - Già; c'è qualcosa di accorto, di diplomatico nel suo viso" e, sentendo di arrossire, guardò in silenzio, diritto negli occhi, Stepan Arkad'ic.

- Se allora da parte di lei c'era qualcosa, era un'attrazione per l'esteriorità - continuò Oblonskij. - Sai, quel perfetto aristocraticismo e la futura posizione nella società hanno agito, non su di lei, ma sulla madre.

Levin si accigliò. L'affronto del rifiuto, attraverso il quale era passato, gli bruciava nel cuore come una ferita fresca, appena ricevuta. Ma era a casa sua e le mura della casa aiutano.

- Aspetta, aspetta - prese a dire, interrompendo Oblonskij. - Tu dici: aristocraticismo. Ma permettimi di chiederti in che cosa consiste questo aristocraticismo di Vronskij, o di chiunque altro sia; questo tale aristocraticismo per il quale si possa disdegnare me. Tu consideri Vronskij un aristocratico, ma io no. Un uomo il cui padre è venuto su dal nulla con l'intrigo, la cui madre Dio sa con chi non ha avuto legami.... No, scusami, io considero aristocratico me stesso e le persone simili a me che possono vantare tre o quattro oneste generazioni di famiglie che hanno conseguito il più alto grado di cultura (il talento e l'ingegno sono un'altra cosa), che non si sono mai umiliate dinanzi a nessuno, che non hanno mai avuto bisogno di nessuno; così come hanno vissuto mio padre, mio nonno. E io ne conosco molti fatti così. A te sembra cosa meschina che io conti gli alberi nel bosco, mentre tu fai regalo di trentamila rubli a Rjabinin; ma tu riceverai un'indennità o non so cos'altro ancora, mentre io non la ricevo, e perciò mi tengo caro quello che m'han lasciato i miei e il frutto delle mie fatiche. Noi siamo i veri aristocratici, e non quelli che possono viver solo delle elargizioni dei potenti di questo mondo o quelli che si possono comprare con venti copeche.

- Ma con chi te la prendi? Io sono d'accordo con te - disse Stepan Arkad'ic con sincerità e allegria, sebbene sentisse che Levin, accennando a quelli che si possono comprare con venti copeche, si riferisse anche a lui. L'eccitazione di Levin gli piaceva davvero. - Con chi ce l'hai? Benché gran parte di quel che dici di Vronskij non sia vero, io non mi riferivo a questo. Io ti dico francamente, al posto tuo... insomma dovresti venire con me a Mosca e ...

- No, io non so se tu sia al corrente o no, ma per me è lo stesso. E te lo dico subito: io ho fatto la mia domanda di matrimonio e ho ricevuto un rifiuto; e per me in questo momento, Katerina Aleksandrovna è un ricordo umiliante e molesto.

- E perché? Ma guarda che sciocchezza!

- Non ne parliamo più. Scusami, ti prego, se sono stato villano con te. - disse Levin. Ora, dopo aver messo fuori tutto, era diventato di nuovo quello che era stato la mattina. - Non sei mica in collera con me, Stiva? Ti prego, non ti arrabbiare - disse e, sorridendo, gli prese la mano.

- Ma no, per nulla affatto, e non ce ne sarebbe ragione! Sono contento che ci siamo spiegati. E sai, la caccia del mattino di solito è fruttuosa. Non ci si potrebbe andare? Così non dormirei neppure, e dal posto di caccia andrei di filato alla stazione.

- Benissimo!

XVIII

Sebbene la vita intima di Vronskij fosse tutta piena della sua passione, la sua vita esteriore si svolgeva immutata e immutabile sull'abituale carreggiata di prima, tra i rapporti e gli interessi del gran mondo e del reggimento. Gli interessi del reggimento occupavano un posto importante nella vita di Vronskij, e perché egli amava il reggimento e ancor più perché ne era amato. Al reggimento non solo gli volevano bene, ma lo stimavano ed erano orgogliosi di lui; erano orgogliosi che quest'uomo enormemente ricco, che possedeva una cultura ed aveva splendide attitudini, che aveva un avvenire aperto a ogni genere di successi, di ambizioni e di vanità, disdegnasse tutto questo e prendesse a cuore più di ogni altra cosa gli interessi del reggimento e dei compagni. Vronskij era cosciente di questa sua posizione presso i compagni, e oltre al fatto che amava quella vita, si sentiva impegnato a mantenere l'opinione che si aveva di lui.

Naturalmente egli non parlava del suo amore con nessuno dei compagni; non si tradiva neppure nelle più grosse sbornie (del resto non era mai così ubriaco da perdere il controllo di se stesso), e tappava la bocca a quei compagni meno prudenti che tentavano di fare delle allusioni al suo legame. Malgrado ciò, il suo amore era noto a tutta la città: tutti indovinavano più o meno esattamente i suoi rapporti con la Karenina; la maggioranza dei giovani gli invidiava proprio quello che c'era di più penoso nel suo amore: l'alta posizione di Karenin, e perciò lo scalpore di quel legame nel gran mondo.

La maggior parte delle giovani donne, gelose di Anna e che da tempo erano annoiate di sentirla definire "irreprensibile", si rallegravano di queste supposizioni sul suo conto, e aspettavano solo che l'opinione pubblica mutasse per piombarle addosso con tutto il peso del loro disprezzo. Preparavano già il fango da scagliare su di lei, non appena fosse giunto il momento. La maggior parte delle persone anziane di condizione sociale elevata erano spiacenti di questo scandalo che si preparava in società.

La madre di Vronskij, conosciuta la relazione di lui, in principio ne era stata contenta perché nulla, secondo lei, dava l'ultima finitura a un giovane brillante quanto una relazione nel gran mondo, e perché la Karenina, che tanto le era piaciuta, che tanto aveva parlato del proprio figlio, aveva finito con l'essere così come, secondo la contessa Vronskaja, doveva essere ogni bella donna del gran mondo. Ma negli ultimi tempi aveva saputo che suo figlio aveva rifiutato l'offerta di un posto importante per la carriera, solo per voler rimanere al reggimento, ed aver così modo di vedere la Karenina; aveva saputo che i superiori erano scontenti di lui per questo rifiuto, e allora aveva cambiato idea. Le dispiaceva inoltre che la relazione, da quanto aveva saputo, non fosse la brillante, graziosa relazione mondana ch'ella aveva approvata, ma una certa passione alla Werther, disperata, come le riferivano, capace di trascinare lui a fare delle sciocchezze. Non vedeva il figlio dal tempo della sua partenza improvvisa da Mosca e, per mezzo del primogenito, aveva preteso che egli venisse da lei.

Il fratello maggiore anch'egli era scontento del più giovane. Non capiva che specie di amore fosse quello: grande o piccolo, appassionato o non appassionato, vizioso o non vizioso (egli stesso, pur avendo dei figli, manteneva una ballerina ed era indulgente in tale materia), ma sapeva che quest'amore spiaceva a coloro ai quali era necessario piacere, perciò non approvava la condotta del fratello.

Oltre le occupazioni del servizio e quelle mondane, Vronskij aveva un'altra occupazione: i cavalli, di cui era un appassionato.

Proprio quell'anno erano state indette le corse a ostacoli per ufficiali. Vronskij vi si era iscritto, aveva comprato un purosangue inglese e, nonostante il suo amore, era tutto preso, anche se con riserbo, dalle corse imminenti.

Queste due passioni non si contrastavano. Anzi egli aveva bisogno di trovare interesse e svago in qualcosa di diverso dal suo amore, in qualcosa in cui potersi rinnovare e riposare dalle impressioni che lo agitavano troppo.

XIX

Il giorno delle corse di Krasnoe Selo, Vronskij andò prima del solito a mangiare una bistecca nella sala grande della mensa degli ufficiali. Non aveva bisogno di osservare una dieta rigorosa per mantenersi in forma; il suo peso era quello stabilito, di quattro pudy e mezzo; ma non doveva ingrassare, perciò evitava i farinacei e i dolciumi. Sedette col soprabito aperto sul panciotto bianco, appoggiando tutte e due le braccia sulla tavola, e, in attesa della bistecca ordinata, guardava in un romanzo francese poggiato sul piatto. Guardava nel libro solo per evitare di parlare con i colleghi che entravano ed uscivano, e pensava.

Pensava che Anna gli aveva promesso un appuntamento per quel giorno, dopo le corse. Ma non la vedeva da tre giorni e, dopo il ritorno del marito dall'estero, non sapeva se ciò sarebbe stato possibile quel giorno o no, e non sapeva come fare per saperlo. S'era visto con lei l'ultima volta nella villa della cugina Betsy. Alla villa dei Karenin invece egli andava il meno possibile. Ora però voleva andarci e ne cercava il modo.

"Dirò naturalmente che Betsy mi ha incaricato di chiederle se verrà o no alle corse. Certo che andrò" decise fra sé, sollevando la testa dal libro. E, raffiguratasi la gioia nel vederla, si illuminò nel viso.

- Manda a casa mia, perché attacchino al più presto la trojka - disse al cameriere che gli aveva servito la bistecca su un piatto d'argento caldo e, avvicinato il piatto, cominciò a mangiare.

Dalla sala accanto, dei biliardi, si sentivano colpi di palle, vocìo e risa. Alla porta d'ingresso apparvero due ufficiali: uno giovanissimo con un viso delicato, magro, che da poco era entrato nel reggimento dal corpo dei paggi; l'altro grasso, anziano, con un braccialetto al polso e i piccoli occhi infossati.

Vronskij li guardò, aggrottò le sopracciglia e, come se non li avesse notati, sbirciando il libro di traverso, prese a mangiare e a leggere insieme.

- O che, ti metti in forza per il lavoro? - disse l'ufficiale grasso, sedendosi accanto a lui.

- Lo vedi - rispose Vronskij, accigliandosi e asciugandosi le labbra senza guardarlo.

- Ma non hai paura d'ingrassare? - disse quello, girando una sedia per l'ufficiale giovane.

- Cosa? - disse Vronskij irritato, facendo una smorfia di disgusto che mostrò i suoi denti regolari.

- Non hai paura d'ingrassare?

- Cameriere, del Xeres - disse Vronskij senza rispondere e, posato il libro dall'altra parte, continuò a leggere.

L'ufficiale grasso prese la carta dei vini e si voltò verso il giovane.

- Scegli tu stesso quello che vuoi - disse, dandogli la carta e guardandolo.

- Prego, del Reno - disse l'ufficiale giovane, guardando timido Vronskij e cercando di lisciare con le dita i baffi incipienti. Visto che Vronskij non gli dava retta, l'ufficiale giovane si alzò.

- Andiamo al biliardo.

Il grassone si alzò docile, e si diressero insieme verso la porta.

In quel momento entrò nella sala il capitano Ja(vin, alto e ben fatto, che, con un cenno sprezzante all'insù del capo verso i due ufficiali, s'accostò a Vronskij.

- Ah, eccolo! - gridò, battendogli con forza sulla spallina con la mano grande. Vronskij si voltò a guardare con stizza, ma subito il viso gli si illuminò della cordialità calma e decisa che gli era propria.

- Hai agito con intelligenza, Al((a - disse il capitano con una forte voce baritonale. - Adesso mangia e bevi un bicchierino.

- Ma non ne ho voglia.

- Ecco gl'inseparabili - aggiunse Ja(vin, guardando con aria canzonatoria i due ufficiali che in quel momento uscivano dalla sala. E sedette accanto a Vronskij, piegando ad angolo acuto i suoi femori troppo lunghi per l'altezza delle sedie e le gambe strette nei pantaloni da cavallerizzo. - Come mai ieri sera non sei passato al teatro di Krasnoe Selo? La Numerova non andava mica male. Dove sei stato?

- Ho fatto tardi dai Tverskij - rispose Vronskij.

- Ah - ripeté Ja(vin.

Ja(vin, giocatore, uomo sregolato, senza principi fuorché quelli immorali, era il miglior amico di Vronskij nel reggimento. Vronskij gli voleva bene e per la sua non comune forza fisica, della quale dava prova in particolar modo bevendo come un otre e facendo a meno di dormire pur rimanendo sempre presente a se stesso, e per la sua grande forza morale che dimostrava nei rapporti con i superiori e i compagni, suscitando timore e stima, e che nel giuoco (per il quale si impegnava per decine di migliaia di rubli e che sempre conduceva, malgrado il vino bevuto, con grande abilità e freddezza) lo faceva considerare il miglior giocatore del club inglese. Vronskij lo stimava e gli voleva bene soprattutto perché sentiva che Ja(vin gliene voleva non per il suo nome o per la sua ricchezza, ma per la sua persona. E tra tutti gli uomini solo con lui Vronskij avrebbe voluto parlare del suo amore. Sentiva che solamente Ja(vin, pur ostentando disprezzo verso qualsiasi sentimento, lui solo, così sembrava a Vronskij, poteva capire quella passione prepotente, che riempiva tutta la sua vita. Inoltre era sicuro che Ja(vin non godeva del pettegolezzo e dello scandalo, ma intendeva quel sentimento così come andava inteso, e capiva e credeva cioè che quel suo amore non era un giuoco, né uno svago, ma qualcosa di molto più grave ed importante.

Vronskij non aveva mai parlato con lui del suo amore, ma sentiva che egli sapeva tutto, che intendeva tutto così come andava inteso, e gli faceva piacere scorgere ciò dentro i suoi occhi.

- Ah, sì - disse Ja(vin, alludendo al fatto che Vronskij era stato dai Tverskij e, dopo aver lasciato sfuggire un guizzo dai suoi occhi neri, afferrò il baffo sinistro e cominciò a ficcarselo in bocca, secondo una cattiva abitudine.

- Su, via, e tu ieri che hai fatto? Hai vinto? - chiese Vronskij.

- Ottomila rubli. Ma tre non sono sicuri: difficile che li dia.

- Su, così puoi anche perdere puntando su di me - disse Vronskij ridendo. (Ja(vin aveva fatto una grossa scommessa su Vronskij).

- Non perderò per nulla affatto. Solo Machotin è pericoloso.

E la conversazione si aggirò sull'attesa delle corse di quel giorno alle quali solamente poteva pensare, ora, Vronskij.

- Andiamo, ho finito - disse Vronskij e, alzatosi, si diresse verso la porta. Ja(vin si alzò anche lui, allungando l'enormi gambe e la lunga schiena.

- Per me è ancora presto per pranzare, ma non per bere. Vengo subito. Ehi, del vino! - gridò con la sua voce nota nel comando, tanto robusta da far tremare i vetri. - No, non occorre - gridò subito di nuovo. - Tu va' a casa, vengo anch'io con te.

E andarono via insieme.

XX

Vronskij alloggiava in un'izba finnica, spaziosa e pulita, divisa in due da un tramezzo. Petrickij viveva con lui. Petrickij dormiva quando Vronskij e Ja(vin entrarono nell'izba.

- Alzati, su, finiscila di dormire - disse Ja(vin, entrando di là dal tramezzo e dando un colpo sulla spalla di quell'arruffone di Petrickij che s'era ficcato col naso nel guanciale.

Petrickij saltò su a un tratto e si voltò a guardare.

- È stato qui tuo fratello - disse a Vronskij. - Mi ha svegliato, che il diavolo se lo pigli; ha detto che verrà ancora. - E si gettò nuovamente sul guanciale, tirando su la coperta. - Ma smettila, Ja(vin! - disse, arrabbiandosi con Ja(vin che gli tirava via la coperta. - Basta! - Si girò e aprì gli occhi. - Di' piuttosto, cosa c'è da bere; ho una tale porcheria in bocca, che....

- Della vodka, è meglio di tutto - disse Ja(vin con voce di basso. - Tere(cenko! Vodka al signore e dei cetrioli - gridò, evidentemente compiaciuto d'ascoltare la propria voce.

- Della vodka, pensi? Eh? - chiese Petrickij, facendo smorfie e fregandosi gli occhi. - E tu bevi? Beviamo insieme così. Vronskij, bevi anche tu? - disse Petrickij, alzandosi e avviluppandosi in una coperta tigrata. Uscì sulla porta del tramezzo, alzò le braccia e prese a cantare in francese: "A Tule c'era un re". - Vronskij, vuoi bere?

- Fila via - disse Vronskij che metteva un soprabito tesogli dal servitore

- Dove vai? - gli chiese Ja(vin. - Ecco anche la trojka - aggiunse, dopo aver visto la vettura che si avvicinava.

- Alla scuderia, e devo anche passare da Brjanskij per i cavalli - disse Vronskij.

Vronskij aveva davvero promesso di andare da Brjanskij a dieci verste da Petergof, a portargli il denaro per i cavalli; voleva trovare il tempo di andare anche là. Ma i compagni capirono subito che non andava soltanto là.

Petrickij, continuando a canterellare, ammiccò con un occhio e gonfiò le labbra come per dire: "Lo sappiamo che Brjanskij è mai questo".

Ja(vin disse soltanto:

- Bada a non far tardi - e, per cambiar discorso: - Di', su, che forse il mio lupacchiotto fa il suo servizio tuttora? - chiese, guardando dalla finestra, a proposito di un cavallo da tiro che gli aveva venduto.

- Fermati - disse Petrickij a Vronskij che stava già per uscire. - Tuo fratello ha lasciato per te una lettera e un biglietto. Aspetta un po', dove sono?

Vronskij si fermò.

- Su, dove sono?

- Dove sono? Ecco, qui sta la questione! - disse solennemente Petrickij, facendo passare sul naso il dito indice.

- Su parla ancora, non fare lo stupido - disse Vronskij, sorridendo.

- Non ci ho mica acceso il camino. Devono essere qui in qualche parte.

- Su, basta, amico. Dov'è la lettera?

- No, davvero non ricordo. O che forse l'ho visto in sogno? Aspetta, aspetta! Ma perché arrabbiarsi? Se tu avessi bevuto quattro bottiglie, come me ieri, alla salute di tuo fratello, anche tu avresti dimenticato dove eri steso.... Aspetta, me lo ricordo subito!

Petrickij andò di là dal tramezzo e si sdraiò sul letto.

- Fermati! Ero sdraiato così io, così in piedi stava lui. Sì, sì, sì.... Eccola! - E Petrickij tirò fuori di sotto al materasso la lettera che aveva nascosta.

Vronskij prese la lettera e il biglietto. Era proprio quel che si aspettava: una lettera della madre coi rimproveri perché non andava da lei e un biglietto del fratello che gli diceva di dovergli parlare. Vronskij sapeva che era sempre la stessa cosa. "Che gliene importa a loro!" pensò e, spiegazzate le lettere, se le ficcò tra i bottoni del soprabito per leggerle con calma per via. Nell'ingresso dell'izba incontrò due ufficiali, uno del proprio e l'altro di un altro reggimento.

L'abitazione di Vronskij era sempre il ritrovo di tutti gli ufficiali.

- Dove vai?

- Devo andare a Petergof.

- E il cavallo è venuto da Carskoe?

- È arrivato, ma non l'ho visto ancora.

- Dicono che Gladiator di Machotin si sia azzoppato.

- Sciocchezze! Ma, come farete a saltare su questo fango? - disse l'altro.

- Ecco i miei salvatori! - gridò Petrickij, vedendo quelli che erano entrati, mentre l'attendente gli stava davanti con la vodka e i cetrioli salati sopra un vassoio. - Ecco, è Ja(vin che mi ordina di bere per rinfrescarmi.

- Su, stanotte l'avete fatta bella - disse uno di quelli che erano entrati - tutta la notte non ci avete fatto dormire.

- Già, ma sapete come è andata a finire? - raccontava Petrickij. - Volkov s'è arrampicato sul tetto e s'è messo a dire che si sentiva triste. Io dico: attacca la musica, una marcia funebre! E lui s'è addormentato proprio così sul tetto, al suono della marcia funebre!

- Bevi, bevi assolutamente la vodka, e dopo l'acqua di seltz e molto limone - disse Ja(vin, curvandosi sopra Petrickij come una madre che obblighi un bimbo a prendere la medicina - e dopo, anche un po' di champagne, così, una bottiglietta.

- Ecco, questa è una cosa intelligente. Aspetta, Vronskij, beviamo.

- No, addio, signori miei, adesso non bevo.

- E che mai, diventi uggioso? Su, allora, da solo. Dammi dell'acqua di seltz e il limone.

- Vronskij! - gridò qualcuno mentre egli usciva già nell'ingresso.

- Che c'è?

- Dovresti tagliarti i capelli, se no ti pesano, specie sulla zucca.

Vronskij infatti cominciava a diventar calvo prima del tempo. Egli rise allegramente, mostrando i bei denti allineati e abbassando il berretto sulla calvizie; uscì e montò in carrozza.

- Alla scuderia! - disse, e voleva tirar fuori le lettere per finire di leggerle, ma poi cambiò idea, per non distrarsi prima della visita al cavallo. "Dopo!...".

XXI

La scuderia provvisoria era una baracca di assi costruita proprio accanto all'ippodromo, e là doveva essere stato condotto il giorno prima il suo cavallo. Non l'aveva ancora visto. In quegli ultimi giorni non l'aveva montato neppure per una breve passeggiata, ma l'aveva affidato all'allenatore, e ora non sapeva proprio in quale condizioni fosse giunto e si trovasse. Appena scese dalla carrozza, il garzone di scuderia (il groom, come era chiamato il ragazzo), che ne aveva già riconosciuto da lontano la vettura, chiamò l'allenatore. L'inglese magro, con gli stivali alti, la giacchetta corta e un ciuffo di peli lasciati crescere solo sotto il mento, gli venne incontro con il passo ondeggiante dei fantini, allargando i gomiti e dondolandosi.

- Ebbene, che ne è di Frou-Frou? - disse Vronskij in inglese.

- All right, sir... tutto va bene, signore - pronunciò, chi sa in quale parte della gola, la voce dell'inglese. - È meglio che non andiate - aggiunse, togliendosi il berretto. - Le ho messo la musoliera e la cavalla è inquieta. È meglio che non andiate.

- No, voglio entrare. Voglio dare un'occhiata.

- Andiamo - disse l'inglese, sempre senza muover le labbra, e, tutto accigliato e dondolando i gomiti, andò avanti col suo passo dinoccolato.

Entrarono nel piccolo cortile che era dinanzi alla baracca. Il mozzo di stalla, snello e robusto, con la giacchetta pulita, e una scopa in mano, si fece incontro a quelli che entravano, e li seguì. Nella baracca c'erano i cavalli nei loro recinti, e Vronskij sapeva che quel giorno doveva certo esservi stato condotto e trovarsi là il suo più grande antagonista, il sauro di Machotin, Gladiator, venti centimetri più lungo dell'ordinario. Più che il cavallo suo Vronskij avrebbe voluto vedere Gladiator che non aveva mai visto; ma sapeva che, secondo il codice dell'ippica, non era corretto volerlo vedere, e neppure chiederne. Mentre camminava per il corridoio, il mozzo aprì la porta del secondo recinto a sinistra e Vronskij intravide un sauro grosso dalle zampe bianche. Capì che era Gladiator, ma con l'istinto dell'uomo che distoglie lo sguardo da una lettera aperta che appartenga ad altri, distolse lo sguardo e si accostò al recinto di Frou-Frou.

- Qui è il cavallo di Mak... Mak... non riesco mai a pronunciare questo nome - disse l'inglese al di sopra della spalla, indicando, col dito pollice dall'unghia sporca, il recinto di Gladiator.

- Di Machotin? Già, questo è il mio temibile antagonista - disse Vronskij.

- Se montaste voi questo - disse l'inglese - scommetterei su di voi.

- Frou-Frou è più nervosa, questo qui è più forte - disse Vronskij, sorridendo per la lode alla sua abilità di cavallerizzo.

- Nella corsa ad ostacoli tutto sta nell'arte di inforcare e nel pluck - disse l'inglese.

Di pluck, di energia e di coraggio, cioè, Vronskij sentiva di averne ad usura, ma, quel che più contava, era fermamente convinto che nessuno al mondo di questo pluck potesse averne più di lui.

- Siete sicuro che non occorra per la cavalla una grande sudata?

- Non occorre - rispose l'inglese. - Per favore non parlate forte. Il cavallo si agita - aggiunse accennando col capo verso lo stallo davanti al quale stavano fermi e dal quale si udiva lo scalpitare della bestia sulla paglia.

Aprì la porta e Vronskij entrò in un recinto debolmente illuminato da una grata. Nello stallo calpestava la paglia fresca una giumenta baia dal manto scuro con la musoliera. Abituato l'occhio alla penombra, Vronskij avvolse di nuovo con un solo sguardo le forme della sua cavalla favorita. Frou-Frou era una cavalla di media altezza, non senza difetti; era tutta stretta di ossatura ed anche il petto molto sporgente era stretto. Aveva la groppa un po' cascante e le zampe anteriori e soprattutto le posteriori alquanto ritorte. I muscoli delle posteriori e quelli delle anteriori non erano particolarmente grossi; ma in compenso, nel sottopancia, la cavalla era eccezionalmente larga, cosa che balzava agli occhi ora che, tenuta a regime, aveva la pancia incavata. Le ossa delle zampe, al di sotto dei ginocchi, viste di fronte, sembravano non più grosse di un dito, ma, in compenso, erano straordinariamente larghe viste di lato. Tutta la bestia, eccettuate le costole, era come se l'avessero schiacciata nei fianchi e tirata in lungo. Ma possedeva al massimo una qualità che faceva dimenticare tutti i suoi difetti; aveva il sangue, sangue "che si fa sentire", come dicono gli inglesi. I muscoli fortemente rilevati al di sotto della rete delle vene, distesi sotto la pelle sottile, mobile e liscia come raso, sembravano duri come ossa. La testa asciutta, con gli occhi in rilievo, luminosi e vivi, si allargava verso le froge prominenti dalle membrane iniettate di sangue all'interno. In tutta la linea della cavalla, e in particolare nella testa, c'era qualcosa di volitivo e nello stesso tempo di dolce. Era una di quelle bestie che sembra non parlino solo perché la conformazione della loro bocca non lo permette.

A Vronskij, almeno, sembrò che essa capisse tutto quello che egli provava, ora, nel guardarla. Non appena Vronskij era entrato, essa aveva aspirato profondamente l'aria e, torcendo l'occhio sporgente tanto da iniettar di sangue la cornea, aveva guardato dalla parte opposta a quella da cui erano entrati, scotendo la musoliera e appoggiandosi elastica ora su una zampa ora su di un'altra.

-Ecco, vedete come è agitata - disse l'inglese.

- Oh, cara! - diceva Vronskij, accostandosi alla cavalla ed esortandola.

Ma quanto più si accostava, tanto più essa si agitava. Solo quando egli si accostò alla testa, si calmò a un tratto, mentre i muscoli trasalivano sotto il pelame sottile, delicato. Vronskij le carezzò il collo forte, aggiustò sul garrese erto un ciuffo della criniera caduto dall'altra parte, ed accostò il viso alle narici dilatate e sottili come ala di pipistrello. Essa aspirò ed emise sonoramente l'aria dalle narici tese; rabbrividendo, drizzò l'occhio aguzzo e protese il labbro forte e nero verso Vronskij come se volesse afferrarlo per la manica. Ma, ricordatasi della musoliera, la scosse e cominciò di nuovo a far cambiare di posto, una dopo l'altra, le sue zampe tornite.

- Calma, cara, calma - diceva Vronskij carezzandola ancora con la mano su per la groppa e, con la gioiosa convinzione che la cavalla fosse in forma perfetta, uscì dallo stallo.

L'agitazione della cavalla si era comunicata a Vronskij; sentiva che il sangue gli affluiva al cuore e che anche lui, come l'animale, aveva voglia di muoversi, di mordere; c'erano in lui orgasmo e gioia.

- Su, allora conto su di voi - disse all'inglese - alle sei e mezzo sul posto.

- Tutto è in ordine - disse l'inglese. - E voi dove andate, milord? - chiese inaspettatamente, adoperando questa denominazione di my-Lord che non usava quasi mai.

Vronskij sollevò il capo, sorpreso, e guardò così come sapeva guardare lui, non negli occhi, ma in fronte, l'inglese, meravigliandosi della temerarietà della sua domanda. Ma, capito che l'inglese, nel far la domanda, non l'aveva rivolta a lui come signore, ma come cavallerizzo, rispose:

- Devo andare da Brjanskij, fra un'ora sarò di ritorno.

"Quante volte mi fanno questa domanda, oggi!" si disse, e arrossì, cosa che gli capitava di rado. L'inglese lo guardò attento, e, come se avesse saputo dove Vronskij andava, aggiunse:

- Ciò che più conta è l'essere calmi prima di montare - disse. - Non vi contrariate per nessuna cosa, ed evitate ogni emozione.

- All right - rispose sorridendo Vronskij e, saltato nella vettura, ordinò di andare a Petergof.

Allontanatosi appena di qualche passo, una nuvola, che dalla mattina aveva minacciato la pioggia, si addensò e venne giù un acquazzone.

"Male - pensò Vronskij, alzando il mantice della vettura. - C'era già fango, e ora sarà proprio un pantano". Trovandosi solo nella vettura, tirò fuori la lettera della madre e il biglietto del fratello e ne terminò la lettura.

Sì, sempre la stessa cosa. Tutti, sua madre, suo fratello, tutti ritenevano necessario immischiarsi nei suoi affari di cuore. Questa ingerenza suscitava in lui un rancore, sentimento che di rado provava. "Cosa importa loro? Perché ognuno ritiene di doversi occupare di me? Ma perché non mi lasciano in pace? Perché è una cosa che non possono capire. Se fosse la solita volgare relazione mondana, mi avrebbero lasciato in pace. Sentono invece che è qualcosa di diverso, che non è uno svago, e che questa donna mi è più cara della vita. E proprio questo è incomprensibile per loro, e perciò inquietante. Qualunque sia e sarà il nostro destino, noi ce lo siamo fatto e non ce ne lamentiamo - diceva unendo nella parola 'noi' se stesso e Anna. - E invece no, sentono il bisogno d'insegnarci a vivere. Non hanno neppure un'idea di che cosa sia la felicità, non sanno che senza questo amore per noi non c'è felicità, né infelicità, non c'è vita" pensava.

S'irritava contro tutti per questa intrusione nei fatti suoi, proprio perché sentiva in fondo all'anima che loro, tutti gli altri, avevano ragione. Sentiva che l'amore che lo legava ad Anna non era una distrazione momentanea che passa come passano tutte le relazioni mondane senza lasciare altra traccia nella vita dell'uno e dell'altra che un ricordo grato o increscioso. Sentiva tutto il tormento della posizione sua e di quella di lei, l'imbarazzo creato dalla necessità, esposti com'erano agli occhi del mondo, di dover nascondere il loro amore, e di mentire e di ingannare, di dover usare mille astuzie e doversi preoccupare continuamente degli altri, mentre la loro passione era così grande che per entrambi null'altro v'era al di fuori del loro amore.

Ricordava con chiarezza le circostanze così frequenti nelle quali era stato necessario usare l'inganno e la falsità, così avversi alla natura sua; ricordava in modo particolarmente vivo il senso di vergogna più di una volta notato in lei per la necessità di mentire e di ingannare. Dal tempo della sua relazione con Anna egli provava una sensazione strana, che lo afferrava ogni tanto. Era come un senso di nausea per qualche cosa: per Aleksej Aleksandrovic, per se stesso o per il mondo intero, non sapeva bene. Ma allontanava sempre questa sensazione strana. E anche ora, dopo essersene liberato, continuava il corso dei suoi pensieri.

"Già, lei prima era infelice, ma orgogliosa e tranquilla; ora, invece, non può essere orgogliosa e tranquilla, pur fingendo di esserlo. Sì, tutto questo deve finire" decise da ultimo.

Così per la prima volta gli apparve chiaro nella mente il pensiero che fosse indispensabile porre termine a quella menzogna, e che quanto prima ciò sarebbe accaduto tanto meglio sarebbe stato.

"Lei ed io dobbiamo abbandonare tutto e andarci a nascondere in qualche luogo, noi due, con il nostro amore" disse a se stesso.

XXII

L'acquazzone non durò a lungo, e mentre Vronskij si avvicinava a gran trotto col cavallo di centro che tirava e i due di lato che galoppavano liberi, senza redini, nel fango, il sole era già ricomparso, e i tetti delle ville e i vecchi tigli dei giardini, dall'una e dall'altra parte della strada maestra, scintillavano di un luccichio umido, mentre l'acqua gocciolava allegramente dai rami e grondava giù dai tetti. Non pensava ormai più che quell'acquazzone avrebbe potuto guastare l'ippodromo, si rallegrava invece che, grazie alla pioggia, avrebbe trovato certamente lei in casa e sola, poiché aveva saputo che Aleksej Aleksandrovic, rientrato da poco dalla cura delle acque, era rimasto a Pietroburgo.

Con la speranza di trovarla sola, Vronskij, come del resto faceva sempre per non essere notato, smontò prima di arrivare al ponte, e andò a piedi. Evitò l'ingresso che dava sulla strada ed entrò per il cortile.

- Il signore è arrivato? - chiese al giardiniere.

- Nossignore. La signora è in casa. Ma vi prego, passate per la scala; là c'è gente, vi apriranno - rispose il giardiniere.

- No, passerò dal giardino.

Sicuro ormai di trovarla sola, e desideroso di coglierla di sorpresa (non aveva promesso di andare quel giorno, e probabilmente ella non sospettava di vederlo là prima delle corse), proseguì, trattenendo la sciabola e camminando cauto sulla ghiaia del viottolo fiancheggiato da fiori, verso la terrazza che dava sul giardino. Vronskij in quel momento non pensava più alla gravità ed alla difficoltà della situazione: pensava solo che l'avrebbe veduta, non già immagine, ma viva, tutta, così com'era nella realtà. Stava per entrare, poggiando per intero il piede per non far rumore, sugli scalini inclinati della terrazza, quando gli balenò nella mente il ricordo di quel che rappresentava il lato più tormentoso della sua relazione con Anna: il ricordo del figlio di lei, con quel suo sguardo indagatore, che gli sembrava ostile.

Questo ragazzo, più di chiunque altro, rappresentava un intralcio alla loro relazione. Quando egli era presente, sia Vronskij che Anna non solo non si permettevano di parlare se non di cose da potersi dire dinanzi a tutti, ma non si concedevano neppure di fare allusioni a cose che il ragazzo non avrebbe potuto capire. E ciò non per averne parlato insieme, ma spontaneamente si era prodotto da sé. Sentivano come un'offesa a se stessi ingannare quel fanciullo. In sua presenza parlavano tra di loro come semplici conoscenti. Malgrado quest'accortezza, Vronskij scorgeva spesso fisso su di sé lo sguardo attento e perplesso del bambino e una strana timidezza, una discontinuità di atteggiamento, ora tenero, ora ritroso e riservato, nel modo di comportarsi del ragazzo nei suoi riguardi. Come se il ragazzo sentisse che tra sua madre e lui c'era un rapporto importante del quale non poteva penetrare la natura.

Infatti il fanciullo sentiva di non poter intendere, per quanto ci si sforzasse, quel rapporto, e non sapeva rendersi conto di ciò che sentiva verso quell'uomo. Con la particolare sensibilità dei bambini, vedeva chiaramente che il padre, la governante, la njanja, tutti, non solo non amavano, ma pur senza parlarne, guardavano con avversione e timore Vronskij, che la madre invece considerava come il suo migliore amico.

"Che cosa vuol dire questo? Chi è quell'uomo? Come debbo volergli bene? Se non lo capisco, la colpa è mia che sono un ragazzo sciocco e cattivo" pensava il bambino; e da ciò derivavano la sua espressione indagatrice e quasi ostile, e quella discontinuità che tanto turbava Vronskij. La presenza di questo bambino suscitava sempre in Vronskij lo strano senso di nausea irragionevole che egli provava in quegli ultimi tempi. La presenza del bambino suscitava in Vronskij e in Anna una sensazione simile a quella del navigante che veda dalla bussola che la direzione, nella quale si muove rapido, si allontana da quella dovuta, ma che arrestare il moto non è più nelle sue forze, che ogni attimo lo allontana sempre più dalla giusta direzione e che confessare a se stesso la deviazione è lo stesso che confessare la propria rovina.

Il bambino con la sua innocente visione della vita era la bussola che mostrava loro il grado di deviazione dalla rotta che conoscevano, ma che volevano ignorare.

Questa volta Ser(za non era in casa, e Anna, completamente sola, stava seduta sulla terrazza ad aspettare il ritorno del figlio uscito a spasso e sorpreso dalla pioggia. Aveva mandato un domestico e una cameriera a cercarlo e stava lì ad attenderlo. Vestiva un abito bianco con un largo ricamo; sedeva in un angolo della terrazza di là dai fiori e non aveva avvertito l'avvicinarsi di lui. Abbassata la testa nera e inanellata, premeva la fronte contro un freddo annaffiatoio che era sulla ringhiera, trattenendolo con entrambe le mani bellissime dagli anelli a lui noti. La bellezza di tutta la sua figura, della testa, del collo, delle braccia, colpiva ogni volta Vronskij come una cosa inattesa. Si fermò a guardarla incantato. Ma appena volle fare un passo per avvicinarsi, ella sentì subito l'appressarsi di lui, scostò l'annaffiatoio e voltò verso di lui il viso infiammato.

- Che vi è accaduto? Non state bene? - disse egli in francese, avvicinandosi. Avrebbe voluto correre a lei, ma ricordando che potevano esserci estranei, si voltò a guardare verso la porta della terrazza e arrossì come arrossiva ogni volta che doveva temere ed essere guardingo.

- No, sto bene - disse lei, alzandosi e stringendo con forza la mano ch'egli le tendeva. - Non ti aspettavo....

- Dio mio che mani fredde! - egli disse.

- Mi hai spaventata. Sono sola e aspettavo Ser(za che è andato a spasso: verranno di qui

Ma, pur sforzandosi d'essere calma, le labbra le tremavano.

- Perdonatemi se son venuto, ma non potevo far passare un altro giorno senza vedervi - continuò in quel francese che usava sempre per evitare il voi russo freddo fino all'impossibile fra di loro e il tu troppo pericoloso.

- E perché perdonare? Sono così felice!

- Ma voi non state bene, o siete rattristata - continuò senza lasciarle la mano e chinandosi su di lei. - A che pensavate?

- Sempre alla stessa cosa - disse lei con un sorriso. Diceva la verità. Ogni volta, in qualunque momento le si fosse chiesto a cosa pensasse, poteva rispondere senza errore: a una cosa sola, alla sua felicità e alla sua infelicità. Pensava proprio questo nel momento in cui egli l'aveva sorpresa: pensava perché per gli altri, per Betsy, ad esempio (ella sapeva la sua relazione, tenuta segreta per il mondo, con Tu(kevic), era facile ciò che per lei era tanto tormentoso. Quel giorno, questo pensiero, per varie ragioni, la tormentava in modo particolare. Gli domandò delle corse. Egli, vedendola agitata, prese a raccontare, per distrarla, con tono semplice, i particolari dei preparativi delle corse.

"Dirlo o non dirlo? - pensava intanto lei, guardando negli occhi calmi e carezzevoli di lui. - È così felice, così preso dalle sue corse, che non gli darà il peso che si deve, non capirà tutta l'importanza per noi di questo avvenimento".

- Ma voi non avete detto a cosa pensavate quando sono entrato - egli disse, interrompendo il racconto - vi prego, ditemelo!

Ella non rispondeva e, chinato un poco il capo, lo guardò interrogativamente di sotto in su con i suoi occhi luminosi, dietro le lunghe ciglia. La mano che giocava con una foglia strappata, tremò. Egli notò questo e il suo viso espresse quella sottomissione, quella dedizione da schiavo che tanto la seduceva.

- Vedo che è accaduto qualcosa. Posso mai esser tranquillo, sapendo che avete una pena che io non divido? Parlate, per amor di Dio - ripeté supplichevole.

"Non gli perdonerei se non capisse tutto il significato della cosa. Meglio non dirglielo: perché metterlo alla prova?" pensava lei, continuando a guardarlo e sentendo che la mano che tratteneva la foglia tremava sempre di più.

- Per amor di Dio - ripeté lui, prendendole la mano.

- Devo dirlo?

- Sì, sì, sì....

- Sono incinta - disse lei a voce bassa. La foglia tremò ancora di più nella mano, ma ella non distolse gli occhi da lui per scorgere come accogliesse la notizia. Egli impallidì, volle dire qualcosa, ma si fermò, lasciò cadere la mano di lei e chinò il capo.

"Sì, ha capito tutta l'importanza di questo avvenimento" ella pensò e gli strinse la mano con gratitudine.

Ma si era sbagliata nel credere ch'egli intendesse il significato della notizia così come lei, donna, l'intendeva. A quella notizia egli aveva sentito dieci volte più intenso un attacco di quella strana sensazione che l'afferrava come una nausea di qualcosa; ma insieme a questo egli aveva sentito che la crisi desiderata era ormai giunta, che non si poteva più nascondere la cosa al marito e che era indispensabile rompere in un modo o nell'altro quella situazione equivoca. Oltre a ciò, l'agitazione di lei gli si era comunicata fisicamente. La guardò con uno sguardo intenerito, sottomesso, le baciò la mano, si alzò e si mise a camminare in silenzio per la terrazza.

- Sì - disse poi, avvicinandosi a lei con decisione. - Né io né voi abbiamo considerato i nostri rapporti come un giuoco, e ora la nostra sorte è decisa. È indispensabile porre termine alla menzogna in cui viviamo - disse, guardandosi in giro.

- Porre termine? E come, Aleksej? - ella disse piano.

Era calma adesso, e il suo viso splendeva d'un sorriso tenero.

- Lasciare vostro marito e unire la nostra vita.

- È unita anche così - ella rispose in modo appena percettibile.

- Sì, ma del tutto, del tutto.

- Ma come, Aleksej, dimmi come? - disse con triste irrisione verso il suo caso senza via d'uscita. - Vi è forse una via d'uscita da una posizione come la nostra? Non sono forse la moglie di mio marito?

- Da qualsiasi situazione c'è una via d'uscita. Bisogna decidersi - egli disse. - Qualunque cosa è migliore della posizione in cui vivi. Perché io vedo come ti tormenti per tutto, e per il mondo, e per tuo figlio e per tuo marito.

- Ah, per mio marito, no - ella disse con un riso schietto. - Non so, non penso a lui, non esiste.

- Tu non parli con sincerità. Ti conosco. Ti tormenti anche per lui.

- Ma egli non lo sa neppure - ella disse e, a un tratto, un rossore vivo cominciò a salirle al viso; le guance, la fronte, il collo si arrossarono, e lacrime di vergogna le salirono agli occhi. - Ma non parliamo di lui.

XXIII

Vronskij già altra volta aveva tentato, anche se non in maniera così decisa come ora, di indurla a esaminare la situazione, e ogni volta s'era imbattuto in quella superficialità e leggerezza di giudizio con la quale ella ora rispondeva al suo invito. Pareva esserci qualcosa ch'ella non potesse o non volesse chiarire a se stessa, pareva che non appena se ne cominciava a parlare, lei, la vera Anna, se ne andasse chi sa in qual parte di sé, e venisse fuori un'altra donna strana, estranea a lui, ch'egli non amava, anzi temeva, e che gli opponeva resistenza. Ma egli ora decise di chiarire tutto.

- Ch'egli lo sappia o no - disse Vronskij col suo solito tono fermo e calmo - lo sappia o no, a noi questo non importa. Noi non possiamo, voi non potete continuare a stare così, specialmente ora.

- E che fare, secondo voi? - chiese lei con la stessa sottile irrisione. A lei, che aveva tanto temuto ch'egli prendesse alla leggera la sua gravidanza, spiaceva, ora, che da questa egli traesse la necessità d'intraprendere qualcosa.

- Rivelargli tutto, e lasciarlo.

- Molto bene, ammettiamo che io lo faccia - ella disse. - Sapete cosa ne verrà fuori? Ve lo dico io fin d'ora - e una luce cattiva s'accese nei suoi occhi, un momento prima teneri. - "Ah, voi amate un altro e avete contratto un legame peccaminoso con lui?" - e, rifacendo il marito, metteva esattamente l'accento sulla parola "peccaminoso", così come faceva Aleksej Aleksandrovic. - "Vi ho avvertito delle conseguenze dal punto di vista religioso, civile e familiare. Voi non m'avete dato ascolto. Adesso io non posso esporre al disonore il mio nome..." - "e mio figlio" ella avrebbe voluto dire, ma sul figlio non si poteva scherzare... - "al disonore il mio nome" e ancora qualcosa del genere - aggiunse. - Si terrà sulle generali, parlerà col suo tono di uomo di stato e con chiarezza e precisione, dirà che non può lasciarmi andare, ma che prenderà le misure che dipendono da lui per arrestare lo scandalo. E farà tranquillamente, accuratamente tutto quello che avrà detto. Ecco quello che accadrà. Non è un uomo, ma una macchina, e una macchina cattiva, quando si arrabbia - ella aggiunse, ricordandosi intanto di Aleksej Aleksandrovic in tutti i particolari della sua figura, del suo modo di parlare e del suo carattere, e facendogli colpa di tutto quello che ella poteva trovare di cattivo in lui, senza perdonargli nulla, proprio per quella terribile colpa che essa aveva verso di lui.

- Ma, Anna - disse Vronskij con voce suadente, dolce, cercando di calmarla - ma è indispensabile dirglielo e poi regolarsi secondo quello ch'egli farà.

- E allora, fuggire?

- E perché anche non fuggire? Non vedo la possibilità di continuare così.... E non per me... vedo che voi ne soffrite.

- Già, fuggire e diventare la vostra amante? - disse Anna con cattiveria.

- Anna! - egli disse con rimprovero e tenerezza.

- Già - continuò lei - diventare la vostra amante e perdere tutto....

Ella voleva di nuovo dire: "mio figlio", ma non poté pronunciarla, questa parola.

Vronskij non riusciva a capire come lei, con la sua forte natura onesta, potesse sopportare quella situazione d'inganno e non desiderasse uscirne; ma egli non ne indovinava la ragione principale, che cioè era la parola "figlio" ch'ella non poteva pronunciare. Quando pensava al figlio e ai suoi futuri rapporti con la madre che avesse abbandonato il padre suo, era presa da un tale terrore di quello che aveva fatto da non ragionare più e, come ogni donna, si sforzava solo di calmarsi con ragionamenti mendaci e parole vane, desiderando che tutto rimanesse così com'era e che si potesse dimenticare la terribile questione: che cosa ne sarebbe stato del figlio.

- Ti prego, ti supplico - diss'ella a un tratto con tono del tutto diverso, sincero e tenero, prendendolo per mano - non parlarmene mai più.

- Ma Anna....

- Mai. Lascia a me tutto questo. Conosco tutta la bassezza, tutto l'orrore della mia posizione, ma la cosa non è così facile a decidersi come tu credi. E lascia fare a me e ascoltami. Non parlar mai più con me di questo. Me lo prometti? No, no, prometti!

- Io prometto tutto, ma non posso esser tranquillo, specialmente dopo quello che mi hai detto. Non posso esser tranquillo quando non puoi esserlo tu....

- Io - ella ripeté - sì, io mi tormento a volte, ma passerà, se tu non parlerai mai più con me di questo. Quando tu ne parli, allora soltanto me ne tormento.

- Non capisco - disse lui.

- Io so - ella lo interruppe - quanto sia penoso per la tua natura onesta mentire, e mi fai pena. Spesso penso che tu, per me, hai rovinato la tua vita.

- Anch'io, or ora, pensavo la stessa cosa - egli disse - come hai potuto sacrificare tutto a me? Io non posso perdonarmi d'averti resa infelice.

- Io infelice? - ella disse, accostandosi a lui e guardandolo con un entusiastico riso d'amore - io sono come un essere affamato al quale abbiano dato da mangiare. Avrà forse freddo, e avrà il vestito lacero; avrà vergogna, forse, ma non è infelice. Io infelice? No, eccola, la mia felicità....

Aveva sentito la voce del figlio che era tornato e, data una rapida occhiata alla terrazza, si alzò di scatto. Il suo sguardo si accese del fuoco a lui ben noto, sollevò con un movimento rapido le belle mani coperte d'anelli, gli afferrò il capo, lo guardò con un lungo sguardo, e, avvicinando a lui il viso con le labbra aperte, ridenti, gli baciò in fretta la bocca e gli occhi, e lo respinse. Voleva andar via, ma egli la trattenne.

- A quando? - bisbigliò in un sussurro, guardandola rapito.

- Stanotte, all'una - ella mormorò e, con un sospiro profondo, andò incontro al figlio col suo passo svelto e leggero.

La pioggia aveva sorpreso Ser(za nel giardino grande, e lui e la njanja erano rimasti a sedere sotto una pergola.

- Ebbene, arrivederci - diss'ella a Vronskij. - È necessario affrettarsi per le corse. Betsy ha promesso di passare a prendermi.

Vronskij, guardato l'orologio, se ne andò in fretta.

XXIV

Nel momento in cui Vronskij aveva guardato l'orologio sulla balconata dei Karenin era così turbato e preoccupato che aveva visto, sì, le lancette del quadrante, ma non aveva potuto capire che ora fosse. Uscì in strada e si diresse, camminando cauto nel fango, verso la vettura. Era dominato dal sentimento suo verso Anna, così che non pensava neppure più che ora fosse e se gli restasse il tempo per andare da Brjanskij. Gli rimaneva ora, come spesso accade, solo una certa memoria istintiva, quella che serve a indicare in quale ordine si è stabilito di fare le cose. Si accostò al cocchiere che s'era messo a dormire stando a cassetta, all'ombra già obliqua di un tiglio folto, e fu attratto per un attimo dai nugoli cangianti dei moscerini che volteggiavano sui cavalli sudati. Svegliato il cocchiere, saltò in vettura e ordinò di andare a Brjanskij. Solo dopo essersi allontanato di sette verste, tornò in sé, guardò l'ora, e questa volta capì che erano le cinque e mezzo e che era in ritardo.

C'erano, quel giorno, varie corse: una per gli uomini di scorta, e una, su due verste, per gli ufficiali; un'altra su quattro verste e infine la corsa alla quale avrebbe partecipato lui. Per questa sarebbe giunto in tempo ma, passando prima da Brjanskij, sarebbe giunto dopo l'arrivo della corte. Non era ben fatto; ma aveva dato la sua parola a Brjanskij, e perciò decise di proseguire, dopo aver detto al cocchiere di non risparmiare la trojka.

Arrivò da Brjanskij, rimase da lui cinque minuti e rifece la strada di galoppo. La corsa veloce lo calmò. Tutto quello che c'era di penoso nei suoi rapporti con Anna, tutta l'incertezza che era restata dopo la loro conversazione, tutto gli uscì di mente; ora pensava solo alla corsa con gioia e con orgasmo; pensava che sarebbe pure arrivato in tempo, e solo di tanto in tanto, l'attesa del convegno di quella notte si accendeva nella sua immaginazione di luce viva.

La passione della corsa imminente lo prendeva sempre più a misura che si avvicinava all'ippodromo, nell'atmosfera delle corse, sorpassando le vetture di coloro che vi si recavano dai dintorni e da Pietroburgo.

Nella sua abitazione non c'era più nessuno: tutti erano alle corse e il servo l'aspettava accanto al portone. Mentre egli si cambiava d'abito, il servo gli comunicò che era già cominciata la seconda gara e che molti signori erano venuti a chiedere di lui e che già due volte era venuto di corsa il garzone della scuderia.

Cambiatosi senza fretta (egli non s'affrettava mai e non perdeva mai il dominio di sé), Vronskij ordinò di andare verso le baracche. Dalle baracche poteva vedere già quel mare di carrozze, di pedoni, di soldati che circondavano l'ippodromo, e le tribune piene di gente. Si correva, probabilmente, la seconda gara, perché entrando nella baracca, udì il suono della campana. Nell'avvicinarsi alla scuderia incontrò Gladatior, il sauro di Machotin dalle zampe bianche, condotto all'ippodromo con una groppiera arancione e azzurra, con le orecchie che sembravano enormi, anch'esse orlate di turchino.

- Dov'è Kord? - domandò allo stalliere.

- Nella scuderia, sta sellando.

Nel recinto all'aperto, Frou-Frou era già sellata. Stava per essere portata fuori.

- Non sono in ritardo?

- All right! all right! Tutto, tutto bene - disse l'inglese - non vi agitate.

Vronskij avvolse ancora una volta con lo sguardo le forme deliziose, a lui così care, della cavalla che vibrava per tutto il corpo e, staccatosene con rincrescimento, uscì dalla baracca. Si avvicinò alle tribune nel momento più opportuno per non attirare su di sé l'attenzione. Stava per terminare la corsa su due verste e tutti gli occhi erano fissi su di un cavalleggero della guardia che era in testa e su di un ussaro, a breve distanza da lui, che incitavano i cavalli all'ultimo sforzo nell'avvicinarsi al traguardo. Dal centro e dall'esterno dell'emiciclo tutti si affollavano verso il traguardo, e un gruppo di cavalleggeri, soldati e ufficiali, esprimeva, con rumorose acclamazioni, la gioia per l'atteso trionfo del loro ufficiale e compagno. Vronskij di soppiatto entrò nel mezzo della folla quasi nello stesso momento in cui sonava la campanella che annunciava la fine della corsa, e il cavalleggero della Guardia che era arrivato primo, alto, spruzzato di fango, abbandonatosi sulla sella, andava allentando le briglie allo stallone grigio, scurito dal sudore, ansante.

Lo stallone, puntando le zampe con sforzo trattenne I'andatura veloce del corpo, e l'ufficiale dei cavalleggeri guardò intorno come un uomo risvegliato da un sonno pesante, e sorrise a stento. Una folla di amici e di estranei lo circondò.

Vronskij evitava di proposito quella folla scelta del gran mondo che si moveva e discorreva con discrezione e disinvoltura dinanzi alle tribune. Sapeva che Ià c'erano la Karenina e Betsy e la moglie di suo fratello e, proprio per non distrarsi, non si avvicinava a loro. Ma gli amici che incontrava lo fermavano continuamente, gli raccontavano i particolari delle gare già corse, gli chiedevano perché fosse arrivato in ritardo.

Mentre coloro che avevano già terminate le gare eran chiamati sulle tribune a ricevere i premi e tutti si volgevano verso quella parte, il fratello maggiore di Vronskij, Aleksandr, in alta uniforme da colonnello, non alto, robusto come Aleksej, ma più bello e colorito, col naso rosso e la faccia da ubriacone, aperta, si accostò a Iui.

- Hai ricevuto il mio biglietto? - disse. - Non ti si trova mai.

Aleksandr Vronskij, malgrado la sua vita dissipata e la sua fama di gran bevitore, era un perfetto gentiluomo di corte.

Adesso, parlando col fratello di una cosa molto spiacevole per lui, sapendo che gli occhi di molti potevano esser fissi su di loro, assumeva un atteggiamento sorridente, come se scherzasse col fratello per cosa del tutto futile.

- L'ho ricevuto e, davvero, non capisco di che mai tu voglia darti pensiero - disse Aleksej.

- Mi preoccupo del fatto che proprio ora mi è stato fatto notare che non c'eri e che lunedì ti hanno incontrato a Petergof.

- Ci sono delle cose che vanno giudicate solo da quelli che vi sono direttamente interessati, e proprio tale è la cosa di cui ti preoccupi tanto.

- Sì, ma allora non si resta in servizio, non....

- Ti prego soltanto di non immischiarti.

Il volto accigliato di Aleksej Vronskij si fece pallido, e la mascella inferiore sporgente tremò, il che accadeva di rado. Come uomo di cuore, di rado s'arrabbiava, ma quando si arrabbiava e gli tremava il labbro, allora, e Aleksandr Vronskij lo sapeva bene, era pericoloso. Aleksandr Vronskij sorrise allegro.

- Io ti volevo unicamente consegnare la lettera della mamma. Rispondi a lei e non agitarti prima della corsa. Bonne chance - disse sorridendo, e si staccò da lui.

Ma dopo di lui di nuovo un saluto amichevole lo fermò.

- Non vuoi riconoscer gli amici! Buon giorno, mon cher! - cominciò a dire Stepan Arkad'ic brillando anche qui, fra lo splendore di Pietroburgo, non meno che a Mosca, col viso colorito e le fedine lucenti, ben ravviate. - Sono arrivato ieri, e sono molto contento di assistere al tuo trionfo. Quando ci vediamo?

- Passa domani alla mensa - disse Vronskij e, strettagli, scusandosi, una manica del cappotto, si allontanò verso il centro dell'ippodromo dove facevano già entrare i cavalli per la grande corsa a ostacoli.

I cavalli che avevano corso, sudati, sfiniti, accompagnati dagli stallieri, tornavano alla scuderia e, uno dopo l'altro, apparivano i cavalli per la corsa seguente, riposati, freschi, in gran parte inglesi, incappucciati, dal ventre asciutto, simili a strani enormi uccelli. Sulla destra conducevano Frou-Frou, magra e bella, che procedeva sulle giunture elastiche, piuttosto allungate, come su delle molle. Non lontano da lei toglievan la groppiera a Gladiator dalle orecchie lunghe. Le forme grandi, stupende, del tutto regolari dello stallone dal dorso magnifico e le giunture straordinariamente corte proprio al di sopra degli zoccoli, fermarono involontariamente l'attenzione di Vronskij. Voleva accostarsi alla sua cavalla, ma un amico lo trattenne di nuovo.

- Ah, ecco Karenin! - gli disse l'amico col quale discorreva. - Cerca la moglie, e lei è al centro delle tribune. Non l'avete vista?

- No, non l'ho vista - rispose Vronskij e, senza neppure voltarsi a guardare la tribuna nella quale gli avevano indicato la Karenina, si avvicinò alla cavalla.

Vronskij non fece in tempo a osservare la sella per la quale aveva dato delle disposizioni, che chiamarono verso la tribuna i corridori per l'estrazione dei numeri. Diciassette ufficiali dal viso serio, severo, molti anche pallido, si ammassarono presso la tribuna ed estrassero i numeri. A Vronskij capitò il numero sette. Poi si udì: "in sella!".

Avendo la sensazione di formare, insieme con gli altri che erano in gara, il centro dell'attenzione di tutti, Vronskij, in quel certo stato di tensione nel quale d'abitudine diveniva più calmo e lento nei movimenti, si avvicinò alla cavalla. Kord, in omaggio alle corse, si era messo l'abito di gala: un soprabito nero abbottonato, un solino inamidato che gli sosteneva le guance, un cappello tondo, nero, e gli stivaloni alla scudiera. Era, come sempre, calmo e grave e reggeva egli stesso tutte e due le briglie del cavallo, standogli ritto dinanzi. Frou-Frou continuava a tremare come se avesse la febbre. Il suo occhio pieno di fuoco guardava di traverso Vronskij che s'accostava. Vronskij le passò un dito nel sottopancia. La cavalla guardò ancor più di sbieco, mostrò i denti e drizzò l'orecchio. L'inglese fece una smorfia con le labbra, per esprimere un sorriso sul favorevole controllo alla sua abilità nel sellare.

- Montate, sarete meno agitato.

Vronskij si girò a guardare i suoi antagonisti per l'ultima volta. Sapeva che nella corsa non li avrebbe più visti. Due andavano avanti verso il luogo donde dovevano partire. Gal'cin, uno degli antagonisti temibili, amico di Vronskij, si aggirava intorno a uno stallone che non si lasciava montare. Un piccolo ussaro della guardia coi pantaloni stretti andava a galoppo, piegato come un gatto sul cavallo, per la mania di imitare gli inglesi. Il principe Kuzovlev montava, pallido, la sua giumenta purosangue della scuderia di Grabov, e un inglese la conduceva per il morso. Vronskij e tutti i suoi compagni conoscevano Kuzovlev, la sua particolare debolezza di nervi e il suo tremendo amor proprio. Sapevano che egli aveva paura di tutto, paura di montare un cavallo di classe; ma ora, proprio perché c'era da aver paura, proprio perché la gente si rompeva il collo e perché ad ogni ostacolo c'era un medico, l'ambulanza con la croce cucitavi sopra e una suora di carità, s'era deciso a correre. S'incontrarono con lo sguardo e Vronskij gli ammiccò con simpatia e approvazione. Soltanto uno non vide, l'antagonista principale, Machotin su Gladiator.

- Non abbiate fretta - disse Kord a Vronskij - e ricordate una cosa sola: non la trattenete e non la spingete negli ostacoli; fatele fare quello che vuole.

- Bene, bene - disse Vronskij, prendendo le redini.

- Se è possibile, conducete voi la corsa, ma non perdete la speranza fino all'ultimo momento, anche foste in coda.

La cavalla non fece in tempo a muoversi che Vronskij, con un movimento agile e forte, montò sulla staffa dentata d'acciaio e con disinvoltura e fermezza assestò il corpo ben fatto sulla sella di cuoio cigolante. Afferrando la staffa col piede destro, con gesto abituale, eguagliò fra le dita le redini che Kord lasciò scivolare dalle mani. Come non sapesse con quale zampa cominciare, Frou-Frou, distendendo col lungo collo le redini, si mosse come su delle molle, facendo oscillare il cavaliere sul dorso pieghevole. Kord, accelerando il passo, le teneva dietro. La cavalla, agitata, tirava le redini ora da una parte ora dall'altra, cercando di sfuggire al cavaliere, e Vronskij invano cercava di calmarla con la voce e con la mano.

Si avvicinavano già al fiume sbarrato con la diga, in direzione del luogo dove avrebbero dato il via. Molti di quelli che prendevan parte alla gara erano avanti, molti indietro, quando a un tratto Vronskij udì dietro di sé, sul fango della via, il rumore del galoppare di un cavallo, e Machotin, sul suo Gladiator dalle orecchie lunghe e dalle zampe bianche, lo sorpassò. Machotin sorrise mostrando i denti lunghi, ma Vronskij lo guardò irritato. Non gli era simpatico, ora poi lo considerava il suo più temibile avversario, e gli dava fastidio il fatto che gli fosse passato accanto di galoppo, irritando la sua cavalla. Frou-Frou sollevò la zampa sinistra per mettersi al galoppo e fece due piccoli salti, ma, irritata dalla tensione delle redini, passò ad un trotto traballante che faceva sobbalzare il cavaliere. Anche Kord si accigliò e correva quasi per tener dietro a Vronskij.

XXV

Gli ufficiali che prendevano parte a questa corsa erano in tutto diciassette. La corsa doveva svolgersi su di un grande circuito a forma ellittica di quattro verste che si trovava dinanzi alla tribuna. Lungo questo circuito si trovavano nove ostacoli: un fiume, una grande barriera massiccia di circa due ar(iny proprio davanti alla tribuna, un fosso asciutto e un altro con l'acqua, una scarpata, una banchina irlandese (uno degli ostacoli più difficili), che consisteva in un bastone ricoperto di ramaglie, dietro al quale, invisibile al cavallo, c'era ancora un fossato, così che il cavallo o doveva saltare tutti e due gli ostacoli insieme o ammazzarsi; poi ancora due fossati, uno con l'acqua e l'altro asciutto. Il traguardo era davanti alla tribuna. La corsa non iniziava dal circuito ma a cento sazeni da esso, di lato, e a questa distanza c'era il primo ostacolo, il fiume sbarrato da una diga di tre ar(iny e mezzo di larghezza che i cavalieri potevano a loro piacere saltare o passare a guado.

Per tre volte i cavalieri si misero in riga, ma ogni volta il cavallo di qualcuno ne usciva fuori e bisognava ricominciare daccapo. L'esperto di partenze, il colonnello Sestrin, cominciava già ad irritarsi, quando, finalmente, gridando per la quarta volta "via", i cavalieri si mossero.

Tutti gli occhi, tutti i binocoli erano rivolti verso il gruppo multicolore dei cavalieri nel momento in cui si mettevano in riga.

- Hanno dato il via, corrono! - si sentì da ogni parte, dopo il silenzio dell'attesa.

E gli spettatori, a gruppi e isolati, cominciarono a correre da un posto all'altro per vedere meglio. Fin dal primo momento il gruppo dei cavalieri si allungò, e si vide come essi, a due a due, a tre a tre e uno dietro l'altro si avvicinassero al fiume. Agli spettatori pareva che fossero scattati tutti insieme; ma tra i corridori v'erano stati dei secondi di distacco che per loro avevano grande importanza.

Frou-Frou, agitata e troppo nervosa, aveva perso il primo attimo, e alcuni cavalli si erano mossi prima di lei; ma ancor prima di arrivare al fiume Vronskij, trattenendo con tutte le forze il cavallo che tirava le briglie, ne sorpassò con facilità tre, e dinanzi a lui non rimase che Gladiator, il sauro di Machotin, che alzava con regolarità e leggerezza le zampe posteriori proprio davanti a Vronskij, e ancora, in testa a tutti, la splendida Diana che portava Kuzovlev più morto che vivo.

Nei primi momenti Vronskij non riuscì a dominare se stesso, né la cavalla. Fino al primo ostacolo, il fiume, non poté dirigere i movimenti dell'animale.

Gladiator e Diana si avvicinarono insieme e, quasi nello stesso momento, si sollevarono pari pari sul fiume e volarono dall'altra parte; inavvertita, quasi volando, Frou-Frou si sollevò dietro di loro; ma nello stesso attimo in cui Vronskij si sentiva sospeso in aria, vide quasi sotto le zampe della cavalla Kuzovlev che si dibatteva insieme a Diana sull'altra riva del fiume (Kuzovlev, dopo il salto, aveva abbandonato le briglie e il cavallo era capitombolato su di lui). Questi particolari Vronskij li venne a sapere dopo; in quell'attimo vide solo che proprio là dove sarebbero venute a cadere le zampe di Frou-Frou, poteva capitare una zampa o la testa di Diana. Ma Frou-Frou, come una gatta che cade, fece nel salto uno sforzo di zampe e di reni e, evitando il cavallo, galoppò oltre.

"Oh, cara!" pensò Vronskij.

Dopo il fiume, Vronskij riacquistò il dominio pieno della cavalla e cominciò a trattenerla, pensando di saltare la grande barriera dietro a Machotin e di tentare di superarlo nella successiva distanza di duecento sazeni, non interrotta da ostacoli.

La grande barriera era situata proprio dinanzi alla tribuna dello zar. L'imperatore e la corte e una folla di gente, tutti guardavano lui e Machotin, in testa per la lunghezza d'un cavallo, mentre si avvicinavano al "diavolo" (così veniva chiamata la barriera massiccia). Vronskij sentiva quegli sguardi rivolti su di lui da ogni parte, ma non vedeva nulla all'infuori della terra che gli correva incontro, e della groppa e delle zampe bianche di Gladiator che battevano veloci il tempo dinanzi a lui, rimanendo sempre alla stessa distanza. Gladiator saltò, senza urtare in nulla, agitò la coda e sparve agli occhi di Vronskij.

- Bravo! - disse una voce.

In quello stesso momento sotto gli occhi di Vronskij, proprio davanti a lui, balenarono le assi della barriera. Senza il più piccolo mutamento di andatura, la cavalla saltò sotto di lui; le assi scomparvero, ma dietro qualcosa picchiò. Eccitata da Gladiator che era in testa, la cavalla si era sollevata troppo presto sulla barriera e l'aveva urtata con lo zoccolo posteriore. Ma l'andatura non era mutata e Vronskij, nel ricevere in faccia uno schizzo di fango, capì che era sempre alla stessa distanza da Gladiator. Vide di nuovo dinanzi a sé la groppa, la coda corta e di nuovo quelle zampe bianche che si movevano rapide, ma senza allontanarsi.

Proprio nel momento in cui Vronskij pensava di oltrepassare Machotin, Frou-Frou stessa, intuendone il pensiero, senza essere stimolata, accelerò notevolmente il galoppo, e cominciò ad avvicinarsi a Machotin dal lato più conveniente, cioè rasente la corda. Machotin però non lasciava andare la corda. Vronskij aveva appena pensato di oltrepassarlo dal lato esterno, che Frou-Frou aveva già cambiato piede e si era spinta ad oltrepassarlo proprio da questo lato. La spalla di Frou-Frou che aveva cominciato a scurirsi per il sudore, si portò alla stessa altezza del dorso di Gladiator. Per un po' galopparono insieme, ma davanti all'ostacolo al quale si avvicinavano, Vronskij, per non compiere un gran giro, si mise a lavorar di redini, e velocemente, sul pendio, oltrepassò Machotin. Vide di sfuggita la faccia di lui, inzaccherata di fango. Gli parve persino che sorridesse. Vronskij aveva superato Machotin, ma sentiva vicino e senza interruzioni, proprio dietro la schiena, il galoppo uguale e il respiro mozzato, ma ancora del tutto fresco, delle narici di Gladiator.

I due ostacoli successivi, il fossato e la barriera, furono oltrepassati facilmente, ma Vronskij cominciò a sentire più vicini l'ansito e il galoppo di Gladiator. Lasciò andare la cavalla e con gioia sentì che essa con facilità aumentava l'andatura e che il suono degli zoccoli di Gladiator si faceva sentire di nuovo alla distanza di prima.

Vronskij conduceva la corsa, cosa che egli stesso voleva fare e che gli aveva consigliato Kord, ed era ormai sicuro del successo. La sua agitazione, la gioia e la tenerezza per Frou-Frou divennero sempre maggiori. Voleva voltarsi indietro a guardare, ma non osava, e cercava di calmarsi e di non lanciare la cavalla per non sciupare in essa una riserva di forze eguale a quella che sentiva in Gladiator. Rimaneva un solo ostacolo e il più difficile: se egli l'avesse superato in testa, sarebbe giunto primo. Si avvicinava di galoppo alla banchina, e nello stesso momento tutti e due, lui e la cavalla, ebbero un attimo di esitazione. Egli notò nelle orecchie della cavalla indecisione e sollevò lo scudiscio, ma subito s'accorse che indecisione non c'era: la cavalla sapeva quello che occorreva fare. Accelerò l'andatura, e a tempo, proprio così come egli desiderava, si sollevò e, spintasi su da terra, si abbandonò alla forza d'inerzia che la trasportò lontano, di là dal fossato, e con la stessa cadenza, senza sforzo, senza cambiar passo, Frou-Frou riprese la corsa.

- Bravo, Vronskij! - gli giunse da un gruppo di persone, ch'egli riconobbe come amici del reggimento, in piedi presso l'ostacolo. Non poté non distinguere la voce di Ja(vin, ma non lo scorse.

"Oh, tesoro mio!" pensava di Frou-Frou, tendendo l'orecchio a quello che avveniva dietro di lui. "Ha saltato" pensò sentendo vicino il galoppo di Gladiator. Rimaneva solo l'ultimo fossato, pieno d'acqua e largo circa due ar(iny. Vronskij non lo guardò neppure e, desiderando giungere di gran lunga primo, prese a lavorar di redini, alzando e abbassando la testa della cavalla. Sentiva che la cavalla sfruttava l'ultima riserva; non solo il collo e le spalle erano bagnati, ma sul garrese, sulla testa, sulle orecchie appuntite le veniva fuori il sudore, e aveva il respiro aspro e breve. Ma egli sapeva che questa riserva sarebbe stata più che sufficiente per gli ulteriori duecento sazeni. Solo da quel suo sentirsi più radente la terra e da quella particolare morbidezza dell'andatura, Vronskij poteva arguire di quanto la cavalla avesse aumentato la velocità. Essa volò sul fossato quasi senza avvedersene. Lo sorvolò come un uccello. Ma in quell'attimo stesso Vronskij sentì con orrore che, senza saper come, non era riuscito a secondare il movimento della cavalla, e, ricadendo pesantemente sulla sella, aveva fatto una mossa sbagliata, imperdonabile. E di colpo la sua posizione mutò ed egli sentì che qualcosa di spaventoso era accaduto. Prima ancora di rendersene conto gli balenarono di lato le zampe bianche dello stallone sauro, e Machotin gli passò dappresso a galoppo serrato. Vronskij si trovò a toccar terra con una gamba e la cavalla stava per abbattervisi sopra. Fece appena in tempo a liberar la gamba che quella cadde, riversa su di un fianco, rantolando pesantemente e facendo sforzi vani per rialzarsi con il sottile collo in sudore: come un uccello ferito a morte si dibatteva a terra ai piedi di lui. Il movimento malfatto di Vronskij le aveva spezzato le reni, ma egli lo capì molto tempo dopo. In quel momento vedeva solo che Machotin si allontanava veloce, e lui, barcollante, era rimasto solo sulla terra immota, fangosa; lì davanti, respirando greve, giaceva Frou-Frou che, piegando la testa verso di lui, lo guardava con i suoi occhi splendidi. Senza capire ancora quello che era avvenuto, Vronskij tirava la bestia per la briglia. Essa guizzò di nuovo tutta, come un pesciolino, facendo cricchiare le ali della sella; poggiò sulle zampe anteriori, ma non avendo la forza di sollevare il dorso, annaspò e cadde di nuovo sul fianco. Col volto sfigurato dall'emozione, pallido e col labbro inferiore che gli tremava, Vronskij la colpì col tacco nel ventre e prese di nuovo a tirarla per le briglie. Ma essa non si moveva e, ficcando il muso nel terreno, guardava il padrone con il suo sguardo parlante.

- Aah! - muggì Vronskij, afferrandosi la testa. - Aah! Che ho fatto! - gridò. - E la corsa è perduta! E la colpa è mia, vergognosa, imperdonabile. E questa povera cara bestia perduta! Aah, che ho fatto!

Un dottore e un infermiere, gli ufficiali del reggimento corsero, insieme con altra gente, verso di lui. Per sua disgrazia sentiva d'essere incolume e sano. La cavalla s'era spezzata la schiena, e fu deciso di finirla. Vronskij non poteva rispondere alle domande, non poteva parlare con nessuno. Si voltò e, senza raccattare il berretto che gli era saltato di testa, se ne andò via dall'ippodromo, non sapendo egli stesso dove. Si sentiva infelice. Per la prima volta in vita sua provava una pena così grande, così irreparabile, di cui la colpa era tutta sua.

Ja(vin lo raggiunse, portandogli il berretto e lo accompagnò fino a casa, e dopo mezz'ora Vronskij ritornò in sé. Ma il ricordo di questa corsa rimase per lungo tempo nell'animo suo come il ricordo più penoso e tormentoso della sua vita.

XXVI

I rapporti esteriori di Aleksej Aleksandrovic con la moglie permanevano invariati. L'unica differenza consisteva nel fatto che egli era più occupato di prima. All'inizio della primavera andò all'estero per fare una cura di acque termali che ristabilisse la salute sua debilitata ogni anno dallo sforzo invernale. E, come al solito, tornò in luglio, e immediatamente, con aumentata energia, si dedicò alle occupazioni abituali. Come al solito sua moglie andò in campagna ed egli rimase a Pietroburgo.

Dal tempo della conversazione avvenuta dopo la serata in casa della principessa Tverskaja, egli non aveva mai più parlato con Anna dei suoi sospetti e della sua gelosia; e quel suo solito tono di chi sente di essere qualcuno era quanto mai comodo per i presenti rapporti con la moglie. Era soltanto un po' freddo. Dava a vedere come fosse rimasta in lui una certa piccola scontentezza verso di lei per quella prima conversazione notturna ch'ella aveva voluto evitare. C'era pertanto nei suoi rapporti verso di lei, come un'ombra di dispetto, ma nulla di più. "Tu non hai voluto avere una spiegazione - era come se le dicesse rivolgendosi a lei col pensiero - tanto peggio per te. Ormai sarai tu a pregarmene, ma io spiegazioni non ne darò. Tanto peggio per te" diceva nel pensiero, come un uomo che abbia invano tentato di spegnere un incendio e, irritato contro i propri inutili sforzi, finisca col dire: "Tanto peggio! Che bruci pure!".

Egli, intelligente e sottile negli affari di ufficio, non capiva tutta l'aberrazione di un simile comportamento. Non la capiva perché era troppo terribile per lui veder chiara la sua vera posizione, ed egli intanto nell'animo suo aveva nascosta, chiusa e sigillata quella tale cassetta nella quale si trovavano riposti i sentimenti suoi per la famiglia, per la moglie e per il figlio. Padre premuroso, dalla fine dell'inverno era diventato particolarmente freddo verso il figlio, e aveva verso di lui quello stesso tono canzonatorio che assumeva verso la moglie. "Ohi, giovanotto" gli diceva.

Aleksej Aleksandrovic pensava e diceva che mai, come in quell'anno, aveva avuto tanto lavoro d'ufficio; e non voleva accorgersi che il lavoro se l'era creato lui stesso in quell'anno, che era stato uno dei mezzi per non aprire quella tale cassetta dove stavano rinchiusi i sentimenti suoi per la moglie e la famiglia: mentre il pensiero di costoro tanto più sgomentoso diveniva quanto più a lungo egli lo relegava là. E se qualcuno avesse avuto il diritto di chiedere ad Aleksej Aleksandrovic che cosa egli pensasse della condotta di sua moglie, quel pacifico, calmo Aleksej Aleksandrovic non avrebbe risposto nulla, e si sarebbe molto sdegnato contro la persona che gliene avesse chiesto. Proprio per questo vi era nell'espressione del viso di Aleksej Aleksandrovic qualcosa di sostenuto e di severo quando gli domandavano della salute di sua moglie. Aleksej Aleksandrovic non voleva pensare nulla circa la condotta di sua moglie, e realmente non ne pensava nulla.

La dimora estiva consueta di Aleksej Aleksandrovic era a Petergof, dove abitualmente anche la contessa Lidija Ivanovna passava l'estate in compagnia e in continui rapporti con Anna. Quell'anno la contessa Lidija Ivanovna non aveva voluto soggiornare a Petergof, non era stata da Anna Arkad'evna neppure una volta, e aveva accennato ad Aleksej Aleksandrovic la sconvenienza dell'assiduità di Anna con Betsy e Vronskij. Aleksej Aleksandrovic le aveva chiuso la bocca, affermando con fermezza che sua moglie era al disopra di ogni sospetto; ma da allora aveva cercato di evitare la contessa Lidija Ivanovna. Non voleva vedere, e non vedeva che in società già molti guardavano di traverso sua moglie; non voleva capire e non capiva perché sua moglie insistesse per andare a Carskoe dove viveva Betsy e dove non sarebbe stata lontana dal campo del reggimento di Vronskij. Non si permetteva di pensare questo, e non lo pensava; tuttavia in cuor suo, pur senza dirselo mai, e pur senza averne non solo prova alcuna, ma neppure fondato sospetto, sapeva con certezza d'essere un marito ingannato, ed era per questo profondamente infelice.

Quante volte durante i suoi otto anni di vita coniugale felicemente trascorsi, vedendo mogli infedeli e mariti ingannati, Aleksej Aleksandrovic si era detto: "Ma come si può giungere a questo? Perché non troncare una situazione sconveniente?". Ora, invece, che la disgrazia era piombata sul suo capo, non solo non pensava al modo di provvedere alla situazione, ma non voleva riconoscerla affatto, non voleva vederla, proprio perché era troppo penosa, troppo innaturale.

Dal tempo del suo ritorno dall'estero, Aleksej Aleksandrovic era stato due volte in campagna. Una volta vi aveva pranzato, un'altra volta aveva passato la serata con ospiti, ma non vi aveva neanche una volta passato la notte, come era solito fare gli anni precedenti.

Il giorno delle corse era un giorno pieno di lavoro per Aleksej Aleksandrovic; ma, predisposto fin dal mattino il programma della giornata, aveva deciso di andare, subito dopo colazione, in campagna dalla moglie, e di là alle corse, dove si sarebbe trovata tutta la corte e dove egli doveva andare. E dalla moglie sarebbe passato perché aveva deciso di andarle a far visita una volta alla settimana, per convenienza. Inoltre doveva consegnare alla moglie, proprio quel giorno che era il 15 del mese, secondo l'ordine da lui stabilito, il denaro per le spese.

Dopo aver pensato tutto questo circa la moglie, con l'abituale dominio che aveva sui suoi pensieri, non permise loro di girovagare oltre, intorno a quanto la riguardava.

La mattina fu tutta presa per Aleksej Aleksandrovic. Il giorno innanzi, la contessa Lidija Ivanovna gli aveva mandato un opuscolo di un noto viaggiatore della Cina, attualmente a Pietroburgo, con una lettera in cui lo pregava di ricevere il viaggiatore, uomo per varie considerazioni sempre interessante e utile. Aleksej Aleksandrovic non aveva fatto in tempo a leggere l'opuscolo la sera, e ne terminò la lettura la mattina. Dopo, s'erano presentati i consueti sollecitatori, erano cominciati i rapporti, i ricevimenti, le nomine, le rimozioni, le distribuzioni delle ricompense, delle pensioni, degli stipendi, la corrispondenza, quel lavoro quotidiano, infine, come lo chiamava Aleksej Aleksandrovic, che portava via tanto tempo. Poi c'erano state le occupazioni che lo riguardavano personalmente: la visita del dottore e dell'amministratore. L'amministratore non gli aveva preso molto tempo. Aveva consegnato solo il denaro necessario ad Aleksej Aleksandrovic ed aveva fatto un breve resoconto dello stato non troppo buono delle cose, giacché, in quell'anno, per i frequenti viaggi, si era speso di più, e c'era stato un certo dissesto. Ma il dottore, un celebre medico di Pietroburgo, che era in rapporti amichevoli con Aleksej Aleksandrovic, gli portò via molto tempo. Aleksej Aleksandrovic non lo aspettava quel giorno e fu stupito del suo arrivo e, ancor più, che il dottore lo interrogasse molto minutamente circa le sue condizioni di salute, gli ascoltasse il petto, picchiasse e tastasse il fegato. Non sapeva Aleksej Aleksandrovic che la sua amica Lidija Ivanovna, avendo notato che la salute di Aleksej Aleksandrovic quell'anno non era buona, aveva pregato il dottore di andare e di osservare il malato. "Fatelo per me" gli aveva detto la contessa Lidija Ivanovna.

- Lo farò per la Russia, contessa - aveva risposto il dottore.

- Un uomo inestimabile - aveva ribattuto la contessa Lidija Ivanovna.

Il dottore era rimasto molto scontento di Aleksej Aleksandrovic. Aveva trovato il fegato notevolmente ingrossato, un certo esaurimento, nessun effetto della cura delle acque. Aveva ordinato molto esercizio fisico e poco sforzo intellettuale e, soprattutto, di guardarsi dai dispiaceri, il che per Aleksej Aleksandrovic era impossibile, così come è impossibile non respirare; e se n'era andato, lasciando in Aleksej Aleksandrovic la spiacevole consapevolezza che in lui qualcosa non andava e non si poteva aggiustare.

Uscendo dalla camera di Aleksej Aleksandrovic il dottore si era imbattuto sulla scala con (ljudin, a lui ben noto, capogabinetto di Aleksej Aleksandrovic. Erano stati compagni di università e, sebbene si incontrassero di rado, si stimavano ed erano buoni amici; a nessuno perciò meglio che a (ljudin il dottore avrebbe detto tutta la sua sincera opinione sull'ammalato.

- Come son contento che siate stato da lui - disse (ljudin. - Non sta bene, mi sembra. Che cos'ha?

- Ecco, cos'ha - disse il dottore facendo un cenno al cocchiere di avanzare, al di sopra della testa di (ljudin. - Ecco vedete - disse il dottore prendendo nelle sue mani bianche il dito di un guanto di pelle e tirandolo. - Provate a spezzare una corda senza tenderla... è molto difficile; tendetela invece fino all'estrema possibilità e poggiatevi sopra il peso di un dito... si spezzerà. Per la sua assiduità, la sua scrupolosità nel lavoro, egli è teso fino all'estremo limite; e la pressione esterna c'è, e forte - concluse il dottore, aggrottando significativamente le sopracciglia. - Andate alle corse? - aggiunse, scendendo verso la carrozza che era stata fatta avanzare. - Sì, sì, s'intende, sarà una cosa lunga - rispose il dottore o rispose qualcosa di simile, a quello che aveva detto (ljudin e che egli non aveva afferrato.

Dopo il dottore che gli aveva preso tanto tempo, si presentò il noto viaggiatore e Aleksej Aleksandrovic, profittando dell'opuscolo letto proprio allora e di una precedente conoscenza dell'argomento, stupì il viaggiatore con la profondità delle sue conoscenze e la larghezza delle sue vedute.

Insieme al viaggiatore fu annunciato l'arrivo di un maresciallo della nobiltà giunto da poco a Pietroburgo e con il quale si doveva avere un colloquio. Dopo che questi se ne fu andato, dovette sbrigare le pratiche quotidiane col capo di gabinetto e dovette inoltre andare da un personaggio autorevole per un affare grave e importante. Aleksej Aleksandrovic fece appena in tempo a rientrare alle cinque, ora del suo pranzo, e dopo aver mangiato in compagnia del capogabinetto, lo invitò ad andare con lui in campagna e alle corse.

Senza rendersene conto Aleksej Aleksandrovic cercava ormai l'occasione di avere una terza persona presente ai suoi incontri con la moglie.

XXVII

Anna stava davanti allo specchio, appuntando, con l'aiuto di Annu(ka, l'ultimo nastro al vestito, quando sentì un rumore di ruote che calpestavano la ghiaia dell'ingresso.

"Per Betsy è ancora presto - pensò e, guardando dalla finestra, vide una carrozza dalla quale uscirono il cappello nero e le ben note orecchie di Aleksej Aleksandrovic. - Che disdetta! Possibile che venga qui a passar la notte?" e le parve così orribile e pauroso quello che poteva venirne fuori che, senza riflettere un attimo, gli uscì incontro col volto allegro e luminoso, e, sentendo vivo in sé lo spirito della menzogna e dell'inganno, subito vi si abbandonò, e cominciò a parlare senza sapere neppure lei cosa diceva.

- Oh, come ciò è gentile! - disse, dando la mano al marito e salutando con un sorriso (ljudin che era persona di casa. - Passerai la notte qua, spero? - le suggerì per prima cosa lo spirito dell'inganno - e ora andiamo insieme alle corse. Peccato che abbia già promesso a Betsy. Deve passare a prendermi.

Aleksej Aleksandrovic si accigliò al nome di Betsy.

- Oh, non starò a separare le inseparabili - disse col suo abituale tono canzonatorio. - Andrò con Michail Vasil'evic. Anche i dottori mi ordinano di camminare. Farò la strada a piedi e immaginerò di essere alla stazione termale.

- Non c'è bisogno di affrettarsi - disse Anna. - Volete il tè? - e sonò.

- Servite il tè, e dite a Ser(za che Aleksej Aleksandrovic è qui. Be', come va la tua salute? Michail Vasil'evic, voi non siete mai stato da me; guardate come si sta bene sul mio balcone - diceva rivolgendosi ora all'uno, ora all'altro.

Parlava con semplicità e naturalezza, ma troppo e troppo in fretta. Lo sentiva lei stessa, tanto più che, nello sguardo incuriosito col quale la guardava Michail Vasil'evic, notava di essere osservata.

Michail Vasil'evic uscì subito sulla terrazza.

Anna sedette accanto al marito.

- Non hai un buon aspetto - disse.

- Già - disse egli - oggi il dottore è stato da me e mi ha portato via un'ora di tempo. Sospetto che qualcuno dei miei amici me lo abbia mandato: la mia salute è così preziosa....

- E cosa ha detto?

Ella gli chiedeva della sua salute e delle sue occupazioni, voleva convincerlo a riposarsi e venire a stare da lei.

Tutto questo lo diceva con vivacità, in fretta e con un particolare luccichio negli occhi; ma Aleksej Aleksandrovic, ora, non rilevava questo tono. Ascoltava le parole e dava loro solo il significato che avevano. E le rispondeva semplicemente, sia pure scherzando. In questa conversazione non ci fu nulla di particolare, ma in seguito Anna non poté mai ricordare questa breve scena senza un tormentoso senso di vergogna.

Entrò Ser(za, preceduto dalla governante. Se Aleksej Aleksandrovic avesse permesso a se stesso di osservare avrebbe notato lo sguardo timido, spaurito col quale Ser(za guardava il padre e poi la madre. Ma egli non voleva vedere, e non vedeva.

- Ohi, giovanotto! È cresciuto. Davvero, sta diventando un uomo. Buongiorno, giovanotto.

E diede la mano a Ser(za spaventato.

Ser(za, anche prima timido nei rapporti col padre, ora, da quando Aleksej Aleksandrovic aveva preso a chiamarlo giovanotto e da quando gli si era posto nella mente il dilemma se Vronskij fosse un amico o un nemico, sfuggiva il padre. Quasi per averne protezione, si rivolse alla madre. Con la madre stava bene quando era sola. Intanto Aleksej Aleksandrovic, parlando con la governante, teneva il figlio per la spalla. Ser(za era così tormentosamente a disagio che Anna si accorse che stava lì lì per piangere.

Anna, che era diventata rossa nel momento in cui era entrato il figlio, ne notò il disagio, si alzò in fretta, tolse la mano di Aleksej Aleksandrovic dalla spalla del figlio e, dopo averlo baciato, lo condusse sulla terrazza; e subito dopo rientrò.

- Ma è già ora - disse, guardando l'orologio - come mai Betsy non viene?...

- Già - disse Aleksej Aleksandrovic e, alzatosi, intrecciò le mani e le fece scricchiolare. - Sono passato da te, anche per portarti del denaro, dal momento che gli usignuoli non vivono di fiabe - disse. - Ti occorre, penso.

- No, non mi occorre... sì, mi occorre - diss'ella senza guardarlo e arrossendo fino alla radice dei capelli. - Ma tu passerai di qua, spero, tornando dalle corse.

- Oh, sì - rispose Aleksej Aleksandrovic. - Ed ecco ora la stella di Petergof, la principessa Tverskaja - soggiunse dopo aver guardato dalla finestra il tiro inglese con le bardature, che si avvicinava con una minuscola carrozzetta straordinariamente alta. - Che eleganza! Un incanto! Su, allora, andiamo anche noi.

La principessa Tverskaja non uscì dalla vettura, ma solo il servitore in ghette, pellegrina e cappello nero, saltò giù all'ingresso.

- Io vado, addio - disse Anna e, baciato il figlio, si avvicinò ad Aleksej Aleksandrovic, dandogli la mano.

- Su, allora, arrivederci. Tu passerai a prendere il tè, benissimo! - ella disse, e uscì splendente e gaia. Ma appena non lo vide più, sentì sulla mano il punto preciso che le labbra di lui avevano toccato e rabbrividì di disgusto.

XXVIII

Quando Aleksej Aleksandrovic apparve alle corse, Anna era già seduta nella tribuna accanto a Betsy, in quella tribuna dove era raccolta tutta l'alta società. Scorse il marito da lontano. Due esseri, il marito e l'amante, erano per lei i due centri della sua vita, ed ella ne avvertiva la vicinanza senza bisogno dei sensi esterni. Avvertì ancora da lontano l'avvicinarsi del marito, e suo malgrado lo seguì nella marea di folla fra la quale avanzava. Lo vide avvicinarsi alla tribuna, ora rispondendo con indulgenza ai saluti adulatori, ora salutando con cordialità e distrazione i colleghi, ora aspettando con desiderio lo sguardo dei potenti e sollevando il gran cappello tondo che gli premeva l'estremità delle orecchie. Conosceva tutti gli atteggiamenti di lui, e tutti le erano odiosi. "Soltanto falsità, soltanto ambizione, ecco tutto quello che c'è nell'animo suo - pensava - e le idee di ordine superiore, l'amore per la cultura, la religione, tutte queste cose non sono altro che mezzi per affermarsi".

Dalla direzione del suo sguardo verso la tribuna delle signore (egli guardava dritto in questa, ma non riconosceva la moglie in quel mare di stoffe, nastri, piume, ombrellini e fiori), ella capì che la cercava ma finse di non accorgersene.

- Aleksej Aleksandrovic! - gli gridò la principessa Betsy - voi probabilmente non vedete vostra moglie: eccola!

Egli sorrise col suo sorriso freddo.

- Qui c'è tanto splendore che gli occhi ne restano abbagliati - disse, e andò verso la tribuna. Sorrise alla moglie, come deve sorridere un marito che ritrova la moglie dopo averla vista un momento prima, e salutò la principessa e gli altri amici, dando a ciascuno il suo, scherzando, cioè, con le signore e scambiando dei convenevoli con gli uomini. Giù, accanto alla tribuna, stava in piedi un generale, un aiutante di campo che Aleksej Aleksandrovic stimava e che era noto per il suo ingegno e la sua cultura. Aleksej Aleksandrovic si mise a discorrere con lui.

C'era intervallo fra una corsa e l'altra, e perciò nulla disturbava la loro conversazione. Il grande generale deprecava le corse. Aleksej Aleksandrovic ribatteva, prendendone le difese. Anna ascoltava la voce stridula, eguale di lui, senza perderne neppure una parola, e ogni parola le sembrava falsa e le colpiva dolorosamente l'orecchio.

Quando cominciò la corsa a ostacoli su quattro verste, ella si sporse in avanti e, gli occhi fissi su Vronskij, prese a seguirlo mentre si avvicinava al cavallo e lo montava, e nello stesso tempo ascoltava l'odiosa, instancabile voce del marito. Era tormentata dal timore per Vronskij, ma ancora più dalla instancabile voce stridula del marito della quale conosceva tutte le intonazioni.

"Sono una donna cattiva, sono una donna perduta - pensava - ma non mi piace mentire e non sopporto la menzogna, mentre Aleksej Aleksandrovic si pasce di menzogna. Egli sa tutto, vede tutto; che cosa mai c'è in lui, dunque, se può così tranquillamente parlare? Uccidesse me, uccidesse Vronskij, lo stimerei. Ma no, a lui bastano soltanto la menzogna e il rispetto delle convenienze" si diceva Anna, senza pensare con precisione a quello che avrebbe voluto che il marito facesse, e sotto qual luce avrebbe voluto vederlo. Non capiva che anche quell'eccessiva verbosità di Aleksej Aleksandrovic, che tanto la irritava, era, in quel momento, l'espressione dell'inquietudine e dell'intima agitazione di lui. Come un bambino che, dopo aver urtato in qualche cosa, mette in moto, saltando, i propri muscoli per soffocare il dolore, così Aleksej Aleksandrovic aveva bisogno di un moto intellettuale per soffocare quei suoi pensieri sulla moglie che ora, alla presenza di lei e alla presenza di Vronskij, e alla continua ripetizione del nome di lui, urgevano perché si prestasse loro attenzione. E come al bambino vien naturale di saltare, così a lui veniva fatto di parlare bene e con intelligenza. Egli diceva:

- Il pericolo nelle corse dell'arma di cavalleria, è un rischio che non si può eliminare in ogni corsa. Se l'Inghilterra può vantare nella sua storia militare le più brillanti azioni della cavalleria, è solo grazie al fatto che essa ha sviluppato, evolvendola nella storia, questa forza e di animali e di uomini. Lo sport, secondo la mia opinione, ha un grande valore, e, come sempre, noi ne vediamo soltanto il lato più superficiale.

- Non tanto superficiale - disse la principessa Tverskaja. - Un ufficiale, dicono, si è rotto le costole!

Aleksej Aleksandrovic sorrise col suo sorriso che gli scopriva soltanto i denti ma che non diceva nulla.

- Ammettiamo, principessa, che questo non sia superficiale - egli disse - ma profondo. Ma non è qui la questione - ed egli si rivolse di nuovo al generale col quale parlava seriamente. - Non dimenticate che corrono dei militari i quali hanno scelto questa attività, e convenite che ogni attività ha il rovescio della medaglia. Questo rientra proprio nei doveri del militare. Lo sport scandaloso del pugilato o delle corride spagnole è un segno di barbarie. Ma uno sport specializzato è un segno di progresso.

- No, non ci verrò più; tutto questo mi agita troppo - diceva la principessa Betsy. - Non è vero, Anna? Agita, ma non se ne possono distaccare gli occhi. Se fossi stata una romana, non avrei tralasciato un solo spettacolo del circo.

Anna non parlava e senza abbandonare il binocolo, guardava in un punto solo.

In quel momento, attraverso la tribuna, passò un ufficiale di alto grado. Interrotto il discorso, Aleksej Aleksandrovic si alzò in fretta, ma con dignità, e salutò profondamente l'ufficiale che passava.

- Voi non correte? - gli disse, scherzando, l'ufficiale.

- La mia corsa è più difficile - rispose rispettoso Aleksej Aleksandrovic.

E sebbene la risposta non significasse nulla, l'ufficiale fece finta di aver colto una battuta di spirito intelligente, detta da un uomo d'ingegno e di aver capito in pieno la pointe de la sauce.

- Qui vi sono due categorie di persone - riprese a dire Aleksej Aleksandrovic - quella dei partecipanti e quella degli spettatori. L'amore per questi spettacoli è il segno più sicuro del basso livello degli spettatori, ne convengo, ma....

- Principessa, una scommessa! - si sentì da basso la voce di Stepan Arkad'ic che si rivolgeva a Betsy. - Per chi tenete?

- Io e Anna per il principe Kuzovlev - rispose Betsy.

- Io per Vronskij. Un paio di guanti.

- Vada pure!

- Che bello spettacolo, non è vero?

Aleksej Aleksandrovic tacque per un po' finché non finirono di parlare intorno a lui, ma poi ricominciò subito.

- Ne convengo, non sono giuochi da uomini - e voleva continuare.

Ma intanto davano il via ai cavalieri, e tutte le conversazioni cessarono. Aleksej Aleksandrovic tacque anche lui e tutti si alzarono e si volsero verso il fiume. Aleksej Aleksandrovic non si interessava alle corse e perciò non badava a quelli che correvano, ma distrattamente cominciò a girare intorno, sugli spettatori, i suoi occhi stanchi. Il suo sguardo si fermò su Anna.

Il viso di lei era pallido e teso: ella evidentemente non vedeva niente e nessuno, tranne uno. Tratteneva il respiro, e la sua mano stringeva convulsa il ventaglio. Aleksej Aleksandrovic la guardò e si voltò in fretta a osservare altri visi.

"Ma ecco, anche questa signora e le altre ancora sono agitate; ciò è molto naturale" si diceva Aleksej Aleksandrovic. Non voleva guardare più; ma gli occhi erano involontariamente attratti verso di lei. Esaminava quel viso sforzandosi di non leggervi ciò che così chiaramente vi era scritto; e contro la sua volontà vi leggeva con terrore quello che non voleva sapere.

La prima caduta di Kuzovlev nel compiere il salto del fiume impressionò tutti, ma Aleksej Aleksandrovic vide chiaramente sul pallido viso trionfante di Anna che quegli ch'ella seguiva non era caduto. Quando poi Machotin e Vronskij ebbero saltato la barriera, e l'ufficiale che veniva dopo cadde con la testa in giù e si abbatté come morto e un brivido di orrore percorse tutto il pubblico, Aleksej Aleksandrovic vide che Anna non aveva neppure notato questo, e che a stento capiva di che si parlasse intorno. E la osservava sempre di più e con maggiore ostinazione. Anna, tutta presa dalla vista di Vronskij che correva, sentiva di lato lo sguardo freddo del marito fisso su di lei.

Si voltò per un attimo, lo fissò interrogativamente e, accigliandosi lievemente, si girò di nuovo.

"Oh, non mi importa più!" era come se gli avesse detto e non guardò più neppure una volta.

La corsa fu disgraziata e su diciassette persone ne caddero e si fecero male più della metà.

Alla fine delle corse tutti erano in uno stato di agitazione, tanto più che il sovrano se ne era mostrato scontento.

XXIX

Tutti esprimevano ad alta voce la loro disapprovazione, tutti ripetevano la frase messa in giro da qualcuno: "non ci manca che il circo con i leoni". Il terrore era sentito da tutti, sì che quando Vronskij cadde ed Anna emise un gemito, non ci fu nulla di straordinario. Ma subito dopo nel volto di Anna apparve un turbamento già troppo sconveniente. S'era smarrita del tutto; si dibatteva come un uccello al laccio; ora voleva alzarsi e andare chi sa dove, ora si volgeva a Betsy.

- Andiamo, andiamo - diceva.

Ma Betsy non l'ascoltava. Parlava, sporgendosi in giù, con un generale che le si era avvicinato.

Aleksej Aleksandrovic si avvicinò ad Anna e le porse cortesemente la mano.

- Andiamo, se vi fa piacere - disse in francese, ma Anna era intenta ad ascoltare quello che diceva il generale e non si curò del marito.

- Anche lui si è rotto una gamba, dicono - diceva il generale. - Ma che senso c'è in tutto questo?

Anna, senza rispondere al marito, aveva sollevato il binocolo e guardava il punto dove era caduto Vronskij: ma era così lontano e vi si era affollata così tanta gente che nulla di distingueva. Abbassò il binocolo e fece per andarsene; ma in quel momento giunse un ufficiale a cavallo a riferire qualcosa allo zar. Anna si sporse in avanti per ascoltarlo.

- Stiva! Stiva! - gridò al fratello.

Ma il fratello non la udì. Ella di nuovo voleva andar via.

- Vi offro ancora una volta il braccio, se volete andare - disse Aleksej Aleksandrovic, toccandole il braccio.

Ella si scostò da lui con ribrezzo e, senza guardarlo in viso, rispose:

- No, no, lasciatemi, rimango.

Vedeva adesso che dal punto dove era caduto Vronskij correva, attraversando tutto il circuito, un ufficiale diretto alla tribuna. Betsy gli faceva cenno col fazzoletto. L'ufficiale portò la notizia che il cavaliere era salvo, ma il cavallo si era rotto la schiena.

Udito questo, Anna si sedette di colpo e si coprì il viso col ventaglio. Vedendo che ella piangeva e che, non solo non riusciva a trattenere le lacrime, ma neanche i singhiozzi che le sollevavano il petto, Aleksej Aleksandrovic la coprì con la propria persona, dandole il tempo di rimettersi.

- Per la terza volta vi offro il mio braccio - disse dopo un po' di tempo, rivolgendosi a lei. Anna lo guardava e non sapeva cosa dire. La principessa Betsy venne in suo aiuto.

- No, Aleksej Aleksandrovic, ho accompagnato io Anna, e io ho promesso di riaccompagnarla - s'intromise.

- Perdonatemi, principessa - egli disse, sorridendo con cortesia, ma guardandola fermo negli occhi - io vedo che Anna non sta del tutto bene e desidero che venga con me.

Anna si voltò a guardarlo spaventata, si alzò sottomessa e poggiò la mano sul braccio del marito.

- Manderò da lui, m'informerò e poi farò sapere - le sussurrò Betsy.

All'uscita della tribuna, Aleksej Aleksandrovic, come sempre, parlava con quelli che incontrava e Anna doveva come sempre rispondere e parlare; ma era proprio fuori di sé e come in sogno andava sotto il braccio del marito.

"Si è ammazzato o no? È vero? Verrà o no? Lo vedrò stasera?" pensava.

In silenzio prese posto nella vettura di Aleksej Aleksandrovic e in silenzio rimase anche quando si furono allontanati dalla calca degli equipaggi. Malgrado tutto quello che aveva visto, Aleksej Aleksandrovic non si permetteva di pensare alla reale posizione della moglie. Egli coglieva solo i segni esteriori, aveva visto ch'ella si comportava in modo poco conveniente, e riteneva suo dovere dirglielo. Ma era molto difficile non dire nulla di più, dirle soltanto questo. Aprì la bocca per dirle che si era comportata in modo sconveniente, e invece, senza volere, disse tutt'altra cosa.

- Ma come siamo tutti inclini a questi spettacoli feroci - disse. - Io noto....

- Cosa? Non capisco - disse Anna in tono sprezzante.

Egli si offese e cominciò subito a dirle quello che voleva.

- Devo dirvi... - cominciò.

"Eccola, la spiegazione" pensò lei, e n'ebbe paura.

- Devo dirvi che vi siete comportata in modo del tutto sconveniente - egli disse in francese.

- In che cosa mi sono comportata in modo sconveniente? - ella disse forte, voltandosi rapida verso di lui e guardandolo dritto negli occhi, non più con quella sua allegria mordace di prima, ma con un'aria decisa che nascondeva a stento il terrore provato.

- Non dimenticate - egli disse, indicandole il vetro aperto di contro al cocchiere.

E si alzò e lo tirò su.

- Che cosa avete trovato di sconveniente? - ella ripeté.

- Quella disperazione che non avete saputo nascondere per la caduta di uno dei cavalieri.

S'aspettava che ella ribattesse. Ma ella taceva, guardando davanti a sé.

- Vi ho già pregata di comportarvi in modo che anche le male lingue non abbiano a dire nulla contro di voi. Un tempo vi ho parlato di rapporti interiori; ora non ne parlo più. Ora vi parlo solo dei rapporti esteriori. Vi siete comportata in modo sconveniente, e desidero che ciò non si ripeta.

Ella non sentiva nemmeno metà delle sue parole; aveva paura di lui, ma intanto pensava se era vero che Vronskij non era rimasto ucciso. Era di lui che dicevano che era rimasto illeso, mentre il cavallo s'era spezzata la schiena? Appena egli ebbe finito di parlare, ella sorrise in quella sua maniera beffarda e falsa, e non rispose perché non aveva sentito quello che aveva detto. Aleksej Aleksandrovic allora riprese a parlare arditamente, ma appena ebbe coscienza di quello che diceva, il terrore di Anna si comunicò a lui. Notò quel riso, e una strana aberrazione lo prese.

"Ride dei miei sospetti. Ecco, ora mi dirà subito quello che ha già detto l'altra volta: che i miei sospetti sono infondati, che tutto ciò è ridicolo".

Ora che era sospesa su di lui la scoperta di tutto, nulla desiderava tanto quanto ch'ella rispondesse beffarda, così come l'altra volta, che i suoi sospetti erano infondati e ridicoli. Così spaventoso era quello che sapeva che era pronto a credere a tutto. Ma l'espressione del viso di lei, atterrito e torvo, non prometteva ora neppure l'inganno.

- Forse io mi sbaglio - disse. - In tal caso vogliate perdonarmi.

- No, non vi siete sbagliato - ella disse lentamente, guardando con disperazione il suo viso impassibile. - Voi non vi siete sbagliato. Sono sconvolta e non posso non esserlo ancora. Io ascolto voi, e penso a lui. Io amo lui, sono la sua amante, e non posso più resistere. Ho paura, vi odio.... Fate di me quel che volete.

E riversatasi all'indietro in un angolo della carrozza, scoppiò in singhiozzi, coprendosi il viso con le mani. Aleksej Aleksandrovic non si mosse e non mutò la direzione del suo sguardo, fisso davanti a sé. Ma tutto il suo viso prese ad un tratto l'immobilità solenne di un cadavere e questa espressione permase tale per tutto il tempo del percorso fino alla villa. Avvicinandosi alla casa, egli girò il capo verso di lei, sempre con la stessa espressione del viso.

- Già, ma io pretendo l'osservanza delle forme esteriori fino al momento in cui - e qui la voce gli tremò - non avrò prese le misure necessarie per difendere il mio onore e ve le avrò comunicate.

Uscì dalla carrozza e l'aiutò a discendere. In presenza della servitù le strinse in silenzio la mano, risalì in vettura e partì per Pietroburgo.

Subito dopo venne un cameriere da parte della principessa Betsy e recò un biglietto per Anna.

"Ho mandato da Aleksej per sapere della sua salute, ed egli mi scrive che è sano e salvo, ma desolato".

"Allora verrà - pensò. - Come ho fatto bene a dirgli tutto!".

Guardò l'orologio. Mancavano ancora tre ore, e il ricordo dei particolari dell'ultimo incontro le accese il sangue.

"Dio mio, come è chiaro ancora! È terribile, ma io amo vederlo quel suo viso, e amo questa luce fantastica.... Mio marito, ah, già.... Ma, grazie a Dio, con lui tutto è finito".

XXX

Come in tutti i luoghi dove si riunisce gente varia, così pure nella piccola stazione termale tedesca dove erano arrivati gli (cerbackij, si era venuta a formare quella tale, per così dire, cristallizzazione della società che ad ogni suo membro fissa un posto definito e immutabile. Ogni nuovo personaggio che arrivava nel luogo di cura, si fissava nel posto che gli era proprio, così come una goccia d'acqua riceve dal freddo, definita e immutabile, una determinata forma di ghiacciuolo.

Fürst Šcerbackij sammt Gemahlin und Tochter per il nome e per l'appartamento che occupavano e per gli amici che avevano trovato, si cristallizzarono nel loro posto definito e ad essi destinato.

Quell'anno, alla stazione termale, c'era un'autentica Fürstin tedesca; perciò la "cristallizzazione" si operava in maniera ancor più rigida. La principessa (cerbackaja volle assolutamente presentare sua figlia alla principessa di sangue reale, e fin dal giorno dopo l'arrivo compì questo rito. Kitty fece una profonda e graziosa riverenza nel suo vestito estivo molto semplice, e perciò molto elegante, ordinato a Parigi. La principessa reale disse: "Spero che le rose torneranno presto a fiorire sul quel bel visino". E da quel momento per gli (cerbackij si fissò saldamente, e subito, un determinato tenore di vita al quale non era possibile sottrarsi. Fecero amicizia con la famiglia di una lady inglese, con una contessa tedesca e con il figlio che era stato ferito nell'ultima guerra, con uno scienziato svedese e con mr. Canut e la sorella. Ma la compagnia degli (cerbackij si compose soprattutto, involontariamente, di una signora di Mosca, Mar'ja Evgenevna Rti(ceva, con la figlia (che non piaceva a Kitty perché si era ammalata di amore come lei), e di un colonnello moscovita che Kitty ricordava fin dall'infanzia, in divisa e spalline, ma che qui, con i suoi piccoli occhi e il collo scoperto, la cravattina a colori, era straordinariamente ridicolo; e noioso poi, perché non si riusciva a liberarsi di lui. Quando tutto si assestò in modo preciso, Kitty cominciò ad annoiarsi molto, ancor più perché il principe era partito per Karlsbad, ed ella era rimasta sola con la madre. Non si interessava a quelli che conosceva, perché sentiva che non ne avrebbe cavato nulla di nuovo. Il suo più grande e intimo interesse consisteva invece nell'osservare quelli che non conosceva, o nel fare supposizioni circa il loro carattere. Per una particolare inclinazione del suo carattere, Kitty supponeva sempre negli altri quanto può esserci di più bello, e soprattutto in coloro che non conosceva. E ora, fantasticando così intorno alle persone, ai rapporti che intercorrevano fra di loro ed alla loro appartenenza a una o all'altra categoria, Kitty si figurava i più belli e meravigliosi caratteri, e cercava riconferma alle sue supposizioni.

Tra queste persone le interessava in modo particolare una ragazza russa, arrivata al luogo di cura con una signora russa ammalata, la signora Stahl, come la chiamavano tutti. La signora Stahl apparteneva al gran mondo, ma era così malata da non poter camminare, e la si vedeva alle acque soltanto in qualche rara bella giornata, portatavi in una carrozzina. Ma non tanto per la malattia, quanto per alterigia, così spiegava la principessa, la signora Stahl non trattava nessuno dei russi.

La ragazza russa curava la signora Stahl e, oltre a ciò, Kitty aveva notato ch'ella andava d'accordo con tutti i malati gravi, che erano ben numerosi nella stazione termale, e si occupava di loro con grande semplicità. Questa ragazza, secondo le supposizioni di Kitty, non era parente della signora Stahl, ma non era nemmeno un'infermiera retribuita. La signora Stahl la chiamava Varen'ka e gli altri la chiamavano "m.lle Varen'ka". Kitty amava non solo fantasticare intorno ai rapporti fra questa ragazza e la signora Stahl e le altre persone a lei sconosciute, ma provava, come talvolta accade, un'istintiva simpatia per m.lle Varen'ka e sentiva, nei loro sguardi che s'incontravano, d'esserne ricambiata. M.lle Varen'ka, pur essendo certamente giovane, sembrava un essere senza giovinezza: le si potevano dare diciannove o trenta anni indifferentemente. Malgrado il suo colorito malato, a giudicare dai tratti del viso, era piuttosto bella che brutta. E poteva sembrar anche ben fatta se non vi fosse stata in lei un'eccessiva magrezza del corpo e una certa sproporzione tra la testa e la sua figura di media altezza; ma certamente non poteva piacere agli uomini. Somigliava a un bellissimo fiore ancor pieno di petali, ma già sfiorito, senza profumo. Non poteva piacere agli uomini, anche perché le mancava quello che abbondava in Kitty: un fuoco di vitalità contenuta e la coscienza del proprio fascino.

Sembrava tutta raccolta in qualche cosa di cui fosse certa in modo assoluto e non potesse pertanto interessarsi a nulla che ne fosse al di fuori. Ciò contrastava con quello che era nell'animo di Kitty e attirava questa verso di lei. Kitty sentiva che nell'altra, nel suo modo di vivere, avrebbe trovato un esempio di quanto ora tormentosamente cercava: l'interesse alla vita, il valore della vita all'infuori e al di là delle relazioni mondane tra una ragazza e gli uomini, relazioni che erano ormai odiose a Kitty e che le apparivano come un'umiliante esposizione di merce in attesa del compratore. Quanto più Kitty osservava l'amica sconosciuta, tanto più si convinceva che questa ragazza era proprio l'essere perfetto ch'ella immaginava, e tanto più desiderava di conoscerla.

Le due ragazze si incontravano varie volte al giorno, e ad ogni incontro gli occhi di Kitty dicevano: "Chi siete? Cosa mai siete? È vero che siete quell'essere delizioso che io mi figuro? Ma, per amor di Dio, non pensate - aggiungeva il suo sguardo - che io mi permetta di imporvi la mia conoscenza. Vi ammiro semplicemente e vi voglio bene". "Io pure vi voglio bene e voi siete molto carina. E vi vorrei ancora più bene, se avessi tempo" rispondeva lo sguardo della ragazza sconosciuta. E invero Kitty vedeva ch'ella era sempre occupata: accompagnava fuori i bambini di una famiglia russa, o portava uno scialle per la malata e ve l'avviluppava dentro, o cercava di distrarre un malato inasprito, sceglieva e comprava per qualcuno i pasticcini per il caffè.

Ben presto, dopo l'arrivo degli (cerbackij alla stazione termale, apparvero altri due personaggi che attirarono l'attenzione, poco benevola, di tutti. Erano: un uomo alto, un po' curvo, con delle mani enormi, un cappotto corto non fatto su misura, degli occhi neri ingenui e insieme terribili, e una donna graziosa, butterata, vestita male e senza gusto. Riconosciute queste persone per russi, Kitty aveva cominciato a comporre su di loro, nella sua immaginazione, un bellissimo e commovente romanzo. Ma la principessa, scoperto nella Kurliste che erano Levin Nikolaj e Mar'ja Nikolaevna, spiegò a Kitty quale pessimo soggetto fosse questo Levin, e tutti i sogni su questi due esseri scomparvero. Non tanto perché la madre glielo avesse detto, quanto per il fatto che si trattava del fratello di Konstantin, queste due persone parvero a Kitty molto antipatiche. Anzi questo Levin, con quella sua abitudine di scuotere il capo, suscitava addirittura in lei un senso di repulsione.

Le sembrava che in quei due grandi occhi terribili che la seguivano ostinatamente, ci fosse un sentimento di odio e di irrisione, ed ella cercava di evitare un incontro con lui.

XXXI

Era una brutta giornata, la pioggia era caduta per tutta la mattina e i malati si affollavano con gli ombrelli sotto il portico.

Kitty passeggiava insieme con la madre e il colonnello moscovita, che faceva allegramente l'elegantone con il suo soprabito all'europea, comprato già bell'e fatto a Francoforte. Camminavano da un lato del porticato, cercando di evitare Levin che camminava nell'altro senso. Varen'ka con il suo abito scuro, il cappello nero dalla falda ripiegata in giù, accompagnava una francese cieca lungo tutto il porticato, e ogni volta che s'incontrava con Kitty, scambiava con lei uno sguardo di simpatia.

- Mamma, posso rivolgerle la parola? - disse Kitty, seguendo con gli occhi l'amica sconosciuta che si avviava alla fonte dove avrebbero potuto incontrarsi.

- Se lo desideri tanto, prenderò informazioni sul suo conto, e l'avvicinerò io stessa - rispose la madre. - Cosa ci trovi di particolare? Deve essere una dama di compagnia. Se vuoi farò conoscenza con la signora Stahl. Conosco la sua belle-soeur - aggiunse la principessa, sollevando con orgoglio il capo.

Kitty sapeva che la principessa era offesa dal fatto che la signora Stahl sembrava evitare di fare la sua conoscenza.

- È un incanto, com'è cara! - ella disse, guardando Varen'ka, nel momento in cui porgeva un bicchiere alla francese. - Guardate come in lei tutto è schietto e grazioso.

- Mi fanno ridere i tuoi engouements - disse la principessa. - No, torniamo indietro piuttosto - aggiunse poi, avendo notato Levin che moveva loro incontro con la sua donna e con un medico tedesco al quale andava dicendo qualcosa ad alta voce, con irritazione.

Si voltarono per tornare indietro, quando improvvisamente sentirono, non più un parlare ad alta voce, ma un gridare. Levin, fermatosi, urlava, ed anche il dottore si accalorava. La folla si riuniva intorno a loro. La principessa e Kitty si allontanarono in fretta, mentre il colonnello si unì alla folla per sapere di che si trattasse. Dopo qualche minuto il colonnello le raggiunse.

- Che cosa è successo? - domandò la principessa.

- Un'infamia, un'ignominia - rispose il colonnello. - Una cosa sola c'è da temere: incontrare dei russi all'estero. Quel signore alto ha leticato col dottore, gli ha detto un sacco di insolenze perché non lo cura come si deve e ha levato il bastone su di lui. È proprio un'ignominia!

- Ah, che cosa spiacevole! - disse la principessa. - E come è andata a finire?

- Grazie a quella lì... ci si è messa in mezzo, quella lì... quella col cappello a fungo. Una russa, mi pare - disse il colonnello.

- M.lle Varen'ka? - chiese Kitty con gioia.

- Sì, sì. S'è trovata prima di tutti; ha preso quel signore sotto braccio e l'ha portato via.

- Ecco, mamma - disse Kitty alla madre - voi vi meravigliate che io mi entusiasmi per lei!

Fin dal giorno seguente, osservando la sua amica sconosciuta, Kitty notò che m.lle Varen'ka anche con Levin e la sua compagna usava già quei rapporti che usava con gli altri suoi protégés. Si avvicinava loro, conversava, faceva da interprete alla donna che non parlava nessuna lingua straniera.

Kitty cominciò a supplicare ancora di più la madre perché le permettesse di conoscere Varen'ka. E per quanto dispiacesse alla principessa di fare, per così dire, il primo passo verso la signora Stahl, che si permetteva di essere orgogliosa di chi sa che cosa, ella assunse informazioni su Varen'ka. Ottenutele e concluso che non c'era nulla di male, pur non essendovi nulla di buono, in questa conoscenza, si avvicinò ella stessa per prima a Varen'ka, e si presentò.

Nel momento in cui la figlia era andata alla fonte e Varen'ka era ferma dinanzi ad una panetteria, la principessa le si avvicinò.

- Permettetemi di fare la vostra conoscenza - disse con il suo sorriso sostenuto. - Mia figlia è innamorata di voi. Voi forse non mi conoscete. Io....

- È una simpatia più che scambievole, principessa - rispose in fretta Varen'ka.

- Che buona azione avete fatto ieri verso quel nostro povero compatriota! - disse la principessa.

Varen'ka arrossì.

- Non so, mi pare di non aver fatto nulla - ella disse.

- Come! Avete salvato quel Levin da un incidente increscioso.

- Sì, sa compagne mi ha chiamato ed io ho cercato di calmarlo: è molto malato e non è contento del dottore. Ma io sono avvezza a curare questi malati.

- Sì, ho sentito che vivete a Mentone con vostra zia, mi pare, m.me Stahl. Conosco la sua belle-soeur.

- No, non è mia zia. La chiamo maman, ma non le sono parente. Sono stata allevata da lei - rispose Varen'ka, arrossendo di nuovo.

La cosa era stata detta con tanta semplicità, ed era così piena di grazia l'espressione sincera e aperta del suo viso, che la principessa capì perché Kitty avesse preso a voler bene a questa Varen'ka.

- E ora che cosa fa qui quel Levin? - chiese la principessa.

- Se ne parte - rispose Varen'ka.

In quel momento, tornando dalla fonte, raggiante di gioia perché sua madre aveva fatto la conoscenza con l'amica sconosciuta, Kitty si avvicinò.

- Ebbene, ecco Kitty, il tuo gran desiderio di far la conoscenza con m.lle....

- Varen'ka - suggerì, sorridendo, Varen'ka - mi chiamano tutti così.

Kitty arrossì di gioia e tenne stretta a lungo, tacendo, la mano della nuova amica, che non rispondeva alla sua stretta, ma rimaneva immobile nella mano di lei. La mano non rispondeva alla stretta, ma il viso di m.lle Varen'ka si illuminò di un sorriso tranquillo, dolce anche se un po' triste, che scopriva i denti grandi, ma belli.

- Anch'io lo desideravo da tempo - ella disse.

- Ma voi siete così occupata....

- Oh, al contrario, non sono per nulla occupata - rispose Varen'ka, e intanto, proprio in quel momento, dovette lasciare le nuove conoscenti, perché due bambine russe, figlie di un malato, correvano verso di lei.

- Varen'ka, la mamma chiama! - gridavano.

E Varen'ka se ne andò con loro.

XXXII

I particolari che la principessa era venuta a sapere sul passato di Varen'ka e sui suoi rapporti con la signora Stahl erano i seguenti.

La signora Stahl, della quale alcuni dicevano che aveva tormentato il marito, e altri che costui aveva tormentato lei con la sua condotta immorale, era una donna eternamente ammalata ed esaltata. Il suo primo bambino, nato dopo il divorzio, era morto appena venuto al mondo, e i parenti della signora Stahl, conoscendo la sua sensibilità e temendo che questa notizia potesse ucciderla, sostituirono il bambino con la figlia del cuoco di corte, nata in quella stessa notte e nella stessa casa, a Pietroburgo. Era questa Varen'ka. La signora Stahl, in seguito, aveva saputo che Varen'ka non era sua figlia, ma aveva continuato ad allevarla, tanto più che, non molto dopo, Varen'ka era rimasta orfana di padre e di madre.

La signora Stahl viveva da più di dieci anni continuamente all'estero, al sud, senza mai alzarsi dal letto. Alcuni dicevano che la signora Stahl si era creata in società la fama di donna virtuosa, profondamente religiosa; altri dicevano ch'ella era tale nell'anima quale appariva: un essere altamente morale che viveva solo per il bene del prossimo. Nessuno sapeva di quale religione fosse: cattolica, protestante o ortodossa; ma una cosa era fuor di dubbio: che era in relazioni amichevoli con i personaggi più alti di tutte le chiese e di tutte le confessioni.

Varen'ka viveva sempre con lei all'estero e tutti quelli che conoscevano la signora Stahl conoscevano e amavano m.lle Varen'ka, così come era chiamata.

Conosciuti questi particolari, la principessa non trovò nulla di riprovevole nel fare avvicinare la propria figliuola a Varen'ka, tanto più che Varen'ka aveva modi di educazione eccellenti: parlava perfettamente il francese e l'inglese; e poi, e ciò contava più di tutto, ella aveva riferito il rammarico della signora Stahl di essere privata, a causa della sua malattia, del piacere di fare la conoscenza della principessa.

Conosciuta Varen'ka, Kitty ne fu sempre più entusiasta, e ogni giorno scopriva in lei nuove qualità.

La principessa, avendo saputo che Varen'ka aveva una bella voce, la pregò di venire a cantare da loro una sera.

- Kitty suona... non abbiamo un buon pianoforte, è vero, ma voi ci farete un gran piacere - disse la principessa con il suo sorriso di occasione che ora spiaceva in modo particolare a Kitty perché aveva notato come Varen'ka non avesse nessuna voglia di cantare. Varen'ka, tuttavia, venne una sera e portò con sé gli spartiti. La principessa aveva invitato Mar'ja Evgenevna con la figlia e il colonnello.

Varen'ka sembrava completamente indifferente al fatto che ci fossero persone a lei sconosciute, e subito si accostò al piano. Non sapeva accompagnarsi; ma leggeva benissimo le note con la voce. Kitty, che suonava bene, l'accompagnava.

- Avete un talento straordinario - le disse la principessa dopo che Varen'ka ebbe cantato il primo pezzo. Mar'ja Evgenevna e la figlia la ringraziarono e si complimentarono.

- Guardate un po' - disse il colonnello osservando dalla finestra - che pubblico s'è raccolto ad ascoltarvi. - Infatti sotto le finestre s'era raccolto un gruppo abbastanza folto.

- Sono molto contenta che questo vi faccia piacere - rispose semplicemente Varen'ka.

Kitty guardava l'amica con orgoglio. Era entusiasta dell'arte, della voce e del viso di lei, ma più di tutto era entusiasta del suo modo di fare, del fatto che Varen'ka, evidentemente, non dava alcun peso al proprio canto ed era del tutto indifferente alle lodi; pareva solo domandare se dovesse cantare ancora, o se bastasse.

"Se fossi io - pensava Kitty fra sé - come andrei orgogliosa di questo! Come mi rallegrerei a guardar questa folla sotto le finestre! E a lei tutto è indifferente. La preoccupa solo il desiderio di non rifiutare e di far cosa gradita a maman. Che c'è mai in lei? Cos'è che le dà questa forza di rinunciare a tutto, di essere imperturbabilmente serena? Come vorrei sapere ciò e impararlo da lei!" pensava Kitty guardando fisso quel viso calmo. La principessa pregò Varen'ka di cantare ancora e Varen'ka cantò un altro pezzo con eguale calma, con precisione ed accuratezza, stando in piedi accanto al piano e battendo il tempo su di esso con la sua mano magra e abbronzata.

Fra gli spartiti, il pezzo che veniva dopo era una canzone italiana. Kitty ne accennò le prime battute e si voltò a guardare Varen'ka.

- Saltiamola, questa - disse Varen'ka, arrossendo.

Kitty fissò i suoi occhi turbati e interrogativi nel viso di Varen'ka.

- Allora via, un'altra cosa - aggiunse in fretta, svolgendo i fogli e comprendendo subito che a questa canzone era legato un qualche ricordo.

- No - rispose Varen'ka, poggiando la mano sulla musica e sorridendo - no, cantiamo questa - e cantò altrettanto bene, tranquilla e pacata come prima.

Quando ebbe finito, tutti la ringraziarono ancora e uscirono a prendere il tè: Kitty e Varen'ka uscirono nel piccolo giardino che era accanto alla casa.

- È vero che qualche vostro ricordo è legato a quella canzone? - disse Kitty. - Non me ne parlate - aggiunse in fretta, - ditemi soltanto se è vero.

- Perché non dirlo? Io parlerò - disse semplicemente Varen'ka, e, senza aspettare la risposta, continuò: - Già, è un ricordo, ed è stato penoso un tempo. Ho amato un uomo e ho cantato per lui quella canzone.

Kitty coi grandi occhi intenti taceva e guardava Varen'ka con tenerezza.

- Lo amavo, anche lui mi amava, ma sua madre non volle, e lui ha sposato un'altra. Ora vive non lontano da noi, ed io lo vedo ogni tanto. Non pensavate che anch'io potevo avere una storia d'amore? - disse, e nel bel viso brillò appena appena quella fiammella che, Kitty lo sentiva, aveva dovuto, un tempo, illuminarla tutta.

- Perché dovrei non pensarlo? Se fossi un uomo non avrei potuto amare nessun'altra dopo aver conosciuto voi. Non capisco, però, come egli abbia potuto dimenticare voi per compiacere sua madre e fare di voi un'infelice; non aveva cuore.

- Oh, no, è un uomo molto buono, e io non sono infelice; al contrario, sono molto felice. Su, non canteremo più stasera? - aggiunse, dirigendosi verso casa.

- Come siete buona, come siete buona! - esclamò Kitty e, fermatasi, la baciò. - Potessi assomigliarvi almeno un po'!

- Perché mai dovreste assomigliare a qualcuno? Voi siete buona così come siete - disse Varen'ka, sorridendo col suo sorriso mite e stanco.

- No, io non sono buona affatto. Su, ditemi.... Aspettate, sediamoci un po' - disse Kitty, facendola di nuovo sedere su di una panchina accanto a sé. - Ditemi, è possibile sentire come un'offesa il fatto che un uomo ha disdegnato il vostro amore, che non l'ha voluto?

- Ma lui non l'ha disdegnato il mio amore; io credo che mi amasse, ma era un figlio sottomesso....

- Già, ma se lui si fosse comportato così non per volere della madre, ma per proprio volere? - disse Kitty, sentendo di aver rivelato il proprio segreto e che il suo viso, rosso di fiamma per la vergogna, la tradiva.

- In tal caso egli avrebbe agito male, ed io avrei avuto pena di lui - rispose Varen'ka, comprendendo che ormai non si trattava più di lei, ma di Kitty.

- E l'offesa? - disse Kitty. - L'offesa non si può dimenticare - diceva, ricordando quel suo sguardo all'ultimo ballo, mentre la musica taceva.

- E in che cosa consiste quest'offesa? Che forse avete agito male voi?

- Peggio che male, vergognosamente.

Varen'ka scosse il capo e mise la mano su quella di Kitty.

- Ma perché mai vergognosamente? - ella disse. - Non potevate certo dire a un uomo, cui voi eravate indifferente, che l'amavate?

- S'intende che non l'ho detto; non ho detto neppure una parola, ma egli ha capito. No, no, ci sono degli sguardi, ci sono degli atteggiamenti!... Vivessi cento anni, non potrò dimenticare.

- Ebbene, allora? Non capisco. La questione è tutta in questo: se voi ora l'amate o no - disse Varen'ka, parlando chiaro.

- Lo odio, e non riesco a perdonarmelo.

- Ma che cosa dunque?

- La vergogna mia, l'offesa ricevutane.

- Ah, se tutti fossero sensibili come voi! - disse Varen'ka. - Non vi è una ragazza cui ciò non sia accaduto. Ma tutto questo è così poco importante!

- E che cosa mai è importante? - chiese Kitty, guardando il viso di lei con curiosa attenzione.

- Ah, molte cose sono importanti - disse sorridendo Varen'ka.

- E che cosa mai?

- Ah, molte cose sono più importanti - rispose Varen'ka, non sapendo cosa dire. Ma in quel momento dalla finestra si udì la voce della principessa:

- Kitty, fa fresco! O prendi uno scialle o rientra in casa.

- È vero, è ora - disse Varen'ka, alzandosi. - Devo ancora passare da m.me Berthe, me l'ha chiesto.

Kitty le teneva la mano e con appassionata ansietà e preghiera le domandava con lo sguardo: "Cos'è, cos'è mai questa cosa più importante di tutto che dà una simile pace? Voi la sapete, ditemela!". Ma Varen'ka non capiva quello che le domandava lo sguardo di Kitty. Ricordava solo che quel giorno doveva ancora passare da m.me Berthe e che doveva arrivare in tempo a casa per il tè di maman, verso mezzanotte. Entrò nelle stanze, riunì la musica e, dopo aver salutato tutti, si preparò ad andar via.

- Permettete che vi accompagni - disse il colonnello.

- Ma certo; e come andar sola, di notte? - replicò la principessa. - Altrimenti vi farò accompagnare da Para(a.

Kitty vedeva che Varen'ka tratteneva a stento un sorriso per questa convinzione che si dovesse accompagnarla.

- No, io vado sempre da sola, e non mi accade mai nulla - disse, prendendo il cappello. E dopo aver baciato ancora una volta Kitty, e senza averle detto quale fosse la cosa importante, con passo svelto e con le carte sotto il braccio, scomparve nella penombra della notte estiva, portando con sé il segreto di quello che era importante e che le conferiva quella invidiabile, dignitosa pace.

XXXIII

Kitty aveva conosciuto anche la signora Stahl e questa conoscenza, unita all'amicizia di Varen'ka, non solo aveva avuto una grande influenza su di lei, ma l'aveva consolata della sua pena. Aveva trovato sollievo perché, grazie a questa conoscenza, le si era aperto nell'anima un mondo del tutto nuovo, che non aveva nulla di comune col suo passato, un mondo elevato, bellissimo, dall'alto del quale si poteva guardare con serenità al passato. Ebbe la rivelazione che oltre alla vita istintiva, alla quale ella si era finora abbandonata, esisteva anche una vita dello spirito. Questa vita era rivelata dalla religione, ma da una religione che non aveva nulla di comune con quella che Kitty praticava dall'infanzia e che tutta si esprimeva ed esauriva nell'assistere alla messa e ai vespri, nel recarsi alla "Casa delle vedove" dove si potevano incontrare dei conoscenti, e nello studiare a memoria col batju(ka testi in slavo antico: quest'altra era una religione altissima, misteriosa, legata a una serie di pensieri e di sentimenti splendidi, in cui non solo si poteva credere, perché così era comandato, ma che si poteva amare.

Kitty non apprese tutto ciò dalle parole. La signora Stahl parlava con Kitty come una bambina graziosa di cui ci si compiace quasi in ricordo della propria giovinezza, e soltanto una volta aveva detto che tutti i dolori umani traggono conforto soltanto dall'amore e dalla fede, e che nessun dolore è trascurato dalla compassione di Cristo per noi: ma subito aveva avviato il discorso su un altro argomento. Eppure Kitty in ogni movimento di lei, in ogni sua parola, in ogni suo sguardo che Kitty definiva celestiale, e in particolare in tutta la storia della vita di lei che ella conosceva attraverso Varen'ka, in tutto infine, riconosceva "quello che è importante", e che finora non aveva conosciuto.

Ma per quanto elevato fosse il carattere della signora Stahl, per quanto commovente fosse tutta la sua storia, per quanto elevata e tenera la sua parola, Kitty notò un lei, e con disapprovazione, alcuni tratti che la sconcertarono. Aveva notato che, chiedendole dei suoi parenti, la signora Stahl aveva sorriso sprezzantemente, il che era contrario alla carità cristiana. Inoltre un giorno che aveva trovato da lei un prete cattolico aveva notato che la signora Stahl aveva tenuto con cura il viso nell'ombra del paralume e aveva sorriso in modo strano. Per quanto insignificanti, queste due osservazioni la sconcertarono ed ella dubitava ora della signora Stahl. In compenso Varen'ka, sola al mondo, senza parenti, senza amici, con la sua triste delusione nel cuore, Varen'ka che non desiderava nulla e di nulla si rammaricava, costituiva quella perfezione che Kitty soltanto in sogno aveva intravisto. Osservando Varen'ka aveva compreso che bastava solo dimenticare se stessi e amare gli altri per essere calmi, felici e sereni. Tale voleva essere Kitty. Avendo adesso chiaramente conosciuto quale fosse la cosa più importante, Kitty non si accontentò di ammirare, ma subito si diede con tutta l'anima a praticare questa nuova vita che le si era dischiusa. Seguendo i racconti di Varen'ka sull'attività della signora Stahl e di altre persone che ella nominava, Kitty si tracciò un piano di vita per l'avvenire. Dovunque avesse vissuto, ella avrebbe cercato, come Aline, la nipote della signora Stahl di cui Varen'ka parlava tanto, gli sventurati, li avrebbe aiutati per quanto possibile, avrebbe distribuito il Vangelo, lo avrebbe letto ai malati, ai delinquenti, ai moribondi. L'idea di leggere il Vangelo ai delinquenti, così come faceva Aline, tentava in modo particolare Kitty. Ma tutti questi erano segreti, dei quali Kitty non faceva parte né alla madre, né a Varen'ka.

E, in attesa di poter eseguire su vasta scala i suoi piani, Kitty anche ora nella stazione termale, dove c'erano tanti malati e tanti disgraziati, imitando Varen'ka, trovò facile attuazione alle sue nuove direttive.

Dapprima la principessa notò che Kitty si trovava sotto un forte influsso del suo engouement, così come lo chiamava lei, per la signora Stahl e in particolare per Varen'ka. Vedeva che Kitty, non solo imitava Varen'ka nella sua attività, ma senza accorgersene l'imitava anche nella maniera di camminare, di parlare e di battere le palpebre. Ma in seguito la principessa notò che nella figlia, a parte questo incantamento, si compiva una vera trasformazione spirituale.

La principessa notava che Kitty, di sera, leggeva un Vangelo francese che le aveva regalato la signora Stahl, cosa che prima non faceva; sfuggiva le relazioni mondane e si accostava ai malati che erano sotto la protezione di Varen'ka, ed in particolare a una povera famiglia di un certo pittore, Petrov. Kitty evidentemente era orgogliosa di compiere i doveri di una suora di carità in questa famiglia. Tutto questo era bene e la principessa non trovava nulla da ridire, tanto più che la moglie di Petrov era una donna perfettamente a posto, e che la principessa reale, notando l'attività di Kitty, ne aveva fatto le lodi chiamandola l'angelo consolatore. Tutto questo sarebbe andato molto bene se non avesse raggiunto l'eccesso. E la principessa, vedendo che la figlia cadeva nell'eccesso, glielo faceva notare.

- Il ne faut jamais rien outrer - le diceva. Ma la figlia non rispondeva nulla. In cuor suo pensava che non si può parlare di eccesso nell'attività cristiana. Quale eccesso poteva esserci in una dottrina che insegnava a porgere la guancia sinistra quando avessero percosso la destra, e a dar via la camicia, quando avessero tolto il mantello? Ma alla principessa questo eccesso non piaceva e ancor più le spiaceva il fatto che Kitty, ella lo sentiva, non le aprisse tutta l'anima sua. In realtà Kitty nascondeva alla madre le sue nuove visioni e i suoi sentimenti. Li nascondeva, non perché non stimasse o non amasse sua madre, ma solo perché era sua madre; li avrebbe svelati a chiunque anziché alla madre.

- È un bel po' che Anna Pavlovna non è venuta da noi - disse un giorno la principessa a proposito della Petrova. - L'ho invitata; ma mi pare offesa.

- No, non l'ho notato, maman - disse Kitty, avvampando.

- È da molto che manchi da loro?

- Pensiamo di fare domani una passeggiata in montagna - rispose Kitty.

- Ebbene, andate - disse la principessa, notando la confusione apparsa sul viso della figlia e cercando di indovinarne la causa.

Quel giorno stesso Varen'ka venne a pranzo e riferì che Anna Pavlovna aveva rinunciato ad andare l'indomani in montagna. E la principessa notò che Kitty era improvvisamente diventata rossa.

- Kitty, non è mica successo qualcosa di spiacevole tra te e i Petrov? - chiese la principessa quando restarono sole. - Perché non ha più mandato le bambine da noi?

Kitty rispose che nulla era successo fra di loro e che proprio non capiva perché Anna Pavlovna sembrasse scontenta di lei. Kitty aveva detto tutta la verità. Non conosceva le cause del cambiamento di Anna Pavlovna nei suoi riguardi, ma indovinava. Indovinava una tal cosa che non poteva dire alla madre, che non poteva dire nemmeno a se stessa. Era una di quelle cose che si intuiscono, ma che non si possono dire neanche a se stessi: tanto è terribile e vergognoso lo sbagliarsi.

Riesaminò ancora una volta nel ricordo tutti i suoi rapporti con quella famiglia. Ricordò la gioia ingenua che si esprimeva sul viso tondo, bonario di Anna Pavlovna nei loro incontri; ricordò i loro discorsi segreti a proposito del malato, le congiure per distrarlo dal lavoro che gli era stato proibito, e per portarlo a passeggio; l'attaccamento del bambino più piccolo che la chiamava "la mia Kitty" e che non voleva andare a letto senza di lei. Come tutto era bello! Poi ricordò la figura magra di Petrov, il suo collo lungo, il soprabito marrone, i radi capelli ondulati, gli occhi azzurri che sembravano interrogare e che impressionavano Kitty nei primi tempi, e gli sforzi morbosi di lui per sembrare valido e vivace in sua presenza. Ricordò il proprio sforzo per vincere nei primi tempi la ripugnanza che provava per lui come per tutti i tisici, e lo sforzo per escogitare cosa dirgli. Ricordò quello sguardo timido, commosso col quale egli la guardava, e lo strano senso di compassione e di imbarazzo, seguìto alla coscienza della propria virtù, ch'ella provava in quel momento. Come tutto ciò era bello! Ma tutto questo era accaduto nei primi tempi. Ora invece, da alcuni giorni, tutto si era improvvisamente sciupato. Anna Pavlovna l'accoglieva con una cortesia finta e non cessava d'osservare lei e il marito.

Possibile che quella commovente gioia di lui al suo avvicinarsi fosse la causa del raffreddamento di Anna Pavlovna?

"Sì - ricordava - c'era qualcosa di poco naturale in Anna Pavlovna, del tutto diverso dalla sua bontà, quando l'altro giorno ha detto con rancore: 'Ecco, tutto per aspettare voi, non ha voluto prendere il caffè senza di voi, pur essendo spaventosamente debole'".

"Sì, forse le è spiaciuto anche quando gli ho dato lo scialle. Tutto questo è così semplice, ma lui l'ha accolto con tanto impaccio, ha ringraziato così a lungo che io ero a disagio. E quel mio ritratto che ha dipinto così bene! E poi ancora, soprattutto, quello sguardo, confuso e tenero! Sì, sì, è così! - si ripeteva con orrore. - No, questo non può, non deve essere! Fa tanta pena!" diceva a se stessa subito dopo.

E questo dubbio le avvelenava l'incanto della nuova vita.

XXXIV

Prima della chiusura della stagione termale, il principe (cerbackij che, dopo Karlsbad, era stato a Baden e Kissingen, da conoscenti russi per fare, come egli diceva, provvista di spirito russo, tornò dai suoi.

Le opinioni del principe e della principessa sulla vita all'estero erano completamente opposte. La principessa trovava tutto bellissimo e, malgrado la sua salda posizione nella società russa, all'estero faceva di tutto per sembrare una dama europea, quale non era, dal momento che era una vera signora russa, e in questo suo voler essere diversa da quello che era, si sentiva un po' a disagio. Il principe, al contrario, all'estero criticava tutto, si sentiva oppresso dalla vita europea, conservava le sue abitudini russe, sforzandosi di mostrarsi all'estero meno europeo di quanto non lo fosse in realtà.

Il principe era tornato dimagrito, con le borse sotto gli occhi, ma di ottimo umore. E questo suo buon umore aumentò quando vide Kitty completamente ristabilita. La notizia dell'amicizia di Kitty con la signora Stahl e Varen'ka e le osservazioni della principessa su di un certo cambiamento prodottosi in Kitty, sconcertarono il principe e ridestarono in lui il solito senso di gelosia verso tutto quello che appassionava la figlia a sua insaputa, e la paura che la figlia sfuggisse alla sua influenza, rifugiandosi in qualche regione a lui inaccessibile. Ma queste notizie poco piacevoli affondarono in quel mare di bonarietà e di allegria che sempre era in lui e che la cura di Karlsbad aveva accresciuto.

Il giorno dopo il suo arrivo, il principe, di ottimo umore, nel suo lungo cappotto, con le sue rughe tipicamente russe e le guance gonfie sostenute dal colletto inamidato, andò alla fonte in compagnia della figlia.

La mattina era splendida: le case linde e allegre con i giardinetti, le cameriere tedesche dal viso rosso, dalle mani rosse, sature di birra e allegramente intente al lavoro, il sole gagliardo, rallegravano il cuore; ma più si avvicinavano alla fonte e più numerosi incontravano i malati, e il loro aspetto sembrava ancor più desolante sullo sfondo di vita tedesca solitamente ben organizzata. Questo contrasto non colpiva ormai più Kitty. Il sole splendente, l'allegro luccichio del verde, i suoni della musica erano per lei una cornice naturale di tutti quei visi ormai noti e dei loro mutamenti in peggio o in meglio ch'ella notava; ma al principe la luce e lo splendore di quella mattina di luglio, i suoni dell'orchestra che eseguiva un allegro valzer di moda e soprattutto la vista della rubiconde, robuste cameriere facevan l'effetto di cosa disadatta e innaturale ad accogliere quelle larve umane convenute da ogni parte d'Europa, lentamente deambulanti.

Malgrado il senso d'orgoglio e quasi di rinnovata giovinezza ch'egli provava quando la figliuola preferita camminava al suo braccio, sentiva ora quasi un senso di disagio e di mortificazione per il proprio passo deciso, per le proprie membra robuste, ricoperte di carne. Provava la sensazione di un uomo che andasse svestito in società.

- Presentami, presentami ai tuoi nuovi amici - chiedeva alla figliuola, premendole il braccio col gomito. - Ho finito col voler bene anche a questo tuo sudicio Soden che ti ha fatto rimettere così. Solo che è triste, triste qui da voi. Questo chi è?

Kitty gli veniva nominando le persone conosciute e quelle non conosciute che incontrava. Proprio all'ingresso del giardino incontrarono m.me Berthe, la cieca, l'accompagnatrice, e il principe si rallegrò dell'espressione commossa della vecchia francese nel sentir la voce di Kitty. Ella subito si mise a parlar con lui, con quell'eccessiva cortesia francese, felicitandosi per la figliola così straordinaria e innalzando al cielo Kitty che chiamava tesoro, perla, angelo consolatore.

- Via, però è sempre l'angelo numero due - disse il principe sorridendo. - Perché l'angelo numero uno è m.lle Varen'ka, a dir di mia figlia.

- Oh, m.lle Varen'ka è un angelo del cielo, allez - replicò m.me Berthe.

Sotto il portico incontrarono Varen'ka in persona. Veniva svelta incontro a loro, con un'elegante borsetta rossa.

- Ecco, è arrivato anche papà! - le disse Kitty.

Varen'ka fece con semplicità e naturalezza, come del resto faceva tutto, un movimento fra l'inchino e la riverenza, e cominciò subito a parlare col principe come parlava con tutti, in maniera semplice e spontanea.

- Ma io vi conosco, naturalmente, e vi conosco da molto - le disse il principe con un sorriso dal quale Kitty capì con gioia che l'amica sua era piaciuta al padre. - Dove vi affrettate tanto?

- Maman è qui - ella disse, volgendosi a Kitty. - Non ha dormito tutta la notte e il dottore le ha consigliato di uscire. Le porto il lavoro.

- Così questo è l'angelo numero uno - disse il principe, quando Varen'ka se ne fu andata.

Kitty vedeva ch'egli avrebbe voluto scherzare su Varen'ka, ma che non poteva riuscirci in nessun modo, perché Varen'ka gli era piaciuta.

- Sì, ecco che vedremo tutti i tuoi amici - aggiunse - anche la signora Stahl, se mi concederà l'onore di riconoscermi.

- Ma tu l'hai forse conosciuta, papà? - chiese Kitty con terrore, avendo notato un lampo di irrisione negli occhi del principe al ricordo della signora Stahl.

- Conoscevo suo marito e lei, ancora prima che si iscrivesse fra le pietiste.

- Che cosa vuol dire pietista, papà? - chiese Kitty, già spaventata del fatto che quello che ella apprezzava così altamente nella signora Stahl avesse un nome.

- Neanche io lo so con precisione. So soltanto ch'ella ringrazia Dio di tutto; di ogni sventura, e anche della morte del marito ringrazia Iddio. Ebbene, questo fa ridere, perché loro due non andavano d'accordo.

- Chi è quello là? Che viso da far pena! - chiese dopo aver notato un malato non alto, seduto su di una panchina, con un cappotto marrone e dei pantaloni bianchi che facevano delle strane pieghe sulle ossa scarnite delle gambe.

Il signore sollevò il cappello di paglia sui radi capelli ondulati, scoprendo una fronte alta, arrossata dal cappello.

- È Petrov, il pittore - rispose Kitty, arrossendo. - E questa è sua moglie - aggiunse indicando Anna Pavlovna la quale, come apposta, nel momento in cui essi si avvicinavano, si era messa a rincorrere un bambino scappato via per un viale.

- Come fa pena, ma che viso simpatico che ha! - disse il principe. - Come mai non ti sei avvicinata? Non ti voleva forse dire qualcosa?

- Su, via, andiamo! - disse Kitty voltandosi risoluta. - Come state oggi? - chiese a Petrov.

Petrov si alzò, appoggiandosi al bastone e guardando timidamente il principe.

- È mia figlia - disse il principe. - Permettetemi di fare la vostra conoscenza.

Il pittore si inchinò e sorrise, scoprendo i denti bianchi straordinariamente lucidi.

- Vi abbiamo aspettato ieri, principessina - disse egli a Kitty.

Vacillò, dicendo questo, ma, ripetendo il movimento, si sforzava di far parere che l'avesse fatto apposta.

- Io volevo venire ma Anna Pavlovna mi ha fatto sapere per mezzo di Varen'ka che non sareste andati.

- Come non saremmo andati! - disse Petrov, arrossendo e tossendo subito, cercando con gli occhi la moglie. - Aneta! Aneta! - chiamò con voce aspra e sul collo bianco si tesero, come corde, le grosse vene.

Anna Pavlovna si avvicinò.

- Come mai hai mandato a dire alla principessina che non saremmo andati? - mormorò irritato, già senza voce.

- Buon giorno, principessina - disse Anna Pavlovna, con un sorriso finto, affatto dissimile dalle sue maniere d'una volta. - Piacere di conoscervi - disse rivolta al principe. - Vi aspettavamo da lungo tempo, principe.

- Come mai hai mandato a dire alla principessina che non saremmo andati? - mormorò rauco, una seconda volta, il pittore ancor più irritato, perché la voce gli veniva a mancare e non riusciva a dare alle parole l'intonazione che avrebbe voluto.

- Ah, Dio mio! Pensavo che non saremmo andati - rispose la moglie con dispetto.

- Ma, come se... - e cominciò a tossire e a far un gesto con la mano.

Il principe sollevò il cappello e si allontanò con la figlia.

- Oh, oh - sospirò penosamente; - oh, che disgraziati!

- Sì, papà - ripose Kitty. - E devi sapere che hanno tre bambini, e sono senza donna di servizio e quasi senza mezzi. Egli riceve qualcosa dall'Accademia - raccontò vivacemente Kitty sforzandosi di soffocare l'agitazione dalla quale era stata presa per lo strano mutamento di Anna Pavlovna nei suoi riguardi.

- Ed ecco anche la signora Stahl! - disse Kitty, indicando una carrozzina nella quale, avvolta fra i cuscini e in un groviglio grigio-azzurro, sotto un ombrellino, giaceva una certa cosa.

Era la signora Stahl! Dietro di lei stava dritto un robusto lavoratore tedesco dall'aria burbera che la trasportava. Accanto veniva un biondo conte svedese che Kitty conosceva di nome. Alcuni malati si fermarono attorno alla carrozzina, guardando questa signora come una cosa rara.

Il principe si avvicinò. E subito negli occhi di lui Kitty notò la piccola luce di irrisione che l'aveva sconcertata. Si avvicinò alla signora Stahl e cominciò a parlare in quell'ottimo francese che ormai così pochi parlano, straordinariamente cortese e gentile.

- Non so se vi ricordate di me, ma io devo richiamarmi alla vostra memoria per ringraziarvi della bontà usata verso la mia figliuola - egli disse, dopo essersi tolto il cappello e senza rimetterlo.

- Il principe Aleksandr (cerbackij - disse la signora Stahl alzando su di lui i suoi occhi celesti, nei quali Kitty notò lo scontento. - Molto lieta. Io voglio molto bene alla vostra figliuola.

- La vostra salute è sempre poco buona?

- Sì, ormai mi ci sono abituata - disse la signora Stahl e presentò al principe il conte svedese.

-Ma voi siete molto poco cambiata - disse il principe. - Io non ho avuto l'onore di vedervi da dieci o undici anni.

- Sì, Dio dà la croce e Dio dà la forza per portarla. Spesso ci si meraviglia perché si prolunga questa vita.... Dall'altra parte! - disse con stizza a Varen'ka che le avvolgeva le gambe nello scialle non precisamente come voleva lei.

- Per far del bene, probabilmente - disse il principe, ridendo con gli occhi.

- Questo non spetta a noi giudicare - disse la signora Stahl, che aveva colto la sfumatura di irrisione nel viso del principe. - Così voi mi manderete questo libro, caro conte? Vi ringrazio molto - disse rivolta al giovane svedese.

- Ah - esclamò il principe, vedendo il colonnello di Mosca che era in piedi lì accanto e, salutata la signora Stahl, si allontanò con la figlia e con il colonnello moscovita che si era unito a loro.

- Questa è la nostra aristocrazia, principe - disse, cercando d'essere ironico, il colonnello moscovita, che ce l'aveva con la signora Stahl perché non aveva fatto amicizia con lui.

- Sempre la stessa - rispose il principe.

- Ma voi l'avete conosciuta ancora prima della sua malattia, cioè prima che si fosse messa a letto?

- Già, s'è messa a letto quando già la conoscevo.

- Dicono che non si alzi da dieci anni.

- Non si alza perché ha una gamba più corta dell'altra. È fatta molto male....

- Papà, ma non può essere! - gridò Kitty.

- Le cattive lingue dicono così, figlia mia. E la tua Varen'ka deve saperne abbastanza - aggiunse. - Oh queste signore malate!

- Oh, no, papà! - ribatté Kitty con calore. - Varen'ka l'adora. E poi è una donna che fa tanto bene. Domanda a chi vuoi. Lei ed Aline Stahl sono conosciute da tutti.

- Può darsi - disse egli, stringendole il braccio col gomito. - Ma vale di più quando si fa in modo che, a chiunque si chieda, nessuno lo sappia.

Kitty tacque, non perché non avesse nulla da ribattere, ma perché non voleva svelare neanche al padre i suoi segreti pensieri. Però, cosa strana, pur preparandosi a non sottostare all'introspezione del padre, a non dargli accesso nel suo santuario, sentì che quella immagine sublime della signora Stahl, che per un mese intero aveva portato nell'anima, era irrimediabilmente scomparsa, così come scompare la figura formata da un vestito abbandonato, quando ci si accorge che è solo un vestito. Era rimasta ormai una donna con una gamba più corta dell'altra che stava a letto perché era fatta male e tormentava la docile Varen'ka perché non ravvolgeva lo scialle così come andava fatto. E ormai nessuno sforzo dell'immaginazione poteva far rivivere la signora Stahl di prima.

XXXV

Il principe aveva trasmesso il suo buon umore ai familiari e agli amici e persino all'albergatore tedesco presso il quale stavano gli (cerbackij .

Tornando dalla fonte con Kitty e invitati per il caffè il colonnello, Mar'ja Evgenevna e Varen'ka, il principe ordinò di portare il tavolo e le poltrone nel giardino, sotto il castagno, e di apparecchiare là per la colazione. L'albergatore e la servitù si rianimarono per effetto del suo buon umore. Essi conoscevano la sua liberalità; mezz'ora dopo un dottore d'Amburgo, ammalato, che era alloggiato al piano superiore, guardava con invidia dalla finestra quell'allegra brigata di russi, formata di persone sane, raccolta sotto il castagno. All'ombra tremula, in cerchi, delle foglie, vicino a una tavola coperta da una tovaglia bianca e cosparsa di caffettiere, pane, burro, formaggio, selvaggina fredda, sedeva la principessa con un'acconciatura ornata di nastri lilla, che distribuiva tazze e tartine. All'altra estremità sedeva il principe che mangiava abbondantemente e discorreva a voce alta, allegra. Aveva disposto accanto a sé le compere fatte in grande quantità nei vari luoghi di cura: cofanetti scolpiti, gingilli, coltellini intagliati d'ogni specie, e li andava regalando a tutti, compresa Lischen, la cameriera, e l'albergatore, col quale scherzava in quel suo comico, pessimo tedesco, assicurandolo che non erano le acque che avevano guarito Kitty, ma la sua ottima cucina, in particolare la zuppa con le prugne secche. La principessa prendeva in giro il marito per le sue abitudini russe, ma era così vivace e allegra come non lo era mai stata in tutto il suo soggiorno nel luogo di cura. Il colonnello, come sempre, sorrideva agli scherzi del principe; ma in quanto all'Europa, che egli credeva di aver studiato a fondo, teneva dalla parte della principessa. La buona Mar'ja Evgenevna scoppiava a ridere a ogni facezia che diceva il principe, e perfino Varen'ka, cosa che Kitty non aveva notato mai, si sfiniva in un debole, ma contagioso riso suscitatole dagli scherzi del principe.

Tutto questo rallegrava Kitty, ma ella non riusciva a superare le sue preoccupazioni. Non poteva risolvere il problema che involontariamente le aveva posto il padre con la propria scherzosa opinione sui suoi amici e su quella vita che ella tanto aveva preso ad amare. A questo problema si aggiungeva inoltre il mutamento dei suoi rapporti coi Petrov che quel giorno si era rivelato così evidente e spiacevole. Tutti erano allegri, ma Kitty non poteva esserlo, e questo ancor più la tormentava. Provava una sensazione simile a quella che aveva provato nell'infanzia quando, chiusa in castigo in camera sua, sentiva il riso allegro delle sorelle.

- Ebbene, perché l'hai comprata tutta questa roba? - diceva la principessa, sorridendo e porgendo al marito una tazza di caffè

- Che vuoi fare? Vai a passeggio, ti avvicini a una botteguccia, ti pregano di comprare: "Erlaucht Excellenz, Durchlaucht". Ecco, quando hanno detto Durchlaucht, io non resisto più, ed ecco, dieci talleri sono andati via.

- Così, solo per sfuggire alla noia - disse la principessa.

- Si sa, per la noia. Una noia tale, moglie mia, che non sai dove batter la testa.

- Ma come ci si può annoiare, principe? Ci sono tante cose interessanti, ora, in Germania - disse Mar'ja Evgenevna.

- Sì, lo so tutto quello che c'è d'interessante: la zuppa con le prugne secche, lo so, le salsicce coi piselli, lo so.

- Ma no, vi prego, principe, le loro istituzioni sono interessanti - disse il colonnello.

- Che c'è di interessante? Sono tutti contenti come tanti soldoni di rame; hanno vinto tutti gli altri. Be', e io perché dovrei essere contento? Io non ho vinto nessuno; e là anche gli stivali te li devi togliere da solo e poi metterli dietro la porta. La mattina alzati, vestiti subito, vai nel salone a bere un pessimo tè. Ben altra cosa a casa! Ti svegli senza fretta, t'arrabbi contro qualcosa, brontoli un po', ritorni in te per benino, rifletti a tutto, non ti affanni.

- Ma il tempo è denaro, voi dimenticate ciò - disse il colonnello.

- Ma che tempo e tempo! A volte è tale, che dareste via tutto un mese per mezzo rublo, e altre volte non c'è denaro bastante per una mezz'ora. È così, Katen'ka? Che hai, così triste?

- Io, nulla.

- Ma dove andate? Restate ancora un po' - disse rivolto a Varen'ka.

- Devo andare a casa - disse Varen'ka, alzandosi e scoppiando di nuovo a ridere.

Ricompostasi, salutò ed entrò a prendere il cappello. Kitty la seguì. Perfino Varen'ka pareva ora un'altra. Non era peggiore, ma era un'altra da quella ch'ella aveva immaginato.

- Ah, da tempo non ridevo così - disse Varen'ka, raccogliendo ombrellino e borsa. - Com'è simpatico il vostro papà!

Kitty taceva.

- Quando ci vediamo? - chiese Varen'ka.

- Maman voleva passare dai Petrov. Voi non sarete là? - disse Kitty, mettendo Varen'ka alla prova.

- Sì, ci sarò - rispose Varen'ka. - Si preparano a partire e io ho promesso di aiutare a fare le valigie.

- Su, verrò anch'io.

- No, che ve ne importa?

- Perché, perché, perché? - si mise a dire Kitty, dilatando gli occhi e afferrando l'ombrellino per non lasciare andar via Varen'ka. - No, aspettate, perché?

- Ma dicevo così; è arrivato vostro padre, e poi hanno soggezione di voi.

- No, ditemi perché non volete che io vada spesso dai Petrov. Voi non volete, dunque? Perché?

- Io non ho detto questo - disse tranquilla Varen'ka.

- No, vi prego, ditelo!

- Devo dir tutto? - chiese Varen'ka.

- Tutto, tutto! - replicò Kitty.

- Ma non c'è nulla di particolare, c'è solo questo, che Michail Alekseevic - così si chiamava il pittore - prima voleva partir subito, e ora non vuole più partire - disse Varen'ka, sorridendo.

- Ebbene, ebbene - sollecitava Kitty, guardando torva Varen'ka.

- Ebbene, chi sa perché Anna Pavlovna ha detto che egli non vuole partire perché voi siete qui. Certo era inopportuno dir questo, ma a causa di questo, a causa vostra, ne è venuto fuori un litigio. E voi sapete come questi malati siano irritabili.

Kitty, accigliatasi sempre più, taceva e Varen'ka parlava da sola cercando di placarla e di calmarla, prevedendo la crisi che si andava preparando, non sapeva bene se di lacrime o di parole.

- Così è meglio che non andiate.... Dovete capire, e non offendervi.

- E mi sta bene e mi sta bene - cominciò a dire in fretta Kitty, afferrando l'ombrellino dalle mani di Varen'ka e guardando al di là degli occhi dell'amica.

Varen'ka voleva sorridere, vedendo l'arrabbiatura da bimba dell'amica, ma temeva di offenderla.

- Come, vi sta bene? Non capisco - disse.

- Mi sta bene perché tutto questo era una finzione, perché tutto questo è artificioso, e non viene dal cuore. Che me ne importa a me di un estraneo! Ed ecco che per colpa mia è venuto fuori un litigio, perché ho fatto quello che nessuno mi ha chiesto di fare. Perché tutto è finzione, finzione, finzione!

- Ma a quale scopo fingere? - disse piano Varen'ka.

- Ah, che cosa brutta, stupida! Io non avevo alcun bisogno.... Tutto è finzione! - diceva, aprendo e chiudendo l'ombrellino.

- Ma a quale scopo mai?

- Per parer migliori agli occhi della gente, a se stessi, per ingannare tutti. No, adesso non mi sottometterò più a questo. Esser cattiva, sia pure, ma almeno bugiarda, falsa, no!

- Ma chi mai è falsa? - disse Varen'ka con rimprovero. - Voi parlate come se....

Ma Kitty era tutta presa dall'ira. Non le dava modo di finir di parlare.

- Non parlo di voi, non parlo affatto di voi, voi siete la perfezione. Sì, sì, io lo so che voi siete la perfezione; ma che fare, se io sono cattiva? Questo non sarebbe accaduto se io non fossi cattiva. Che io sia quale sono, ma non falsa. Che me ne importa di Anna Pavlovna? Che vivano pure come piace loro, e io come piace a me. Io non posso esser diversa.... E tutto questo non è quel che dovrebbe essere, non è!

- Ma cosa mai non è quel che dovrebbe essere? - diceva Varen'ka perplessa.

- Tutto non è come dovrebbe essere. Io non posso vivere altrimenti che secondo il cuore, e voi vivete secondo le regole. Io ho preso ad amarvi semplicemente, e voi, forse, solo per salvarmi e istruirmi!

- Siete ingiusta! - disse Varen'ka.

- Ma io non dico nulla degli altri, parlo di me.

- Kitty - si udì la voce della madre, - vieni, mostra a papà i tuoi coralli.

Kitty con aria sdegnosa, senza far pace con l'amica, prese dalla tavola i coralli nella scatolina e andò dalla madre.

- Che ti è successo, che sei così rossa? - le dissero padre e madre a una voce.

- Nulla - ella rispose - vengo subito - e corse via.

"È ancora qui! - pensò. - Cosa le dirò, Dio mio! Che ho fatto, che ho detto! Perché l'ho offesa? Cosa fare? Cosa dirle?" pensava Kitty, e si fermò presso la porta.

Varen'ka col cappello e con l'ombrellino in mano sedeva vicino alla tavola, esaminando una molla che Kitty aveva spezzato. Ella alzò il capo.

- Varen'ka, perdonatemi, perdonate! - sussurrò Kitty, avvicinandosi a lei. - Io non mi ricordo quello che ho detto. Io....

- Non volevo addolorarvi, proprio no - disse Varen'ka, sorridendo.

La pace fu conclusa. Ma da quando era arrivato suo padre, tutto quel mondo in cui ella aveva vissuto le parve cambiato. Non rinnegò tutto quello che aveva ultimamente conosciuto, ma capì che ingannava se stessa, illudendosi di poter essere quello che voleva essere. Come se fosse tornata in sé, sentì tutta la difficoltà di mantenersi, senza finzione e senza vanteria, all'altezza alla quale aspirava; inoltre sentì tutto il peso di quel mondo di dolore, di malattie, di moribondi in cui viveva; le parvero tormentosi gli sforzi che faceva su di sé per amare tutto questo, e desiderò di andare al più presto via, all'aria fresca, in Russia, ad Ergu(ovo, dove, come aveva saputo da una lettera, era già andata Dolly coi bambini.

Ma il suo amore per Varen'ka non si affievolì. Nel congedarsi, Kitty la pregò di venire da loro in Russia.

- Verrò quando vi sposerete - disse Varen'ka.

- Io non mi sposerò.

- E allora non verrò mai.

- E allora mi sposerò, soltanto perché possiate venire. Badate, dunque, di non dimenticare la promessa! - disse Kitty.

Le previsioni del medico curante si erano avverate. Kitty ritornò a casa, in Russia, guarita. Non era più spensierata e allegra come una volta, ma era tranquilla. I suoi dolori di Mosca erano diventati un ricordo.

PARTE TERZA

I

Sergej Ivanovic Kozny(ev voleva prendersi un po' di riposo dal lavoro intellettuale e, invece di andarsene, come al solito, all'estero, verso la fine di maggio, si recò in campagna dal fratello. Secondo la sua convinzione, la vita di campagna era la migliore. Era quindi venuto dal fratello a godersela questa vita. Konstantin Levin ne fu molto contento; tanto più che per quell'estate non aspettava suo fratello Nikolaj. Ma, pur avendo stima ed affetto per Sergej Ivanovic, in campagna Konstantin Levin non si trovava a suo agio con lui. Non si sentiva a suo agio, e perfino gli spiaceva l'atteggiamento del fratello verso la vita di campagna. Per Konstantin Levin la campagna era un luogo di vita, cioè di gioia, di sofferenza e di lavoro; per Sergej Ivanovic la campagna era, da una parte, il riposo dal lavoro, dall'altra un utile controveleno alla corruzione, ch'egli prendeva con piacere, consapevole della sua efficacia. Per Konstantin Levin la campagna era tanto bella perché rappresentava il campo di azione per un lavoro indubbiamente utile; per Sergej Ivanovic la campagna era bella perché vi si poteva e vi si doveva restare oziosi. Inoltre anche l'atteggiamento di Sergej Ivanovic verso la gente di campagna offendeva un po' Konstantin Levin. Sergej Ivanovic diceva di amarla e di conoscerla, quella gente, e spesso se ne stava a discorrere con i contadini, cosa che faceva con garbo, senza infingimenti o affettazioni, e da ognuna di queste conversazioni ricavava dei dati generali in favore del popolo e a conferma della conoscenza che diceva di averne. Un simile atteggiamento non piaceva a Konstantin Levin. Per lui il contadino era solo il collaboratore primo al lavoro comune, e malgrado tutta la considerazione che gli accordava e un certo amore che aveva probabilmente succhiato, come egli stesso diceva, insieme al latte della balia contadina, tuttavia egli, come collaboratore al lavoro comune, pure estasiandosi talvolta dinanzi alla forza, all'umiltà, alla verità di quella gente, molto spesso, quando il lavoro comune richiedeva altre attitudini, inveiva contro il contadino per la sua trascurataggine e sporcizia, per la tendenza all'ubriachezza e l'abitudine a mentire. Se avessero chiesto a Konstantin Levin se amasse o no quella gente, egli invero non avrebbe saputo rispondere. L'amava e non l'amava, così come gli uomini in generale. Istintivamente di animo buono, era più incline ad amare anziché a non amare gli uomini, e così pure quella gente. Ma amarla o non amarla come qualcosa a sé, non poteva, perché non solo viveva con essa, non solo tutti i suoi interessi erano con essa collegati, ma riteneva di farne parte egli stesso, e non vedeva fra se stesso e quella gente nessuna differenza positiva o negativa, e perciò non poteva contrapporsi ad essa. Inoltre, pur vivendo da tempo nei più stretti rapporti coi contadini, e come padrone e come arbitro e soprattutto come consigliere (i contadini avevano fiducia in lui e venivano a lui per consiglio sin da quaranta verste all'intorno), non era riuscito a formarsene, peraltro, un concetto preciso, e si sarebbe trovato imbarazzato a rispondere alla domanda se li amasse oppure no. Dire di conoscere il contadino sarebbe stato per lui come dire di conoscere gli uomini. Conosceva e osservava continuamente uomini di ogni categoria e contadini, che considerava come gli uomini migliori e più interessanti, ma continuamente notava tratti nuovi per cui mutava i giudizi precedenti e ne formulava altri. Sergej Ivanovic, invece, aveva idee del tutto diverse. Come amava e lodava la vita di campagna, contrapponendola a quella che non amava, così pure amava la gente di campagna, contrapponendola a quella categoria di persone che egli non amava: considerava, dunque, il contadino qualcosa di diverso dagli uomini in genere. Nella sua mente ordinata si erano chiaramente fissate le forme definite della vita rurale, tratte, in parte, dalla stessa vita del contadino, ma in prevalenza da quella contrapposizione. Egli non cambiava mai la sua opinione e il suo atteggiamento di simpatia verso i contadini.

Nella discussione fra i due fratelli sul giudizio sui contadini, Sergej Ivanovic vinceva sempre il fratello, proprio perché Sergej Ivanovic aveva idee precise sul contadino e sul suo carattere, sulle sue peculiarità e usanze; Konstantin Levin, invece, non aveva nessuna idea definita, così che in queste discussioni finiva per convincersi della propria incongruenza.

Per Sergej Ivanovic il fratello minore era un buon ragazzo, dal cuore ben formato (così egli si esprimeva in francese), dalla mente sia pure abbastanza sveglia, ma influenzabile dalle impressioni del momento, e perciò piena di contraddizioni. Con la condiscendenza di fratello maggiore verso il minore, gli spiegava il senso delle cose, ma non trovava gusto a discutere con lui perché con troppa facilità lo metteva fuori combattimento.

Konstantin Levin giudicava il fratello un uomo di straordinario ingegno e cultura, nobile nel più alto senso della parola e dotato della facoltà di agire per il bene generale. Ma in fondo all'anima sua, quanto più gli appariva grande e quanto più nell'intimo lo conosceva, tanto più spesso gli veniva in mente che questa facoltà di lavorare per il bene collettivo, della quale egli si sentiva assolutamente sprovvisto, poteva anche non essere un valore concreto, ma piuttosto l'indice dell'insufficienza di qualche cosa; non già di buoni, onesti e nobili propositi e aspirazioni, ma di slancio vitale, di quello che si chiamava "cuore", di quell'anelito che costringe l'uomo, fra le innumerevoli vie della vita che gli si parano davanti, a sceglierne una, e a questa sola dedicarsi. Quanto più conosceva il fratello tanto più notava che Sergej Ivanovic e molte altre persone che agivano per il bene comune, non erano stati portati dal cuore verso questo amore per la collettività, ma dal cervello che aveva giudicato esser bene occuparsene, e solo per questo se ne occupavano. Levin si confermò ancor più in questa supposizione nel notare che il fratello si interessava alle questioni sul bene comune o sull'immortalità dell'anima, così come si interessava a una partita a scacchi o al complicato congegno di una macchina nuova.

Oltre a ciò Konstantin Levin non si trovava a suo agio, in campagna, col fratello, anche perché, specie d'estate, egli era continuamente occupato per l'azienda e non gli bastava neppure la lunga giornata estiva per compiere quanto era necessario, mentre Sergej Ivanovic era in ferie. Ma anche in vacanze, anche senza attendere, cioè, al proprio lavoro, egli era così abituato all'attività intellettuale, che amava esporre in bella e precisa forma le idee che gli venivano in mente, e amava che ci fosse qualcuno ad ascoltarle. E il suo più abituale e naturale ascoltatore era il fratello. Perciò, malgrado l'amichevole semplicità dei loro rapporti, Levin si sentiva imbarazzato a lasciarlo solo. Sergej Ivanovic amava sdraiarsi sull'erba al sole e rimanere a crogiolarsi e a chiacchierare oziosamente.

- Tu non crederai - diceva al fratello - che piacere è per me quest'ozio degno di un chochol. Neppure un'idea nel cervello, neanche a cercarla col lumicino.

Ma Konstantin Levin si angustiava a star lì seduto ad ascoltarlo, tanto più che sapeva che proprio in quel momento trasportavano, lui assente, il letame su di un campo non arato e, non sorvegliati, i contadini l'avrebbero ammucchiato Dio sa come; e i dentali negli aratri non li avrebbero svitati, ma strappati e dopo avrebbero detto che gli aratri sono una sciocca invenzione da non potersi paragonare con l'aratro di legno di mastro Andrej, e via di seguito.

- Ma finiscila di andare su e giù con questo caldo - gli diceva Sergej Ivanovic.

- No, devo fare una cosa in amministrazione, un attimo solo - diceva Levin e scappava verso i campi.

II

Nei primi giorni di giugno accadde che Agaf'ja Michajlovna, la njanja e ora governante, portando in cantina un vasetto di funghi allora da lei salati, scivolò e cadde, slogandosi un braccio. Venne il medico condotto, un giovane chiacchierone che da poco aveva terminato gli studi universitari. Osservò il braccio, disse che non s'era affatto slogato, ordinò delle compresse e, rimasto a pranzo, ebbe il piacere di conversare con il famoso Sergej Ivanovic. Gli raccontò, per far mostra del proprio illuminato punto di vista, tutti i pettegolezzi del distretto, lamentando la cattiva condizione degli affari dell'amministrazione distrettuale. Sergej Ivanovic ascoltava attento, faceva delle domande e, eccitato dalla circostanza di avere un nuovo ascoltatore, prese a parlare ed esporre alcune sue giuste e ponderate osservazioni, apprezzate con deferenza dal giovane dottore, ponendosi così in quella lieta disposizione d'animo, nota al fratello, alla quale egli abitualmente perveniva dopo una conversazione brillante e vivace. Quando il dottore se ne fu andato, Sergej Ivanovic manifestò il desiderio di andare sul fiume a pescare con la lenza. Gli piaceva pescare con la lenza, ed era quasi orgoglioso di provar piacere in un'occupazione così sciocca.

Konstantin Levin, che doveva andare a sorvegliare l'aratura e sui prati, si offrì di accompagnarlo in calesse.

Si era al colmo dell'estate, quando il raccolto dell'annata in corso è già assicurato e cominciano le cure della semina per l'anno nuovo e si avvicina la fienagione; quando la segale grigioverde, tutta in spighe, ma non turgida, con la pannocchia ancora leggera, ondeggia al vento; quando le avene verdi, coi cespi d'erba gialla sparsa qua e là, spiccano fra le seminagioni tardive; quando il grano saraceno primaticcio già matura, ricoprendo il terreno; quando i maggesi, calpestati dal bestiame fino a diventar di pietra e coi viottoli rimasti intatti perché il vomere non li addenta, sono arati fino a metà; quando i mucchi del concio disseccato, all'aperto, odorano all'alba insieme alle erbe mielate, e quando sui pianori, simili a un mare ininterrotto, si distendono, in attesa della falce, i prati circondati dai mucchi nereggianti degli steli dell'acetosella estirpata.

Era il tempo in cui nel lavoro dei campi subentra una breve pausa prima di iniziare il raccolto che ogni anno ridesta tutte le energie dei campagnoli. Il raccolto si presentava splendido e le giornate estive erano chiare, calde, con brevi notti rugiadose.

I fratelli dovevano attraversare il bosco per giungere ai prati. Sergej Ivanovic lungo il percorso non si stancava di ammirare la bellezza del bosco soffocato dal fogliame, e mostrava al fratello ora un vecchio tiglio, scurito nella parte ombrosa, screziato di stipole gialle già pronte a fiorire, ora i giovani germogli verde smeraldo, rilucenti sugli alberi. Konstantin Levin non amava parlare, né sentir parlare della bellezza della natura. Le parole, per lui, toglievano l'incanto di quello che vedeva. Faceva eco al fratello, ma istintivamente pensava ad altro. Quando ebbero attraversato il bosco, tutta la sua attenzione fu attratta da un maggese su di una collina, ricoperto in un punto di chiazze gialle d'erba secca, in un altro battuto e tagliato a riquadri, in un altro ricoperto di mucchi di letame, e in un altro ancora perfino arato. Attraverso il campo andavano in fila dei carri. Levin li contò e fu contento pensando che così sarebbe stato portato via tutto quello che si doveva, e alla vista dei prati i suoi pensieri si rivolsero alla questione della falciatura. Quando si doveva provvedere alla raccolta del fieno, egli provava sempre qualcosa che lo toccava nel vivo. Accostandosi al prato, fermò il cavallo.

C'era ancora guazza nel folto del prato e Sergej Ivanovic, per non bagnarsi i piedi, chiese d'esser portato in calesse fino al cespuglio di citiso presso cui si pescava il pesce persico. Per quanto dispiacesse a Konstantin Levin di calpestare l'erba, entrò nel prato. L'erba alta si avvinceva morbida intorno alle ruote del calesse e alle zampe del cavallo, lasciando i semi sui raggi bagnati e sui mozzi.

Sergej Ivanovic, approntate le lenze, sedette sotto il cespuglio e Levin allontanò il cavallo, lo legò, ed entrò nell'immenso mare grigioverde del prato non mosso dal vento. L'erba, morbida come seta, coi semi maturi, gli arrivava fin quasi alla cintola nel luogo fecondato dalle piene.

Attraversato di sghembo il prato, Konstantin Levin uscì sulla strada e incontrò un vecchio con un occhio gonfio che portava uno sciame di api.

- Oh che, ne hai prese delle altre, Formic? - chiese.

- Altro che prendere, Konstantin Dmitric! A stento ti restano le tue! Ecco che è scappata per la seconda volta la regina.... Grazie, i ragazzi sono arrivati di galoppo. Da voi arano. Hanno staccato il cavallo, sono arrivati di galoppo....

- Be', che ne dici, Formic, si deve falciare ora o aspettare ancora?

- Macché! Da noi si deve aspettare fino al giorno di san Pietro. Voi invece falciate sempre prima. Ma se Dio vuole, le erbe son buone. Il bestiame ne avrà a sazietà.

- E il tempo, come credi che sia?

- Questo è affar di Dio. Può darsi che anche il tempo sia buono.

Levin si avvicinò al fratello. Non un pesce abboccava, ma Sergej Ivanovic non s'annoiava, e sembrava nella più lieta disposizione di spirito. Levin si accorse che, eccitato dalla conversazione col dottore, avrebbe voluto parlare un po'; egli, invece, voleva tornarsene a casa a convocare i falciatori per l'indomani e risolvere la questione della falciatura che lo occupava tanto.

- Be', andiamo - disse.

- Affrettarsi per andar dove? Rimaniamo a sedere un po'. Anche senza pescar nulla, si sta bene qui. Ogni caccia è buona perché mette a contatto con la natura. Eh, che delizia quest'acqua d'acciaio! - egli disse. - I bordi di questi prati - continuò - mi ricordano sempre un vecchio indovinello, lo conosci? "L'erba dice all'acqua: e noi ondeggeremo, ondeggeremo".

- No, non lo conosco - rispose Levin con tristezza.

III

- E sai, ho pensato a te - disse Sergej Ivanovic. - Non c'è nulla di paragonabile a quello che avviene nel vostro distretto, a quanto dice quel dottore; ma non è mica sciocco quel giovane. E io ti ho detto e ti ripeto: non è bene che tu non vada alle riunioni e che in genere ti renda estraneo all'attività del consiglio distrettuale. Se le persone dabbene se ne allontanano, tutto andrà, s'intende, Dio sa come. Le tasse che si pagano, servono per gli stipendi, ma non vi sono scuole, né infermieri, né levatrici, né farmacie, non c'è nulla.

- Ma io ho provato - rispose piano e svogliato Levin - non posso! Ebbene, che fare?

- Che cosa non puoi? Io, confesso, non capisco. L'indifferenza, l'inesperienza, non le ammetto; possibile che sia solo pigrizia?

- Né la prima, né la seconda, e nemmeno la terza. Ho provato e credo di non poterci far nulla - disse Levin.

Egli non prestava attenzione a quello che diceva il fratello. Guardava l'aratura di là dal fiume, e scorgeva qualcosa di scuro senza riuscire a distinguere se fosse un cavallo o l'amministratore a cavallo.

- Perché non puoi farci nulla? Hai fatto una prova e secondo te non è andata bene e ti rassegni. Ma com'è che non hai amor proprio?

- L'amor proprio - disse Levin, punto nel vivo dalle parole del fratello - io non lo capisco. Se all'università mi avessero detto che gli altri capivano il calcolo integrale e io no, allora ci sarebbe entrato l'amor proprio. Ma qui bisogna prima esser convinti di avere delle speciali attitudini a queste cose e, quel che più conta, esser convinti che queste cose siano molto importanti.

- Eh, già! Che forse tutto ciò non è importante? - disse Sergej Ivanovic, tocco nel vivo perché il fratello non trovava importante quel che interessava lui e perché, evidentemente, non lo ascoltava quasi.

- Non mi sembra importante, non mi tocca, che vuoi mai?... - rispose Levin mentre s'accorgeva che quel che vedeva era l'amministratore, e l'amministratore, probabilmente, aveva mandato via gli operai dall'aratura. Essi voltavano gli aratri. "Possibile che abbiano già arato?" pensò.

- Su, ma ascolta - disse il fratello maggiore, corrugando il suo bel viso intelligente - vi sono dei limiti a tutto. È molto bello essere un originale e un uomo schietto e spregiare ogni falsità, questo lo so; ma ecco, quello che tu dici, o non ha senso, o ha un senso tutt'altro che buono. Come puoi trovare poco importante che questa popolazione che tu ami, come mi assicuri....

"Io non l'ho mai assicurato" pensò Konstantin Levin.

- ... muoia senza aiuti? Queste mammane fanno morir di fame i bambini e il popolo marcisce nell'ignoranza e rimane in potere di un qualsiasi scribacchino, mentre tu hai in mano i mezzi per riparare a questo, e non te ne dài pensiero perché, secondo te, la cosa non è importante. - E Sergej Ivanovic gli pose il dilemma: - O sei così poco evoluto da non riuscire a intravedere tutto quello che puoi fare, o non vuoi rinunciare alla tua tranquillità, alla tua vanità o che so io, per fare ciò.

Konstantin Levin sentiva che non gli restava ormai che dichiararsi vinto e confessare la mancanza di interesse per una causa comune. E questo lo offendeva e lo addolorava.

- E l'uno e l'altro - disse reciso - non vedo proprio come si possa....

- Come? Non si può, ripartendo bene il denaro, creare un'assistenza medica?

- Non si può, a quanto pare. Per le quattromila verste quadrate del nostro distretto, con le nostre zazory, con le tempeste di neve, con la stagione dei lavori, non vedo la possibilità di dare in ogni luogo un'assistenza medica. E poi, in genere, io non credo alla medicina.

- Via, permettimi, questo è ingiusto.... Io ti porterò migliaia di esempi... via, e le scuole?

- Perché le scuole?

- Che dici? Può esservi mai dubbio sull'utilità delle scuole? Se la scuola è buona per te, lo è anche per gli altri.

Konstantin Levin si sentiva moralmente messo con le spalle al muro e perciò si accalorava dando prova, senza volerlo, della sua indifferenza al benessere collettivo.

- Può darsi che tutto questo vada bene; ma io, perché devo curarmi di istituire dei posti di assistenza medica di cui non farò mai uso, e delle scuole dove non manderò certo i miei figli, dove neanche i contadini vorranno mandare i loro e dove non credo ancora che proprio ci si debbano mandare? - disse.

Questo modo inatteso di vedere la questione disorientò Sergej Ivanovic per un attimo; ma subito egli preparò un nuovo piano di attacco.

Stette un po' di tempo in silenzio, tirò fuori un amo, lo gettò in acqua e, sorridendo, si volse al fratello.

- Su, permettimi.... In primo luogo, il posto di assistenza medica è servito anche a te. Ecco, noi per Agaf'ja Michajlovna abbiamo mandato a chiamare il medico condotto.

- Già ma io penso che il braccio resterà storto.

- Questo è ancora da vedere.... Poi un contadino, un lavoratore istruito ti è più utile e più accetto.

- No, domanda a chi vuoi - rispose deciso Konstantin Levin - uno che sappia leggere e scrivere, come lavoratore, è peggiore degli altri. E le strade non si possono fare aggiustare; e i ponti, appena messi a posto, li portano via.

- Del resto - disse, aggrottando le sopracciglia Sergej Ivanovic, che non amava le contraddizioni e particolarmente quelle che saltavano continuamente di palo in frasca e senza alcuna connessione introducevano nella discussione elementi nuovi, così che non si poteva sapere a quali di essi rispondere - del resto non si tratta di questo. Permetti. Riconosci che l'istruzione è un bene per il popolo?

- Lo riconosco - disse Levin senza riflettere, e subito pensò di non aver detto quello che pensava. Sentiva che, riconoscendo ciò, gli sarebbe stato dimostrato che diceva delle sciocchezze che non avevano alcun senso. Come questo gli sarebbe stato dimostrato, non lo sapeva, ma sapeva che, senza dubbio, gli sarebbe stato dimostrato, a fil di logica, e aspettava questa dimostrazione.

La dimostrazione fu più semplice di quella che Levin si aspettava.

- Se riconosci come un bene l'istruzione - disse Sergej Ivanovic - allora tu, come uomo onesto, non puoi non amare e non aderire a quest'opera e non desiderare di lavorare per essa.

- Ma io ancora non la riconosco buona - disse arrossendo Levin.

- Come? O ora hai detto di sì....

- Cioè, non la riconosco né buona né possibile.

- Questo non lo puoi sapere, senza aver prima fatto tutti i tentativi.

- Su, ammettiamo - disse Levin, sebbene non lo ammettesse per nulla - ammettiamo pure che sia così; ma io tuttavia non vedo la necessità di dovermi affannare per questo.

- Sarebbe a dire?

- No, giacché abbiamo preso a parlarne, spiegamelo dal lato filosofico - disse Levin.

- Non capisco cosa c'entri qui la filosofia - disse Sergej Ivanovic, con un tono che a Levin parve tale da non volergli riconoscere il diritto di discutere di filosofia, e questo lo irritò.

- Ecco come - disse, accalorandosi. - Io penso che il movente di tutte le nostre azioni sia l'interesse personale. Ora nelle istituzioni provinciali io, nella mia qualità di nobile, non ci vedo nulla che cooperi al mio benessere. Le strade non diventano migliori e, se pure rimangono quali sono, i miei cavalli mi portano anche per quelle cattive. Del dottore e del posto di assistenza medica non ho bisogno; il giudice conciliatore non mi occorre; io non mi rivolgo e non mi rivolgerò mai a lui. Le scuole non solo non mi occorrono, ma mi sono persino dannose, come ti ho detto. Per me le istituzioni distrettuali hanno il solo scopo di obbligarmi a pagare diciotto copeche per desjatina, e farmi andare in città a pernottare con le cimici e ascoltare ogni sorta di sciocchezze e brutture: ed in questo l'interesse personale non mi stimola affatto.

- Permettimi - interruppe con un sorriso Sergej Ivanovic - l'interesse personale non ci stimolava a lavorare per la liberazione dei contadini, eppure noi abbiamo lavorato!

- No - interruppe, sempre più accalorandosi, Konstantin. - La liberazione dei contadini era un'altra cosa. Lì c'era, sì, un interesse personale. Volevamo scrollar da noi questo giogo che opprimeva tutti noi uomini giusti. Ma essere delegato, discutere sulla quantità necessaria di cloache e sulla maniera di far passare le fogne in una città in cui non vivo; essere giurato e giudicare un contadino che ha rubato un prosciutto e ascoltare per sei ore di seguito tutte le sciocchezze che inventano i difensori e i procuratori e star lì a sentire come il presidente interroga il vecchio Al((ka, lo scemo che sta da me: "Confessate, voi, signor imputato, il furto del prosciutto?". "Eh?".

Konstantin Levin aveva già smarrito il filo del discorso e s'era messo a rifare il presidente e Al((ka lo scemo, e gli pareva che tutto questo riguardasse la questione.

Ma Sergej Ivanovic alzò le spalle.

- Ebbene, con questo che vuoi dire?

- Io voglio dire che quei diritti che mi... che toccano il mio interesse personale, io li difenderò sempre con tutte le mie forze; che quando eravamo studenti e i gendarmi facevano le perquisizioni e leggevano le nostre lettere, io ero pronto con tutte le mie forze a difendere i miei diritti, a difendere il mio diritto alla libertà e alla cultura. Capisco il servizio militare perché interessa la sorte dei miei figli, dei miei fratelli e di me stesso; sono pronto a giudicare tutto quanto mi riguarda; ma giudicare se e come distribuire quarantamila rubli di denaro del distretto o giudicare Al((ka lo scemo, io questo non lo capisco e non posso farlo.

Konstantin Levin parlava come se si fosse rotta la diga che tratteneva la sua loquela; Sergej Ivanovic sorrideva.

- E domani potrai essere giudicato tu stesso: ti piacerebbe forse essere giudicato dalla vecchia Camera criminale?

- Io non sarò giudicato. Io non sgozzerò nessuno, e non ne avrò bisogno. Su via! - continuò, passando di nuovo a cosa che non riguardava affatto la questione - le nostre istituzioni distrettuali e tutto il resto somigliano alle piccole betulle che noi ficchiamo in terra dovunque il giorno di Pentecoste, perché sembrino un bosco venuto su spontaneamente in Europa; ma io non posso innaffiare e credere in queste piccole betulle con tutta l'anima.

Sergej Ivanovic alzò le spalle, esprimendo con questo gesto la sua meraviglia per queste betulle spuntate ora nella questione chi sa mai da quale parte; mentre aveva capito subito a cosa volesse alludere il fratello.

- Scusami, ma così non si può ragionare - osservò.

Ma Konstantin Levin voleva giustificare quella manchevolezza che riconosceva in se stesso, l'indifferenza cioè verso il bene comune e continuò.

- Io penso - disse che nessuna attività può essere salda se non ha le radici nell'interesse personale. Questa è una verità d'ordine generale, filosofico - disse, ripetendo con intenzione la parola "filosofico", quasi desiderasse mostrare che anche lui aveva il diritto, come tutti, di parlare di filosofia.

Sergej Ivanovic ancora una volta sorrise. "E anche lui - pensò - ha una certa filosofia al servizio delle proprie tendenze".

- Su via, la filosofia lasciala stare - disse. - Il compito della filosofia di tutti i secoli consiste proprio nel trovare il legame indispensabile fra l'interesse personale e quello generale. Ma questo non riguarda la questione, mentre, per quel che la concerne, io devo soltanto correggere il tuo paragone. Le betulle non sono conficcate, ma alcune sono piantate e altre seminate; e a queste ultime ci si deve rivolgere con maggior cura. Soltanto i popoli che guardano all'avvenire, soltanto quelli si possono chiamare storici, quelli che sentono ciò che è importante e significativo nelle loro istituzioni, e ne hanno cura.

E Sergej Ivanovic trasportò la questione sul terreno storico-filosofico inaccessibile a Konstantin Levin, dimostrandogli tutta l'infondatezza del suo punto di vista.

- Che questo poi non ti piaccia, questo, perdonami, fa parte della nostra pigrizia russa e del barstvo, e io sono sicuro che, quanto a te, si tratta di una deviazione momentanea che passerà.

Konstantin taceva. Sentiva d'essere sconfitto da ogni lato, ma nello stesso tempo sentiva che quello che egli intendeva dire non era stato capito dal fratello, non sapeva bene perché: perché non aveva saputo esporlo lui chiaramente o perché il fratello non aveva voluto o non aveva potuto capirlo? Ma non stette a riflettere e, senza replicare, cominciò a pensare a una faccenda del tutto diversa, tutta sua personale.

Sergej Ivanovic avvolse l'ultimo amo, slegò il cavallo e insieme si avviarono.

IV

La faccenda personale che era venuta in mente a Levin durante la conversazione col fratello, era questa: l'anno precedente, recatosi un giorno ad assistere alla fienagione, e irritatosi con l'amministratore, aveva adoperato, per riconquistare la propria calma, il solito suo sistema: aveva tolto dalle mani di un contadino la falce e s'era messo a falciare.

Questo lavoro gli era piaciuto tanto che diverse altre volte aveva falciato; aveva falciato tutto il prato davanti alla casa, e per questo, fin dalla primavera, si era proposto di falciare insieme con i contadini per giornate intere. Da quando era arrivato il fratello era in dubbio: falciare o no? Gli rincresceva lasciare il fratello solo per giornate intere, e poi temeva che non avesse a prendersi giuoco di lui per questo. Ma, camminando per il prato, ricordando le impressioni della falciatura, aveva deciso di falciare. Ora, dopo il colloquio irritante avuto col fratello, s'era nuovamente ricordato della decisione.

"Ho bisogno di movimento fisico, altrimenti il mio carattere si guasta" pensò e decise di andare a falciare, pur rincrescendogli di fronte al fratello e alla gente.

La sera Konstantin passò in amministrazione, diede le disposizioni per i lavori e mandò in giro per i villaggi a convocare per l'indomani i falciatori per il prato Kalinovyj, il più grande e il migliore.

- E la mia falce mandatela a Tit perché me l'affili e me la porti domani; forse falcerò anch'io - disse, cercando di non turbarsi.

L'amministratore sorrise e disse:

- Sissignore.

La sera, al tè, Levin lo disse anche al fratello.

- Sembra che il tempo si sia messo al bello. Domani comincio a falciare.

- Mi piace molto questo lavoro - disse Sergej Ivanovic.

- A me straordinariamente. Io stesso ho falciato qualche volta insieme con i contadini, e domani voglio falciare tutta la giornata.

Sergej Ivanovic alzò la testa e guardò con curiosità il fratello.

- E così, al pari dei contadini, tutta la giornata?

- Sì, è una cosa piacevole - disse Levin.

- È bellissimo come esercizio fisico, ma è difficile che tu possa farcela - disse Sergej Ivanovic, senza alcuna ironia.

- Ho provato. In principio è duro, poi ci si abitua. Io penso che non resterò indietro....

- Ecco, ma di' un po', che ne pensano i contadini? Probabilmente rideranno della stramberia del signore.

- No, non credo; ma è un lavoro così piacevole e nello stesso tempo così difficile che non si ha il tempo di pensare.

- E così tu pranzerai con loro? Mandarti là del Lafite e un tacchino arrosto non sta mica bene.

- No, ma io, durante la sosta del lavoro, verrò a casa.

La mattina dopo Konstantin Levin si alzò più presto del solito, ma le disposizioni da dare per l'azienda lo trattennero e, quando giunse, i falciatori andavano già per la seconda falciata.

Sin dall'alto della collina gli si era rivelata la parte in ombra del prato, quella già tagliata, con le falciate d'erba grigiastra e i mucchi neri dei gabbani dei falciatori tolti nel punto dal quale avevano preso l'avvio per la prima falciatura.

A misura che si avvicinava, scorgeva i contadini in fila, uno dietro l'altro, alcuni coi gabbani, altri con la sola camicia, che menavano la falce in modo vario. Ne contò quarantadue.

Si movevano lentamente per il fondo ineguale del campo dove c'era una vecchia diga. Levin riconosceva già qualcuno di loro. C'era il vecchio Ermil con la camicia bianca molto lunga che menava la falce stando curvo; c'era Vas'ka, il giovane che stava da Levin come cocchiere, e che prendeva la falciata con tutta la forza del braccio. C'era anche Tit, un contadino piccolo e asciutto, che aveva iniziato Levin alla fienagione. Andava avanti senza curvarsi, come se giocasse con la falce nel tagliare la sua larga falciata.

Levin scese dal cavallo e, legatolo presso la strada, raggiunse Tit che, presa da un cespuglio un'altra falce, gliela diede.

- È pronta, padrone, taglia come un rasoio, falcia da sé - disse Tit con un sorriso, togliendosi il berretto e dandogli la falce.

Levin prese la falce e cominciò a provare. I falciatori che avevano finito la loro fila, uscivano sudati e allegri, uno dopo l'altro, sulla strada e salutavano, sorridendo, il padrone. Tutti lo guardavano, ma nessuno aprì bocca finché un vecchio, uscendo sulla strada, alto, col viso rugoso e glabro, con un giubbotto di montone, si rivolse a lui.

- Attento a te, padrone. Se hai preso l'avvio, non restare addietro! - disse, e Levin udì un riso contenuto fra i falciatori.

- Cercherò di non restare addietro - disse, mettendosi accanto a Tit e aspettando il momento per cominciare.

- Bada a te - ripeté il vecchio.

Tit fece posto a Levin che gli tenne dietro. L'erba era bassa, vicino alla strada, e Levin, che da tempo non falciava e si sentiva confuso sotto gli sguardi di tutti, falciò male al primo momento, pur agitando con forza la falce. Dietro di lui si sentirono delle voci.

- È impostata male, il manico è troppo alto; guarda come deve abbassarsi - disse uno.

- Pòggiati di più col tallone - disse un altro.

- Non fa niente, va bene, taglia lo stesso - continuò il vecchio. - Guarda... è andata.... Stai prendendo la falciata troppo larga, ti stancherai.... Il padrone, non c'è che dire, si sforza per sé. Ma guarda che sgorbio! Per una cosa simile a noi ce la danno sul groppone.

L'erba diventò più morbida, e Levin, ascoltando senza rispondere, cercando di falciare come meglio poteva, teneva dietro a Tit. Erano andati avanti di cento passi. Tit procedeva senza fermarsi: ma Levin aveva già il terrore di non resistere, tanto era stanco.

Sentiva che ormai falciava con le sue ultime riserve, e decise di pregare Tit di fermarsi. Ma proprio in quel momento Tit si fermò per conto suo e, chinatosi, prese dell'erba, asciugò la falce e si mise ad affilarla. Levin si raddrizzò e, dopo aver respirato, si guardò in giro. Dietro di lui procedeva un contadino che, evidentemente, era stanco anche lui, perché subito, senza raggiungere Levin, si fermò e prese ad affilare. Tit finì di affilare la falce sua e quella di Levin, e insieme proseguirono.

Alla seconda ripresa fu lo stesso. Tit procedeva, un colpo dietro l'altro, senza fermarsi e senza stancarsi. Levin lo seguiva, sforzandosi di non restare indietro, ma gli era sempre più difficile: veniva il momento in cui sentiva di non avere più forze, ma proprio in quel momento Tit si fermava e si metteva ad affilare.

Così passarono la prima falciata. E questa lunga falciata parve particolarmente difficile a Levin; in compenso quando fu terminata e Tit, gettandosi la falce sulla spalla, si mise a passo lento a percorrere, sulle orme lasciate dai tacchi, la falciata, anche Levin s'incamminò sulla propria. E sebbene il sudore gli scendesse a rivoli per il viso e gocciolasse giù dal naso e tutta la schiena fosse bagnata, come immersa nell'acqua, egli si sentiva bene. Lo rallegrava in modo particolare la sicurezza di poter resistere.

La sua soddisfazione era amareggiata solo dal fatto che la falciata non gli riusciva bene. "Moverò meno la mano e più il torso" pensava, confrontando la falciata di Tit come tesa su di un filo, con la sua sparpagliata e disposta in modo ineguale.

Nel passare la prima falciata, Tit, come aveva notato Levin, era andato particolarmente in fretta, forse per mettere alla prova il padrone e la falciata era capitata lunga. Le altre erano già più facili; Levin tuttavia doveva tendere tutte le sue forze per non restare indietro ai contadini.

Egli non pensava a nulla, non desiderava nulla, altro che non restare indietro ai contadini e terminare nel modo migliore. Sentiva solo lo stridere delle falci e vedeva dinanzi a sé la figura diritta di Tit che si allontanava, il semicerchio curvo del terreno falciato, le erbe e le corolle dei fiori che si chinavano lente, a onda, intorno alla lama della falce e dinanzi a sé il termine della falciata, là dove sarebbe giunto il riposo.

Nel mezzo del lavoro, senza capir che fosse e donde venisse, provò improvvisamente una piacevole sensazione di fresco giù per le spalle accaldate e sudate. Guardò il cielo mentre affilava la falce. Una nuvola bianca e greve s'era addensata e ne veniva giù una pioggia pesante. Alcuni contadini corsero ai gabbani e se li infilarono; altri, come Levin, si strinsero nelle spalle con gioia sotto la piacevole rinfrescata.

Passarono ancora una falciata e poi ancora un'altra. Passavano falciate lunghe e corte, con l'erba buona e con l'erba cattiva. Levin aveva perso ogni nozione del tempo e proprio non sapeva se fosse tardi o presto. Nel suo lavoro si era verificato un cambiamento che gli fece grande piacere. Mentre lavorava, aveva dei momenti nei quali dimenticava quello che faceva, si sentiva leggero, e proprio in quei momenti la falciata gli veniva fuori uguale e bella quasi come quella di Tit. Ma appena si ricordava di quello che faceva, e si sforzava di far meglio, provava subito tutta la pesantezza del lavoro e la falciata gli riusciva male.

Passata un'altra falciata, egli voleva di nuovo riprendere a camminare, ma Tit si fermò, e accostandosi al vecchio, gli disse qualcosa sottovoce. Guardarono insieme il sole. "Di che stanno a parlare, e perché non continua a falciare?" pensò Levin, senza rendersi conto che i contadini avevano falciato ininterrottamente non meno di quattro ore e che per loro era tempo di far colazione.

- A colazione, padrone - disse il vecchio.

- È forse ora? Di già a colazione?

Levin rese la falce a Tit e, insieme coi contadini, che si erano avviati verso i gabbani a prendere il pane, si avviò verso il cavallo in mezzo alle falciate leggermente spruzzate di pioggia del lungo spazio lavorato. Ora soltanto capì che non aveva indovinato il tempo giusto e che la pioggia avrebbe rovinato il fieno.

- Sciuperà il fieno - disse.

- Non fa nulla, padrone: con la pioggia falcia, col bel tempo rastrella! - disse il vecchio.

Levin sciolse il cavallo e andò a casa a prendere il caffè.

Sergej Ivanovic s'era appena alzato. Preso il caffè, Levin tornò a falciare, prima che Sergej Ivanovic facesse in tempo a vestirsi e a venire in sala da pranzo.

V

Dopo la colazione, Levin non capitò più, nella fila, al posto di prima, ma fra il vecchio scherzoso che l'aveva invitato ad essere suo vicino e il contadino giovane, sposato solo dall'autunno, e che era venuto a falciare per la prima volta.

Il vecchio, tenendosi diritto, andava avanti con un movimento eguale ed ampio delle gambe ricurve, e con un gesto preciso e uniforme, che ormai non gli costava, evidentemente, più che il dimenar delle braccia nel camminare, tagliava una falciata eguale, alta, come se giocasse. Proprio come se non lui, ma la falce affilata tagliasse da sola l'erba sugosa.

Dietro a Levin andava il giovane Mi(ka. Il giovane dal viso simpatico, coi capelli stretti da un laccio d'erba fresca, lavorava sempre con sforzo; ma appena lo guardavano, sorrideva. Evidentemente era pronto a morire anzi che confessare di far fatica.

Levin camminava fra loro due. Nel pieno del caldo la falciatura non gli parve tanto difficile. Il sudore che lo inondava lo rinfrescava, e il sole che gli bruciava la schiena, la testa e il braccio dalla manica rimboccata fino al gomito, dava vigore e tenacia al lavoro; e sempre più spesso gli capitavano quei tali momenti di incoscienza, in cui si può non pensare a quello che si fa. La falce allora tagliava da sola. Erano questi i momenti felici. Ancora più felici quelli in cui, avvicinandosi al fiume verso il quale andavano a finire le falciate, il vecchio puliva con l'erba umida e folta la falce, ne sciacquava l'acciaio nell'onda fresca, vi immergeva un barattolo e lo offriva a Levin.

- Su, ecco il mio kvas! Buono, eh? - diceva, ammiccando.

E invero Levin non aveva mai bevuto una bevanda simile a quell'acqua tiepida con l'erba che ci sguazzava dentro e il senso di ruggine della latta del barattolo. E subito dopo seguiva una beata, lenta passeggiata con la mano sulla falce, durante la quale ci si poteva asciugare il sudore che scorreva a rivoli, si poteva respirare a pieni polmoni e si poteva guardare la schiera disseminata dei falciatori e tutto quello che avveniva in giro nel bosco e nel campo.

Quanto più a lungo Levin falciava, tanto più spesso sentiva dei momenti di oblio durante i quali non eran le mani che menavano la falce, ma la falce stessa che trascinava con sé tutto il corpo di lui, cosciente e pieno di vita; e allora, come per incanto, senza pensarci, il lavoro si compiva da sé, regolare e preciso. Erano questi i momenti più beati.

La cosa diveniva difficile solo quando si doveva far cessare questo moto inconsapevole e bisognava riflettere: quando cioè si doveva o falciare intorno a un monticello o intorno all'acetosella non estirpata. Il vecchio lo faceva con facilità. S'imbatteva in un monticello, ed ecco cambiava movimento, e dove col tallone, dove con l'estremità della falce abbatteva il monticello da tutte e due le parti a piccoli colpi. E nel far questo guardava e osservava sempre quello che gli si parava innanzi; ora strappava una radichetta, la mangiava o l'offriva a Levin, ora gettava via con la punta della falce un ramo, ora osservava un piccolo nido di quaglie, dal quale, proprio di sotto alla falce, volava via la femmina, ora afferrava una vipera capitatagli sul cammino, e alzandola con la falce, come su di una forchetta, la mostrava a Levin e la buttava via.

A Levin invece e al giovane dietro di lui, queste variazioni di movimento riuscivano difficili. Tutti e due, dato l'avvio ad un unico movimento di tensione, si trovavano presi nella foga del lavoro e non erano in grado di mutar movimento e di osservare nel tempo stesso quello che si parava innanzi.

Levin non s'accorgeva dello scorrer del tempo. Se gli avessero chiesto quanto tempo era che falciava, avrebbe risposto da una mezz'ora, e invece s'era già avvicinata l'ora del desinare. Avviandosi per la falciata, il vecchio richiamò l'attenzione di Levin su alcune bambine e alcuni ragazzetti che da varie parti, appena visibili, camminavano fra l'erba alta e sulla strada verso i falciatori, portando il pane e le brocche di kvas, chiusi in fagotti di stracci, che stiravano loro le piccole braccia.

- Guarda, i moscerini che strisciano! - disse, indicandoli e, facendosi schermo con la mano, guardò il sole.

Passarono altre due falciate e il vecchio si fermò.

- Su, via, padrone, a mangiare! - disse deciso. E, avviandosi al fiume, i falciatori si diressero in mezzo alle falciate, verso i gabbani, accanto ai quali sedevano, aspettandoli, i bambini che avevano portato il desinare. I contadini si riunirono, alcuni lontani sotto i carri, altri vicino presso un ciuffo di citiso sotto il quale avevano gettato dell'erba.

Levin sedeva accanto a loro; non aveva voglia di andarsene.

Ogni imbarazzo di fronte al padrone era ormai scomparso da un pezzo. I contadini si preparavano a mangiare. Alcuni si lavavano, i giovani facevano il bagno nel fiume, altri si accomodavano un posto per la siesta, scioglievano gli involti col pane e aprivan le brocche col kvas. Il vecchio sbriciolò del pane nella ciotola, l'impastò col manico del cucchiaio, versò dell'acqua dalla brocca, tagliò ancora del pane, e, sparsovi sopra del sale, si volse verso oriente per pregare.

- Ecco, barin, prendi la mia tjur'ka - disse, mettendosi in ginocchio davanti alla ciotola.

La zuppa era così gustosa che Levin decise di non andare a casa a pranzare. Pranzò col vecchio e si mise a discorrere con lui delle sue faccende di casa, prendendovi il più vivo interesse; gli parlò poi di tutte le proprie cose e con tutti i particolari che potevano interessare il vecchio. Si sentiva più vicino a lui che al fratello, e involontariamente sorrideva per la tenerezza che provava per quell'uomo. Quando il vecchio si alzò di nuovo e, dopo aver pregato e dopo essersi approntato un fascio d'erbe, si sdraiò lì sotto al cespuglio, Levin fece lo stesso, e malgrado le mosche e i moscerini appiccicosi e molesti che gli solleticavano il viso e il corpo sudati, si addormentò immediatamente, e si svegliò solo quando il sole, dall'altra parte del cespuglio, cominciò a raggiungerlo. Il vecchio già da tempo era sveglio e sedeva affilando le falci dei giovani.

Levin guardò attorno e non riconobbe il luogo; tanto era cambiato tutto. Un enorme spazio del campo era stato falciato e brillava di uno splendore particolare, nuovo, con le falciate che odoravano sotto i raggi obliqui del sole calante. E i cespugli intorno ai quali s'era falciato, vicino al fiume, e lo stesso fiume prima invisibile e ora risplendente d'acciaio nelle sue anse, e i contadini che si movevano e si sollevavano e la parete erta dell'erba del campo non ancora falciato, e gli sparvieri che roteavano sul prato spoglio, tutto questo era affatto nuovo. Risvegliatosi, Levin cominciò a considerare quanto era stato falciato e quanto ancora si poteva falciare nella giornata.

S'era lavorato proprio di buona lena, tenendo conto che gli operai erano quarantadue. Tutto il prato grande, che al tempo della servitù si falciava in due giorni con trenta opre, era già stato falciato. Restavano solo gli angoli delle falciate corte. Ma Levin voleva falciare quanto più era possibile per quel giorno, e se la prendeva col sole che calava così presto. Non sentiva più nessuna stanchezza; voleva solo lavorare sempre più svelto e sempre di più.

- E ce la faremo a falciare anche il Ma(kin Verch? che ne dici? - disse al vecchio.

- Come Dio vuole, il sole non è alto. Posso promettere un po' di vodka ai ragazzi?

Così durante la refezione, quando di nuovo si furon seduti e i fumatori si erano messi a fumare, il vecchio fece intendere ai ragazzi che "a falciare il Ma(kin Verch ci sarebbe stata la vodka".

- E che, non falciarlo? Via, Tit! Sbrighiamoci alla svelta. Finirai di mangiare stanotte! va', va'! - si sentirono delle voci e, terminando di mangiare il pane, i falciatori si misero subito in cammino.

- Su, ragazzi, forza! - disse Tit e, quasi al trotto, andò avanti.

- Va', va', - diceva il vecchio, canterellando dietro di lui, e, dopo averlo raggiunto facilmente: - taglio! Bada!

E giovani e vecchi falciavano come a gara. Ma pur facendo in fretta, non sciupavano l'erba e le falciate si adagiavano in modo preciso e netto. Il tratto di campo che era rimasto in angolo fu tagliato in cinque minuti. Non ancora gli ultimi falciatori tagliavano la falciata, che già quelli avanti avevano gettato i gabbani sulle spalle e si avviavano sulla strada verso il Ma(kin Verch.

Il sole inclinava già verso gli alberi, quando i falciatori, con rumor di ciotole, entrarono nel piccolo burrone boscoso del Ma(kin Verch. L'erba al centro del vallone arrivava alla cintola, ed era tenera e morbida, soffice, colorata qua e là di violacciocche.

Dopo un breve parlottare: se andare in lungo o in largo, Prochor Ermilin, un bravo falciatore anche lui, un contadino enorme, abbronzato, andò avanti. Andò avanti per una falciata, si voltò indietro e fece largo, e tutti cominciarono ad allinearsi dietro di lui, procedendo in discesa per il vallone, e in salita accanto al margine del bosco. Il sole era calato dietro il bosco. Cadeva già la brina: soltanto i falciatori che erano sull'altura erano esposti al sole, ma in basso, dove si era levata la nebbia, e di lato, procedevano all'ombra fresca, rugiadosa. Il lavoro ferveva. L'erba tagliata con un suono pieno ed esalante un odore acuto, si adagiava nelle falciate alte. I falciatori che si stringevano da ogni parte perché le falciate erano corte, si sollecitavano l'un l'altro con grida allegre, facendo rumore con le ciotole, e risonando col cozzar delle falci e lo stridere dell'acciarino sulla lama.

Levin camminava sempre fra il giovane e il vecchio. Il vecchio, rivestito di un giubbotto di montone, era sempre allegro, scherzoso e agile nei movimenti. Nel bosco capitavano continuamente dei funghi, gonfiatisi nell'erba sugosa, che venivan tagliati via dalle falci. Ma il vecchio, incontrando i funghi, si chinava ogni volta, tirava su e metteva in petto: "Ancora un regalo per la vecchia" diceva.

Per quanto fosse facile falciare l'erba umida e tenera, era però difficile scendere e salire per i ripidi pendii del burrone. Ma il vecchio non era in imbarazzo. Menava la falce sempre allo stesso modo, col piccolo passo fermo dei suoi piedi infilati nei grandi lapti, s'arrampicava lentamente lungo il pendio, e pur traballando con tutto il corpo e coi pantaloni che pendevano di sotto la camicia, non tralasciava nel cammino neppure un filo d'erba, né un fungo, e scherzava allo stesso modo coi contadini e con Levin. Levin gli teneva dietro e spesso temeva di cadere nel salir con la falce su di un'erta così ripida dove anche senza falce era difficile arrampicarsi; ma s'arrampicava e faceva quello che doveva. Si sentiva sospinto da una forza esterna.

VI

Falciarono il Ma(kin Verch, terminarono le ultime file, indossarono i gabbani e andarono allegramente verso casa. Levin montò a cavallo e, congedatosi con rammarico dai contadini, prese la via del ritorno. Dall'alto si voltò a guardarli; non si vedevano più nella nebbia che saliva dal basso; si udivano solo le grosse voci allegre, il riso e il suono delle falci che si cozzavano.

Sergej Ivanovic da tempo aveva finito di pranzare e stava sorbendo acqua e limone e ghiaccio in camera sua, guardando le riviste e i giornali ricevuti proprio allora con la posta, quando Levin, coi capelli arruffati e appiccicati, la schiena e il petto anneriti e bagnati dal sudore, irruppe in camera con un allegro vociare.

- Abbiamo finito tutto il prato! Ah, com'è bello, meraviglioso! E tu come te la sei passata? - disse Levin del tutto dimentico della conversazione poco piacevole della sera prima.

- Dio mio! cosa sembri - disse Sergej Ivanovic, voltandosi a guardare, scontento sulle prime, il fratello. - Sì, la porta, la porta, chiudila! - gridò.- Ne avrai fatte entrare certamente una dozzina.

Sergej Ivanovic non poteva sopportare le mosche e nella sua stanza apriva le finestre solo di notte e chiudeva con cura le porte.

- Eh, via, neppure una. E se le ho fatte entrare, le acchiapperò. Tu non puoi immaginare, che piacere! E tu come hai passato la giornata?

- Bene. Ma hai forse falciato tutto il giorno? Avrai una fame da lupo, penso. Kuz'ma ti ha preparato tutto.

- No, non ho voglia di mangiare. Ho mangiato là. Ma ecco, vado a lavarmi.

- Be', vai, vai; vengo subito da te - disse Sergej Ivanovic, scotendo il capo nel guardare il fratello. - E fai presto - aggiunse sorridendo e, riuniti i suoi libri, si preparò a muoversi. A un tratto anche egli era diventato allegro e non voleva separarsi dal fratello. - Dimmi, quando ha piovuto, dov'eri?

- Ma quale pioggia? Appena poche gocce. Allora vengo subito. Così hai passato bene la giornata? Su, benissimo. - E Levin andò a vestirsi.

Dopo cinque minuti i due fratelli si ritrovavano in sala da pranzo. Sebbene a Levin sembrasse di non aver appetito, e si fosse seduto a tavola solo per non dispiacere Kuz'ma, quando cominciò a mangiare, il pranzo gli parve straordinariamente gustoso. Sergej Ivanovic guardava sorridendo.

- Ah, già, c'è una lettera per te - disse. - Kuz'ma, portala giù, per piacere. E guarda di chiudere la porta.

La lettera era di Oblonskij. Levin la lesse ad alta voce. Oblonskij scriveva da Pietroburgo: "Ho ricevuto una lettera da Dolly; è a Ergu(ovo e là le cose non vanno troppo bene. Ti prego, va' da lei e aiutala un po' con il tuo consiglio; tu sai tutto. Sarà lieta di vederti. È proprio sola, poverina. Mia suocera con gli altri è ancora all'estero".

- Bene! Andrò certamente da loro - disse Levin. - Anzi, andremo insieme. Lei è così simpatica. Non è vero?

- Stanno lontano da qui?

- Trenta verste. Forse anche quaranta. Ma la strada è ottima. Andremo comodamente.

- Sono molto contento - disse Sergej Ivanovic, sempre sorridendo. La presenza del fratello minore lo predisponeva subito all'allegria

- Eh, che appetito che hai! - disse, guardando il volto abbronzato rosso-scuro e il collo di lui chino sul piatto.

- Ottimo! Non puoi credere che cura utile contro ogni balordaggine. Voglio arricchire la medicina di un termine nuovo: Arbeitskur.

- Su, questo a te non occorre, mi pare.

- Già, ma alle varie specie di malati di nervi, sì.

- E già, bisognerebbe provarlo. Avrei voluto venire alla fienagione per vederti, ma il caldo era così insopportabile che non sono andato più in là del bosco. Son rimasto un po' a sedere e attraverso il bosco sono andato al villaggio, ho incontrato la tua governante e l'ho saggiata un po' circa l'opinione che i contadini hanno di te. A quanto ho potuto capire, non approvano questo. Ha detto: "non è affar da signori". In genere, mi pare che, nella concezione popolare, la manifestazione di una certa attività che essi chiamano "da signori" sia molto ben delimitata. E non ammettono che i signori escano fuori dal quadro delle loro concezioni.

- Forse; ma questo è un tale godimento, quale non avevo mai provato in tutta la vita. E non c'è nulla di male. Vero? - rispose Levin. - Che farci se a loro non va? Del resto, io credo che non importi nulla. Eh?

- In generale - proseguì Sergej Ivanovic - come vedo, sei soddisfatto della tua giornata.

- Molto soddisfatto. Abbiamo falciato l'intero prato. E sapessi con che razza di vecchietto ho fatto amicizia! Non te lo puoi immaginare: un incanto!

- Dunque, sei contento della tua giornata. E io pure. Per primo, ho risolto due mosse di scacchi di cui una è molto carina, si apre con un pedone, te la mostrerò. E poi ho pensato alla nostra conversazione di iersera.

- Cosa? Alla conversazione di ieri? - disse Levin, socchiudendo beatamente gli occhi e riprendendo fiato dopo la fine del pasto, nell'impossibilità assoluta di ricordare quale fosse stata la conversazione del giorno innanzi.

- Ti dimostrerò che hai ragione solo in parte. Il nostro disaccordo consiste in questo: che tu poni come movente l'interesse personale, e io suppongo che ogni uomo che abbia un certo grado di cultura debba interessarsi del bene comune. Può anche darsi che tu abbia ragione, che sia più desiderabile un'attività materiale spronata dall'interesse. In generale tu sei una natura troppo primesautière, come dicono i francesi; per te o un'attività appassionata, energica, o niente.

Levin udiva le parole del fratello, ma non capiva proprio nulla e non voleva capire. Temeva solo che il fratello gli rivolgesse qualche domanda, perché allora sarebbe subito apparso che non lo ascoltava affatto.

- Così è, amico mio - disse Sergej Ivanovic, toccandogli la spalla.

- Sì, s'intende. Ma cosa mai! Io non mi intestardisco mica - rispose Levin con un colpevole sorriso infantile.

"Ma di che si discuteva? - pensava. - S'intende, ho ragione io ed ha ragione lui e tutto va benissimo. Ma debbo passare in amministrazione a dare gli ordini". Si alzò stirandosi e sorridendo.

Anche Sergej Ivanovic sorrise.

- Vuoi fare una passeggiata, andiamo insieme - disse, desideroso di non staccarsi dal fratello che emanava freschezza e vigore. - Andiamo, passiamo pure in amministrazione, se ci devi andare.

- Ah, Dio mio! - gridò Levin così forte che Sergej Ivanovic si spaventò.

- Che hai?

- E il braccio di Agaf'ja Michajlovna! - disse Levin, battendosi la fronte. - Me n'ero proprio scordato!

- Va molto meglio.

- Via, faccio una corsa da lei. Non farai in tempo a metterti il cappello che sarò qui.

E, correndo giù per la scala, fece risonare i tacchi come una raganella.

VII

Stepan Arkad'ic era andato a Pietroburgo per compiere il più elementare dei doveri, i doveri di tutti i funzionari, il più necessario dei doveri, anche se incomprensibile a chi non è funzionario, omesso il quale non c'è modo di mantenere un impiego, far notare, cioè la propria esistenza al ministero. E mentre per compiere questo dovere, dopo aver preso con sé quasi tutto il denaro di casa, passava allegramente e piacevolmente il tempo alle corse e nei dintorni, Dolly coi bambini era andata a starsene in campagna, per diminuire, quanto più era possibile, le spese. Era andata nella sua proprietà dotale di Ergu(ovo, quella stessa dove in primavera era stato venduto il legname e che distava cinquanta verste da Pokrovskoe di Levin.

La grande vecchia casa di Ergu(ovo era da tempo mal ridotta, ed era stata riparata dal vecchio principe che ne aveva anche ingrandita un'ala. Quest'ala, venti anni prima, quando Dolly era ancora ragazza, era spaziosa e comoda, pur rimanendo di lato, come tutte le ali, rispetto al viale d'ingresso e all'esposizione a mezzogiorno. Ma ormai anch'essa era cadente e ammuffita. Quando in primavera Stepan Arkad'ic vi si era recato a vendere il legname, Dolly gli aveva raccomandato di guardare con attenzione la casa e di ordinare e fare eseguire le riparazioni più necessarie. Stepan Arkad'ic che, come tutti i mariti colpevoli, si adoperava molto perché la moglie si trovasse a suo agio, aveva egli stesso dato un'occhiata alla casa e aveva impartito ordini per tutto quello che, secondo lui, era necessario. Secondo lui era necessario rivestire tutto il mobilio di cretonne, mettere le tende, ripulire il giardino, costruire un ponticello vicino allo stagno e piantare dei fiori: ma aveva dimenticato molte altre cose indispensabili, la cui mancanza costituiva ora un tormento per Dar'ja Aleksandrovna.

Per quanto Stepan Arkad'ic si sforzasse di essere un marito e un padre premuroso, non riusciva in nessun modo a ricordarsi d'aver moglie e figli. Aveva gusti da celibe, e solo ad essi si conformava. Tornato a Mosca, aveva detto alla moglie che la casa era pronta, che era proprio un gioiello e che le consigliava di andarvi. Sotto tutti i riguardi a Stepan Arkad'ic piaceva molto che la moglie partisse; era salutare per i ragazzi, le spese sarebbero state minori, ed egli sarebbe stato più libero. Dar'ja Aleksandrovna a sua volta considerava il soggiorno in campagna indispensabile per i ragazzi, soprattutto per la bambina che non riusciva a riaversi dai postumi della scarlattina, e vedeva in esso anche la liberazione dalle piccole umiliazioni, dai piccoli debiti col legnaiuolo, col pescivendolo, col calzolaio, che la tormentavano tanto. Inoltre, la partenza l'attraeva perché sognava di far venire presso di sé la sorella Kitty, che sarebbe dovuta rientrare a mezza estate e alla quale avevano consigliato i bagni. Kitty le aveva già scritto dalla stazione termale che nulla le sorrideva tanto quanto passare l'estate a Ergu(ovo, così pieno di ricordi d'infanzia per tutte e due.

Il primo periodo della vita in campagna fu molto difficile per Dolly. Aveva vissuto in campagna nell'infanzia e ne aveva serbata l'impressione che la campagna fosse una specie di liberazione da tutti i dispiaceri cittadini, che là, malgrado la vita non brillante (e a tutto questo Dolly si rassegnava presto), tutto fosse almeno accessibile e comodo; che tutto fosse a buon prezzo, che vi si potesse trovare tutto, e che ai bambini la campagna facesse bene. Ma ora, giuntavi come padrona di casa, vide che non era così come pensava.

Il giorno dopo il loro arrivo, venne giù una pioggia dirotta e la notte cominciò a gocciolare nel corridoio e anche nella camera dei bambini, sì che si dovettero trasportare i lettini nel salotto. La sguattera non c'era; di nove mucche, a stare a sentire la donna addettavi, alcune erano pregne, altre al primo vitello, altre erano vecchie, altre avevano i capezzoli stretti; latte e burro non bastavano per i bambini. Uova non ce n'era. Una gallina non si poteva trovare, venivan serviti arrosto certi galli vecchi color viola, filamentosi. Non si trovavano donne per lavare i pavimenti; erano tutte a raccogliere le patate. Non si poteva uscire in carrozza perché il cavallo s'impennava e strapazzava il timone. Non c'era dove fare i bagni: tutta la sponda del fiume veniva calpestata dal bestiame ed era tutta aperta dal lato della strada; non si poteva neppure passeggiare nel giardino, perché il bestiame vi entrava attraverso uno squarcio dello steccato, e c'era un terribile toro che muggiva e sembrava pronto a dare cornate. Non c'erano armadi per i vestiti. Quelli che c'erano non chiudevano e s'aprivano da soli quando ci si passava accanto. Non c'erano né pentole né tegami; non c'era la caldaia per la lavanderia, e nella stanza delle donne nemmeno la tavola da stiro.

In quel primo periodo, Dar'ja Aleksandrovna, che sperava di trovare tranquillità e riposo, capitata tra tutti questi guai, per lei enormi, si sentiva disperata; si dava da fare con tutte le sue energie, ma sentiva che non c'era via d'uscita, e ogni momento tratteneva le lacrime che le spuntavano negli occhi. L'amministratore, un ex sottufficiale, che Stepan Arkad'ic aveva preso a benvolere e che aveva promosso, per la sua prestanza e il suo fare ossequioso, dall'ufficio di portiere, non prese parte alcuna alle pene di Dar'ja Aleksandrovna; si limitava a dire rispettosamente: "Non è proprio possibile, è gente così cattiva" e non l'aiutava in nulla.

La situazione sembrava senza via d'uscita. Ma anche in casa Oblonskij, come in tutte le case dove ci sono molti membri di famiglia, c'era la persona che non si faceva notare, ma che era tanto importante e utile: Matrëna Filimonovna. Costei calmava la signora, la rassicurava che tutto si "sarebbe appianato" (era questo il suo intercalare e da lei l'aveva preso Matvej), ed ella stessa, senza affrettarsi e senza agitarsi, operava.

Andò subito d'accordo con la moglie dell'amministratore, e sin dal primo giorno bevve con lei e con l'amministratore il tè sotto le acacie e prese in esame tutte le questioni. Ben presto, lì, sotto le acacie, si venne a formare il circolo formato dalla moglie dell'amministratore, dallo starosta e dall'impiegato d'ufficio; cominciarono ad appianarsi a poco a poco tutte le difficoltà della vita: dopo una settimana, infatti, realmente tutto s'era "appianato". Il tetto fu accomodato, si trovò la cuoca, una comare dello starosta, le galline furono comprate; le mucche ripresero a dare il latte, il giardino fu recinto, furono messi dei ganci agli armadi che non si aprirono più arbitrariamente, e la tavola da stiro, ravvolta in un panno da soldato, fu distesa dal bracciuolo di una poltrona al cassettone, sì che nella stanza delle donne si sentì odor di stiro.

- Su, ecco, e voi non facevate altro che disperarvi! - diceva Matrëna Filimonovna, mostrando la tavola.

Fu costruito perfino un recinto per fare i bagni con paraventi di paglia. Lily cominciò a fare il bagno e per Dar'ja Aleksandrovna si avverarono, almeno in parte, le sue aspirazioni a una vita di campagna, se non tranquilla, almeno comoda. Dar'ja Aleksandrovna, con sei bambini, tranquilla non poteva mai essere. Uno si ammalava, l'altro rischiava di ammalarsi, al terzo mancava qualcosa, il quarto mostrava i segni d'un cattivo carattere e così via di seguito. Di rado, molto di rado, venivano brevi periodi di tranquillità. Ma queste cure e questi affanni erano per Dar'ja Aleksandrovna l'unica felicità possibile. Se non vi fossero stati, sarebbe rimasta sola col pensiero rivolto al marito che non l'amava. Ma, a parte ciò, per quanto fossero penosi per la madre la paura delle malattie, le malattie stesse e il dolore suo nel constatare le cattive inclinazioni dei figli, questi stessi figliuoli già adesso, con tante piccole gioie, la ripagavano delle sue pene. Queste gioie però eran così piccole che non si notavano, così come non si nota l'oro fra la sabbia; e nei momenti cattivi ella vedeva solo i dolori, cioè la sabbia, mentre c'erano pure i momenti buoni in cui vedeva solo le gioie, solo l'oro.

Adesso, nella solitudine della campagna, ella sempre più spesso si rendeva conto di queste gioie. Spesso, guardando i figli, faceva tutti gli sforzi possibili per convincersi che si sbagliava, che come madre era parziale verso di loro; tuttavia non poteva non dirsi che aveva dei bambini deliziosi, tutti e sei, tutti così diversi, ma come non è facile trovarne, e ne era felice e orgogliosa.

VIII

Verso la fine di maggio, quando già tutto era più o meno in ordine, ebbe risposta dal marito alle sue lamentele sui disagi campestri. Le scriveva chiedendole venia di non aver pensato a tutto e promettendo di venire alla prima occasione. Questa occasione non si era presentata, e fino ai primi di giugno Dar'ja Aleksandrovna visse sola in campagna.

La vigilia di san Pietro, di domenica, Dar'ja Aleksandrovna era andata alla messa per far fare la comunione a tutti i suoi ragazzi. Dar'ja Aleksandrovna, nei suoi discorsi intimi, filosofici con la sorella, con la madre, con gli amici, molto spesso meravigliava per la sua libertà di pensiero in materia di religione. Credeva stranamente nella metempsicosi, poco preoccupandosi dei dogmi della Chiesa. Ma nella famiglia, e non solo per dare l'esempio, ma con tutta l'anima, adempiva rigorosamente tutti i precetti della Chiesa; e il fatto che i ragazzi per quasi un anno non si fossero comunicati l'agitava molto; sì che, con la piena approvazione e partecipazione di Matrëna Filimonovna, aveva deciso di far avvenire ciò in quella estate.

Alcuni giorni prima aveva pensato all'abbigliamento di tutti i bambini. Furono cuciti, rifatti e lavati i vestiti, messi fuori gli orli e le finte; cuciti i bottoni e preparati i nastri. Un vestito per Tanja, che la signorina inglese s'era incaricata di cucire, fece masticar veleno a Dar'ja Aleksandrovna. L'inglese, nel ricucire, non aveva rifatto le pieghe al posto giusto, aveva tirato le maniche troppo in fuori e sembrava aver completamente sciupato l'abito. E in tal modo Tanja aveva delle spalle così strette che faceva male a guardarla. Ma Matrëna Filimonovna pensò di far delle riprese e di aggiungere una pellegrina. Alla cosa si pose riparo, ma ne venne fuori una baruffa con l'inglese. La mattina però tutto era in ordine e verso le nove, il termine fino al quale avevano pregato il sacerdote di attendere prima di iniziare la messa, i bambini, raggianti di gioia, tutti agghindati, erano presso la scalinata davanti alla carrozza, in attesa della madre.

Alla carrozza, invece di Voron che s'impennava, era stato attaccato, per raccomandazione di Matrëna Filimonovna, Buryj dell'amministratore; e Dar'ja Aleksandrovna, che s'era trattenuta per curare il proprio abbigliamento, montò in carrozza in abito bianco di mussolina.

Si adornava e vestiva con ansia e preoccupazione. Un tempo s'era vestita per sé, per essere bella e piacente; poi, con l'andar degli anni, l'abbigliarsi le era divenuto increscioso; s'accorgeva di non esser più bella. Ma ora di nuovo si vestiva con gusto e trepidazione. Ora non si abbigliava più per sé, né per la sua bellezza, ma per non sciupare, come madre di quei tesori di figli, l'impressione generale. Guardatasi nello specchio l'ultima volta, rimase contenta di sé. Stava bene. Non così bene come quando, ai suoi tempi, voleva figurare a un ballo, ma stava bene per lo scopo che perseguiva.

In chiesa non c'era nessuno all'infuori dei contadini, dei portieri e delle donne. Ma a Dar'ja Aleksandrovna parve di scorgere l'incanto suscitato dai suoi bambini e da lei. I bambini non solo erano splendidi nei loro vestitini di gala, ma erano graziosi perché si comportavano proprio bene. È vero che Alëša non stava proprio del tutto composto: non faceva che voltarsi per rimirarsi il dietro del giubbetto; tuttavia era straordinariamente aggraziato. Tanja stava lì composta come una personcina grande e badava ai piccoli. Ma la più piccola, Lily, era deliziosa nel suo ingenuo stupore di tutto e fu difficile non sorridere quando, ricevuta la comunione, disse: "please, some more".

Tornando a casa, i bambini sentivano che qualcosa di solenne era stato compiuto, ed erano tranquilli.

Tutto andò bene anche a casa; ma a colazione Griša cominciò a fischiare, e quel che fu peggio, non obbedì all'inglese, così che fu privato del dolce. Dar'ja Aleksandrovna, se si fosse trovata presente, non avrebbe inflitto, proprio in quel giorno, una punizione, ma ormai era necessario sostenere la punizione dell'inglese, e la decisione che per Griša non ci sarebbe stato il dolce, venne riconfermata. Questo sciupò un po' la felicità generale.

Griša piangeva, e diceva che anche Nikolen'ka aveva fischiato, eppure non era stato punito, e che egli non piangeva per la torta... tanto era lo stesso... ma perché si era ingiusti con lui. Questo era troppo triste, e Dar'ja Aleksandrovna aveva deciso di perdonare Griša e, per interpellare l'inglese, andò da lei. Ma, attraversando la sala, vide una scena che le riempì il cuore di una tale gioia che le lacrime le vennero agli occhi ed ella stessa perdonò senz'altro il malandrino.

Il colpevole sedeva nella sala sul davanzale della finestra ad angolo; vicino a lui stava Tanja con un piatto. Col pretesto di voler imbandire un pranzo alle bambole, ella aveva chiesto all'inglese il permesso di portare una parte del suo dolce nella camera dei bambini, e invece l'aveva portato al fratellino. Griša, continuando a piangere sull'ingiustizia patita, mangiava la torta e fra i singhiozzi diceva: "mangia anche tu, mangiamo insieme... insieme".

Su Tanja aveva agito prima la pena per Griša, poi la coscienza della propria buona azione, sì che anche a lei venivano le lacrime agli occhi, ma non rifiutava e mangiava la propria parte.

Scorta la madre, i piccoli si spaventarono, ma dal viso di lei capirono d'aver fatto bene, si misero a ridere con le bocche piene di torta, e cominciarono a pulire le labbra sorridenti con le mani, impiastricciando così di lacrime e marmellata i loro visi splendenti.

- Mamma mia! Il vestito nuovo bianco! Tanja! Griša! - diceva la mamma, sforzandosi di salvare il vestito, ma sorridendo, con le lacrime agli occhi, d'un riso beato, entusiastico.

I vestiti nuovi furono tolti, si fecero indossare alle bimbe dei camiciotti e ai bambini delle vecchie giacchette, e si fece attaccare alla carrozza lunga, di nuovo e con rincrescimento dell'amministratore, Buryj al timone per andare in cerca di funghi e al bagno. Un entusiastico grido si levò nella camera dei bambini e non si chetò fino alla partenza per il bagno.

Di funghi se ne raccolse un cestino colmo; perfino Lily trovò un prugnolo. Era stata miss Hull a trovarne per prima e a mostrarglieli; ma ora aveva trovato da sola una grossa cappella di prugnolo, e questo fatto la rese oggetto di un'entusiastica ovazione generale: "Lily ha trovato una cappella!".

Poi si andò verso il fiume; i cavalli furono lasciati all'ombra delle piccole betulle, e si andò al bagno. Il cocchiere Terentij, legati ad un albero i cavalli liberi dai freni, si sdraiò, schiacciando l'erba, all'ombra d'una betulla e si mise a fumare tabacco in foglie, mentre dal fiume gli giungeva l'allegro stridio infantile che non si chetava.

Sebbene fosse faticoso badare a tutti i ragazzi e frenare le loro birichinate, sebbene fosse difficile ricordare e non confondere tutte quelle calzine, quei pantaloncini, quelle scarpette dei vari piedini, e inoltre snodare e sbottonare e riannodare fettuccine e bottoncini, Dar'ja Aleksandrovna, cui sempre era piaciuto fare i bagni, e che li riteneva utili per i ragazzi, di niente godeva tanto come di quel bagno fatto insieme con tutti i suoi bambini. Toccare quelle gambette paffute, stendendo su di esse le calzine, prendere nelle braccia e bagnare tutti quei corpicini nudi e sentir le strida ora gioiose ora spaventate; vedere quei volti ansanti, con gli occhi spalancati, impauriti e allegri, di quei suoi cherubini che si spruzzavano, tutto questo era un godimento grande per lei.

Quando già una metà dei bambini fu rivestita, alcune donne parate a festa, che andavano a raccogliere erba egizia ed euforbia, si avvicinarono al bagno e si fermarono impacciate. Matrëna Filimonovna ne chiamò una, per darle a stendere un lenzuolo e una camicia caduti nell'acqua, mentre Dar'ja Aleksandrovna prese a discorrere con loro. Queste, che in principio ridevano nascondendosi il viso con la mano, e sembravano non capire le domande, si fecero presto coraggio e cominciarono a parlare, conquistando subito Dar'ja Aleksandrovna con la sincera ammirazione per i bambini che andavano via via indicando.

- Guarda che bellezza, è bianca come lo zucchero - diceva una, ammirando Tanja e scotendo il capo. - Ma è magra....

- Sì, è stata malata.

- Guarda, han fatto il bagno anche a lei - diceva un'altra, indicando la bambina lattante.

- No, ha solo tre mesi - rispondeva con orgoglio Dar'ja Aleksandrovna.

- Guarda!

- E tu quanti ne hai?

- Ne avevo quattro; ma ne sono restati due: un maschio e una femmina. Ecco, l'ho svezzata a carnevale.

- E quanto ha?

- Va per i due anni.

- E perché l'hai allattata così a lungo?

- È usanza nostra: le tre vigilie....

E la conversazione divenne quanto mai interessante per Dar'ja Aleksandrovna: come aveva partorito? di che cosa s'era ammalata? dov'era il marito? veniva spesso?

Dar'ja Aleksandrovna non voleva staccarsi dalle donne, tanto l'interessava la conversazione avviata con loro, tanto identici in tutto erano i loro interessi. E la cosa più piacevole per Dar'ja Aleksandrovna era veder chiaramente come quelle donne l'ammirassero soprattutto perché aveva tanti figliuoli e tutti così belli. Le donne fecero anche ridere Dar'ja Aleksandrovna, ma l'inglese, che era stata la causa di quel riso per lei incomprensibile, si turbò. Una delle giovani donne, osservando l'inglese che si vestiva da ultima e che indossava una terza sottana, non poté trattenersi dall'osservare: "Guarda, quella se ne mette e se ne mette e ancora ce ne ha!" al che tutte erano scoppiate a ridere.

IX

Circondata da tutti i bambini che avevano fatto il bagno e avevan le testine ancora umide, Dar'ja Aleksandrovna, con un fazzoletto in testa, si avvicinava già a casa, quando il cocchiere disse:

- C'è un signore che arriva, mi pare, quello di Pokrovskoe.

Dar'ja Aleksandrovna guardò innanzi a sé e si rallegrò vedendo la figura di Levin che le veniva incontro in cappello e cappotto grigio. Era sempre contenta di vederlo, ma in questo momento era particolarmente lieta ch'egli la vedesse in tutta la sua gioia. Nessuno più di Levin poteva apprezzarne il valore.

Vistala, egli si trovò dinanzi uno di quei quadri di vita familiare che aveva sognato per sé per il futuro.

- Sembrate una chioccia, Dar'ja Aleksandrovna.

- Oh, come sono contenta! - diss'ella, tendendogli la mano.

- Siete contenta, ma intanto non me lo avete fatto sapere. Da me c'è mio fratello. Soltanto ora ho ricevuto un biglietto di Stiva e ho saputo che eravate qua.

- Di Stiva? - chiese con sorpresa Dar'ja Aleksandrovna.

- Sì, scrive che avete cambiato residenza, e pensa che mi permetterete d'aiutarvi in qualche cosa - disse Levin; ma, appena detto questo, si confuse e, interrotto il discorso, seguitò a camminare in silenzio accanto alla carrozza, strappando i germogli dei tigli e spezzandoli coi denti. Si era confuso temendo che Dar'ja Aleksandrovna potesse non gradire l'aiuto di una persona estranea in cose che sarebbero dovute spettare al marito. A Dar'ja Aleksandrovna, invero, non garbava punto l'abitudine di Stepan Arkad'ic di affidare le faccende familiari a estranei. Ma capì subito che Levin aveva compreso. Anche per questa sua finezza d'intuito, per questa delicatezza, Dar'ja Aleksandrovna voleva bene a Levin.

- Ma io ho capito, s'intende - disse Levin - questo vuol dire soltanto che volete vedermi, e io ne sono molto contento. Immagino che voi, padrona di casa cittadina, vi troviate a disagio in questo posto un po' selvaggio e, se vi occorre qualcosa, sono completamente ai vostri ordini.

- Oh, no - disse Dolly. - Nei primi tempi sono stata a disagio; ma ora tutto si è aggiustato nel modo migliore, grazie alla mia vecchia njanja - disse, mostrando Matrëna Filimonovna, la quale, avendo compreso che si parlava di lei, sorrideva a Levin allegra e cordiale. Lo conosceva e giudicava che sarebbe stato un buon marito per la signorina e desiderava che la faccenda si concludesse.

- Vogliate sedervi, ci stringeremo in qua - egli disse.

- No, andrò a piedi. Ohé, ragazzi, chi di voi viene con me a fare a chi arriva prima coi cavalli?

I bambini conoscevano molto poco Levin, non ricordavano neppure se e quando l'avessero visto, ma non mostrarono nei suoi riguardi quello strano senso di timidezza e repulsione che tanto spesso i bambini provano per le persone adulte che fingono, e per cui sono spesso così dolorosamente puniti. La finzione può ingannare, in ogni caso, la persona più intelligente e accorta, ma non il bambino, anche il più sciocco, ché, per quanto abilmente nascosta, la riconosce e se ne ritrae. Quali che fossero i difetti di Levin, di finzione non esisteva in lui neppure il più piccolo segno, e perciò i bambini gli mostrarono una simpatia pari a quella che scorsero sul viso della madre. All'invito di Levin, i due più grandi saltarono subito giù dalla carrozza, e corsero con lui così semplicemente come avrebbero corso con la njanja o con miss Hull o con la madre. Anche Lily volle andare da lui e la madre gliela consegnò; egli la mise a sedere su di una spalla e corse con lei.

- Non abbiate paura, non abbiate paura, Dar'ja Aleksandrovna! - diceva sorridendo allegramente alla madre. - Non è possibile che le faccia del male e la faccia cadere.

E guardando i suoi movimenti agili, forti, prudentemente accorti, e fin troppo tesi, la madre si tranquillizzò e sorrise allegra, guardandolo con approvazione.

Ora, in campagna, con i bambini e Dar'ja Aleksandrovna che gli era simpatica, Levin si abbandonò a quella disposizione d'animo infantilmente gioiosa che Dar'ja Aleksandrovna amava tanto in lui. Correndo con i bambini, egli insegnava loro la ginnastica, faceva ridere miss Hull col suo pessimo inglese, e raccontava a Dar'ja Aleksandrovna le sue faccende campestri.

Dopo pranzo Dar'ja Aleksandrovna, seduta sola con lui sul balcone, cominciò a parlare di Kitty.

- Sapete? Kitty verrà qui e passerà l'estate con me.

- Davvero? - egli disse, accendendosi, e subito, per cambiar discorso, disse: - Così vi devo mandare due mucche? Se volete regolare dal punto di vista economico la faccenda, allora vogliate pagarmi cinque rubli al mese, se non vi rincresce.

- No, grazie, abbiamo già provveduto.

- Su, allora andrò a dare un'occhiata alle vostre mucche, e se permettete darò delle istruzioni per nutrirle. Tutto sta nel foraggio.

E Levin, solo per stornare il discorso, espose a Dar'ja Aleksandrovna la teoria sull'industria del latte che consisteva nel far conto che ogni vacca altro non fosse che una macchina per la trasformazione del foraggio in latte, e via di seguito.

Egli parlava di queste cose, ma nello stesso tempo desiderava con tutta l'anima sentire particolari di Kitty pur temendo di averne. Lo terrorizzava il sospetto che potesse esserne sconvolta la propria calma conquistata.

- Sì, è giusto, tutto questo va seguìto, ma chi lo farà? - rispondeva controvoglia Dar'ja Aleksandrovna.

Ella aveva finalmente assestato le faccende domestiche per mezzo di Matrëna Filimonovna che non amava i cambiamenti; inoltre non credeva alla competenza di Levin in materia di economia rurale. Il ragionamento secondo cui la vacca è una macchina per fare il latte, la metteva in sospetto. Le pareva che ragionamenti simili potessero solo intralciare l'economia. Le pareva che molto più semplice fosse dare più foraggio e più beveraggio, come diceva Matrëna Filimonovna, a Petrucha e a Belopachaja e che il cuoco non prelevasse dalla cucina le risciacquature per farne usufruire la vacca della lavandaia. Questo sì che era chiaro. Invece i ragionamenti sul mangime farinoso erano vaghi e poco chiari. La verità però era ch'ella aveva voglia di parlare di Kitty.

X

- Kitty mi scrive che desidera soltanto solitudine e calma - disse Dolly dopo il silenzio sopravvenuto.

- E come va la sua salute, meglio? - domandò Levin agitato.

- Grazie a Dio, è guarita del tutto. Io non ho mai creduto che avesse una malattia di petto.

- Ah, son molto contento! - disse Levin, e a Dolly parve di scorgere una certa emozione, come una distensione, nel viso di lui mentre diceva questo e la guardava in silenzio.

- Sentite, Konstantin Dmitric - disse Dar'ja Aleksandrovna, sorridendo del suo sorriso buono e un po' canzonatorio - perché siete arrabbiato con Kitty?

- Io? Io non sono arrabbiato.

- No, voi siete arrabbiato. Perché non siete passato né da noi né da loro quando siete stato a Mosca?

- Dar'ja Aleksandrovna - disse egli, arrossendo fino alla radice dei capelli - mi meraviglio perfino che voi, tanto buona, non lo abbiate compreso. Come è che non avete almeno pietà di me, quando sapete....

- Cosa so?

- Sapete che ho fatto una domanda di matrimonio e mi si è detto di no - pronunciò Levin e tutta la tenerezza che un momento prima lo aveva invaso per Kitty si tramutò in un senso di rancore per l'offesa ricevutane.

- E perché credete che io lo sappia?

- Perché tutti lo sanno.

- Ecco, già in questo vi sbagliate; io non lo sapevo, pur immaginandolo.

- Ebbene, lo sapete ora.

- Sapevo soltanto che c'era stato qualcosa che l'aveva terribilmente tormentata, e che mi si pregava di non parlare mai di questo. E se non l'ha detto a me, non si è confidata con nessuno. Ma cosa mai vi è accaduto? Ditemelo.

- Vi ho detto quello che è accaduto.

- Quando?

- Quando sono stato l'ultima volta da voi.

- E sapete cosa vi dirò - disse Dar'ja Aleksandrovna: - ho un'enorme, enorme compassione di lei. Voi soffrite solo per orgoglio.

- Può darsi - disse Levin - ma....

Ella lo interruppe.

- Ma di lei, poveretta, ho un'enorme, enorme compassione. Adesso capisco tutto.

- Eh, Dar'ja Aleksandrovna, scusatemi - diss'egli alzandosi. - Addio, Dar'ja Aleksandrovna, arrivederci.

- No, aspettate - diss'ella agguantandolo per una manica. - Aspettate, sedetevi.

- Vi prego, vi prego, non parliamo di questo - egli disse, sedendosi e sentendo nello stesso tempo che nel suo cuore si sollevava e s'agitava una speranza che gli era parsa sepolta.

- Se non vi volessi bene - disse Dar'ja Aleksandrovna, e le vennero le lacrime agli occhi - se non vi conoscessi come vi conosco...

Il sentimento che era parso morto si ravvivava sempre di più, si sollevava e si impadroniva del cuore di Levin.

- Sì, adesso ho capito tutto - proseguì Dar'ja Aleksandrovna. - Voi non potete capire questo; per voi, uomini, che siete liberi e potete scegliere, è sempre chiaro chi amate. Ma una ragazza nello stato d'attesa, col suo pudore femminile, virginale, una ragazza che vede voi, uomini, di lontano, prende tutto sulla parola; una ragazza ha e può avere un sentimento tale, da non saper cosa dire.

- Sì, se il cuore non parla...

- No, il cuore parla, ma pensate: voi, uomini, avete delle intenzioni su una ragazza, andate in casa, fate amicizia, osservate, aspettate per vedere se troverete quel che vi piace, e poi, quando siete convinti di amare, fate la proposta di matrimonio...

- Via, non è affatto così.

- È lo stesso, voi fate la proposta di matrimonio quando il vostro amore è venuto a maturità o quando fra due da scegliere s'è fatto il soprappeso. Ma una ragazza non la interrogano. Vogliono che ella scelga da sé, ma lei non può scegliere e risponde soltanto: "sì" e "no".

"Sì, la scelta fra me e Vronskij" pensò Levin e il cadavere che si ravvivava nell'anima sua morì di nuovo e premeva solo tormentosamente il suo cuore.

- Dar'ja Aleksandrovna - diss'egli - così si sceglie un vestito, oppure non so che compera, ma non l'amore. La scelta è fatta, e tanto meglio... E una ripetizione non può esserci.

- Ah, quanto orgoglio, quanto orgoglio! - disse Dar'ja Aleksandrovna, quasi disprezzandolo per questo suo sentire che le appariva ben basso in confronto del sentimento che solo le donne conoscono. - Mentre voi facevate la proposta a Kitty, lei si trovava proprio nella situazione di non poter rispondere. C'era in lei il dilemma: o voi o Vronskij. Vedeva lui ogni giorno, e non vedeva voi da tempo. Supponiamo che fosse stata meno giovane: ad esempio, per me, al suo posto, non ci sarebbe stato dilemma. Mi era sempre stato antipatico quello lì, e i fatti....

Levin ricordò la risposta di Kitty. Ella aveva detto: "No, questo non può essere...".

- Dar'ja Aleksandrovna - egli disse asciutto - io apprezzo la vostra fiducia in me; penso che non sia giusta. Ma che io abbia ragione o torto... questo orgoglio che voi disprezzate tanto, fa sì che ogni mio disegno su Katerina Aleksandrovna sia impossibile, voi comprendete, completamente impossibile.

- Io dirò ancora una cosa sola: voi capite che parlo di una sorella che amo come i miei figli. Non dico che ella vi ami, ma volevo soltanto dire che il suo rifiuto in quel momento non significa nulla.

- Non so - disse Levin, alzandosi. - Se sapeste quanto male mi fate! È come se vi fosse morto un bambino e vi si dicesse: ecco, era così e così, avrebbe potuto vivere e voi avreste potuto gioirne. Ed è morto, morto, morto....

- Come siete strano! - disse Dar'ja Aleksandrovna, osservando con un sorriso triste l'agitazione di Levin. - Sì, adesso capisco sempre di più - continuò pensosa. - Così voi non verrete da noi quando ci sarà Kitty.

- No, non verrò. S'intende, io non sfuggirò Katerina Aleksandrovna, ma ogni volta che potrò, cercherò di liberarla del fastidio della mia presenza.

- Siete molto, molto strano - ripeté Dar'ja Aleksandrovna, guardandolo con tenerezza in viso. - Su, va bene, non parliamone più. Perché sei venuta, Tanja? - disse Dar'ja Aleksandrovna in francese alla bambina che era entrata.

- Dov'è la mia paletta, mamma?

- Io ti sto parlando in francese, e tu rispondimi in francese.

La bambina voleva, ma aveva dimenticato come si dice "paletta" in francese; la madre le suggerì la parola e poi, sempre in francese, disse dove poteva trovarla. Questo spiacque a Levin.

Tutto ormai in casa di Dar'ja Aleksandrovna non gli piaceva più come poco prima, perfino i bambini.

"E perché parla in francese coi bambini? - pensò. - Com'è poco naturale, com'è falso! E i bambini lo sentono. Si fa loro apprendere il francese e disimparare la sincerità" e non sapeva che Dar'ja Aleksandrovna aveva già cambiato idea venti volte a questo proposito e tuttavia, pure a danno della sincerità, aveva trovato indispensabile educare in tal modo i figliuoli.

- Ma dove mai dovete andare? Rimanete.

Levin rimase lì fino al tè, ma la sua allegria era scomparsa e si sentiva ormai a disagio.

Dopo il tè uscì in anticamera per ordinare di fare accostare al portone i cavalli; e quando rientrò trovò Dar'ja Aleksandrovna col viso sconvolto e le lacrime agli occhi. Durante la breve assenza di Levin era accaduto qualcosa che aveva distrutto in Dar'ja Aleksandrovna tutta la felicità di quel giorno e tutto il suo orgoglio per i suoi bambini. Griša e Tanja s'erano azzuffati per una palla. Dar'ja Aleksandrovna, sentendo gridare nella camera dei bambini, era accorsa e li aveva trovati avvinti in modo orribile: Tanja aveva afferrato Griša per i capelli e questi, col volto mostruoso di cattiveria, tirava pugni dove capitava. Nel vedere questa scena, qualcosa si era spezzato nel cuore di Dar'ja Aleksandrovna. Come se le tenebre si fossero addensate sulla sua vita, capiva che quei bambini, che erano il suo vanto, erano non solo bambini come tanti altri, ma tutt'altro che buoni, male educati, con tendenze perverse e volgari, bambini cattivi.

Non poteva pensare ad altro, non poteva parlare d'altro e non seppe trattenersi dal raccontare a Levin la sua pena.

Levin vedeva ch'ella soffriva, e cercava di consolarla, dicendo che non si trattava di cosa grave, che tutti i bambini vengono alle mani; eppure, mentre diceva questo, pensava dentro di sé: "No, io non farò moine ai miei figli e non parlerò in francese con loro; ma non avrò bambini come questi. Non si devon guastare, non si devono deformare i bambini e allora saranno deliziosi. No, io non avrò bambini come questi".

Si accomiatò e andò via, né lei lo trattenne.

XI

Verso la metà di luglio si presentò da Levin lo starosta del villaggio di sua sorella che era a venti verste da Pokrovskoe, a render conto dell'andamento degli affari e della fienagione. La rendita principale della tenuta della sorella di Levin proveniva dai prati fertilizzati dalle inondazioni. Negli anni precedenti, la fienagione era stata fatta dai contadini per venti rubli a desjatina. Quando Levin assunse l'amministrazione del fondo, esaminata la questione, aveva trovato che la fienagione poteva rendere di più e ne aveva fissato il prezzo a venticinque rubli per desjatina.

I contadini non avevano accettato questo prezzo e, come aveva sospettato Levin, avevano allontanato gli altri compratori. Allora, recatosi sul posto, dispose che si raccogliesse il fieno, in parte per ingaggio e in parte trattenendo una quota. I contadini intralciarono con tutti i mezzi l'innovazione, ma l'affare andò bene e, fin dal primo anno, i prati resero quasi il doppio di prima. Per due anni ancora, fino all'anno precedente, era continuata la medesima reazione da parte dei contadini, ma il raccolto era andato bene lo stesso. Quell'anno poi i contadini si erano assunta tutta la fienagione, trattenendo per loro un terzo del prodotto e ora lo starosta era venuto a dire che il fieno era stato raccolto e che, temendo la pioggia, egli aveva fatto venire l'amministratore, aveva fatto la divisione e aveva ammucchiato, presente lui, undici covoni di fieno quale spettanza padronale. Dalle risposte evasive alla domanda sul quantitativo di fieno raccolto nel prato più esteso, dalla fretta con la quale aveva proceduto alla ripartizione del prodotto senza chiedere l'autorizzazione, da tutto il tono del discorso del contadino, Levin aveva capito che in quella divisione qualcosa di poco chiaro c'era stato e decise di andare lui stesso a sincerarsene.

Giunto al villaggio all'ora di pranzo e lasciato il cavallo da un suo vecchio amico, marito della balia del fratello, Levin, desideroso di conoscere egli stesso i particolari della falciatura, si recò dal vecchio addetto alle api che si trovava nell'arniaio. Questi, il vecchio Parmenyc, loquace e bello a vedersi, accolse festoso Levin; gli mostrò tutta la sua azienda, si diffuse in mille particolari circa le api e la sciamatura di quell'anno; ma alle domande di Levin riguardanti la fienagione, rispose impreciso e svogliato. Questo confermò ancor più Levin nei suoi sospetti. Andò allora sui prati per vedere le biche del fieno. Da ciascuna bica non ne potevano venir fuori cinquanta carrettate e, per convincere di ciò i contadini, Levin ordinò di chiamare subito i carri da trasporto, di caricarvi su una bica e di trasportarla nella rimessa. Ne vennero fuori trentadue carrettate solamente. Malgrado lo starosta assicurasse che il fieno si rigonfia e poi nelle biche si abbassa e malgrado spergiurasse che tutto questo era andato secondo il volere di Dio, Levin rimase fermo nella sua determinazione: il fieno era stato diviso senza suo ordine e perciò egli non accettava quel fieno per cinquanta carrettate a bica. Dopo lunghe discussioni decisero la questione nel senso che i contadini avrebbero ritenute per sé quelle undici biche, calcolandole a cinquanta carrettate ciascuna, e che per determinare la parte spettante al padrone, si sarebbe fatta una nuova ripartizione. Tra trattative e decisioni si giunse all'ora del pranzo. Mentre si divideva l'ultimo fieno, Levin, affidato il rimanente controllo all'amministratore, andò a sedersi su una bica segnata da una canna e se ne stette a contemplare il prato che brulicava di gente.

Dinanzi a lui, in un'ansa del fiume, al di là di un pantanello, si moveva allegramente, scoppiettando di voci sonore, una schiera variegata di donne, e su per il guaime verdechiaro si distendevano le onde grigie, sinuose, del fieno sparpagliato. Dietro le donne venivano i contadini coi forconi, e dalle onde del fieno si formavano alte, larghe e rigonfie le biche. A sinistra del prato già sgombro risonavano i carri e, tirate giù a grandi forcate, una dopo l'altra, le biche scomparivano e al loro posto venivano caricate pesanti carrettate del fieno profumato che sporgevano fin sulla groppa dei cavalli.

- Bisogna raccoglierlo col tempo buono! Fieno ce ne sarà - disse il vecchio, sedendosi accanto a Levin. - Sembra tè, e non fieno! Guarda come lo tirano su! Sembra che abbian dato a beccare i semi agli anatroccoli! - aggiunse mostrando le biche che venivano caricate. - Dall'ora di pranzo ne han caricate una buona metà. - È l'ultimo carro, eh? - gridò rivolgendosi a un giovanotto che, in piedi sul fondo del carro e agitando le estremità delle redini di canapa, gli passava accanto.

- L'ultimo, batju(ka - gridò il giovane, trattenendo per un momento il cavallo; poi, sorridendo, si voltò a guardare la contadina, allegra, rubiconda e sorridente anch'essa, che sedeva nella parte posteriore del carro.

- E questo chi è, un figliuolo? - chiese Levin.

- L'ultimo - disse il vecchio con un sorriso carezzevole.

- Che bel ragazzo!

- Non c'è male.

- È già sposato?

- Sì, son tre anni, alla vigilia di san Filippo.

- Be', e figliuoli niente?

- Macché figliuoli! Per un anno intero si è comportato come uno stupido... c'era da vergognarsi - rispose il vecchio. - Su, il fieno! È vero tè! - ripeté, desiderando cambiar discorso.

Levin osservò attento Van'ka Parmenov e la moglie. Non lontano da lui la coppia caricava una bica. Ivan Parmenov stava diritto sul carro, riceveva il fieno, eguagliava e pestava le forcate colme, che gli tendeva, agile, la giovane bella moglie, prima a bracciate, poi con la forca. La donna lavorava con facilità, allegra e svelta. Il fieno grosso, riscaldato, non veniva subito alla forca. Ella dapprima l'assestava, ci conficcava dentro il bidente, poi, con un movimento elastico e veloce, vi si appoggiava con tutto il peso del corpo e subito, piegando la schiena stretta da una cintura rossa, si raddrizzava e, sporgendo il seno turgido sotto la pettina bianca, con una mossa rapida afferrava la forca e gettava la forcata su, in alto, sul carro. Ivan, svelto, cercando evidentemente di risparmiarle ogni più piccolo sforzo, afferrava, aprendo larghe le braccia, la forcata che gli veniva tesa e l'assestava sul carro. Tesogli l'ultimo fieno raccolto col rastrello, la donna scosse via le festuche che le si erano insinuate intorno al collo e, rimesso a posto il fazzoletto rosso sulla fronte bianca non ancora abbronzata, si ficcò sotto il carro per legare il carico. Ivan le diceva come dovesse agganciarlo alla freccia, e a una cosa detta da lei, scoppiò a ridere forte. Nell'espressione di tutti e due i volti c'era un amore forte, giovane, risvegliato da poco.

XII

Il carico fu legato. Ivan saltò giù e condusse per la briglia il cavallo ben nutrito. La donna gettò il rastrello sul carro e con passo sicuro, agitando le braccia, andò verso le contadine che s'erano riunite formando quasi un cerchio. Ivan, raggiunta la strada, entrò a far parte del convoglio dei carri. Le donne, col rastrello sulle spalle, splendendo nei colori vivaci delle vesti e facendo strepito con le voci sonore, seguivano allegre i carri. Una voce rozza, selvatica di donna, intonò una canzone e la cantò fino al ritornello; poi, insieme, in coro, una cinquantina di voci varie, sane, robuste e acute, ripresero daccapo la stessa canzone.

Le donne, così cantando, si avvicinarono a Levin, e a lui sembrò che una nuvola e un tuono gonfio di allegria si avanzasse venendogli incontro. La nuvola avanzò, lo afferrò, e la bica sulla quale era sdraiato e le altre biche e i carri e il bosco intero, il campo lontano, tutto cominciò a camminare e ad agitarsi al ritmo di quella selvaggia, ilare canzone tra gridi, sibili e sobbalzi. Levin ebbe invidia di quella sana allegria, e avrebbe voluto prender parte a quella gioiosa espressione di vita. Ma non poteva, e doveva tacere, guardare e ascoltare. Quando quella gente e il canto si sottrassero alla sua vista e al suo udito, un senso grave di tristezza per la propria solitudine, per il proprio ozio fisico, per la propria avversione verso quel mondo lo afferrò.

Alcuni di quegli stessi contadini che più di tutti avevano discusso con lui per il fieno, quelli ch'egli aveva offeso o quelli che volevano ingannarlo, questi stessi contadini lo salutavano ora allegramente, e appariva chiaro che non avevano e che non avrebbero potuto avere verso di lui alcun'ombra di rancore, e non solo nessun pentimento, ma neppure più il ricordo di aver cercato di ingannarlo. Tutto era affondato nel gioioso mare del lavoro comune. Dio dà il giorno, Dio dà la forza. E il giorno e la forza sono consacrati al lavoro; e in se stesso il lavoro trova la sua ricompensa. Ma per chi il lavoro? Quali saranno i frutti del lavoro? Queste sono considerazioni secondarie e inconsistenti. Spesso Levin aveva ammirato questa vita, aveva spesso provato invidia per le persone che la vivevano; ma ora per la prima volta, sotto l'impressione dei rapporti che aveva notato tra Parmenov e la sua giovane moglie, per la prima volta si delineò chiara nella mente di Levin l'idea che dipendeva da lui sostituire alla vita che viveva, così greve e oziosa, così artificiale ed egoista, questa deliziosa, semplice vita di lavoro fatto in comune.

Il vecchio, che era stato a sedere accanto a lui, già da tempo se n'era andato; la gente si era tutta dispersa. Quelli che abitavano vicini erano andati alle loro case e quelli che stavano lontano s'eran raccolti per cenare e dormire sul prato. Levin, inosservato, continuava a starsene sdraiato sulla bica e a guardare, ad ascoltare e riflettere. La gente che era rimasta a passar la notte nel prato, non dormì quasi, in quella breve notte estiva. Dapprima, durante la cena, si udirono chiacchiere e risa, poi di nuovo canti e risa.

Tutta la lunga giornata di lavoro non aveva lasciato in quei contadini altra traccia che l'allegria. Prima dell'alba tutto si chetò. Si udivano solo l'incessante gracidare notturno delle ranocchie nella palude e lo sbuffare dei cavalli in giro per il prato nella nebbia levatasi all'alba.

Rientrato in sé, Levin si alzò dalla bica e, guardate le stelle, capì che la notte era passata.

"Be', e allora che farò? Come farò tutto questo?" si chiese, cercando di esprimere a se stesso ciò che aveva pensato e sentito in quella breve nottata. Tutto quello che aveva pensato e sentito si divideva in tre distinti ordini di pensieri. Il primo comprendeva la rinuncia alla sua vecchia vita, alle cognizioni inutili, alla cultura che non serviva a nulla. Questa rinuncia l'avrebbe fatta con piacere, ed era per lui facile e semplice. Gli altri pensieri e le altre figurazioni riguardavano la vita che egli avrebbe voluto vivere ora. Sentiva chiaramente la purezza e la semplicità, la legittimità di questa vita, ed era convinto che vi avrebbe trovato quella soddisfazione tranquilla e dignitosa di cui avvertiva così morbosamente l'assenza. Ma l'ultimo ordine di idee si aggirava sul modo di compiere questo passaggio dalla vecchia vita alla nuova. E qui non vedeva più con chiarezza. "Prender moglie? Avere un lavoro e la necessità di lavorare? Lasciare Pokrovskoe? Comprare della terra? Iscriversi in una società? Sposare una contadina? Come farò tutto questo? - si chiedeva di nuovo e non trovava risposta. - Ma io non ho dormito tutta la notte e non posso darmi una risposta chiara - si disse. - Chiarirò dopo. Una cosa è certa, che questa notte ho deciso il mio destino. Tutti i miei precedenti sogni sulla vita familiare non rispondono a questo. Questo sì, è molto più semplice ed è certamente migliore".

"Com'è bello! - pensò, guardando la strana conchiglia quasi madreperlacea di nuvole bianche a pecorelle fermatasi proprio sulla sua testa, a mezzo il cielo. - Come tutto è bello in questa notte luminosa! E quando ha avuto il tempo di formarsi questa conchiglia? Un momento fa ho guardato il cielo e non c'era nulla, solo due strisce bianche. Ecco, proprio così, inavvertitamente, sono cambiate le mie idee sulla vita!".

Uscì dal prato e andò verso il villaggio per la strada maestra. S'era levato un po' di vento e il tempo s'era fatto grigio, scuro. Era il momento della foschia che di solito precede l'alba, la vittoria completa della luce sulle tenebre.

Rannicchiandosi in se stesso per il freddo, Levin camminava in fretta, guardando a terra. "Cos'è questo? Viene qualcuno" pensò, sentendo rumore di sonagli, e sollevò la testa. A quaranta passi da lui, venendogli incontro sulla strada maestra sulla quale egli camminava, avanzava un tiro a quattro con le valigie sull'imperiale. I cavalli del centro si stringevano all'asse per evitare le carreggiate, ma il cocchiere abile, che sedeva di sghembo a cassetta, teneva l'asse sopra una carreggiata sola, di modo che le ruote correvano sul liscio.

Levin notò questo soltanto e, senza pensare a chi potesse trovarsi in viaggio, guardò distratto la vettura.

Nella vettura sonnecchiava, in un angolo, una signora anziana e, al finestrino, evidentemente da poco risvegliata, sedeva una giovinetta che teneva stretti con le due mani i nastri di una cuffia bianca. Limpida e pensosa, tutta piena di una vita interiore bella e complessa, ignota a Levin, guardava, di là da lui, il sopravvenire dell'alba.

Al momento in cui la visione stava per scomparire due occhi sinceri lo guardarono. Ella lo riconobbe, e uno stupore gioioso illuminò il suo viso.

Egli non poteva sbagliarsi. Unici al mondo erano quegli occhi. Per lui un solo essere c'era al mondo capace di esprimere tutta la luce e tutto il senso della vita. Era lei. Kitty. Egli capì che veniva dalla stazione ferroviaria e andava a Ergu(ovo. E tutto quello che aveva agitato Levin in quella notte insonne, tutte quelle decisioni che egli aveva prese, tutto improvvisamente scomparve. Ricordò con ripugnanza la sua fantasticheria di sposare una contadina. Soltanto là, in quella vettura che si allontanava veloce e che era passata dall'altra parte della strada, soltanto là c'era la possibilità di risolvere l'enigma della sua vita che così tormentosamente l'opprimeva negli ultimi tempi.

Ella non guardò più fuori. Il suono delle balestre cessò d'essere percettibile, si udì appena un bubbolio di campanelli. L'abbaiare dei cani significò che la vettura era passata attraverso il villaggio. Intorno rimasero i campi deserti, più avanti il villaggio e lui che, solitario ed estraneo a tutto, camminava solo sulla strada abbandonata.

Guardò il cielo, sperando di trovarvi ancora quella conchiglia che aveva ammirato e che rappresentava per lui tutto il corso dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti di quella notte. In cielo non c'era più nulla che somigliasse a una conchiglia. Ad altezza irraggiungibile, s'era compiuto già un misterioso cambiamento. Non c'era più traccia di conchiglia e c'era invece un tappeto eguale e disteso per l'intera metà del cielo di nuvole a pecorelle che rimpicciolivano sempre più. Il cielo s'inazzurrava e schiariva e con la stessa tenerezza, ma anche con la stessa irraggiungibilità, rispondeva al suo sguardo indagatore.

"No - egli si disse - per quanto bella sia questa vita semplice e laboriosa, io non posso tornarvi. Io amo lei".

XIII

Nessuno, ad eccezione delle persone che vivevano proprio vicino ad Aleksej Aleksandrovic, sapeva che quest'uomo dall'aspetto impassibile, quest'uomo ragionatore avesse una debolezza contrastante con la linea fondamentale del suo carattere. Aleksej Aleksandrovic non poteva sentire e vedere con indifferenza le lacrime di un bambino o di una donna. La vista delle lacrime produceva in lui come un certo smarrimento, e gli faceva perdere del tutto la facoltà di riflettere. Il capo della sua cancelleria e il suo segretario, che sapevano ciò, avvertivano le postulanti di reprimere con ogni sforzo le lacrime, se non volevano guastare le loro cose. "Si arrabbierà, smetterà di ascoltarvi", dicevano. Infatti, in simili casi, il turbamento prodotto dalle lacrime in Aleksej Aleksandrovic si esprimeva con uno scatto d'ira: "Non posso, non posso far nulla. Vi prego di andarvene" gridava in simili casi.

Quando, tornando dalle corse, Anna gli ebbe rivelato i suoi rapporti con Vronskij e, subito dopo, copertosi il viso con le mani, era scoppiata a piangere, Aleksej Aleksandrovic, malgrado il rancore che provava verso di lei, sentì nello stesso tempo un afflusso di quello sconvolgimento d'animo che sempre producevano in lui le lacrime. Sapendo ciò e sapendo che in quel momento la manifestazione dei suoi sentimenti non sarebbe stata adatta alla situazione, si era sforzato di contenere dentro di sé ogni moto di vita, e perciò era rimasto immobile senza guardarla. Proprio da questo gli era venuto nel volto quello strano livore di morte che aveva tanto colpito Anna.

Quando furono giunti a casa, egli l'aiutò a scendere dalla vettura e, energicamente dominandosi, la salutò con l'abituale cortesia e disse quelle parole che non lo impegnavano in nulla: disse che l'indomani le avrebbe comunicata la sua decisione.

Le parole della moglie, che erano venute a confermare i suoi sospetti peggiori, avevano prodotto un dolore atroce nel cuore di Aleksej Aleksandrovic. Questo dolore era reso ancora più aspro da quello strano senso di pena fisica verso di lei che gli avevano prodotto le lacrime. Ma, rimasto solo nella vettura, con gioiosa sorpresa, si sentì completamente liberato e da questa pena e dai dubbi e dai tormenti che negli ultimi tempi lo avevano fatto soffrire.

Provava la sensazione di chi si fosse fatto cavare un dente che da tempo dolesse. Dopo un dolore tremendo e la sensazione che una cosa enorme, più grande della propria testa, sia stata tolta dalla mascella, il paziente, pur non credendo ancora al riacquistato benessere, sente però che non c'è più la cosa che per lungo tempo gli ha avvelenato l'esistenza, avvincendo tutta la sua attenzione; sente che può di nuovo vivere, pensare e interessarsi non più esclusivamente al proprio dente. Questa era la sensazione che provava Aleksej Aleksandrovic. Il suo dolore era stato non comune e terribile, ma era passato; ora egli sentiva che poteva di nuovo vivere e non pensare esclusivamente a sua moglie.

"Senza onore e senza cuore e senza religione: una donna depravata. L'ho sempre pensato e sempre constatato, sebbene cercassi, per compassione, di ingannare me stesso" diceva tra sé. E gli pareva davvero d'aver sempre constatato ciò; richiamò alla mente i particolari della vita di lei, nei quali prima non aveva notato mai nulla di riprovevole: adesso questi stessi particolari diventavano la prova evidente che ella era sempre stata una donna depravata. "Ho sbagliato nel legare a lei la mia vita, ma nulla c'è di censurabile in questo mio errore, e non debbo per questo rendermi infelice. Non sono io il colpevole - diceva a se stesso - ma lei. Essa non esiste più per me".

Tutto quello che sarebbe poi accaduto di lei e del figlio, verso il quale, così come verso di lei, si eran mutati i suoi sentimenti, non lo interessava più. Ora occorreva una cosa sola: trovare il modo migliore, più decoroso e che importasse il minor sacrificio da parte sua, e fosse perciò il più giusto, per scuotersi quel fango ch'ella, cadendo, gli aveva schizzato addosso, e riprendere il cammino della sua vita attiva, onesta, utile. "Non può rendere infelice la mia vita il fatto che una donna disprezzabile si sia resa colpevole; io debbo soltanto trovare una via d'uscita da questa situazione penosa nella quale ella mi ha posto. E la troverò - diceva a se stesso, accigliandosi sempre più. - Non sono il primo, e non sarò l'ultimo". E per non parlare degli esempi storici, a cominciar da Menelao, tornato nella mente di tutti per La bella Elena, tutta una serie di esempi contemporanei di infedeltà di mogli verso mariti dell'alta società si presentò alla mente di Aleksej Aleksandrovic. "Dar'jalov, Poltavskij, il principe Karibanov, il conte Paskudin; Dram... sì... anche Dram, uomo così degno e laborioso... Sem(nov, cagin, Sigonin - ricordava. - Poniamo che un certo irragionevole ridicule cada su queste persone, ma io in questo non ho visto mai altro che una sventura e ne ho sempre avuto pietà - si andava dicendo Aleksej Aleksandrovic, e non era vero che egli avesse avuto compassione per sventure di tal genere; anzi, quanto più frequenti erano i casi di mogli che tradivano i mariti, tanto più in alto egli si considerava. - Questa è una sventura che può capitare a chiunque. E questa sventura ora ha colpito me. Tutto sta nel risolvere la situazione nel miglior modo possibile". E cominciò a elencare ed esaminare i diversi modi con i quali avevano reagito le persone che si erano trovate in una posizione simile alla sua.

"Dar'jalov si è battuto in duello...".

Nella sua giovinezza, il duello, per Aleksej Aleksandrovic, era stato addirittura un incubo, perché egli era costituzionalmente un pavido, e lo sapeva bene. Aleksej Aleksandrovic non poteva pensare a una pistola puntata contro di lui senza inorridire, e in vita sua non aveva mai adoperato armi. Questo suo orrore lo aveva indotto, quando era giovane, a pensare spesso al duello e a immaginare se stesso in una situazione in cui fosse necessario esporre la propria vita al pericolo. Raggiunto poi il successo e una solida posizione sociale, aveva dimenticato da tempo questa sensazione; ma l'averci troppo pensato prevalse ora, e il terrore della propria vigliaccheria, anche adesso, gli parve così grande, che Aleksej Aleksandrovic indugiò a lungo e da ogni verso ad accarezzare col pensiero la soluzione del duello, pur sapendo in precedenza che mai, per nessuna ragione al mondo, si sarebbe battuto.

"Senza dubbio la nostra società è tuttora tanto barbara (non così in Inghilterra), che moltissimi - e nel numero di questi 'moltissimi' vi erano proprio le persone alla cui opinione Aleksej Aleksandrovic maggiormente teneva - sarebbero favorevoli al duello; ma quale risultato mai si raggiungerebbe? Mettiamo che io lo sfidi - continuò tra sé Aleksej Aleksandrovic mentre, rappresentatasi con chiarezza la notte che avrebbe passata dopo aver mandata la sfida, e la pistola puntata contro di lui, rabbrividiva e capiva che questo non sarebbe mai avvenuto - ammettiamo che io lo sfidi a duello. Ammettiamo che mi insegnino come fare - continuò a pensare - che mi mettano in posizione... io premo il grilletto - si disse socchiudendo gli occhi - e ammettiamo che lo uccida - disse fra sé Aleksej Aleksandrovic e scosse il capo per scacciare questi sciocchi pensieri. - Quale senso può avere l'uccisione di un uomo al fine di regolare i propri rapporti con una moglie infedele e un figlio? Dovrei poi sempre necessariamente decidere come regolarmi con lei. Ma la cosa ancor più probabile, e che senza dubbio accadrebbe, è che sarei io a rimanere ucciso o ferito. Io, vittima innocente, ucciso o ferito. Cosa ancor più insensata. Ma questo è il meno: una sfida sarebbe, da parte mia, un'azione disonesta. Non so io, forse, che i miei amici eviterebbero a tutti i costi di farmi scendere sul terreno, che non lascerebbero mai esporre al pericolo la vita di un uomo di stato, necessario alla Russia? E che cosa accadrebbe allora? Che io, sicuro di non giungere al momento pericoloso, avrei cercato, con questa sfida, di acquistare soltanto un falso prestigio. E questo è disonesto, è falso, è un ingannare gli altri e se stesso. La soluzione del duello è, dunque, assurda, e nessuno la esige da me. Il mio scopo è quello di garantire la mia reputazione, quella reputazione che mi è necessaria per poter proseguire senza ostacoli la mia attività". La sua attività al servizio dello stato che, anche prima, aveva un grande valore agli occhi di Aleksej Aleksandrovic, gli appariva ora particolarmente rilevante.

Esaminata e respinta la soluzione del duello, passò a considerare quella offerta dal divorzio, altro espediente cui eran ricorsi alcuni di quei mariti ch'egli aveva ricordato. Passando in rassegna tutti i casi di divorzio a lui noti (molti ce ne erano stati nell'alta società), non ne trovò neppure uno in cui il divorzio avesse ottenuto lo scopo ch'egli perseguiva. In tutti quei casi il marito aveva o ceduto o venduto la moglie infedele, e quella stessa parte che, in conseguenza della propria colpa, non avrebbe più dovuto avere diritto a contrarre matrimonio, entrava in rapporti legalizzati, sia pure in modo fittizio e immaginario, con il nuovo coniuge. Inoltre, nel caso suo personale, non era possibile conseguire un divorzio legale, cioè un divorzio nel quale fosse proclamata solo la colpevolezza della moglie. Egli vedeva che le condizioni complesse di vita in cui egli era, non ammettevano la possibilità di quelle prove volgari che la legge pretendeva per il riconoscimento della colpevolezza della moglie; vedeva che quella certa raffinatezza di ambiente in cui viveva non permetteva neppure l'uso di queste prove, se pure ci fossero state, e che queste prove avrebbero fatto decadere più lui che lei nella pubblica opinione.

Un tentativo di divorzio poteva portare soltanto a un processo scandaloso che avrebbe offerto ai nemici la gradita occasione per infamare e avvilire la sua alta posizione nel mondo. E quindi lo scopo principale: risolvere la situazione col minimo turbamento possibile, non si sarebbe ottenuto nemmeno col divorzio. Era inoltre evidente che col divorzio, ed anche con una semplice minaccia di divorzio, la moglie avrebbe rotto ogni rapporto col marito e si sarebbe unita con l'amante. E nell'animo di Aleksej Aleksandrovic, malgrado la sua attuale, completa, come gli pareva, sprezzante indifferenza verso la moglie, un sentimento permaneva nei riguardi di lei: il desiderio che ella non riuscisse a unirsi senza ostacoli a Vronskij, ch'ella non ottenesse così un vantaggio dalla propria colpa. Questo pensiero solo irritava a tal punto Aleksej Aleksandrovic che, rappresentatosi con chiarezza la cosa, emise un mugolio di intimo dolore e si sollevò e cambiò posizione nella carrozza; poi a lungo, dopo questo, avviluppò, accigliato, le gambe ossute e freddolose nello scialle di lana.

Calmatosi, continuava a pensare: "Oltre al divorzio formale, si potrebbe ricorrere alla separazione legale, come hanno fatto Karibanov, Paskudin e quel bravo Dram". Ma anche questa soluzione presentava gli stessi inconvenienti umilianti del divorzio, gettava sua moglie nella braccia di Vronskij. "No, non è possibile, non è possibile, non è possibile - disse ad alta voce rigirandosi di nuovo lo scialle. - Io non devo essere infelice, e lei e lui non devono poter essere felici".

La gelosia che lo aveva tormentato quando non era ancora a conoscenza di tutto era svanita nel momento in cui con le parole della moglie gli era stato strappato il dente. Ma questo sentimento si era trasformato in un altro: nel desiderio che non solo ella non avesse a trionfare, ma che della propria colpa dovesse sopportare la pena. Egli non lo confessava questo sentimento, ma in fondo all'anima voleva che ella soffrisse per aver turbato la sua pace, e per aver offeso il suo onore. E di nuovo, riesaminate le soluzioni del duello, del divorzio e della separazione, e nuovamente respintale, Aleksej Aleksandrovic si convinse che l'unica via d'uscita era questa: trattenere presso di sé la moglie, nascondendo al mondo quello che era accaduto e adoperando tutti i mezzi per spezzare quella relazione e punire in tal modo, ma questo non lo confessava a se stesso, la colpa di lei. "Devo annunciarle la mia decisione, che cioè, avendo riflettuto sulla penosa situazione nella quale ella ha posto la famiglia, tutte le vie d'uscita sarebbero, per entrambe le parti, peggiori di uno statu quo apparente; e che a questo consento a patto che sia rigorosamente osservata da parte sua la inderogabile mia volontà, che ella cioè tronchi ogni suo rapporto con l'amante". A confermarlo in questa decisione, quando però già era stata presa in maniera definitiva, balenò nella mente di Aleksej Aleksandrovic un'altra importante considerazione. "Soltanto in questo modo agirò anche secondo i precetti della religione, soltanto con questa decisione non respingerò da me la moglie colpevole e le offrirò la possibilità di ravvedersi e consacrerò perfino, per quanto possa essermi penoso, una parte delle mie energie alla sua riabilitazione e alla sua salvezza". Sebbene Aleksej Aleksandrovic sapesse di non avere alcun ascendente morale sulla moglie, e che da tutto quel tentativo di ravvedimento sarebbe venuta fuori soltanto menzogna, pur non avendo mai pensato, anche in momenti penosi, neppure una volta sola a cercare una guida nella religione, ora che la sua decisione sembrava coincidere con i precetti religiosi, questa solenne sanzione alla propria decisione lo soddisfaceva in pieno e lo tranquillizzava in parte. Gli era di sollievo pensare che nessuno potesse dire che, pur in momenti così gravi della sua vita, egli non avesse agito in conformità alle regole di quella religione, la cui bandiera aveva sempre tenuta alta tra la freddezza e la indifferenza generali. Pensando a particolari lontani nel futuro, Aleksej Aleksandrovic vedeva anche possibile che i suoi rapporti con la moglie potessero permanere quasi gli stessi di prima. Certamente egli non avrebbe mai più potuto ridarle la stima; ma non c'era alcuna ragione che la vita di lui fosse sconvolta, e venisse a soffrire lui del fatto che sua moglie era stata infedele e perversa. "Sì, passerà del tempo, il tempo che accomoda tutto, e si ristabiliranno i rapporti di prima - diceva a se stesso Aleksej Aleksandrovic - si ristabiliranno cioè in modo che io non subirò più alcun squilibrio nel corso della mia vita. Deve essere infelice lei che è colpevole, non io che non lo sono, e che perciò non posso essere infelice".

XIV

Avvicinandosi a Pietroburgo, Aleksej Aleksandrovic non solo era risolutamente fermo in questa sua decisione, ma aveva già composta nella sua mente la lettera che avrebbe scritto alla moglie. Entrato in portineria, dette uno sguardo alle lettere e alle pratiche del ministero, e ordinò di portarle subito nel suo studio.

- Rimandate chiunque: non ricevo nessuno - rispose alla domanda del portiere, accentuando le parole "non ricevo nessuno" con un certo compiacimento, il che indicava una buona disposizione di spirito.

Giunto nello studio, Aleksej Aleksandrovic lo percorse due volte; si fermò presso l'enorme scrittoio, sul quale erano già state accese dal cameriere, che vi era entrato prima, sei candele; fece scricchiolare le dita e sedette, disponendo l'occorrente per scrivere. Poggiò i gomiti sul tavolo, inclinò la testa da un lato, pensò per circa un minuto, e cominciò a scrivere senza fermarsi un attimo. Scriveva a lei senza intestazione, e in francese, usando il pronome "voi" che in francese non ha quel tono di freddezza che ha in russo.

"Nell'ultima nostra conversazione vi ho espresso il proposito di comunicarvi la mia decisione riguardo all'oggetto di essa. Dopo aver attentamente riflettuto a tutto, vi scrivo per adempiere quella promessa. La mia decisione è la seguente: quali che siano le vostre azioni, io reputo di non aver il diritto di spezzare quei vincoli con i quali siamo legati da un potere che viene dall'alto. La famiglia non può essere distrutta dal capriccio, dall'arbitrio o, peggio, dalla colpa di uno dei coniugi, e la nostra vita deve procedere come è proceduta sinora. Ciò è indispensabile per me, per voi, per nostro figlio. Sono convinto che siate pentita o vi pentiate di quanto ha dato occasione a questa lettera e che coadiuverete con me per estirpare dalla radice la causa del nostro contrasto e dimenticare il passato. In caso contrario, potete voi stessa prevedere quel che attende voi e vostro figlio. Di tutto questo spero parlarvi più dettagliatamente a voce. Giacché il tempo della villeggiatura sta per finire, vi prego di rientrare al più presto a Pietroburgo, non più tardi di martedì. Saranno date tutte le disposizioni necessarie per il vostro trasferimento. Vi prego notare che attribuisco una particolare importanza all'adempimento di questa mia richiesta.

A. Karenin

P. S. - In questa lettera è accluso il denaro che potrà essere necessario per le vostre spese".

Lesse la lettera e ne rimase soddisfatto, particolarmente per il fatto che si era ricordato di accludervi il denaro; non vi era una sola parola dura, né una recriminazione, ma non vi era neppure indulgenza. C'era soprattutto un ponte d'oro per il ritorno. Piegata la lettera, spianatala col grosso tagliacarte di avorio massiccio e postala in una busta insieme col denaro, con la soddisfazione che sempre gli procurava l'uso dei suoi oggetti da scrittoio disposti in bell'ordine, sonò.

- La consegnerai al corriere perché la faccia avere ad Anna Arkad'evna , domani in campagna - disse e si alzò.

- Va bene, eccellenza. Volete il tè nello studio?

Aleksej Aleksandrovic ordinò di servire il tè nello studio e, giocando col tagliacarte massiccio, andò verso la poltrona accanto alla quale erano preparati una lampada e un libro francese sulle Tavole eugubine del quale aveva iniziato la lettura. Sopra la poltrona era appeso un ritratto ovale di Anna, molto ben fatto, di un noto artista. Aleksej Aleksandrovic lo guardò. Gli occhi impenetrabili lo fissavano con ironia e impudenza, come in quell'ultima sera della loro spiegazione. Intollerabilmente impudente e provocante era per lui la vista del merletto nero, posato sulla testa, ed eseguito in modo perfetto dall'artista, dei capelli neri e della bellissima mano bianca dall'anulare coperto di anelli. Dopo aver guardato il ritratto per circa un minuto, si agitò tanto che le labbra gli tremarono ed emisero il suono "brr", ed egli si voltò dall'altra parte. Sedutosi in fretta nella poltrona, aprì il libro. Cominciò a leggere, ma non seppe ritrovare l'interesse, prima sempre vivo, per le Tavole eugubine. Scorreva il libro, ma pensava ad altro. Non alla moglie, ma a un complicato affare venuto fuori nell'ultimo periodo della sua attività di statista e che, in quel momento, costituiva la cosa più interessante del suo ufficio. Aveva esaminato profondamente quel problema, e ora nella sua mente nasceva un'idea geniale che, poteva dirlo senza vanteria, avrebbe risolto in pieno quell'affare, avrebbe fatto progredir lui nella carriera, debellato i suoi nemici ed arrecato grande utilità allo stato. Non appena il cameriere, portato il tè, uscì dalla stanza, Aleksej Aleksandrovic si alzò e andò allo scrittoio. Fatta avanzare nel centro la cartella degli affari in corso, ebbe un impercettibile sorriso di soddisfazione, tirò fuori dal portapenna una matita e si sprofondò nella lettura della pratica di quel complesso affare che s'era fatto portare e che riguardava la complicazione sopraggiunta. La complicazione era la seguente. La speciale qualità di Aleksej Aleksandrovic come uomo di governo, il tratto caratteristico tutto suo, e del resto di ogni impiegato che fa carriera, che insieme alla sua ostinata ambizione, al suo contegno, all'onestà e alla presunzione era stata la ragione della sua rapida carriera, consisteva nel disdegno verso il carattere burocratico degli affari, nella riduzione al minimo della corrispondenza, nel porsi a contatto diretto, per quanto possibile, col punto vivo delle questioni e nella economia di queste. Nella famosa commissione del 2 giugno, era stata esumata la questione della irrigazione dei campi del governatorato di Zarajsk, pratica che giaceva accantonata presso il ministero di Aleksej Aleksandrovic e che rappresentava un evidente esempio di spese infruttuose e di lungaggini burocratiche. Aleksej Aleksandrovic riteneva giusta la faccenda. Questa pratica era stata iniziata dal predecessore di Aleksej Aleksandrovic e infatti per tale affare si era speso e si spendeva molto denaro in modo del tutto improduttivo e non si veniva mai a capo di nulla. Aleksej Aleksandrovic, entrato in carica, s'era subito accorto di tali manchevolezze, e parve voler mettere mano alla cosa; ma nei primi tempi, quando non si sentiva ancora del tutto sicuro, sapeva che la faccenda ledeva troppi interessi e non era stata bene impostata; sopravvenute poi altre questioni, se ne era semplicemente dimenticato. Così questa, come tutte le altre questioni, andava avanti da sé, per forza di inerzia. (Molte persone ci mangiavano su, specialmente una famiglia molto per bene e amante della musica in cui tutte le figlie sonavano strumenti a corda. Aleksej Aleksandrovic conosceva questa famiglia, ed era padrino di una delle figlie maggiori).

Secondo l'opinione di Aleksej Aleksandrovic, non era stato onesto che un ministero contrario avesse richiamato l'attenzione su quell'affare, perché in ogni ministero vi erano affari che, per certe convenienze di servizio, nessuno metteva in luce; ma poiché gli era stato lanciato quel guanto, egli coraggiosamente lo raccolse, e cominciò col richiedere una commissione speciale per lo studio e la verifica dei lavori affidati alla commissione per l'irrigazione dei campi del governatorato di Zarajsk; eliminando, però, ogni favoritismo anche nei rapporti di quei tali signori.

Pretese la nomina di una commissione speciale per l'affare della sistemazione degli allogeni. Questo affare era stato messo in evidenza, per caso, nel comitato del 2 giugno ed era sostenuto con energia da Aleksej Aleksandrovic come cosa che non sopportava dilazione, dato lo stato deplorevole degli allogeni. Nel comitato questo affare servì di pretesto a dispute tra alcuni ministeri. Il ministero contrario ad Aleksej Aleksandrovic asseriva che la condizione degli allogeni era diventata sempre più florida, che la sistemazione della proposta poteva rovinare questa floridezza, e che, se qualcosa c'era da lamentare, questo qualcosa dipendeva solo dall'inadempimento, da parte del ministero di Aleksej Aleksandrovic, delle misure prescritte dalla legge. Ora Aleksej Aleksandrovic aveva intenzione di pretendere: in primo luogo, che venisse costituita una commissione nuova a cui affidare l'incarico di accertare sul posto quale fosse la condizione reale degli allogeni; in secondo luogo, se la condizione degli allogeni fosse risultata tale quale appariva dai dati ufficiali che erano nelle mani del comitato, si nominasse un'altra commissione, scientifica questa, per lo studio delle cause della desolante condizione degli allogeni dal punto di vista: a) politico, b) amministrativo, c) economico, d) etnografico, e) materiale, f) religioso; in terzo luogo, che si ordinasse al ministero contrario di fornire notizie sulle misure da esso attuate nell'ultimo decennio per eliminare le condizioni svantaggiose in cui versavano ora gli allogeni; infine, in quarto luogo, che si imponesse allo stesso ministero di dar conto delle ragioni per le quali esso, come risultava dalle notizie fornite al comitato sotto i nn. 17015 e 108308 del 5 dicembre 1863 e 7 giugno 1864, aveva agito proprio in modo opposto alle prescrizioni della legge fondamentale e organica, vol. ... art. 18 e nota dell'art. 36. Un colorito di animazione copriva a poco a poco il viso di Aleksej Aleksandrovic mentre egli fissava in breve lo schema di queste idee. Dopo aver riempito un foglio di carta, sonò e dette un biglietto per il direttore della cancelleria per avere dei dati che gli occorrevano. Alzatosi e fatto un giro per la stanza, guardò di nuovo il ritratto, aggrottò le sopracciglia e sorrise con disprezzo. Dopo aver letto ancora un po' il libro sulle Tavole eugubine e risvegliato in sé l'interesse verso di queste, Aleksej Aleksandrovic, alle undici, andò a dormire, e quando, supino nel letto, ricordò quello che era accaduto con la moglie, la cosa non gli apparve più sotto un aspetto così fosco.

XV

Sebbene Anna avesse ribattuto Vronskij con tenacia e irritazione, quando egli le aveva detto che la posizione era insostenibile e l'aveva esortata a dire tutto al marito, ella intimamente sentiva falsa e disonesta la propria posizione e desiderava con tutta l'anima di cambiarla. Tornando col marito dalle corse, in un momento di impeto, gli aveva detto tutto; malgrado la pena provata, era contenta. Dopo che il marito l'aveva lasciata, ella si andava dicendo che ora ogni cosa si sarebbe definita e che, per lo meno, non ci sarebbero più stati la menzogna e l'inganno. Le sembrava fuor di dubbio che adesso la sua posizione si sarebbe definita per sempre. Poteva anche essere non buona questa nuova sua posizione, ma sarebbe sempre stata definita, e non più ambigua e mendace. Il dolore ch'ella aveva causato a se stessa e al marito nel pronunziare quelle parole, sarebbe stato compensato, così ella immaginava, dal fatto che tutto si sarebbe definito. La sera stessa, però, ella si era vista con Vronskij, e non gli aveva riferito nulla di quello che era accaduto tra lei e il marito, sebbene fosse evidente la necessità di parlargliene per chiarire la situazione.

Quando l'indomani si svegliò, la prima cosa che le si presentò alla mente fu il colloquio col marito, e quelle parole pronunciate le risonarono così orribili che non riusciva più a capire come si fosse decisa a pronunciarle, quelle strane parole, e non riusciva a immaginare gli effetti che ne sarebbero derivati. Ma le parole erano state dette, e Aleksej Aleksandrovic era andato via senza dir nulla. "Ho visto Vronskij e non gliene ho parlato. Mentre andava via, volevo richiamarlo per parlargli ma poi ho cambiato idea, perché mi pareva strano non avergli detto nulla al primo momento. Perché glielo volevo dire e non l'ho detto?". E in risposta a questa domanda una vampa di rossore le si diffuse sul viso. Capiva ora perché aveva taciuto; capiva ora perché se ne vergognava. La posizione sua, che le era sembrata chiarita la sera innanzi, le si presentava ora, non solo poco chiara, ma senza via d'uscita. Aveva lo sgomento del disonore, al quale prima non aveva mai neppure pensato. Appena immaginava quello che il marito avrebbe fatto, le si affacciavano i pensieri più paurosi. Le venne in mente che sarebbe venuto subito l'intendente a cacciarla di casa, che il suo disonore sarebbe stato rivelato a tutto il mondo. Si chiedeva dove sarebbe andata a finire se fosse stata cacciata di casa, e non trovava risposta.

Quando pensava a Vronskij le pareva che egli non l'amasse più, che già cominciasse ad essere stanco di lei, che lei non potesse offrirglisi più, e sentiva per questo un astio verso di lui. Le sembrava che le parole, che ella aveva dette al marito e che incessantemente ripeteva nella mente, le avesse dette a tutti e che tutti le avessero udite. Non poteva decidersi a guardare negli occhi le persone con le quali viveva. Non poteva decidersi a chiamare la cameriera e ancor meno a uscir fuori dove erano il figlio e la governante.

La cameriera, che già da tempo era in ascolto presso la porta, entrò senza essere chiamata. Anna la guardò interrogativamente negli occhi e arrossì come spaurita. La donna si scusò di essere entrata, dicendo che le era parso di sentir sonare. Aveva portato un vestito e un biglietto. Il biglietto era di Betsy. Betsy le ricordava che quella mattina si riunivano da lei Liza Merkalova e la baronessa Stoltz coi loro corteggiatori Kaluzskij ed il vecchio Stremov per una partita di croquet. "Venite anche solo per guardare, come studio di costumi. Vi aspetto" terminava.

Anna lesse il biglietto e sospirò profondamente.

- Non mi occorre nulla, nulla - disse ad Annu(ka che le cambiava di posto le boccette e le spazzole sul tavolo da toeletta. - Va', mi vesto ed esco. Non ho bisogno di nulla, di nulla.

Annu(ka uscì, ma Anna rimase a sedere nella medesima posizione in cui era, il capo e le braccia abbandonati. Di tanto in tanto un tremito le percorreva tutto il corpo: avrebbe voluto fare un movimento qualsiasi, dire qualche cosa e invece si immobilizzava di nuovo. Ripeteva continuamente: "Dio mio, Dio mio"; ma né "Dio", né "mio" avevano senso alcuno. Il pensiero di cercare aiuto nella fede, malgrado non avesse mai avuto dubbi sulla religione nella quale era cresciuta, le era altrettanto impossibile quanto cercare aiuto presso lo stesso Aleksej Aleksandrovic. Sapeva bene, infatti, che l'aiuto della religione sarebbe stato possibile solo se avesse rinunciato a tutto quello che ora costituiva per lei la ragione stessa della vita. Non solo era in pena, ma cominciava ad avere spavento del suo nuovo stato d'animo, finora mai provato. Sentiva che dentro di sé tutto cominciava a sdoppiarsi, come talvolta si sdoppiano gli oggetti agli occhi stanchi. Non sapeva di che cosa avesse paura, che cosa volesse: se avesse paura o desiderasse quello che era stato o quello che sarebbe stato, e che cosa precisamente desiderasse, non sapeva.

"Ahi, ma che cosa sto facendo!" si disse, sentendo a un tratto dolore ai due lati del capo. Quando rientrò in sé, si accorse che stringeva con tutte e due le mani le ciocche dei capelli delle tempie e le tirava. Si levò di scatto e fece dei passi.

- Il caffè è pronto, e mamzel' e Ser(za aspettano - disse Annu(ka, che, entrata di nuovo, aveva trovato Anna nella stessa posizione di prima.

- Ser(za? Che fa Ser(za? - chiese Anna, rianimandosi a un tratto e ricordandosi, per la prima volta in tutta la mattina, dell'esistenza del figlio.

- A quanto pare, si è reso colpevole - rispose Annu(ka sorridendo.

- Come s'è reso colpevole?

- Nella stanza d'angolo c'erano delle pesche; sembra che lui, di nascosto, ne abbia mangiata una.

Il ricordo del figlio strappò immediatamente Anna da quella situazione senza uscita nella quale si trovava. Ricordò l'atteggiamento, in parte sincero se pur molto esagerato, che ella aveva assunto negli ultimi anni, di madre che vive tutta pel suo figliuolo, e sentì con gioia che, pur nella condizione nella quale si trovava, era sempre in possesso di qualche cosa che stava a sé e per sé, indipendentemente da quelli che sarebbero stati i rapporti suoi col marito e con Vronskij. Questo suo possesso era il figlio. In qualsiasi condizione si fosse venuta a trovare non poteva abbandonare il figlio. La umiliasse pure e la scacciasse il marito, si raffreddasse pure Vronskij nei suoi riguardi e riprendesse a vivere la sua vita libera (pensò di nuovo a lui con rancore e rimprovero), ella non poteva abbandonare il figlio. Aveva uno scopo nella vita. E doveva agire, agire, per garantire questo suo rapporto col figlio, agire perché non glielo togliessero. Anzi presto, al più presto possibile doveva agire perché non avessero a sottrarglielo. Doveva prendere con sé il figlio e partire. Era l'unica cosa che doveva fare adesso. Doveva quindi calmarsi e uscire da quello stato di angoscia. Il pensiero di un'azione immediata collegata col figlio, il fatto di dover partire con lui per un luogo lontano, le dette questa tranquillità.

Si vestì in fretta, scese a passi decisi, entrò nel salotto dove, di solito, era apparecchiato il caffè e dove l'attendevano Ser(za e la governante. Ser(za, tutto in bianco, stava in piedi presso la tavola sotto lo specchio e, la schiena e la testa chine, con una espressione di attenzione intensa che ben le era nota e che lo faceva rassomigliare al padre, giocava con dei fiori che aveva preso con sé. La governante aveva un'aria severa. Ser(za proruppe in un grido acuto, come spesso gli accadeva: "Oh mamma" e stette incerto se correre ad abbracciarla e lasciare i fiori, o terminare la coroncina di fiori e andare poi da lei.

La governante, dopo aver salutato, cominciò con lentezza e precisione a raccontare il misfatto commesso da Ser(za; ma Anna non l'ascoltava: pensava se l'avrebbe portata o no con sé. "No, non la condurrò - decise. - Partirò sola con mio figlio".

- Sì, va molto male - disse Anna, e preso il figlio per una spalla, lo guardò con occhio tutt'altro che severo, con uno sguardo timido che confuse e rallegrò il ragazzo, e lo baciò. - Lasciatelo con me - disse alla governante che la guardava sorpresa, e, senza lasciare la mano del figlio, sedette alla tavola dove era preparato il caffè.

- Mamma, io... io... non... - disse il ragazzo, cercando di capire dalla espressione del volto della madre che cosa dovesse venirgliene pel fatto della pesca.

- Ser(za - disse lei non appena la governante fu uscita dalla stanza - quel che hai fatto è male. Ma tu non lo farai più... Mi vuoi bene?

Sentiva le lacrime venirle agli occhi. "Posso forse non amarlo? - si diceva, fissando lo sguardo del figlio spaventato e nello stesso tempo allegro. - È possibile mai che egli sia d'accordo col padre nel punirmi? È possibile che non abbia pietà di me?". Già le lacrime le scorrevano pel viso, e per nasconderle, si alzò di scatto e si avviò quasi di corsa in terrazza.

Dopo le piogge temporalesche degli ultimi giorni, era seguito un tempo freddo, ma limpido. Malgrado il sole vivido che passava attraverso le foglie lavate, l'aria era fredda.

Al contatto dell'aria libera, rabbrividì, e per il freddo e per l'interno sgomento che con forza rinnovata l'assaliva.

- Va', va' da Mariette - disse a Ser(za che l'aveva seguita, e si mise a camminare sulla stuoia della terrazza. "Possibile che non mi perdonino, che non capiscano che tutto quello che è accaduto non poteva non accadere?".

Indugiatasi a guardare le cime delle tremule che si dondolavano al vento con le foglie scintillanti e vivide nel sole freddo, capì che non le avrebbero perdonato, che tutto e tutti sarebbero stati spietati con lei, come quel cielo, come quel verde. E di nuovo sentì che nell'animo suo avveniva quel tale sdoppiamento. "Non si deve pensare, non si deve - disse a se stessa - bisogna prepararsi. Per dove? Quando? Chi prendere con me? Sì... a Mosca, col treno della sera. Annu(ka e Ser(za, e soltanto le cose più indispensabili. Ma prima devo scrivere a tutti e due". Entrò in fretta in casa, sedette al tavolo dello studio e scrisse al marito.

"Dopo quello che è accaduto, non posso più rimanere nella vostra casa. Me ne vado e prendo con me mio figlio. Non conosco la legge e perciò non so con quale dei genitori debba stare il figlio; ma io lo prendo con me, perché senza di lui non posso vivere. Siate generoso, lasciatemelo".

Sino ad allora aveva scritto speditamente e con naturalezza, ma l'appello alla generosità che ella non gli riconosceva, e la opportunità di chiudere la lettera con qualche cosa di commovente, la fecero sostare.

"Parlare della mia colpa e del mio pentimento non posso, perché...".

Ristette di nuovo, non trovando un nesso tra i suoi pensieri. "No, non ci vuol nulla più di quanto è strettamente necessario". Ricopiò la lettera, eliminando l'accenno alla generosità, e la sigillò.

L'altra lettera la doveva scrivere a Vronskij. "Ho confessato a mio marito" scrisse, ma poi non seppe andare avanti. Era così volgare, così poco attraente. "E poi cosa posso scrivergli?". Di nuovo il rossore della vergogna le coprì il volto. Pensò alla pace perduta, sentì rancore verso l'amante e con dispetto strappò in piccoli pezzi il foglietto con la frase scrittavi. "Non occorre nulla" si disse e, riposta la cartella, andò su, disse alla governante e alle persone di servizio che quel giorno sarebbe partita per Mosca, e subito si accinse a mettere insieme le sue robe.

XVI

Per tutte le stanze della villa era un correre di portieri, giardinieri e servitori che portavano via la roba. Gli armadi e i cassettoni erano aperti; si era mandato già due volte di corsa alla bottega per lo spago; per terra si trascinava carta di giornali. Due bauli, le sacche e gli scialli da viaggio erano stati già portati in anticamera. Una carrozza padronale e due da nolo stavano ferme presso l'ingresso. Anna, che per il lavoro dei preparativi aveva abbandonato l'interna agitazione, approntava la sua sacca da viaggio stando in piedi accanto alla tavola nello studio, quando Annu(ka ne attirò l'attenzione verso un rumore di vettura che s'avvicinava. Anna guardò dalla finestra e vide presso la scala il fattorino di Aleksej Aleksandrovic che sonava alla porta d'ingresso.

- Va' a veder cos'è - disse e, in calma attesa, sedette in una poltrona, incrociando le mani sulle ginocchia. Il servitore portò un grosso plico con l'indirizzo di mano di Aleksej Aleksandrovic.

- Il fattorino ha l'incarico di portare la risposta - disse.

- Va bene - rispose Anna e, appena l'uomo fu uscito, con le dita tremanti, strappò la busta. Ne venne fuori un plico di assegni non piegati, incollati in una fascetta. Ella liberò la lettera dalla busta e cominciò a scorrerla dalla fine. "Ho disposto i preparativi per il trasferimento, do grande importanza all'adempimento della mia richiesta" leggeva. Scorse più avanti, poi tornò indietro, lesse tutto e ancora una volta rilesse tutta la lettera daccapo. Quando ebbe finito sentì che aveva freddo e che su di lei era piombata una sventura così grande quale non poteva attendersi mai.

La mattina s'era pentita d'aver parlato al marito e aveva desiderato una sola cosa, e cioè che quelle parole fossero come non dette. Ed ecco, la lettera riconosceva le parole come non dette, e le dava proprio quello che aveva desiderato. Ma ora questa lettera le appariva più terribile di tutto quello che avrebbe potuto immaginare.

"Ha ragione, ha ragione! - si disse. - S'intende, egli ha sempre ragione; è cristiano, è magnanimo! Ma no! è vile, disgustoso! E questo, nessuno, all'infuori di me, lo capisce e nessuno lo capirà mai; e io non posso spiegarlo a nessuno. Gli altri dicono: è un uomo religioso, morale, onesto, intelligente; ma non sanno quello che so io. Non sanno ch'egli ha soffocato tutto quello che c'era di vivo in me; che neppure una volta gli è venuto in mente che io ero una donna viva che aveva bisogno d'amare. Non sanno che in ogni occasione mi ha umiliato, compiacendosene. Non ho forse cercato con tutte le mie forze di trovare uno scopo alla mia vita? Non ho forse provato ad amarlo, ad amare mio figlio quando già non potevo più amare lui? Ma è venuto poi il momento in cui ho compreso, in cui non mi è stato più possibile ingannare me stessa, in cui ho sentito che ero viva, che non avevo colpa se Dio mi aveva fatto così per l'amore e per la vita. E ora? Avesse ucciso me, avesse ucciso lui, avrei sopportato tutto, avrei perdonato tutto, ma no, egli...".

"Com'è che non ho indovinato prima quello che avrebbe fatto? Che avrebbe fatto quello che è proprio conforme al suo carattere meschino? Egli avrà ragione e io sarò rovinata, io precipiterò ancora, ancora più in basso...". "Voi stessa potrete supporre quello che attende voi e vostro figlio" ricordava le parole della lettera. "Questa è la minaccia di togliermi il figlio, e probabilmente, secondo la loro stupida legge, ciò è possibile. Ma forse non so perché dice così? Egli non crede neanche al mio amore per mio figlio e lo disprezza (così come l'ha sempre irriso), disprezza questo mio sentimento; non sa che io non abbandonerò mio figlio, che non posso abbandonarlo, che senza mio figlio non saprei vivere neppure con l'essere che amo, e sa pure che se abbandonassi mio figlio e fuggissi via da lui, agirei come la donna più abietta e svergognata, questo egli lo sa, e sa che io questo non avrò la forza di farlo".

"La nostra vita deve procedere come prima"; ella ricordò un'altra frase della lettera. "Questa vita era tormentosa anche prima, è stata orribile negli ultimi tempi. Che sarà mai ora? Ed egli sa tutto questo, sa che io non potrò pentirmi di quello che ho fatto, che di questo io vivo, che amo; sa che oltre a menzogna e inganno non ne verrebbe fuori altro; ma egli sente il bisogno di continuare a tormentarmi. Io lo conosco, so che, come un pesce nell'acqua, egli nuota e gode nella menzogna. Ma no, io non glielo darò questo piacere, io spezzerò questa rete di menzogna nella quale egli vuole avvilupparmi; sarà quel che sarà. Tutto sarà preferibile alla menzogna e all'inganno!".

"Ma come, Dio mio! Dio mio! C'è forse al mondo una donna più infelice di me?".

- No, la spezzerò, la spezzerò! - gridò, scattando e trattenendo le lacrime. E si accostò allo scrittoio per scrivergli un'altra lettera, ma in fondo all'anima già sentiva che non avrebbe avuto la forza di uscire dalla situazione che era durata fino ad allora, per quanto falsa e disonorevole. Sedette allo scrittoio e, invece di scrivere, incrociò le braccia sul tavolo, poggiò la testa su di esse e pianse, così come piangono i bambini, singhiozzando e scotendo il petto. Piangeva perché quanto aveva sognato sulla chiarificazione e sistemazione del suo stato era distrutto per sempre. Tutto sarebbe rimasto così come prima, anzi molto peggio di prima. Sentiva che la posizione che occupava nella società alla quale apparteneva e che la mattina le era parsa cosa del tutto insignificante, quella posizione le era cara, sentiva che non avrebbe mai avuto l'ardire di cambiarla con l'altra ignominiosa della donna che lascia il marito e il figlio e si unisce all'amante; che per quanti sforzi facesse non sarebbe mai riuscita a far violenza a se stessa. Non avrebbe mai provato la libertà dell'amore, e sarebbe per sempre rimasta una moglie colpevole, sotto la minaccia continua d'essere accusata d'aver ingannato il marito per un legame infame con un altro uomo che era libero, ma col quale non poteva vivere una unica vita. Sapeva che così sarebbe stato, ed era tanto orribile tutto questo, che non poteva neppure immaginare come sarebbe andato a finire. E piangeva senza ritegno, così come piangono i bambini puniti.

Il rumore dei passi del servitore la obbligò a ritornare in sé, e, nascondendo il viso, finse di scrivere.

- Il fattorino vuole la risposta - riferì il servitore.

- La risposta?... sì - disse Anna - che aspetti, sonerò.

"Che posso scrivere? - pensava. - Che posso decidere da sola? Che cosa so? Che cosa voglio? Che cosa desidero?". Sentì che di nuovo nell'animo suo avveniva lo sdoppiamento. Ebbe di nuovo paura di questa sensazione e si aggrappò al primo pretesto di attività che le si parò innanzi e che potesse distrarla dal pensare a se stessa. "Devo vedere Aleksej - così nel pensiero chiamava Vronskij - egli solo potrà dirmi cosa devo fare. Andrò da Betsy, forse lo vedrò là" pensò, dimenticando completamente che proprio il giorno prima, quando gli aveva detto che non sarebbe andata dalla principessa Tverskaja, egli aveva soggiunto che perciò neanche lui ci sarebbe andato. Si accostò allo scrittoio, scrisse al marito: "Ho ricevuto la vostra lettera. A." e, dopo aver sonato, la dette al servitore.

- Non partiamo più - disse ad Annu(ka che era entrata.

- Non partiamo proprio?

- No, ma non disfate i bauli fino a domani e trattenete la carrozza. Io vado dalla principessa.

- Quale abito devo preparare?

XVII

Il gruppo della partita a croquet, alla quale la principessa Tverskaja aveva invitato Anna, doveva essere formato da due signore e dai loro rispettivi adoratori. Queste due donne erano le esponenti più in vista di un nuovo circolo scelto di Pietroburgo che si chiamava, a imitazione di qualche cosa già imitata, Les sept merveilles du monde. Queste signore appartenevano, è vero, a un ambiente elevato, ma questo era completamente ostile a quello frequentato da Anna. Inoltre il vecchio Stremov, una delle persone più influenti di Pietroburgo, l'adoratore di Liza Merkalova, era nemico, per ragioni di ufficio, di Aleksej Aleksandrovic. Per tutte queste considerazioni Anna non aveva voluto andare da Betsy, e a questo suo rifiuto si riferivano le allusioni della principessa Tverskaja nel biglietto che le aveva scritto. Ma ora Anna, nella speranza di incontravi Vronskij, volle andare.

Anna giunse dalla principessa Tverskaja prima degli altri ospiti.

Nel momento in cui entrava, il servitore di Vronskij, con le fedine ben lisce, simile a un gentiluomo di camera, entrava anch'esso. Si fermò sulla porta, e, toltosi il berretto, la lasciò passare. Anna lo conosceva, e solo in quel momento si ricordò che Vronskij il giorno innanzi le aveva detto che non sarebbe andato dalla principessa. Forse proprio per questo aveva mandato un biglietto.

Ella aveva sentito, togliendosi il mantello nell'anticamera, come il servitore, che pronunciava perfino la lettera "r" come un gentiluomo di camera, aveva detto: "da parte del conte alla principessa" e aveva consegnato un biglietto.

Avrebbe voluto chiedergli dove era il padrone. Avrebbe voluto tornare indietro e scrivere a Vronskij che venisse da lei, oppure andare lei stessa da lui. Ma né questa, né l'altra, né la terza cosa si potevano fare: si sentivano risonare già i campanelli che annunziavano nelle stanze attigue il suo arrivo e il servitore della principessa Tverskaja stava già di lato accanto alla porta aperta, aspettando che ella passasse nelle stanze interne.

- La principessa è in giardino, sarà avvertita subito. Vuole avere la compiacenza di favorire in giardino? - disse un altro servo nella stanza accanto.

La situazione era sempre la stessa, oscura, come a casa; anche peggiore, perché niente poteva fare, e non poteva vedere Vronskij e doveva restare in quell'ambiente così estraneo e così contrario alle sue condizioni di spirito. Ma Anna aveva un vestito che, lo sapeva, le stava bene; non era sola; intorno a lei c'era quell'abituale sfondo di ozio imperante e quindi stava meglio qui che a casa. Qui non doveva pensare a quel che avrebbe dovuto fare. Qui tutto andava da sé. A Betsy che le venne incontro in un abito bianco, la cui eleganza la colpì, Anna sorrise come sempre. La principessa Tverskaja stava con Tu(kevic e una parente nubile che, con grande gioia dei genitori di provincia, passava l'estate presso la famosa principessa.

Probabilmente in Anna c'era qualcosa d'insolito, perché Betsy lo notò subito.

- Ho dormito male - rispose Anna, guardando il servitore che veniva loro incontro e che, secondo i suoi calcoli, portava il biglietto di Vronskij.

- Come sono contenta che siate venuta! - disse Betsy. - Sono stanca, e proprio ora volevo prendere una tazza di tè, prima che gli altri arrivino. E voi - si rivolse a Tu(kevic - potreste andare con Ma(a a provare il croquet-ground, là dove hanno tagliato l'erba. Io e voi avremo un po' di tempo per parlare un po' tra di noi prendendo il tè: will have a cosy chat, vero? - disse rivolta ad Anna con un sorriso, stringendole la mano che reggeva l'ombrellino.

- Tanto più che non posso trattenermi a lungo da voi; devo andare dalla vecchia Vrede. Gliel'ho promesso da cento anni - disse Anna alla quale la bugia, estranea alla sua natura, non solo era divenuta facile e naturale, ma procurava perfino piacere.

Perché avesse detto quello cui un minuto prima non pensava, non avrebbe potuto spiegarlo in nessun modo. Aveva detto ciò solo perché, non essendoci Vronskij, le era necessario esser sicura della propria libertà per cercare di vederlo in qualche modo. Ma perché proprio le fosse venuto sulle labbra il nome della vecchia damigella d'onore Vrede, dalla quale avrebbe dovuto andare come da tanti altri, non sapeva spiegarselo; e intanto, come apparve poi, nell'escogitare i mezzi accorti per incontrarsi con Vronskij, non riusciva a trovare niente di meglio.

- No, non vi lascerò andare affatto! - rispose Betsy, guardando attenta Anna. - Invero mi offenderei, se non vi volessi bene. È come se temeste che la mia compagnia possa compromettervi. Per favore il tè per noi nel salottino - disse, socchiudendo come sempre gli occhi nel rivolgersi al servitore. Preso da lui il biglietto, lo lesse. - Aleksej ci ha fatto un brutto tiro - disse in francese - scrive che non verrà - aggiunse con un tono così naturale e semplice, come se mai le fosse passato per la mente che Vronskij potesse interessare Anna altrimenti che come giocatore di croquet.

Anna sapeva che Betsy era al corrente di tutto, ma quando la sentiva parlare in sua presenza di Vronskij, per un momento si persuadeva ch'ella non sapesse nulla.

- Ah - disse con indifferenza, come se poco le interessasse la cosa, e continuò sorridendo: - Come può compromettere qualcuno la vostra compagnia? - Questi giuochi di parole, questo voler celare il segreto avevano, come del resto per tutte le donne, un grande fascino per Anna. E non solo la necessità di nascondere, o lo scopo per cui si nasconde, ma lo stesso procedimento del nascondere la seduceva. - Io non posso essere più cattolica del papa - ella disse. - Stremov e Liza Merkalova sono il fior fiore della società. Poi sono ricevuti dovunque e io - accentuò in particolare quell'io - non sono mai stata severa ed intollerante. Non ne ho il tempo, ecco perché.

- No, voi forse non volete incontrarvi con Stremov? Lasciate pure che lui e Aleksej Aleksandrovic spezzino delle lance al comitato; questo non ci riguarda. Ma in società egli è l'uomo più amabile che io conosca, ed è un appassionato giocatore di croquet. Ecco, vedrete. Malgrado la sua posizione ridicola di vecchio amatore di Liza, bisogna vedere come se la cava bene. È molto simpatico. Safo Stoltz, non la conoscete. È un tipo originale, proprio originale.

Mentre Betsy parlava, Anna nello stesso tempo capiva, dallo sguardo vivace e intelligente di lei, ch'ella aveva intuito in parte la situazione sua, e stava ideando qualcosa. Esse erano in un piccolo studio.

- Però bisogna scrivere ad Aleksej - e Betsy sedette al tavolo, scrisse alcune righe e mise in busta. - Scrivere che venga a pranzo. A pranzo mi rimane una signora senza cavaliere. Guardate, è efficace? Scusatemi, vi lascio un momento. Vi prego, sigillate e mandate. Devo dare un ordine.

Senza esitare un attimo, Anna sedette al tavolo e, senza leggere la lettera di Betsy, vi scrisse in fondo: "Mi è indispensabile vedervi. Venite nei pressi del giardino di Vrede. Vi sarò alle sei". Sigillò, e Betsy, rientrata, consegnò, lei presente, la lettera.

Proprio come aveva detto la principessa Tverskaja, durante il tè, che fu portato su di un tavolino-vassoio, in un piccolo salotto fresco, s'avviò fra le due donne a cosy chat, fino all'arrivo degli ospiti. Esse malignarono sulle signore che aspettavano e la conversazione indugiò su Liza Merkalova.

- È molto carina, e mi è sempre stata simpatica - disse Anna.

- Voi dovete volerle bene. Va pazza per voi. Ieri si è avvicinata a me dopo le corse ed era desolata di non avervi trovata. Dice che voi siete una vera eroina da romanzo e che se fosse un uomo farebbe mille sciocchezze per voi. Stremov dice che le fa lo stesso.

- Ma ditemi, vi prego, io non ho mai potuto capire - disse Anna, dopo aver taciuto un po', e con un tono tale che mostrava chiaramente che la sua non era una domanda oziosa, ma era per lei più importante di quanto sarebbe dovuto apparire. - Ditemi, per favore, che c'è fra lei e il principe Kaluzskij, il cosiddetto Mi(ka. Li ho visti poco. Che c'è?

Betsy sorrise con gli occhi e guardò attentamente Anna.

- C'è una maniera nuova - disse. - Hanno scelto questa maniera qua. Non badano alle convenienze. Ma c'è modo e modo di non curarsene.

- Già, ma quali sono i suoi rapporti con Kaluzskij ?

Betsy d'improvviso cominciò a ridere allegramente, cosa che accadeva di rado.

- Voi invadete il campo della principessa Mjagkaja. Questa è una domanda da enfant terrible - e Betsy, evidentemente, voleva contenersi, ma non ci riusciva, e scoppiò in quel riso comunicativo delle persone che ridono di rado. - Bisogna chiederlo a loro - disse ridendo fino alle lacrime.

- No, voi ridete - disse Anna, involontariamente contagiata dal riso - ma io non ho mai potuto capire. Non capisco, in questo, la parte del marito.

- Il marito? Il marito di Liza Merkalova le porta gli scialli ed è sempre pronto a servirla. E più in fondo, in queste faccende, nessuno vuol ficcarci il naso. Vedete, nella buona società non si parla, e neppure si pensa, a certi particolari della toletta intima. Così anche per queste cose.

- Sarete alla festa dei Rolandaki? - disse Anna per cambiar discorso.

- Non credo - rispose Betsy e, senza guardare l'amica, riempì di tè le piccole tazze trasparenti. Avvicinata la tazza ad Anna, tirò fuori una sigaretta e, introdottala in un bocchino d'argento, si mise a fumare.

- Ecco, vedete, io sono in una condizione felice - cominciò a dire ormai seria, dopo aver preso in mano la tazza. - Capisco voi e capisco Liza. Liza è una di quelle nature ingenue che, come i bambini, non capiscono che cosa sia bene e che cosa male. Almeno, non lo capiva quando era molto giovane. Ora sa che questa mancanza di discernimento le si addice: può darsi pure che non voglia capire di proposito - diceva Betsy con un sorriso sottile. - Tuttavia questo le si addice. Vedete, la stessa cosa può essere vista tragicamente, e divenire un tormento, mentre può essere considerata come di lieve importanza e divenire perfino piacevole. Voi forse sareste incline a considerare le cose troppo tragicamente.

- Come vorrei conoscer gli altri, come conosco me stessa! - disse Anna seria e pensosa. - Sono peggiore o migliore degli altri? Peggiore, credo.

- Siete un enfant terrible, un enfant terrible - ripeté Betsy. - Ma ecco che arrivano.

XVIII

Si sentirono dei passi, una voce maschile, poi una voce femminile e delle risa; ed entrarono gli ospiti attesi: Safo Stoltz e un giovanotto sprizzante salute, il cosiddetto Vas'ka. Si vedeva che gli aveva giovato nutrirsi di carne sanguinolenta, di tartufi e di vino di Borgogna. Vas'ka s'inchinò alle signore e le guardò, ma solo per un attimo. Era entrato dopo Safo e l'aveva seguita nel salotto come se le fosse stato legato, senza staccar da lei gli occhi sfavillanti, che sembrava volessero mangiarsela. Safo Stoltz era una bionda dagli occhi neri. Entrò a piccoli passi svelti, sui tacchi alti delle scarpette, e strinse forte, da uomo, le mani alle signore.

Anna non aveva finora incontrato mai, neanche una volta, questa nuova celebrità, e fu sorpresa della sua bellezza, dell'eccentricità del suo abbigliamento e dell'arditezza dei suoi modi. Sulla testa di capelli suoi e non suoi, d'un tenero color d'oro, era innalzata una tale impalcatura che la testa sembrava eguagliare in altezza il busto armoniosamente sporgente e molto scollato sul davanti. Lo slancio in avanti era tale che, ad ogni movimento, si disegnavano sotto al vestito le forme delle ginocchia e della parte superiore delle gambe, e involontariamente ci si chiedeva dove in realtà finisse, sotto quella costruzione ondeggiante, il suo vero corpo, piccolo e snello, tanto scoperto di sopra e tanto nascosto nelle sue parti inferiori.

Betsy si affrettò a presentarla ad Anna.

- Figuratevi, stavamo quasi per schiacciare due soldati - ella cominciò subito a raccontare, ammiccando, sorridendo e tirando indietro lo strascico che aveva al primo momento gettato troppo da un lato. - Andavo con Vas'ka.... Ah, sì, non vi conoscete. - E, pronunciando il nome di lui, presentò il giovanotto e, arrossendo, rise sonoramente del proprio errore, di averlo presentato cioè come Vas'ka a chi non lo conosceva.

Vas'ka si inchinò ancora una volta ad Anna, ma non le disse nulla. Si rivolse a Safo:

- La scommessa è perduta. Siamo arrivati prima, pagate - egli disse, sorridendo.

Safo rise ancor più allegramente.

- Non ora però - ella disse.

- È lo stesso, incasserò dopo.

- Va bene, va bene. Ah, sì - si rivolse improvvisamente alla padrona di casa. - Sono brava io.... Vi ho condotto un ospite. Ecco anche lui.

Il giovane ospite inatteso che Safo aveva condotto, e di cui si era dimenticata, era però un ospite così importante che, malgrado la sua giovinezza, tutte e due le signore si alzarono ad accoglierlo.

Era costui un nuovo adoratore di Safo. Anch'egli, come Vas'ka, la seguiva dappertutto.

Ben presto giunsero il principe Kaluzskij e Liza Merkalova con Stremov. Liza Merkalova era una bruna magra con un viso sonnolento di tipo orientale e con degli occhi deliziosi, indefinibili, come dicevano tutti. Il genere del suo abbigliamento (Anna lo notò subito e lo apprezzò) era pienamente rispondente alla sua bellezza. Quanto Safo era brusca e sostenuta, tanto Liza era morbida e abbandonata.

Ma Liza, secondo il gusto di Anna, era molto più attraente. Betsy aveva detto di lei ad Anna che aveva preso il tono della bambina incosciente; ma quando Anna la vide, sentì che non era vero. Era proprio la donna incosciente, corrotta, ma simpatica e docile. È vero che il suo tono era lo stesso di quello di Safo; così come per Safo, due adoratori la seguivano, uno giovane e l'altro vecchio, quasi fossero cuciti alle sue vesti, e la divoravano con gli occhi; ma in lei c'era qualcosa che era al di sopra di quanto la circondava, c'era in lei lo splendore schietto dell'acqua di un brillante fra i vetri. Questo splendore illuminava i suoi occhi deliziosi, davvero indefinibili. Lo sguardo stanco e nello stesso tempo appassionato di quegli occhi circondati da un cerchio scuro, stupiva per la sua completa sincerità. Dopo aver guardato in quegli occhi, sembrava a ognuno di conoscerla tutta e, conosciutala, di non poterla non amare. Alla vista di Anna, il suo viso si illuminò improvvisamente di un sorriso gioioso.

- Ah, come son contenta di vedervi! - ella disse, avvicinandosi. - Ieri alle corse stavo per raggiungervi proprio nel momento in cui andavate via. Volevo tanto vedervi proprio ieri. Non è vero che è stato orribile? - ella disse, guardando Anna col suo sguardo che sembrava scoprire tutta l'anima.

- Già, non m'aspettavo proprio che potesse impressionare tanto - disse Anna, arrossendo.

Il gruppo si alzò in quel momento per andare in giardino.

- Io non vengo - disse Liza, sorridendo e sedendosi accanto ad Anna. - Voi neppure andate? Non so che gusto ci sia a giocare a croquet!

- No, mi piace - disse Anna.

- Ecco, ecco, come fate voi a non annoiarvi? Si guarda voi e ci si rallegra. Voi vivete, e io mi annoio.

- Come, vi annoiate? Fate parte del gruppo più allegro di Pietroburgo! - disse Anna.

- Forse quelli che non sono della nostra compagnia si annoiano ancora di più; ma noi, noi non siamo allegri, io sicuramente no, e ci annoiamo terribilmente, terribilmente.

Safo, accesa una sigaretta, uscì in giardino con i due giovanotti. Betsy e Stremov rimasero a prendere il tè.

- Come, vi annoiate? - disse Betsy. - Safo ha detto che ieri si sono tanto divertiti a casa vostra.

- Oh, una tale malinconia! - disse Liza Merkalova. - Sono venuti tutti da me dopo le corse. E sempre gli stessi, sempre gli stessi! E sempre la stessa cosa. Tutta la sera ci siamo trascinati per i divani. Che c'è di allegro? No, come fate voi a non annoiarvi? - si rivolse di nuovo ad Anna. - Basta guardarvi per dire: ecco una donna che può essere felice o infelice, ma che non si annoia. Insegnatemi, come fate?

- Non faccio in nessun modo - rispose Anna, arrossendo per quelle domande insistenti.

- Ecco il modo migliore - disse Stremov, entrando nella conversazione.

Stremov era un uomo sui cinquant'anni, dai capelli grigi, ma ancora fresco, molto brutto, ma con un viso espressivo e intelligente. Liza Merkalova era nipote di sua moglie ed egli passava con lei le sue ore libere. Incontrata Anna Karenina, egli, nemico per ragioni di ufficio di Aleksej Aleksandrovic, come uomo di mondo e intelligente, aveva cercato di essere particolarmente gentile con lei, moglie del suo nemico.

- In nessun modo - replicò, sorridendo con finezza - è il mezzo migliore. Da tempo dico - proseguì, rivolgendosi a Liza Merkalova - che, per non annoiarsi, bisogna non pensare che ci si annoia. Così come non si deve temere di non dormire se si ha paura dell'insonnia. Lo stesso vi ha detto Anna Arkad'evna.

- Sarei molto contenta d'aver detto questo, perché non solo è intelligente, ma è la verità - disse Anna, sorridendo.

- No, ditemi perché non si può dormire e non ci si può non annoiare?

- Per dormire bisogna lavorare, ed anche per divertirsi, bisogna lavorare.

- Perché dovrei lavorare, quando il mio lavoro non serve a nessuno? E fingere io non so e non voglio.

- Siete incorreggibile - disse Stremov senza guardarla, e si rivolse di nuovo ad Anna.

Incontrando di rado Anna, egli non poteva dirle che delle cose banali, e di queste cose le parlava: di quando sarebbe andata a Pietroburgo, del bene che le voleva la contessa Lidija Ivanovna, ma con una espressione tale che mostrava come egli desiderasse con tutta l'anima di riuscirle simpatico e mostrarle la sua considerazione e anche più.

Entrò Tu(kevic, annunziando che tutta la compagnia aspettava i giocatori di croquet.

- No, non andate, vi prego - pregava Liza Merkalova avendo sentito che Anna andava via. Stremov si unì a lei.

- È un troppo grande contrasto - egli diceva - andare, dopo di qua, dalla vecchia Vrede. Dopo tutto per lei sarete un'occasione per fare un po' di maldicenza, mentre qui voi potete suscitare soltanto i migliori sentimenti, i più lontani e opposti alla maldicenza - egli diceva.

Anna rimase un attimo pensosa, per la indecisione. I discorsi lusinghieri di quell'uomo intelligente, la simpatia ingenua, infantile che le mostrava Liza Merkalova, e tutto quell'abituale apparato mondano, tutto ciò era così facile, mentre l'attendeva una cosa tanto difficile, che per un attimo fu incerta se rimanere e allontanare ancora il momento penoso della spiegazione. Ma, prospettandosi quello che l'avrebbe attesa poi nella solitudine della casa se non avesse preso alcuna decisione, ricordatasi di quel gesto terribile per lei, anche nella memoria, dei capelli tirati con tutte e due le mani, si scusò e andò via.

XIX

Vronskij, malgrado la vita mondana apparentemente leggera, era un uomo che detestava il disordine. Ancora giovane, al corpo dei paggi aveva provato l'umiliazione di un rifiuto quando, trovandosi in cattive condizioni finanziarie, aveva chiesto del denaro in prestito, e da quella volta non si era messo mai più in una condizione simile.

Per tenere sempre in ordine le sue cose, più o meno spesso, a seconda delle circostanze, si appartava un cinque volte all'anno e metteva in chiaro i suoi affari. Chiamava questo la resa dei conti, ovvero faire la lessive.

Il giorno dopo le corse, svegliatosi tardi, senza radersi né fare il bagno, Vronskij indossò l'uniforme e, distribuiti sulla tavola il denaro, i conti e le lettere, si mise al lavoro. Petrickij, svegliatosi e visto il compagno alla scrivania, sapendo che in un momento simile era solito arrabbiarsi, si vestì piano e uscì senza dargli noia.

Ogni uomo, conoscendo fin nei più piccoli particolari la complessità della propria situazione, presuppone involontariamente che tale complessità e la difficoltà di scioglierla siano cose esclusivamente attinenti alla propria persona, e non pensa in nessun modo che altri si trovino assediati da affari altrettanto complessi quanto i propri. Così pure sembrava a Vronskij. Ed egli, non senza un intimo compiacimento, e non senza ragione, pensava che chiunque altro, trovatosi in così difficili condizioni, si sarebbe da tempo messo negli impicci, e sarebbe stato costretto ad agire male. Ma Vronskij sentiva che proprio ora gli era indispensabile fare i conti e chiarire la sua situazione per non trovarsi negli impicci.

La prima cosa a cui Vronskij si accinse, come alla più facile, furon gli affari di denaro. Copiato con la sua scrittura minuta sulla busta d'una lettera tutto quello che egli doveva, tirò la somma e trovò che doveva 17.000 rubli e alcune centinaia, che accantonò per sistemare tutto. Contato il denaro e aggiuntovi quello risultante dal libretto di banca, trovò che gli restavano 1.800 rubli, mentre incassi fino all'anno nuovo non se ne prevedevano. Rifatto il conto dei debiti, lo ricopiò dopo averlo diviso in tre gruppi. Nel primo gruppo trovavano posto i debiti che dovevano essere pagati subito, o per i quali, in ogni caso, bisognava tener pronto il denaro, in modo che alla richiesta seguisse il pagamento senza neppure un attimo di indugio. Questi debiti ammontavano a circa 4.000 rubli: 1.500 per il cavallo e 2.500 per la garanzia prestata al giovane compagno Veneskij che, in presenza di Vronskij, aveva perduto questo denaro, giocando con un baro. Vronskij voleva dare subito la somma (la possedeva), ma Veneskij e Ja(vin avevano insistito per pagare loro e non Vronskij che non aveva neppure giocato. Tutto questo era una bellissima cosa, ma Vronskij sapeva che, pur avendo preso parte in questo sordido affare solo coll'assumere sulla parola la garanzia per Veneskij, gli era indispensabile aver pronti quei 2.500 rubli da buttare all'imbroglione per non aver più nulla a che fare con lui. Così, per questo primo importantissimo gruppo di debiti occorreva avere sotto mano 4.000 rubli. Nel secondo gruppo, di ottomila rubli, erano compresi debiti meno importanti. Erano in prevalenza debiti di scuderia da corsa, con l'inglese, col sellaio e via di seguito. Per tali debiti occorreva tenere da parte circa 2.000 rubli per essere completamente tranquillo. L'ultimo gruppo di debiti, verso fornitori, verso alberghi e verso il sarto, poteva essere trascurato. Ci volevano dunque almeno seimila rubli per le spese correnti e ce n'erano solo 1.800. Per un uomo con 100.000 rubli di rendita, a tanto si riteneva ammontasse il patrimonio di Vronskij, questi debiti potevano non sembrare troppo gravosi; ma erano ben lontani da lui quei 100.000 rubli! L'enorme patrimonio paterno, che rendeva da solo 200.000 rubli all'anno, era indiviso fra i fratelli. Al tempo in cui il fratello maggiore, pieno di debiti, s'era ammogliato con la principessina Varja cirkova, figlia del decabrista, senza un soldo, Aleksej aveva ceduto al fratello maggiore tutta la rendita del patrimonio paterno, riservando per sé solo 25.000 rubli all'anno. Aleksej aveva detto allora al fratello che questa somma gli sarebbe stata sufficiente fino al giorno in cui non si sarebbe ammogliato, il che probabilmente non si sarebbe verificato mai. E il fratello, comandante di uno dei reggimenti più fastosi e da poco sposato, fu ben lieto di accettare un simile dono. La madre, che aveva un patrimonio a sé, oltre ai 25.000 rubli fissi, dava ad Aleksej 20.000 rubli all'anno, e Aleksej li spendeva presto. Nell'ultimo tempo la madre, indispettita con lui per la sua relazione e per la sua partenza da Mosca, non gli aveva più mandato quel denaro. E perciò Vronskij, abituato a vivere con 45.000 rubli e ricevutine all'anno solo 25.000, si trovava in difficoltà. Per uscirne non poteva chiedere il denaro alla madre. L'ultima sua lettera, ricevuta il giorno prima, l'aveva particolarmente irritato, perché ella faceva intendere d'esser pronta ad aiutarlo perché avesse successo in società e in carriera, ma non per condurre una vita che scandalizzava tutta la buona società. L'intento della madre di ricattarlo l'aveva offeso nel profondo dell'anima ed aveva aumentato la sua freddezza verso di lei. D'altra parte, egli non poteva ritrattare la sua generosa rinunzia a favore del fratello, pur sentendo confusamente, in previsione di alcune eventualità derivanti dalla sua relazione con la Karenina, che quella generosa rinunzia era stata fatta con leggerezza, e che a lui, pur non sposato, potevano far comodo tutti i 100.000 rubli di rendita. Ma ritrattarsi non si poteva. Gli bastava solo pensare alla moglie del fratello, ricordare come quella gentile e simpatica Varja in ogni occasione opportuna gli ripetesse ch'ella ricordava la sua generosità e che l'apprezzava tanto, per capire l'impossibilità di togliere quello che era stato dato. Era impossibile quanto percuotere una donna, quanto rubare o mentire. Una sola cosa era possibile e si doveva fare, e ad essa Vronskij si decise senza un attimo di esitazione: prendere in prestito da un usuraio diecimila rubli, e questo non sarebbe stato difficile, ridurre in genere le proprie spese e vendere i cavalli da corsa. Deciso ciò, egli scrisse subito un biglietto a Rolandaki che più di una volta gli aveva proposto di comprargli i cavalli. Dopo mandò a chiamare l'inglese e l'usuraio, e distribuì secondo i conti i denari che aveva. Terminati questi affari, scrisse una fredda e tagliente risposta alla lettera della madre. Dopo, tirati fuori dal portafoglio tre biglietti di Anna, li rilesse, li bruciò e, riandando con la mente alla conversazione del giorno innanzi, si fece pensoso.

XX

La vita di Vronskij era così particolarmente serena perché egli si era fatto un codice di regole che definiva in modo sicuro quello che si doveva e quello che non si doveva fare. Questo codice abbracciava una cerchia di casi molto limitata, ma in compenso queste norme erano sicure e Vronskij, non uscendo mai da quella cerchia, non aveva mai tentennamenti nelle sue azioni. Queste norme stabilivano in modo non dubbio che un baro lo si dovesse pagare, ma che non era necessario pagare il sarto; che non si dovesse mentire agli uomini, ma alle donne sì; che non si dovesse ingannare nessuno, ma che un marito lo si poteva ingannare senz'altro; che si dovessero perdonare le offese, ma che si poteva offendere, e via di seguito. Regole, queste, che potevano essere assurde, cattive, ma che erano sicure; adempiendole, Vronskij si sentiva tranquillo e poteva andare a testa alta. Negli ultimi tempi, però, in seguito alla sua relazione con Anna, Vronskij aveva cominciato a rendersi conto che il codice delle sue norme non contemplava proprio tutti i casi e che in futuro si sarebbero presentati dubbi e difficoltà nei quali egli già non trovava il filo conduttore.

Gli attuali rapporti suoi con Anna e il marito erano per lui semplici e chiari. Essi erano chiaramente ed esattamente definiti nel codice di regole dalle quali egli si faceva guidare.

Ella era una donna per bene che gli aveva dato il proprio amore, ed egli l'amava, perciò ella era per lui una donna degna dello stesso, e anche maggiore, rispetto che una moglie legittima. Si sarebbe fatto tagliare una mano prima di offenderla con una parola, con un'allusione, o di non mostrarle tutta la considerazione sulla quale può contare una donna.

I rapporti con la società erano chiari anch'essi. Tutti potevano sapere, sospettare, ma nessuno doveva osare di parlare della sua relazione. In caso contrario era pronto a far tacere quelli che avrebbero parlato e a far rispettare l'onore, non più esistente, della donna che egli amava.

I rapporti col marito erano i più chiari di tutti. Sin dal momento in cui Anna si era innamorata di lui, egli riteneva di avere su di lei, egli solo, un suo proprio diritto indiscutibile. Il marito era solo un personaggio superfluo e fastidioso. Senza dubbio ci faceva una figura pietosa, ma che farci? Un solo diritto aveva il marito: quello di pretendere soddisfazione con l'arma alla mano, e a questa eventualità Vronskij era stato pronto fin dal primo momento.

Ma recentemente erano apparsi dei rapporti nuovi, intimi tra lui e lei, che avevano sconvolto Vronskij per la loro indeterminatezza. Appena ieri, ella gli aveva detto di essere incinta. Ed egli aveva sentito che questa notizia e la risposta ch'ella si aspettava da lui esigevano qualcosa che non rientrava nel codice delle norme che dirigevano la sua vita. Infatti era stato preso alla sprovvista, e al primo momento, quando ella gli aveva detto la cosa, il cuore gli aveva suggerito di pretendere che lasciasse il marito. Lo aveva subito detto, ma ora, riflettendo, vedeva chiaro che sarebbe stato meglio farne a meno; e intanto, dicendosi questo, temeva che ciò fosse riprovevole.

"Se ho detto di lasciare il marito, questo significa unirsi con me. Sono io pronto a questo? Come la porterò via adesso, se non ho denari? Ammettiamo che a questo potrei provvedere.... ma come portarla via se sono tuttora in servizio? Ma se l'ho detto, è necessario che io sia pronto a farlo, debbo cioè avere del denaro e debbo dare le dimissioni".

E rifletteva. La questione di dare o no le dimissioni lo aveva portato a meditare su un altro suo intimo interesse, noto a lui solo, ma essenziale, anche se nascosto, per la sua vita.

Il successo era una vecchia ambizione della sua infanzia e della sua giovinezza; sogno ch'egli non confessava neppure a se stesso, ma che era così forte che anche ora questa passione lottava col suo amore. I suoi primi passi nella società e nella carriera erano stati fortunati, ma due anni addietro aveva commesso un grosso errore. Per dar prova della propria indipendenza e di voler progredire, aveva rifiutato una posizione offertagli, sperando che questo rifiuto potesse conferirgli maggior prestigio; accadde invece che fu giudicato troppo temerario, e fu lasciato stare; e ora, volente o nolente, acquistatasi questa fama di uomo libero, cercava di sostenerla, comportandosi con finezza e intelligenza, in modo da parere che non avesse rancore contro nessuno, che non si considerasse offeso da nessuno, e che volesse solo starsene in pace, perché contento di sé. Ma, in fondo, fin dall'anno scorso, quando era andato a Mosca, aveva cessato di esserlo. Sentiva che questa condizione di uomo indipendente, che può tutto e non vuole nulla, cominciava a diventar piatta; già molti cominciavano a pensare ch'egli non avrebbe potuto nulla, fuorché essere un onesto e bravo ragazzo. La sua relazione con la Karenina, che aveva fatto tanto scalpore, e che aveva attirato l'attenzione generale, dandogli nuovo prestigio, aveva calmato per un certo tempo in lui il tarlo dell'ambizione; ma da una settimana in qua questo tarlo s'era ridestato con rinnovata energia. Un amico d'infanzia, della stessa cerchia, dello stesso ambiente, e suo compagno al corpo dei paggi, Serpuchovskoj, licenziatosi con lui e suo rivale in classe e in ginnastica, in birbonate e in sogni ambiziosi, era tornato in quei giorni dall'Asia centrale, dopo aver ricevuto due promozioni e una ricompensa che era data di rado a generali così giovani.

Appena giunto a Pietroburgo, si era parlato di lui come di un astro di prima grandezza che sorgeva. Coetaneo di Vronskij e compagno suo di collegio, egli era generale e aspettava una nomina che poteva avere influenza sul corso degli affari di stato, mentre lui, Vronskij, sebbene indipendente e brillante e amato da una donna deliziosa, era un semplice capitano al quale si lasciava la libertà di essere indipendente quanto e come voleva. "S'intende, io non invidio e non posso invidiare Serpuchovskoj, ma il suo successo mi dimostra che basta aspettare il momento buono, e la carriera di un uomo come me può essere fatta ben presto. Tre anni fa egli era nella stessa condizione nella quale mi trovo io ora. Dando le dimissioni, brucerei le mie navi. Rimanendo in servizio non perdo nulla. Ella stessa ha detto che non vuole cambiare lo stato delle cose. E io che posseggo il suo amore, non posso invidiare Serpuchovskoj". E, arricciandosi con un movimento lento i baffi, si alzò dalla tavola e fece un giro per la stanza. I suoi occhi splendevano in modo particolarmente chiaro ed egli sentiva quella disposizione d'animo ferma, tranquilla e gioiosa che lo prendeva sempre quando aveva chiarito la propria posizione. Tutto era così netto e preciso come dopo i conti che aveva sistemato poco prima. Si rase la barba, s'immerse in un bagno freddo e uscì.

XXI

- E io ti vengo dietro. Il bucato è durato un pezzo, oggi - disse Petrickij. - Be', è finito?

- È finito - rispose Vronskij, sorridendo soltanto con gli occhi e arricciando la punta dei baffi così cautamente come se, dopo l'ordine in cui erano stati messi i suoi affari, ogni movimento troppo ardito e lesto potesse distruggerlo.

- Fatto questo sembra proprio che tu esca da un bagno - disse Petrickij. - Io vengo da Griška - così chiamavano il comandante del reggimento - ti aspettano.

Vronskij, senza rispondere, guardò il compagno, pensando ad altro.

- Sì, c'è musica da lui? - disse, prestando orecchio alle note emesse dalla cornetta a tempo di polca e di valzer che giungevano fino a lui. - Cos'è, c'è festa?

- È arrivato Serpuchovskoj.

- Ah - disse Vronskij - nemmeno lo sapevo.

Il sorriso dei suoi occhi brillò ancor più chiaramente.

Una volta che aveva stabilito con se stesso d'esser felice del suo amore e di aver sacrificato ad esso la propria ambizione, assunta, almeno, questa parte, Vronskij non poteva sentire né invidia per Serpuchovskoj, né irritazione verso di lui perché, arrivato al reggimento, non era venuto da lui per primo. Serpuchovskoj era un buon amico, ed egli era felice di rivederlo.

- Ah, ne sono lieto.

Il comandante del reggimento, Demin, occupava una grande casa di possidenti. Tutta la compagnia era sul vasto terrazzo di sotto. Nel cortile, la prima cosa che saltò agli occhi furono i cantanti in uniforme estiva, in piedi, accanto a una piccola botte di vodka, e la sana, allegra figura del comandante circondato dagli ufficiali. Venendo fuori sul primo gradino del terrazzo, costui, gridando più forte della musica che sonava una quadriglia di Offenbach, ordinò qualcosa e fece alcuni cenni ai soldati che stavano da un lato. Il gruppo di soldati, di marescialli e di sottufficiali si accostò al terrazzo insieme a Vronskij. Tornato presso al tavolo, il comandante del reggimento venne fuori sulla scala con una coppa in mano e pronunciò il brindisi: "Alla salute del nostro antico compagno e valoroso generale, principe Serpuchovskoj. Urrà!".

Dietro il comandante uscì anche Serpuchovskoj con una coppa in mano.

- Tu diventi sempre più giovane, Bondarenko - disse rivolto a un ben fatto, rubicondo maresciallo che era stato richiamato in servizio per la seconda volta, e che stava diritto davanti a lui.

Vronskij non vedeva Serpuchovskoj da tre anni. Questi aveva preso un aspetto più maschio con le fedine più folte, ma era rimasto snello quale era e sorprendeva, non tanto per la bellezza, quanto per la delicatezza e nobiltà del viso e della figura. Il solo mutamento che Vronskij notò in lui, fu quel calmo continuo splendore che si fissa sul volto delle persone che hanno successo e che sono sicure del riconoscimento di questo successo da parte di tutti. Vronskij conosceva questo splendore e subito lo notò in Serpuchovskoj.

Scendendo la scala, Serpuchovskoj scorse Vronskij. Un sorriso di gioia gli illuminò il volto. Fece un cenno con la testa, sollevò la coppa, salutando Vronskij e mostrando con questo gesto che voleva avvicinarsi prima al maresciallo che, inchinatosi, piegava già le labbra al bacio.

- Su, ecco anche lui! - gridò il comandante del reggimento. - E Ja(vin mi ha detto che eri di umore nero!

Serpuchovskoj dette un bacio sulle umide e fresche labbra del bel giovane maresciallo e, asciugandosi la bocca col fazzoletto, si accostò a Vronskij.

- Eh, come son contento! - disse stringendogli la mano e appartandosi con lui.

- Occupatevi di lui! - gridò a Ja(vin il comandante del reggimento, indicando Vronskij, e scese giù dai soldati.

- Perché ieri non eri alle corse? Pensavo di vederti là - disse Vronskij esaminando Serpuchovskoj.

- Sono venuto, ma tardi. Perdona - soggiunse, e si rivolse all'aiutante di campo. - Per favore ordinate di distribuire da parte mia a ognuno il suo.

Ed in fretta, tirò fuori dal portafogli tre biglietti da cento rubli e arrossì.

- Vronskij! Qualcosa da mangiare, o da bere? - chiese Ja(vin. - Ehi, da' da mangiare qui al conte. Ed ecco, bevi.

La baldoria dal comandante si protrasse a lungo.

Si bevve molto. Dondolarono e gettarono in aria Serpuchovskoj. Dopo si fece dondolare il comandante del reggimento. Poi, davanti ai cantanti, ballò lo stesso comandante con Petrickij. Dopo, il comandante del reggimento, già infiacchito, sedette su di una panca nel cortile e cominciò a dimostrare a Ja(vin la superiorità della Russia sulla Prussia, specie nell'attacco di cavalleria, e per un momento la baldoria si chetò. Serpuchovskoj entrò in casa, nella stanza da toletta, per lavarsi le mani, e ci trovò Vronskij che si versava addosso dell'acqua. Toltasi la divisa estiva e messo il collo rosso, coperto di peli, sotto il getto d'acqua del lavabo, frizionava il corpo con le mani. Finita l'abluzione, Vronskij sedette accanto a Serpuchovskoj. Tutti e due s'erano seduti su di un divanetto e tra loro cominciò una conversazione che interessava molto entrambi.

- Io di te ho saputo tutto attraverso mia moglie - disse Serpuchovskoj. - Sono contento che tu la veda spesso.

- È amica di Varja, e queste sono le uniche donne di Pietroburgo con le quali mi vedo volentieri - rispose, sorridendo Vronskij. Sorrideva perché prevedeva il tema su cui si sarebbe svolta la conversazione e gli faceva piacere.

- Le uniche? - chiese di rimando, sorridendo, Serpuchovskoj.

- Sì, e anch'io sapevo di te, ma non solo attraverso tua moglie - disse Vronskij, respingendo quella vaga allusione con un'espressione severa del volto. - Sono stato molto contento del tuo successo, ma per nulla affatto sorpreso. Mi aspettavo ancora di più.

Serpuchovskoj sorrise. Gli faceva piacere, era evidente, l'opinione che si aveva di lui e non cercava di nasconderlo.

- Io, al contrario, lo confesso sinceramente, m'aspettavo di meno. Ma sono contento, molto contento. Sono ambizioso, è questa la mia debolezza, lo confesso.

- Forse non lo confesseresti, se non avessi successo - disse Vronskij.

- Non credo - disse Serpuchovskoj, sorridendo di nuovo. - Non dico che non potrei vivere senza di questo, ma mi annoierei. S'intende, forse sbaglio, ma mi sembra di avere delle possibilità in quella sfera di azione che ho scelto, e mi pare che nelle mie mani il potere, quale che sia, se ci sarà, starà meglio che nelle mani di molti a me noti - disse Serpuchovskoj con la raggiante consapevolezza del successo. - E perciò quanto più sono vicino alla mèta, tanto più sono contento.

- Forse questo va così per te, ma non per tutti. Io pensavo lo stesso, ma ecco che vivo e trovo che non vale la pena vivere solo per questo - disse Vronskij.

- Eccolo, eccolo! - disse ridendo Serpuchovskoj. - Io avevo già cominciato a dire che avevo sentito parlare di te, del rifiuto... S'intende, io ti ho approvato. Ma in ogni cosa ci vuole la misura. E io penso che il gesto in sé è stato buono, ma tu non hai agito così come si sarebbe dovuto.

- Quel ch'è fatto è fatto; e tu sai, io non rimpiango mai. E poi sto benissimo.

- Benissimo... per un po' di tempo. Ma poi questo non ti basterà. Non direi così a tuo fratello. È un caro ragazzo, come questo nostro padrone di casa. Vedi - aggiunse, prestando orecchio al grido di "urrà" - anche lui si diverte, ma questo non può accontentare te.

- Io non dico d'esser soddisfatto.

- Già, ma non è solo questo. Uomini come te sono necessari.

- A chi?

- A chi? Alla società. La Russia ha bisogno di uomini, ha bisogno di un partito, altrimenti tutto va alla deriva.

- Che cosa allora? Il partito di Bertenev contro i comunisti russi?

- No - disse Serpuchovskoj, accigliandosi per la stizza di vedersi sospettato di una simile sciocchezza. - Tout ça est une blague. Questo è sempre stato e sarà. Non c'è nessun comunista. Ma le persone intriganti hanno sempre sentito la necessità di inventare un partito nocivo, pericoloso. Questo è un vecchio sistema. No, c'è bisogno di un partito di governo, di persone indipendenti come te e come me.

- Ma perché mai? - e Vronskij nominò alcune persone che erano al potere. - Ma perché dici che non vi sono uomini indipendenti?

- Solo perché non hanno o non hanno avuto dalla nascita una posizione indipendente, non hanno avuto un nome, né quella vicinanza al sole così come abbiamo avuto noi sin dalla nascita. Costoro si possono comprare col denaro o con la protezione. E lasciano passare delle idee e certe tendenze in cui essi non credono affatto, che danneggiano, al solo fine di avere una casa dal governo e tanto di stipendio. Cela n'est pas plus fin que ça, quando guardi nelle loro carte. Forse io sarò peggiore o più sciocco di loro. Ma ho certamente un vantaggio rilevante: che è più difficile comprarmi. E uomini cosiffatti sono più che mai necessari.

Vronskij ascoltava attentamente, ma lo interessava non tanto il contenuto delle parole, quanto il modo col quale considerava le cose Serpuchovskoj, che pensava già di lottare per il potere e in quel mondo aveva già le sue simpatie e antipatie; mentre per lui nella carriera rientravano soltanto gli interessi dello squadrone. Vronskij intendeva quanto potesse essere forte Serpuchovskoj con la sua indubbia capacità a comprendere le cose, con la sua intelligenza e con il dono della parola così raro nella sfera in cui viveva. E per quanto se ne vergognasse, provava invidia.

- Tuttavia per questo mi manca la dote principale - rispose - il desiderio del potere. L'ho avuto ma è passato.

- Perdonami, non è vero - disse, sorridendo, Serpuchovskoj.

- No, è vero, è vero, ora, ad essere sincero - aggiunse Vronskij.

- Se è vero ora è un'altra cosa; ma questa ora non ci sarà sempre.

- Può darsi - rispose Vronskij.

- Tu dici, può darsi - continuò Serpuchovskoj, come indovinando il suo pensiero - e io ti dico certamente. E per questo volevo vederti. Tu hai agito così come dovevi. Questo lo capisco, ma perseverare non devi. Io ti chiedo solo carte blanche. Io non ti proteggo... Benché, poi, perché non dovrei proteggerti? Tu hai protetto me tante volte! Spero che la nostra amicizia sia al di sopra di questo. Sì - egli disse, sorridendo teneramente come una donna. - Dammi carte blanche, esci dal reggimento e io ti rimetterò dentro inavvertitamente.

- Ma capisci, non ho bisogno di nulla - disse Vronskij - se non di questo, che tutto continui ad essere così com'è stato.

Serpuchovskoj si alzò e gli si mise di fronte.

- Tu hai detto: che tutto continui ad essere così com'è stato. Io capisco perché dici così. Ma ascolta: noi siamo coetanei, può darsi che tu abbia conosciuto donne in maggior numero di me. - Il sorriso e i gesti di Serpuchovskoj dicevano che Vronskij non doveva temere, ch'egli avrebbe sfiorato con delicatezza, con riguardo il punto dolente. - Ma io sono ammogliato e, credimi, che pur conoscendo soltanto la propria moglie (come ha scritto qualcuno), se la ami, conosci tutte le donne meglio che se ne avessi conosciute mille.

- Veniamo subito - gridò Vronskij all'ufficiale che era entrato un momento nella stanza e li invitava ad andare dal comandante del reggimento.

Vronskij voleva ora ascoltare e sapere che cosa l'amico gli avrebbe detto.

- Ed eccoti la mia opinione. Le donne sono la principale pietra di inciampo nell'attività di un uomo. È difficile amare una donna e fare qualcosa. C'è un solo mezzo per amare comodamente e scansare gli ostacoli, e questo mezzo è il matrimonio. Come, come dirti quello che penso - disse Serpuchovskoj, cui piacevano i paragoni. - Aspetta, aspetta! Sì, è come portare un fardeau e fare qualcosa con le mani; si può solo quando il fardeau è legato alla schiena, e questo è il matrimonio. E questo io l'ho sentito dopo essermi sposato. Mi si sono liberate a un tratto le mani. Ma senza il matrimonio, a trascinarsi dietro questo fardeau, le mani sono così impegnate, che non si può far nulla. Guarda Mazankov, Krupov. Si son giocata la carriera per le donne.

- Quali donne! - disse Vronskij, pensando alla francese e all'attrice con cui erano in relazione le due persone nominate.

- Tanto peggio se è più alta la posizione della donna in società: tanto peggio. È come se, invece di trascinare il fardeau con le mani, lo si strappasse a un altro.

- Tu non hai mai amato - disse piano Vronskij, guardando avanti a sé e pensando ad Anna.

- Forse. Ma ricordati quel che ti ho detto. E ancora. Le donne hanno tutte più senso pratico che non gli uomini. Noi facciamo dell'amore qualcosa d'immenso, ma esse sono sempre terre-à-terre.

- Subito, subito! - disse rivolto al servo che era entrato. Ma il servo non era venuto per chiamarli, come egli pensava. Il servo portava un biglietto a Vronskij.

- Un uomo ha portato questo da parte della principessa Tverskaja.

Vronskij dissuggellò la lettera e diventò rosso.

- M'è venuto mal di testa, vado a casa - disse a Serpuchovskoj.

- Allora, addio. Mi dai carte blanche?

- Ne riparleremo dopo, ti troverò a Pietroburgo.

XXII

Erano già le sei e perciò, per giungere in tempo e non andare con i propri cavalli che tutti conoscevano, Vronskij prese posto nella vettura di Ja(vin e ordinò di andare il più presto possibile. La vecchia carrozza di piazza a quattro posti era ampia. Sedette in un angolo, distese le gambe sul sedile davanti e si fece pensieroso.

La coscienza confusa di quella sistemazione che aveva dato ai suoi affari, il ricordo vago dell'amicizia di Serpuchovskoj che lo riteneva un essere necessario e, soprattutto, l'attesa dell'incontro, tutto si fondeva in un unico gioioso senso di vita. Questa sensazione era così forte che egli involontariamente sorrise. Tirò giù le gambe, mise l'una sul ginocchio dell'altra, e, presala in mano, tastò il polpaccio elastico della gamba ferita il giorno prima nella caduta, e, riversatosi all'indietro, respirò varie volte a pieni polmoni.

"Bene, molto bene!" si disse. Anche altre volte aveva provato la gioiosa sensazione del proprio corpo come ora. Gli piaceva sentire quel leggero dolore nella gamba solida, gli piaceva la sensazione muscolare del movimento del proprio petto nel respirare. Quella stessa chiara e fresca giornata d'agosto, che così disperatamente aveva agito su Anna, pareva a lui eccitante e vivificante e gli rinfrescava il viso e il collo accaldati dall'abluzione. L'odore della brillantina dei suoi baffi gli pareva particolarmente piacevole in quell'aria fresca. Tutto ciò che vedeva dal finestrino della carrozza, in quell'aria fredda e tersa, nella luce pallida del tramonto era egualmente fresco, allegro e forte come lui; così i tetti delle case, che rilucevano ai raggi del sole calante, e i contorni netti dei recinti e degli angoli delle costruzioni, così le sagome dei pedoni e delle vetture che si incontravano di rado, così il verde immobile degli alberi e delle erbe, e il campo con i solchi regolari delle patate, così le ombre contorte, cadenti dalle case e dagli alberi, dai cespugli, e dagli stessi solchi delle patate. Tutto era bello come un grazioso paesaggio allora allora finito e ricoperto di lacca.

- Va', va' - disse, sporgendosi dal finestrino, e, tirato fuori dalla tasca un biglietto da tre rubli, lo ficcò in mano al vetturino che s'era voltato verso di lui. La mano del vetturino tastò qualcosa vicino al fanale, si sentì il fischio della frusta e la vettura rotolò in fretta sul lastrico levigato.

"Non ho bisogno di nulla, oltre questa felicità - pensava, guardando il bottoncino d'osso del campanello tra gli spazi dei finestrini e immaginandosi Anna così come l'aveva vista l'ultima volta. - E più passa il tempo e più l'amo. Ecco anche il giardino della villa governativa della Vrede. Dov'è mai? Dove? Come? Perché ha fissato qui l'appuntamento e ha scritto in una lettera di Betsy?" pensava soltanto ora; ma non aveva già più tempo di pensare. Fece fermare i cavalli prima di arrivare al viale e, aperto lo sportello, saltò giù dalla carrozza in corsa e andò per il viale che porta alla casa. Nel viale non c'era nessuno ma, guardando a destra, scorse lei. Aveva il viso nascosto da un velo, ma egli, in uno sguardo gioioso, avvolse il movimento particolare, tutto suo, dell'andatura, dell'abbandono delle spalle, e della posizione del capo, e immediatamente qualcosa di simile a una corrente elettrica percorse il suo corpo. Sentì con rinnovata forza se stesso, dai movimenti elastici delle gambe, fino al moto dei polmoni in respirazione, e qualcosa gli vellicò le labbra.

Incontratisi ella gli strinse forte la mano.

- Non ti dispiace se ti ho fatto venire? Mi era indispensabile vederti - ella disse, e la piega seria e severa delle labbra ch'egli scorse di sotto al velo mutò di colpo la sua disposizione d'animo.

- Io spiacente! Ma come sei venuta, da dove?

- Non mette conto - ella disse, poggiando il braccio su quello di lui - andiamo, devo parlarti.

Egli capì che qualcosa era accaduto e che quell'incontro non sarebbe stato lieto. Quando era con lei non aveva una volontà propria: non sapeva le ragioni dell'agitazione di lei e sapeva già che quella stessa agitazione gli si sarebbe comunicata.

- Che c'è, che c'è? - chiedeva stringendo il braccio di lei col gomito e cercando di leggerle i pensieri nel viso.

Ella fece qualche passo in silenzio e, facendosi coraggio, improvvisamente si fermò.

- Non ti ho raccontato ieri - cominciò, respirando in fretta e con pena - che tornando a casa con Aleksej Aleksandrovic, io gli ho detto che non potevo più essere sua moglie, che... tutto gli ho detto.

Egli l'ascoltava, chinandosi involontariamente e con tutto il corpo, desiderando con questo di alleviare a lei il peso della sua situazione. Ma dopo quelle parole si drizzò improvvisamente e il suo viso prese un'espressione orgogliosa e severa.

- Sì, sì, è meglio, mille volte meglio! Capisco come sia stato penoso - disse.

Ma lei non ascoltava le sue parole, gli leggeva i pensieri nell'espressione del viso. Ella non poteva sapere che quell'espressione del viso si collegava alla prima idea che era venuta in mente a Vronskij: all'inevitabilità, adesso, del duello. A lei non era neppure venuta in mente l'idea del duello, e perciò dette una diversa spiegazione a questa fugace espressione di severità.

Ricevuta la lettera del marito, ella sapeva già in fondo all'anima che tutto sarebbe rimasto come prima e ch'ella non avrebbe avuto la forza di buttar via la sua posizione sociale, di abbandonare il figlio e di unirsi all'amante. La mattinata trascorsa dalla principessa Tverskaja l'aveva rafforzata ancor più in questo: tuttavia questo incontro era straordinariamente importante per lei. Ella sperava che l'incontro avrebbe cambiato la loro situazione, che l'avrebbe salvata. Se egli a quella notizia, risolutamente, appassionatamente, senza un attimo di esitazione le avesse detto: "lascia tutto e fuggi con me" ella avrebbe abbandonato il figlio e sarebbe andata con lui. Ma la notizia datagli non produsse in lui l'effetto ch'ella s'attendeva: egli stava lì come offeso di qualcosa.

- Non mi è stato per nulla penoso. È avvenuto da sé - ella disse con irritazione - ed ecco... - ella trasse fuori dal guanto la lettera del marito.

- Capisco, capisco - egli la interruppe, dopo aver preso la lettera e cercando, senza leggerla, di calmarla; - io desideravo una cosa sola, chiedevo una cosa sola, uscir fuori da questa situazione per dedicare la mia vita alla tua felicità.

- Perché mi dici questo? - ella disse. - Posso forse dubitarne? Se dubitassi....

- Chi è che viene? - disse a un tratto Vronskij, indicando due signori che venivano alla loro volta. - Può darsi che ci conoscano - e in fretta si diresse in un viottolo laterale, tirandosela appresso.

- Ah, per me è lo stesso! - ella disse. Le sue labbra tremavano. E a lui pareva che gli occhi di lei lo guardassero di sotto il velo con una strana cattiveria. - Così io dico che non è questo che importa, ora: di questo io non posso dubitare; ma ecco, cosa egli mi scrive. Leggi. - Si fermò di nuovo.

Di nuovo come nel primo momento della notizia della rottura di lei col marito, Vronskij, nel leggere la lettera, si lasciò andare a quella sensazione istintiva che destavano in lui i rapporti col marito offeso. Ora, mentre teneva la lettera in mano, involontariamente si raffigurava la sfida che forse quel giorno stesso o l'indomani avrebbe trovato a casa, e persino il duello durante il quale, con quella stessa fredda e orgogliosa espressione che aveva in quel momento, avrebbe sparato in aria, e sarebbe rimasto sotto la mira del marito offeso. E a questo punto gli era balenato in mente quello che poco prima gli aveva detto Serpuchovskoj e che egli stesso aveva pensato la mattina, che sarebbe stato meglio non legarsi, e sentiva che questo suo pensiero non poteva certo comunicarlo a lei.

Leggendo la lettera, egli alzò gli occhi su di lei, ma nel suo sguardo non c'era decisione alcuna. Ella capì subito che egli aveva già prima pensato qualcosa su questo dentro di sé. Ella sapeva che ora, qualunque cosa dicesse, non le avrebbe detto tutto quello che pensava. L'ultima speranza era delusa. E questo non se lo aspettava.

- Tu vedi che uomo è - ella disse con voce tremante; - egli....

- Perdonami, ma io sono contento di questo - aggiunse Vronskij. - Grazie a Dio, lasciami finire di parlare - soggiunse, supplicandola con uno sguardo di dargli il tempo di spiegare le sue parole. - Sono contento perché questa faccenda non può, non può assolutamente rimanere così come egli suppone.

- Perché non può? - prese a dire Anna, trattenendo le lacrime, evidentemente non dando ormai alcun valore a quello che egli avrebbe detto. Ella sentiva che il suo destino era deciso.

Vronskij voleva dire che dopo il duello, inevitabile secondo lui, quello stato di cose non sarebbe potuto continuare, ma disse altro.

- Non può continuare. Spero che adesso lo lascerai. Io spero - si confuse e arrossì - che mi permetterai di dare ordine e provvedere alla nostra vita. Domani.... - e voleva continuare.

Ella non lo lasciò finire.

- E mio figlio? - gridò. - Vedi cosa scrive? Dovrei lasciarlo, ma io non voglio e non posso fare questo.

- Ma, in nome di Dio, cosa è meglio? Lasciare il figlio o continuare a vivere in questa situazione umiliante?

- Umiliante per chi?

- Per tutti, e più di tutti per te.

- Tu dici, umiliante... non lo dire. Queste parole non hanno senso per me - ella disse con voce che le tremava. Non voleva, ora, che egli le dicesse ciò che non sentiva. Le rimaneva solo l'amore di lui e voleva amarlo. - Tu capisci che dal giorno che ho cominciato ad amarti, tutto per me è cambiato. Per me non c'è che una sola cosa, il tuo amore. Se questo è mio, allora mi sento così in alto, così forte che nulla per me può essere umiliante. Sono orgogliosa del mio stato perché... orgogliosa che... orgogliosa.... - Non finì di pronunciare di che cosa fosse orgogliosa. Lacrime di vergogna e di disperazione soffocarono la sua voce. Tacque e scoppiò in singhiozzi.

Anch'egli sentiva qualcosa venirgli su verso la gola e vellicargli il naso, e per la prima volta nella sua vita sentì che stava per piangere. Non avrebbe potuto dire che cosa proprio l'avesse commosso tanto; aveva pena di lei e sentiva che non poteva aiutarla, mentre egli era colpevole dell'infelicità sua, egli le aveva fatto del male.

- Non è forse possibile il divorzio? - disse piano. Ella scosse il capo senza rispondere. - Non si può forse pretendere tuo figlio e lasciare lui?

- Sì, ma tutto dipende da lui. Ora è da lui che devo andare - ella disse seccamente. Il suo presentimento che tutto sarebbe rimasto come prima non l'aveva ingannata. - Martedì sarò a Pietroburgo e si deciderà.

- Sì - disse. - Ma non parliamo più di questo.

La vettura che Anna aveva mandato via e che aveva fatto poi venire al cancello del giardino delle Vrede, si accostò. Ella salutò Vronskij e andò a casa.

XXIII

Il lunedì c'era la solita seduta della commissione del 2 giugno. Aleksej Aleksandrovic entrò nell'aula della riunione, salutò, come al solito, i membri e il presidente, e sedette al suo posto, poggiando le mani sulle carte preparate davanti a lui. Fra queste carte c'erano anche le notizie necessarie e lo schema della proposta che aveva deciso di fare. Del resto non gli occorrevano neppure gli appunti. Ricordava tutto e non aveva bisogno di ripetersi mentalmente quello che avrebbe detto. Sapeva che, al momento opportuno, visto davanti a sé il viso dell'avversario che invano avrebbe cercato di darsi un'aria indifferente, il discorso sarebbe venuto fuori da sé, molto meglio che se lo avesse preparato adesso. Prevedeva che il contenuto del discorso sarebbe stato elevato, che ogni parola avrebbe avuto un significato. Frattanto, ascoltando la solita relazione, aveva l'aspetto più innocente, più inoffensivo. Nessuno avrebbe potuto sospettare, guardando le mani bianche dalle vene gonfie che palpavano così delicatamente con le dita lunghe le due estremità dei fogli di carta bianca posti davanti a lui, e quel capo chino da un lato con una impronta di stanchezza, che da un momento all'altro sarebbero usciti dalle sue labbra discorsi tali da scatenare una tempesta, da suscitare tra i commissari grida e reciproche interruzioni, tanto da costringere il presidente a richiamare all'ordine. Quando la relazione fu terminata, Aleksej Aleksandrovic con la sua voce calma, stridula, dichiarò ch'egli aveva da comunicare alcune sue considerazioni sulla questione della sistemazione degli allogeni. L'attenzione si rivolse a lui. Aleksej Aleksandrovic tossì e, senza guardare l'avversario, ma scelto, come sempre faceva nel pronunciare i suoi discorsi, il primo individuo che stava seduto dinanzi a lui - questa volta un vecchietto piccolo, tranquillo, che non aveva mai nessuna opinione - cominciò ad esporre le sue considerazioni. Quando si arrivò alla legge fondamentale e organica, l'avversario saltò su e cominciò a ribattere. Stremov, anche lui membro della commissione e anche lui colto nel vivo, cominciò a giustificarsi, e nell'insieme ne venne fuori una seduta tempestosa; ma Aleksej Aleksandrovic trionfò, e la sua proposta fu accolta; furono nominate tre nuove commissioni e il giorno dopo, in un certo ambiente di Pietroburgo, non si fece altro che parlare di questa seduta. Il successo di Aleksej Aleksandrovic fu persino maggiore di quello che egli si aspettava.

La mattina dopo, martedì, Aleksej Aleksandrovic, svegliatosi, ricordò con soddisfazione la vittoria del giorno innanzi e non poté non sorridere, pur tentando di mostrarsi indifferente, quando il direttore della cancelleria, adulandolo, lo informò delle voci giunte fino a lui su quello ch'era accaduto in seno alla commissione.

Intrattenendosi con il capo della cancelleria, Aleksej Aleksandrovic dimenticò completamente che quel giorno era martedì, giorno da lui fissato per l'arrivo di Anna Arkad'evna, e si meravigliò e dispiacque quando il servitore venne ad annunziarne l'arrivo.

Anna era giunta a Pietroburgo la mattina presto, era stata mandata per lei la carrozza in seguito a un suo telegramma, perciò Aleksej Aleksandrovic doveva pur sapere del suo arrivo. Ma quando giunse, egli non le andò incontro. Le dissero che non era uscito dalla sua camera e che era occupato con il capo della cancelleria. Ella fece sapere al marito che era arrivata, andò nel proprio studiolo e si occupò di disfare le valigie, in attesa ch'egli venisse da lei. Ma passò un'ora, ed egli non si fece vivo. Ella uscì in sala da pranzo col pretesto di dare un ordine e parlò a voce alta proprio perché egli udisse e la raggiungesse là; ma non comparve sebbene ella si fosse accorta che era venuto fin sulla porta dello studio ad accompagnare il capo della cancelleria. Ella sapeva che, come al solito, sarebbe andato via presto per recarsi in ufficio, e desiderava vederlo prima per definire i loro rapporti.

Fece un giro per la sala e si diresse decisamente verso lo studio. Quando vi entrò, egli, in uniforme d'ufficio, evidentemente pronto per andar via, era seduto accanto a un tavolino sul quale aveva poggiato i gomiti, e guardava tristemente davanti a sé. Ella lo vide prima che lui la scorgesse e capì che pensava a lei.

Vistala, egli volle alzarsi, cambiò idea, ma il suo viso s'infiammò, cosa del tutto nuova per Anna, e in fretta s'alzò dirigendosi verso di lei e guardandola non negli occhi ma più in alto, sulla fronte e sull'acconciatura. Le si avvicinò, le prese la mano e la pregò di sedersi.

- Sono molto contento che siate venuta - disse, sedendosi accanto a lei e, desiderando evidentemente di dire qualcosa, esitò. Parecchie volte egli fece per parlare, ma tacque. Sebbene nel prepararsi a quell'incontro ella avesse imparato a disprezzarlo e ad accusarlo, non sapeva cosa dirgli e aveva pietà di lui. E così il silenzio durò abbastanza a lungo.

- Ser(za sta bene? - egli disse e, senza aspettar risposta, soggiunse: - oggi non pranzerò a casa e ora devo andar via.

- Io volevo andare a Mosca - ella disse.

- No, avete fatto molto, molto bene a venire - egli disse e di nuovo tacque.

Vedendo che egli non aveva la forza di cominciare a parlare, cominciò lei stessa.

- Aleksej Aleksandrovic - disse guardandolo e senza abbassare gli occhi sotto lo sguardo di lui fisso sulla pettinatura - io sono una donna colpevole, sono una donna cattiva, ma sono la stessa che allora vi ha parlato, e sono venuta a dirvi che non posso cambiare in nulla.

- Non vi ho detto questo - egli disse deciso e guardandola con odio diritto negli occhi - e questo proprio mi aspettavo. - Nell'impeto d'ira, era ritornato di nuovo padrone di tutte le sue facoltà. - Ma come vi ho detto allora e come vi ho scritto - prese a dire con voce tagliente, stridula - ora vi ripeto che io non sono obbligato a sapere questo. Io lo ignoro. Non tutte le mogli sono come voi generose tanto da affrettarsi a comunicare una notizia così piacevole ai mariti. - S'indugiò in modo particolare sulla parola "piacevole". - Io ignoro tutto ciò finché il mondo lo ignora, finché il mio nome non è svergognato. E perciò vi dico soltanto che i nostri rapporti devono essere quali sono sempre stati e che solo in caso che vi compromettiate, io sarò costretto a prendere delle misure per difendere il mio onore.

- Ma i nostri rapporti non possono essere quelli di prima - disse Anna con voce timida, guardandolo con spavento.

Nel vedere di nuovo quei gesti calmi, nel sentire quella voce penetrante, infantile e canzonatoria, la repulsione ch'ella sentiva per lui fece svanire quel sentimento di pietà che poco prima aveva sentito, e ora aveva soltanto paura; ma voleva, a ogni costo, chiarire la sua situazione.

- Io non posso essere vostra moglie, quando... - stava per cominciare.

Egli si mise a ridere d'un riso cattivo.

- Si vede che il genere di vita che avete scelto, si è riflesso sulle vostre idee. Per quel tanto che io rispetto e disprezzo e questo e quello.... rispetto il vostro passato, ma disprezzo il presente... ero ben lontano dalla interpretazione che voi avete dato alle mie parole.

Anna sospirò e chinò il capo.

- D'altra parte non capisco come, avendo voi tanta spregiudicatezza - continuò, riscaldandosi - da annunziare a vostro marito la vostra infedeltà, senza trovare, a quanto sembra, nulla di biasimevole in questo, stimiate ora riprovevole l'adempimento dei doveri di moglie nei riguardi del marito.

- Aleksej Aleksandrovic che cosa mai vi occorre da me?

- Mi occorre non incontrare qui quell'uomo e che vi comportiate in modo che né il mondo né la servitù possano accusarvi.... che non lo vediate. Mi pare che non sia molto. E in compenso di questo godrete dei diritti di una moglie onesta, senza adempierne i doveri. Ecco tutto quello che ho da dirvi. Ora devo andar via. Non pranzo a casa.

Si alzò e si diresse verso la porta. Anche Anna si alzò. Egli, inchinandosi senza proferire parola, si fece precedere da lei.

XXIV

La notte che Levin trascorse sulla bica di fieno non passò invano per lui. L'azienda agricola che conduceva gli era divenuta d'un tratto odiosa, ed era divenuta priva di qualsiasi interesse per lui. Malgrado l'ottimo raccolto, non vi erano mai stati, o almeno mai gli era parso che ci fossero stati, tanto insuccesso e tanta ostilità tra lui e i contadini, come in quell'anno, e la causa di questo insuccesso e di questa ostilità gli si rivelava ora, in piena luce. Il fascino che aveva esercitato per lui lo stesso lavoro dei contadini, il contatto più intimo che, per questo, aveva avuto con loro, il senso di invidia che aveva provato per loro, per la loro vita, il desiderio di viverla, quella stessa loro vita, che, in quella notte, non era stato più un sogno, ma un proposito, di cui aveva riflettuto i particolari, tutto questo aveva mutato talmente la sua opinione circa l'azienda da lui condotta, che non poteva in alcun modo ritrovare, ora, in essa l'interesse di prima, e non poteva non vedere chiara la ragione dei suoi rapporti spiacevoli con i contadini, rapporti che costituivano la base della questione. Armenti di vacche bellissime, belle come la Pava, tutta la terra concimata, e rivoltata con gli aratri, nove campi eguali circondati da giunchi, novanta desjatiny di concio rivoltato in profondità, i seminativi in fila e via di seguito, tutto questo sarebbe stato bellissimo se fosse stato fatto da lui stesso e dai collaboratori, da uomini che simpatizzassero con lui. Ma egli ora vedeva chiaramente (il suo studio per un volume di economia rurale nel quale era proclamato come elemento essenziale in tale economia l'elemento lavoratore, lo aveva molto aiutato in questo) che l'azienda che egli conduceva rappresentava soltanto una crudele e ostinata lotta tra lui e i lavoratori, nella quale da una parte, la sua, c'era un'incessante, intensa aspirazione a rifare tutto su di un modello ritenuto il migliore, dall'altra, invece, c'era l'ordine naturale delle cose. E scorgeva che in questa lotta, la massima tensione di forze da parte sua e la mancanza di ogni sforzo e perfino di ogni proponimento dall'altra, pervenivano soltanto alla conseguenza che l'azienda non andava avanti e che si sciupavano attrezzi bellissimi, bestiame superbo, e terra. La cosa preminente era che non solo andava perduta del tutto la propria energia, ma che egli non poteva non sentire, ora che il senso della sua azienda gli si era rivelato, che lo scopo di questa energia fosse il meno degno. In sostanza, in che consisteva la lotta? Egli teneva dietro a ogni suo soldo (e non poteva non tenerci dietro perché gli bastava allentare per poco la sorveglianza per non avere denaro sufficiente per pagare i lavoratori); essi invece pensavano solo a lavorare tranquillamente e piacevolmente secondo la loro abitudine. Egli aveva interesse a che ogni lavoratore rendesse quanto più possibile, che non si distraesse, che badasse a non rompere i vagli, che riflettesse a quello che faceva; il lavoratore, invece, aveva interesse a lavorare nel modo più piacevole possibile, con respiro, e soprattutto senza preoccupazione, lasciandosi andare, senza pensare. E proprio in quell'estate Levin aveva constatato ciò ad ogni passo. Aveva mandato a falciare del trifoglio per seminarvi il fieno, scegliendo le desjatiny di terra meno buona, dove erano cresciute le erbe e l'artemisia, che non servivano per sementa, e gli avevano falciato le migliori desjatiny da semi, asserendo per giustificarsi che così aveva detto l'amministratore, e lo consolavano dicendo che il fieno sarebbe stato ottimo; ma egli sapeva che avevan fatto così perché quelle desjatiny di terra si falciavano con minor fatica. Aveva mandato un'essiccatrice a ventilare il fieno e l'avevano rotta ai primi giri, perché il contadino s'era annoiato di starci su seduto a cassetta sotto le ali che si agitavano. E gli dicevano: "Degnatevi di non inquietarvi; le donne sparnazzeranno alla svelta". Gli aratri s'erano mostrati inadatti, perché al lavoratore non entrava in mente di dover abbassare il dentale, e, girando con forza, l'aratro tormentava i cavalli e sciupava il terreno: e lo pregavano di non inquietarsene. I cavalli li avevan lasciati pascolare nel frumento perché non uno solo dei lavoratori voleva fare da guardiano notturno e, dato l'ordine di farlo senz'altro, avevan fatto a turno la guardia di notte e Van'ka, dopo aver lavorato tutto il giorno, si era addormentato, e aveva confessato il suo peccato, dicendo: "Come volete voi". Avevano fatto crepare le tre migliori vacche perché le avevano lasciate andare a pascolare là dove non c'era abbeveratoio su per il guaime del trifoglio, e non avevano voluto credere in nessun modo che si erano gonfiate col trifoglio, e raccontavano, per consolarsi, che al vicino erano morti centoventi capi di bestiame. Tutto questo lo facevano, non perché qualcuno di loro volesse male a Levin o alla sua azienda, al contrario, egli sapeva che gli volevano bene, lo consideravano un signore alla mano (che è la lode più alta); ma lo facevano solo perché volevano lavorare allegramente e senza affanno; e gl'interessi suoi erano non solo estranei e incomprensibili a loro, ma fatalmente opposti ai loro più legittimi interessi. Già da tempo Levin si sentiva insoddisfatto del suo modo di condurre l'azienda. Vedeva che la barca faceva acqua, ma non trovava e non cercava neppure la falla, ingannando di proposito se stesso. Ma ormai non poteva ingannarsi più. Quell'azienda che egli conduceva gli era divenuta non solo priva di interesse, ma odiosa, e non poteva occuparsene più. A questo si aggiungeva anche la presenza a trenta verste da lui di Kitty (cerbackaja che egli voleva e non poteva vedere. Dar'ja Aleksandrovna Oblonskaja, quando egli era stato da lei, l'aveva invitato a tornare: andare per rinnovare la proposta di matrimonio a sua sorella che ora, da quanto gli si faceva capire, l'avrebbe accolta? Levin, rivedendo Kitty (cerbackaja, aveva capito che non aveva cessato di amarla; ma egli non poteva andare dagli Oblonskij, sapendo che era là. Il fatto che la sua domanda di matrimonio era stata respinta, poneva fra lui e lei una barriera insormontabile. "Io non posso chiederle di essere mia moglie solo perché ella non può essere la moglie di colui che desiderava" diceva fra sé. Il pensiero di questo lo rendeva freddo e ostile. "Non avrò la forza di parlare con lei senza doverle rimproverare qualche cosa, di guardarla senza rancore: ed ella mi odierà ancora di più, come del resto è prevedibile. E poi, come posso io, ora, dopo tutto quello che mi ha detto Dar'ja Aleksandrovna, andare da loro? Posso forse fingere di non sapere quello che mi ha detto? E andrei io, pieno di generosità, a perdonarla, a farle grazia? Io dinanzi a lei nella parte di chi la perdona e la degna del proprio amore! Perché mai Dar'ja Aleksandrovna mi ha parlato di questo? Avrei potuto vederla per caso, e allora tutto si sarebbe svolto da sé, ma ora è impossibile! ".

Dar'ja Aleksandrovna gli mandò un biglietto, chiedendogli una sella da signora per Kitty. "Mi hanno detto che avete una sella - gli scriveva. - Spero che la porterete voi stesso".

Questa cosa non la poteva proprio sopportare. Come mai una donna intelligente e delicata poteva umiliare a tal punto la sorella? Scrisse dieci biglietti e li strappò uno dopo l'altro, e mandò la sella senza rispondere. Scrivere che sarebbe andato, non poteva, perché non poteva andare; scrivere che non poteva andare perché qualcosa glielo impediva o perché partiva, era ancora peggio. Mandò la sella senza la risposta, e il giorno dopo, con la coscienza di aver compiuto qualcosa di vergognoso, affidata l'azienda divenutagli odiosa all'amministratore, partì per un lontano distretto dove c'erano bellissime paludi da beccacce, ospite del suo amico Svijazskij che da poco gli aveva scritto, pregandolo di attuare l'antico progetto di recarsi un po' da lui. Le paludi da beccacce nel distretto di Surov tentavano già da tempo Levin, ma per gli affari dell'azienda aveva sempre rinviato questo viaggio. Ora invece era contento di allontanarsi dagli (cerbackij e, soprattutto, dall'azienda, e di andare a caccia, cosa che, in tutte le sue amarezze, era sempre stata per lui la migliore delle consolazioni.

XXV

Per il distretto di Surov non c'era strada ferrata né diligenza, e Levin andò coi cavalli suoi, in un tarantas.

A mezza strada si fermò a mangiare da un ricco contadino. Il vecchio calvo, arzillo, con una barba rossiccia, canuta sulle guance, aprì il portone, serrandosi contro lo stipite, per lasciar passare la trojka. Mostrato al cocchiere il posto sotto la tettoia nel cortile vasto, nuovo, pulito e ben curato, dove c'eran degli aratri bruciacchiati, il vecchio invitò Levin a entrare nella stanza. Una giovane donna pulitamente vestita, con gli zoccoli ai piedi scalzi, strofinava curva il pavimento di un ingresso nuovo. Ella si spaventò del cane che era corso dietro a Levin e dette un grido, ma subito rise del proprio spavento, accortasi che il cane non l'avrebbe toccata. Mostrata a Levin col braccio dalla manica rimboccata la porta della stanza, nascose di nuovo, curvandosi, il suo bel viso e continuò a lavorare.

- Il samovar, eh? - chiese.

- Sì, per favore.

La stanza era grande, con una stufa olandese e un'intelaiatura. Sotto le icone c'erano una tavola pitturata a disegni, una panca e due sedie. All'entrata un armadietto con le stoviglie. Le imposte erano chiuse, c'erano poche mosche e tutto era così pulito che Levin si preoccupò che Laska, avendo corso per via ed essendosi bagnata nelle pozzanghere, non avesse a sporcare il pavimento, e le indicò un posto in un angolo accanto alla porta. Dopo aver guardato la stanza, Levin uscì nel cortile dietro la casa. La giovane donna, bella a vedersi, con gli zoccoli e i secchi vuoti che faceva oscillare sulla stanga, corse davanti a lui a prendere acqua dal pozzo.

- Fa' presto - gridò allegramente dietro di lei il vecchio, e si accostò a Levin. - Ebbene, signore, andate da Nikolaj Ivanovic Svijazskij? Anche lui si ferma da noi - cominciò ciarliero, appoggiandosi coi gomiti alla balaustra della scala.

Mentre il vecchio raccontava della sua conoscenza con Svijazskij, il portone cigolò ed entrarono i lavoratori che tornavan dal campo con gli aratri e gli erpici. I cavalli attaccati agli aratri ed agli erpici erano ben pasciuti e grandi. I lavoratori evidentemente erano gente di casa: due erano giovani e avevano le camicie d'indiana e i berretti; gli altri due, uno vecchio e l'altro giovane, erano a opra, e avevano le camicie di canapa. Allontanatosi dall'ingresso, il vecchio si avvicinò ai cavalli e prese a staccarli.

- Che cosa hanno arato? - chiese Levin.

- Hanno arato in giro in giro per le patate. Anche noi teniamo un pezzetto di terra. Tu, Fedot, non lasciare andare il castrato, mettilo invece vicino al trogolo, ne attaccheremo un altro.

- Ohi, babbo, quei vomeri che avevo ordinato di prendere, li ha portati sì o no? - chiese il giovane, robusto di statura, evidentemente figlio del vecchio.

- Nel... nella slitta - rispose il vecchio, avvolgendo ad anello le redini abbandonate e gettate a terra. - Metti in ordine intanto che mangiano.

La giovane donna, bella a vedersi, con le brocche piene che le facevano tendere le spalle, attraversò l'ingresso. Apparvero da qualche parte altre donne, alcune giovani, belle, di mezza età ed altre vecchie, brutte, con bambini e senza bambini.

Il samovar cominciò a brontolare nel tubo; gli operai e quelli di casa, posti in stalla i cavalli, andarono a mangiare. Levin tirò fuori dalla carrozza le sue provviste e invitò il vecchio a bere il tè.

- L'ho già bevuto oggi - disse il vecchio, accettando con evidente piacere la proposta. - Ma se è per farvi compagnia...

Prendendo il tè, Levin seppe tutta la storia dell'azienda del vecchio. Il vecchio aveva affittato dieci anni addietro centoventi desjatiny da una proprietaria, e l'anno precedente se le era comprate e ne aveva prese in affitto altre trecento da un proprietario vicino. Una piccola parte del terreno, la peggiore, l'aveva data in affitto, ma quaranta desjatiny nel campo le arava lui con la famiglia e con due opre a giornata. Il vecchio si lamentava che gli affari andavano male. Ma Levin capiva che egli si lamentava solo per abitudine, e che l'azienda andava bene. Se le cose fossero andate male, egli non avrebbe comprato a centocinque rubli, non avrebbe dato moglie a tre suoi figliuoli e a un nipote, non avrebbe ricostruito due volte dopo gli incendi e tutto non sarebbe andato sempre di bene in meglio. Malgrado le lamentele del vecchio si vedeva che era giustamente orgoglioso del proprio benessere, orgoglioso dei figli, dei nipoti, delle nuore, dei cavalli, delle mucche e, in particolare, del fatto che egli mandava avanti tutta quella azienda. Dalla conversazione col vecchio, Levin capì ch'egli non era alieno dalle innovazioni. Seminava molte patate, e le patate, che Levin aveva visto mentre si avvicinava alla fattoria, sfiorivano già e cominciavano a germogliare, quando da lui cominciavano appena a spuntare. Egli arava sotto le patate con "l'aratra", come egli chiamava l'aratro preso in prestito dal proprietario. Seminava il frumento. Il particolare che, sarchiando la segala, il vecchio dava da mangiare ai cavalli la segala sarchiata, colpì molto Levin. Quante volte, vedendo questo ottimo mangime andar perduto, voleva che si raccogliesse!, ma ciò risultava sempre impossibile. Il contadino invece lo utilizzava e non si stancava di far le lodi di un mangime simile.

- E le donnette allora che devono fare? Portano i mucchi sulla strada e il carro si avvicina.

- Ed ecco, invece, da noi proprietari tutto va male coi lavoratori - disse Levin, dandogli un bicchiere col tè.

- Grazie - rispose il vecchio; prese il bicchiere, ma rifiutò lo zucchero, indicando la pallottolina ch'era restata, rosicchiata da lui. - E come condurre l'azienda con gli operai? - egli disse. - Una rovina. Ecco, prendiamo, sia pure Svijazskij. Noi sappiamo che la terra è la sua: una bellezza; pure anche lui non ha a lodarsi del raccolto. Tutta incuria!

- Ma, dimmi, tu fai andare avanti l'azienda con gli operai?

- Ma questo è affar nostro di contadini. Possiamo arrivare a far tutto da soli. Se un operaio non rende, va via: ce la facciamo anche da soli.

- Babbo, Finogen ha detto di procurargli del catrame - disse, entrando, la donna con gli zoccoli.

- Proprio così, signore! - disse il vecchio, alzandosi, si fece il segno della croce lentamente, ringraziò Levin e uscì.

Quando Levin entrò nella capanna da lavoro per chiamare il cocchiere, vide tutti gli uomini della famiglia a tavola. Le donne in piedi servivano. Un giovane e robusto figliuolo, con la bocca piena di zuppa, raccontava qualcosa di buffo e tutti ridevano, e in particolare la donna con gli zoccoli che scodellava la minestra di cavolo nella tazza.

Può darsi benissimo che il bel viso della donna con gli zoccoli avesse contribuito molto a dare a Levin l'impressione di buona amministrazione in quella casa di contadini; ma quest'impressione fu così profonda che Levin non poté in nessun modo distoglierne il pensiero. E per tutta la strada, dalla casa del vecchio a quella di Svijazskij, vi pensò continuamente, come se l'impressione che quell'azienda gli aveva fatto esigesse da lui una particolare attenzione.

XXVI

Svijazskij era maresciallo della nobiltà nel suo distretto. Aveva cinque anni più di Levin ed era ammogliato da molto tempo. Nella sua casa viveva una giovane cognata, che era molto simpatica a Levin. E Levin sapeva che Svijazskij e sua moglie desideravano molto dargli in moglie questa ragazza. Lo sapeva con certezza, come lo sanno sempre i cosiddetti pretendenti, tuttavia non lo avrebbe mai detto a nessuno, e sapeva pure che, nonostante volesse ammogliarsi, nonostante che quella ragazza molto attraente sarebbe dovuta essere, secondo le informazioni, un'ottima moglie, tuttavia gli sembrava tanto impossibile, anche se non fosse stato innamorato di Kitty, di sposare lei, quanto volare in cielo. E questa consapevolezza gli avvelenava il piacere che sperava di ricavare dalla visita a Svijazskij.

Ricevuta la lettera di Svijazskij con l'invito per la caccia, Levin aveva pensato a questa circostanza, e aveva finito per giudicare un'infondata supposizione le mire che attribuiva a Svijazskij e così, malgrado tutto, decise di andare. Inoltre, in fondo all'animo, voleva provarsi, voleva misurarsi ancora una volta con questa ragazza. La vita domestica degli Svijazskij era straordinariamente piacevole, e lo stesso Svijazskij era il miglior tipo di amministratore pubblico della provincia e, appena l'aveva conosciuto, aveva suscitato in Levin un grande interesse.

Svijazskij era una di quelle persone che sempre s'imponevano all'attenzione di Levin: persone, il cui modo di ragionare molto coerente, anche se non originale, fila diritto per conto proprio, e la cui vita precisamente definita e salda nelle direttive, scorre poi da sé, in modo del tutto autonomo e quasi sempre in senso opposto al ragionamento. Svijazskij era un uomo di idee più che mai liberali e disprezzava la nobiltà perché riteneva che in maggioranza i nobili fossero segreti fautori della servitù della gleba e restassero in ombra per vigliaccheria. Considerava la Russia un paese rovinato, tipo Turchia, e stimava il governo russo spregevole tanto da non degnarsi, lui, neppure di criticarne seriamente gli atti, e intanto prestava servizio per quel governo, ed era un perfetto maresciallo della nobiltà e per istrada portava sempre il berretto con la coccarda e l'orlo rosso. Riteneva che una vita degna di un uomo si potesse condurla soltanto all'estero, dove andava non appena se ne presentasse l'occasione, e intanto in Russia conduceva con vivissimo interesse un'azienda molto vasta e perfezionata, e seguiva e conosceva tutto quello che avveniva in Russia. Considerava il contadino russo qualcosa di intermedio fra la scimmia e l'uomo, e nello stesso tempo, alle elezioni provinciali, era lui che più volentieri di tutti stringeva la mano ai contadini e ascoltava le loro opinioni. Non credeva a nulla, né al diavolo, né all'acqua santa, ma si preoccupava molto del problema del miglioramento delle condizioni del clero e della riduzione delle parrocchie, e si affannava inoltre perché la chiesa del suo villaggio non fosse soppressa.

Nella questione femminile era dalla parte degli estremi fautori della completa libertà della donna e particolarmente del suo diritto al lavoro, ma viveva con la moglie in modo che tutti ammiravano la loro affettuosa vita familiare priva di figli, e organizzava la vita di sua moglie in modo ch'ella non dovesse e non potesse far nulla, oltre che occuparsi, in compagnia del marito, del come passar meglio e il più allegramente possibile il tempo.

Se Levin non avesse posseduto la speciale facoltà di dar peso alla parte migliore delle persone, il carattere di Svijazskij non avrebbe presentato per lui nessuna difficoltà e nessun problema; si sarebbe detto: "è uno sciocco o un poco di buono" e tutto sarebbe stato chiaro. Ma egli non poteva dire che fosse stupido perché Svijazskij era senza dubbio non solo un uomo molto intelligente, ma anche molto colto e portava il suo bagaglio culturale con non comune semplicità. Non c'era materia ch'egli non conoscesse; ma delle sue cognizioni dava prova solo quando vi era costretto. Ancora meno Levin poteva dire che fosse un poco di buono, perché indubbiamente Svijazskij era un uomo onesto, buono, intelligente, che, allegramente, con vivacità e senza posa, faceva un lavoro molto apprezzato da tutti quelli che lo circondavano, e certo poi non faceva e non avrebbe saputo fare nulla di male con intenzione.

Levin cercava di capire, e non capiva: e guardava sempre a lui e alla sua vita come a un enigma vivente.

Erano amici e perciò Levin si permetteva di insistere con Svijazskij pel desiderio di attingere il fondo della sua visione della vita; ma non gli riusciva mai. Ogni volta che Levin tentava di penetrare più in là delle stanze di ricevimento della mente di Svijazskij, aperte a tutti, notava che Svijazskij si turbava un poco; un'ansietà appena percettibile appariva nel suo sguardo, come se temesse che Levin potesse capirlo, e gli opponeva perciò una benevola e allegra resistenza.

Ora, dopo la sua delusione per l'azienda, era per Levin oltremodo piacevole starsene un po' da Svijazskij. A parte la vista di quei colombi felici, contenti di loro stessi e di tutti, del loro nido ben ordinato, piaceva ora a Levin, sentendosi così scontento della vita, veder raggiunto in Svijazskij quel segreto che gli dava tanta chiarezza, precisione e allegria nella vita. Oltre a ciò, Levin sapeva che avrebbe incontrato dagli Svijazskij alcuni proprietari vicini e in questo momento lo interessava ascoltar quei tali discorsi sull'azienda, sul raccolto, sull'assunzione degli operai e via di seguito; discorsi che Levin era solito considerare come qualcosa di molto utile, ma che adesso gli sembravano i soli importanti. "Questo, forse, non era importante ai tempi della servitù della gleba, o non è più importante in Inghilterra. In tutti e due i casi c'erano e ci sono delle condizioni quanto mai definite; ma da noi, poiché ora tutto ciò è stato messo sottosopra e si va appena appena assestando, la questione della sistemazione delle nuove condizioni è l'unica per la Russia" pensava Levin.

La caccia fu molto meno fortunata di quello che s'aspettava Levin. La palude era senz'acqua, e non c'erano beccacce. Camminò una giornata intera e ne ammazzò appena tre, ma in compenso riportò, come sempre dalla caccia, un appetito eccellente, un'eccellente disposizione d'animo e quel certo risveglio intellettuale che in lui si accompagnava sempre al moto fisico. E a caccia, quando gli pareva di non pensare a nulla, che è che non è, di nuovo gli tornava in mente il vecchio con la sua famiglia, e la viva impressione che gli era rimasta sembrava esigesse attenzione non solo per se stessa, ma anche perché gli pareva si collegasse alla soluzione di un qualche cosa.

La sera, al tè, la conversazione con i due proprietari che erano giunti per certi affari di tutele, si svolse interessante così come Levin si era ripromesso.

Levin sedeva accanto alla padrona di casa presso la tavola da tè e doveva tener viva la conversazione con lei e con la cognata che era seduta di fronte a lui. La padrona era una donna dal viso tondo, bionda e non alta, tutta splendente di fossette e sorrisi. Levin cercava attraverso lei di giungere alla soluzione dell'enigma per lui interessante del marito; ma non aveva piena libertà di pensiero, perché si sentiva tormentosamente a disagio. Si sentiva tormentosamente a disagio, perché davanti a lui sedeva la cognata con un vestito che gli pareva indossato apposta per lui, con una scollatura speciale a trapezio sul petto bianco; questo scollo quadrangolare, malgrado il petto fosse molto bianco, o proprio perché questo era molto bianco, toglieva a Levin la libertà di pensiero. Egli immaginava, probabilmente ingannandosi, che quello scollo era stato scelto proprio per lui, e non si riteneva in diritto di guardarlo e cercava di non guardarlo; ma sentiva di essere colpevole solo per il fatto che lo scollo era stato fatto. A Levin pareva di ingannare qualcuno, di dover chiarire qualche cosa, che però non si poteva in nessun modo chiarire, perciò arrossiva continuamente, era inquieto e a disagio. Il suo disagio si comunicava anche alla graziosa cognata. Ma la padrona pareva non avvedersene e faceva in modo che la ragazza partecipasse alla conversazione.

- Voi dite - continuava la padrona - che tutto quello che è russo non può interessare mio marito. Al contrario, egli vive, sì, felice all'estero, ma non mai come qua. Qua egli si sente nel suo ambiente. Ha tanto da fare, e ha il dono di interessarsi a tutti. Ah, non siete stato nella nostra scuola?

- Ho visto.... È una casetta circondata di edera?

- Sì, è l'occupazione di Nast'ja - disse, indicando la sorella.

- Insegnate proprio voi? - chiese Levin, cercando di guardare al di là dello scollo, sentendo però che, guardando da quella parte, dovunque fissasse gli occhi, avrebbe sempre visto quello scollo.

- Sì, proprio io vi ho insegnato, e vi insegno, ma abbiamo un'ottima maestra. Anche la ginnastica abbiamo introdotto.

- No, vi ringrazio, non voglio più tè - disse Levin e, pur sapendo di commettere una scortesia, non avendo più la forza di continuare la conversazione, si alzò, arrossendo. - Sento che là si parla di un argomento molto interessante - soggiunse e si avvicinò all'altro estremo della tavola dove sedeva il padrone di casa con i due proprietari. Svijazskij sedeva di fianco alla tavola, girando una tazza nella mano poggiata sul gomito, e con l'altra raccogliendo nel pugno la barba ch'egli avvicinava al naso e lasciava poi cader giù come se l'annusasse. Con gli occhi neri lucenti guardava fisso il proprietario dai baffi grigi che si animava, ed evidentemente quei discorsi lo divertivano. Il proprietario si lamentava dei contadini. Per Levin era ovvio che Svijazskij fosse in grado di dare una risposta alle lamentele del proprietario sì da annientare d'un tratto la sostanza di quei discorsi, ma che per la sua posizione non potesse darla, questa risposta, e che perciò ascoltasse, non senza compiacimento, il comico discorso del proprietario.

Il proprietario dai baffi grigi, evidentemente, era un fautore convinto della servitù della gleba, un vecchio abitante di campagna, appassionato proprietario di terre. Questi segni Levin li scorgeva nell'abito, un soprabito fuori moda, frusto e decisamente non adatto per un proprietario, nei suoi occhi intelligenti, accigliati, nella parlata armoniosa, nel tono di comando acquisito ormai per lunga abitudine, e nei gesti risoluti delle mani grandi, belle, abbronzate, adorne solo del vecchio anello nuziale all'anulare.

XXVII

- Se non ci dispiacesse lasciare quel che s'è avviato... fatica se n'è fatta tanta... butterei tutto all'aria, venderei, me ne andrei, come Nikolaj Ivanyc, a sentire La bella Elena - disse il proprietario con un sorriso cordiale che illuminò il suo vecchio viso intelligente.

- Già, ecco, eppure non lo lasciate - disse Nikolaj Ivanovic Svijazskij - dunque c'è il tornaconto.

- L'unico vantaggio è che vivo a casa mia, non è roba comprata, né presa in affitto. Già: e poi speri sempre che il popolo rinsavisca! Ma lo credereste? questa è un'ubriacatura, uno sbandamento. Si son divisi tutto, non c'è più una cavalla, né una vaccarella. Crepan di fame, ma intanto, prendete un operaio a giornata! Cercherà l'occasione per rovinarvi e ancora di mandarvi innanzi al giudice di pace.

- In compenso anche voi lo denuncerete al giudice di pace - disse Svijazskij.

- Lo denuncerò? Ma per nulla al mondo! Cominceranno tali discussioni che non ci sarà da stare allegri con la denuncia! Ecco: alla fabbrica hanno preso la caparra e sono andati via. Che ha fatto il giudice di pace? Li ha assolti. Tutto dovrebbe essere tenuto su dal tribunale del distretto e dall'anziano. Lui sì che li bastona all'uso antico! E se non ci fosse questo... lascia via tutto! Fuggi in capo al mondo!

Evidentemente il proprietario stuzzicava Svijazskij, ma Svijazskij non solo non si arrabbiava, ma, si vedeva, ci si divertiva.

- Sì, ecco, noi conduciamo la nostra azienda senza ricorrere a codeste misure - egli disse sorridendo - io, Levin, il signore.

E indicò l'altro proprietario.

- Già, va' da Michail Petrovic, a chiedergli come fa. È forse razionale la sua azienda domestica? - disse il proprietario, facendo sfoggio evidente della parola "razionale".

- Io ho un'azienda modesta - disse Michail Petrovic. - Ringrazio Iddio. Il mio modo di condurla consiste tutto nel far che siano pronti i soldi per le tasse d'autunno. Vengono i contadini: "padrone, salvaci tu". Ebbene, tutti i miei vicini son contadini, ti fan pena. E via, dài per il primo trimestre e di' soltanto: "ragazzi, ricordatevi, vi ho aiutato, date anche voi una mano quando ci sarà bisogno: la semina dell'avena, la raccolta del fieno, la mietitura": e così si stabilisce a tanto per tassa. Ci son quelli senza coscienza anche fra loro, è vero.

Levin, che conosceva da tempo questi sistemi patriarcali, scambiò uno sguardo con Svijazskij e interruppe Michail Petrovic, rivolgendosi di nuovo al proprietario dai baffi grigi.

- Allora, voi come la pensate? - chiese. - Come bisogna condurre, ora, un'azienda?

- Sì, condurla al metodo di Michail Petrovic o darla a mezzadria o in fitto ai contadini si può; ma è proprio così che si distrugge la ricchezza generale della nazione. Da me, dove la terra rendeva nove col lavoro dei servi della gleba e una buona amministrazione, a mezzadria rende tre. L'emancipazione ha rovinato la Russia.

Svijazskij guardò Levin con occhi ridenti e gli fece persino un segno canzonatorio appena percettibile, ma Levin non trovava ridicole le parole del proprietario; egli ne capiva il valore più di quanto non lo capisse Svijazskij. E molto di quello che disse poi il proprietario, per dimostrare perché la Russia era rovinata dall'emancipazione, gli parve perfino molto vero per lui, nuovo e incontestabile. Il proprietario, evidentemente, esponeva un'idea sua propria, il che accade di rado, e un'idea che era sorta in lui non come effetto del desiderio di occupare con qualche cosa il cervello ozioso, ma un'idea che era venuta fuori dalle contingenze stesse della vita, che egli aveva elaborato nella solitudine della campagna e che aveva esaminato da ogni lato.

- La questione, permettetemi di osservare, è che ogni progresso lo si attua solo d'autorità - egli disse evidentemente per mostrare che anche lui non era estraneo alla cultura. - Prendete le riforme di Pietro, di Caterina, di Alessandro. Prendete la storia d'Europa. Tanto più per quanto riguarda il progresso della vita rurale. Anche la patata, quella pure è stata introdotta da noi d'autorità. Certamente c'è stato un tempo in cui non si conosceva nemmeno l'aratro primitivo. Anche questo l'hanno introdotto forse solo al tempo degli appannaggi, e certamente d'autorità. Al tempo nostro, quando c'era la servitù della gleba, noi proprietari conducevamo l'azienda attuando dei perfezionamenti; gli essiccatoi, i vagli, le concimaie, e tutti gli altri strumenti, tutto introducevamo d'autorità; e i contadini dapprincipio si opponevano, dopo ci imitavano. Ora, con l'abolizione della servitù, ci hanno tolto l'autorità, e le nostre aziende anche se già portate a un livello più alto, devono discendere a un livello più barbaro e primitivo. È così che io la intendo.

- Ma perché mai? Se l'azienda è razionale la potete condurre con l'affitto - disse Svijazskij.

- Ma se non c'è autorità! Con che mai la posso condurre? permettetemi di chiedere.

"Eccola, la forza lavoratrice, l'elemento principale dell'economia" pensò Levin.

- Con i lavoratori.

- Già, ma i lavoratori non vogliono lavorare bene e con strumenti buoni. Il nostro lavoratore fa solo una cosa: s'ubriaca come un porco, e guasta tutto quello che gli date. Abbevera i cavalli così da farli scoppiare, una bardatura buona la rompe, una ruota cerchiata ve la cambia e se la beve; nella macchina per la battitura ci getta un perno, per spezzarla. Tutto quello che non è fatto da lui lo disgusta. Proprio per questo si è abbassato tutto il livello dell'azienda rurale. Le terre sono abbandonate, sono coperte di assenzio o sono distribuite ai contadini; e là, dove ne producevano un milione, producono qualche centinaia di migliaia di stai di grano; in genere la ricchezza è diminuita. Se avessero fatto lo stesso, ma con misura!

E cominciò a svolgere il suo piano di emancipazione secondo il quale questi inconvenienti sarebbero stati eliminati.

A Levin non interessava questo piano; ma quando egli finì, Levin tornò alla sua prima tesi e disse, rivolto a Svijazskij e cercando di indurlo ad esprimere la sua ponderata opinione:

- Il fatto che il livello dell'azienda si sia abbassato e che, dati i nostri rapporti con i lavoratori, non sia possibile condurre in maniera vantaggiosa un'azienda razionale, è del tutto vero - egli disse.

- Non sono d'accordo - ribatté ormai con serietà Svijazskij. - Io vedo solo che noi non sappiamo condurre l'azienda e che, d'altra parte, quest'azienda che noi abbiamo condotto durante la servitù della gleba, certamente non era troppo alta, ma invece troppo bassa di livello. Ma noi non abbiamo macchine né buon bestiame da lavoro, non abbiamo una buona amministrazione, e non sappiamo fare i conti. Chiedete a un proprietario; egli non sa quello che gli conviene e quello che non gli conviene.

- Contabilità all'italiana - disse ironico il proprietario. - In qualunque modo fai i conti, quando ti sciupano tutto, non c'è guadagno.

- Perché ti sciupano? Una cattiva macchina per battere, il vostro topcak russo li spezzeranno; ma la mia macchina a vapore non la spezzeranno. Un ronzino russo, di razza da tiro, uno di quelli da trascinar per la coda, ve lo sciuperanno, ma mettete su dei percesi o almeno dei buoni cavalli da tiro, non ve li sciuperanno, e così per tutto. Occorre portare a un livello più alto l'azienda.

- Ma ci fossero i mezzi Nikolaj Ivanovic! Voi state bene, ma io che debbo mantenere un figlio all'università, mandare i piccoli al ginnasio, io i percesi non me li posso comprare.

- E per questo ci sono le banche.

- Per costringermi a vendere all'asta le ultime cose? No, grazie.

- Io non sono d'accordo che si debba o si possa sollevare lo stato dell'azienda domestica - disse Levin. - È di questo che mi occupo io e ne ho i mezzi, e non posso fare niente. Le banche non so a chi siano utili. Quanto a me, per qualunque cosa abbia speso del denaro nell'azienda, ho sempre perduto tutto: bestiame... perdita, macchine... perdita.

- Ecco, la precisa verità - affermò, persino ridendo dalla soddisfazione, il proprietario dai baffi grigi.

- E non sono il solo - continuò Levin - io mi appello a tutti i proprietari che conducono razionalmente una azienda; tutti, salvo rare eccezioni, lavorano in perdita. Su, dite voi, è forse attiva la vostra azienda? - disse Levin, e subito nello sguardo di Svijazskij notò quella fugace espressione di spavento che egli vi scorgeva ogni volta che voleva andare oltre le stanze da ricevimento della mente di Svijazskij.

Inoltre questa domanda, da parte di Levin, non era del tutto onesta. La padrona di casa, durante il tè, gli aveva detto proprio allora che quell'estate avevano fatto venire da Mosca un tedesco esperto di computisteria che per cinquecento rubli aveva verificato i conti della loro azienda e aveva trovato tremila rubli e più di deficit. Non ricordava con precisione quanto, ma sembrava che il tedesco avesse spaccato il millesimo.

Il proprietario, a sentir l'allusione ai profitti dell'azienda di Svijazskij, sorrise, conoscendo, evidentemente, quale potesse essere il profitto del vicino maresciallo della nobiltà.

- Può darsi che sia infruttuosa - rispose Svijazskij. - Questo dimostra soltanto o che sono un cattivo padrone o che spendo il capitale per aumentare la rendita.

- Ah, la rendita! - esclamò Levin con orrore. - Può darsi che in Europa si percepisca una rendita là dove la terra è stata migliorata dal lavoro, ma da noi tutta la terra è stata peggiorata, o rovinata dal lavoro; dunque niente rendita.

- Come, non c'è rendita? Ma questa è di regola.

- Allora siamo fuori regola. La rendita per noi non spiega nulla, al contrario, confonde. No, ditemi, come la teoria della rendita può essere....

- Volete del latte cagliato? Ma(a, portaci qua del latte cagliato o dei lamponi - disse rivolto alla moglie. - Quest'anno i lamponi si mantengono straordinariamente a lungo.

E nel più piacevole stato d'animo Svijazskij si alzò e si allontanò, supponendo, evidentemente, che la conversazione fosse finita proprio nel punto in cui a Levin sembrava che fosse appena cominciata.

Rimasto privo di un interlocutore, Levin continuò la conversazione col proprietario, cercando di dimostrargli che tutte le difficoltà dipendevano dal fatto che noi non vogliamo conoscere la peculiarità e le abitudini del lavoratore; ma il proprietario era, come tutti gli uomini che pensano col proprio cervello e in solitudine, tetragono alla comprensione d'un pensiero altrui e particolarmente appassionato al proprio. Egli insisteva sempre nel dire che il contadino russo è un porco, che ama la sporcizia e che per farlo uscire dalla sporcizia ci vuole autorità e questa non c'è, che occorre il bastone, e che invece si è diventati così liberali da cambiar d'un tratto il millenario bastone in certi avvocati e in certi incarceramenti, grazie ai quali si dava da mangiare una buona zuppa a questi cialtroni di contadini puzzolenti, preoccupandosi di calcolare il loro spazio vitale.

- Perché non pensate - disse Levin, cercando di tornare alla questione - che si possa trovare con la forza lavoratrice un rapporto tale che il lavoro risulti produttivo?

- Ciò non avverrà mai col popolo russo! Non c'è autorità - rispose il proprietario.

- E come si possono trovare rapporti nuovi? - disse Svijazskij che, dopo aver mangiato del latte cagliato e fumato una sigaretta, si era avvicinato di nuovo a quelli che discutevano. - Tutti i rapporti possibili con la forza lavoratrice sono definiti e studiati - egli disse. - La comunità primordiale, un resto di barbarie, con la mutua garanzia, va in rovina da sé; il diritto di servitù è stato annientato, rimane solo il lavoro libero, e le sue forme sono definite e già bell'e pronte; non si può che prendere queste: l'operaio a giornata, il bracciante, il fittavolo, e di qua non si esce.

- Ma l'Europa non è contenta di queste forme.

- Non è contenta e ne cerca di nuove. Ne troverà, probabilmente.

- Io dico solo questo - rispose Levin. - Perché non dobbiamo cercare anche noi da parte nostra?

- Perché è lo stesso che inventare dei nuovi metodi per la costruzione delle strade ferrate. Sono pronti, sono già inventati.

- Ma se non ci convengono, se sono idioti? - disse Levin.

E di nuovo notò l'espressione di spavento negli occhi di Svijazskij.

- Sì, questo: canteremo vittoria, abbiamo trovato quello che l'Europa cerca! Io so tutto questo, ma, perdonatemi, voi conoscete quel che è stato fatto in Europa a proposito della questione dell'organizzazione dei lavoratori?

- No, non abbastanza.

- Questa questione occupa ora le menti migliori in Europa. La tendenza di Schulze-Delitzsch... Poi questa enorme letteratura sulla questione operaia, la tendenza più liberale di Lassalle... L'organizzazione di Mühlhausen è già un fatto, forse lo sapete.

- Ne ho un'idea, ma molto confusa.

- No, lo dite voi; probabilmente saprete tutto questo non peggio di me. Io, s'intende, non sono un professore di sociologia, ma ciò mi interessa e, davvero, se v'interessa, occupatevene.

- Ma a che mai sono pervenuti?

- Perdonate....

I proprietari di terre s'erano alzati, e Svijazskij, avendo di nuovo fermato Levin nella sua antipatica abitudine di guardare quello che si trovava al di là delle stanze di ricevimento del proprio cervello, andò ad accompagnare gli ospiti.

XXVIII

Levin s'annoiava terribilmente quella sera, con le signore: lo agitava, come non mai prima, il pensiero che quell'insoddisfazione che egli provava circa la sua azienda, fosse, non una sua personale situazione, ma una condizione generale delle cose in Russia; che la sistemazione dei rapporti con i lavoratori in modo che producessero così come da quel contadino presso il quale s'era fermato a mezza strada, non fosse un sogno, ma un problema che urgesse risolvere. E gli pareva che si dovesse tentare di risolverlo, questo problema.

Dopo essersi congedato dalle signore e dopo aver promesso di rimanere ancora l'indomani per tutto il giorno, per andare insieme a cavallo a visitare una frana interessante nel bosco demaniale, Levin, prima di andare a dormire, passò un momento per lo studio del padrone di casa a prendere dei libri sulla questione operaia che Svijazskij gli aveva offerto.

Lo studio di Svijazskij era una enorme stanza mobiliata con armadi pieni di libri e due tavole: uno scrittoio massiccio posto al centro della stanza, l'altra, una tavola rotonda, coperta degli ultimi numeri di giornali e di riviste in varie lingue disposti a raggiera intorno alla lampada. Presso lo scrittoio c'era un banco con delle cassette piene di pratiche di vario genere contrassegnate da etichette dorate.

Svijazskij tirò fuori i libri e sedette su di una poltrona a dondolo.

- Cos'è che guardate? - disse a Levin che, fermo vicino alla tavola, dava una scorsa alle riviste.

- Ah, sì, qui c'è un articolo molto interessante - disse Svijazskij, indicando la rivista che Levin teneva tra le mani. - Vi è dimostrato - aggiunse con allegra animazione - che il responsabile principale della spartizione della Polonia non è stato affatto Federico. Risulta...

E con quella chiarezza che gli era propria, espose in breve quelle nuove, molto importanti e interessanti scoperte. Malgrado la mente di Levin fosse ora tutta occupata dal pensiero della azienda, egli ascoltava il padrone di casa domandandosi: "Che c'è in lui? E perché, perché gli interessa la spartizione della Polonia?". Quando Svijazskij finì, Levin involontariamente chiese: "E allora?". Ma non c'era nulla di interessante, c'era solo che "risultava". Ma Svijazskij non spiegò né trovò necessario spiegare perché questo era interessante.

- Sì, ma mi ha molto interessato il proprietario rabbioso - disse Levin dopo aver sospirato. - È intelligente e ha detto molte cose esatte.

- Oh, via! Un inveterato sostenitore segreto della servitù della gleba, come tutti loro - disse Svijazskij.

- Di cui voi siete il capo.

- Già, solo che io li capeggio dall'altra parte - disse, ridendo, Svijazskij.

- Ecco cosa mi interessa molto - disse Levin. - Egli ha ragione di dire che gli affari nostri, cioè l'azienda razionale, non va; va solo l'azienda usuraia, come quella di quel bonaccione, o la più semplice.... Di chi la colpa?

- S'intende, nostra. Ma già... non è poi vero che non vada. Da Vasil'cikov va.

- Una fabbrica....

- Tuttavia non so che cosa vi sorprenda. Il popolo è in uno stato così basso di sviluppo materiale e morale che, evidentemente, si oppone a tutto quello di cui ha invece bisogno. In Europa l'azienda razionale va perché il popolo è istruito; dunque da noi bisogna educare il popolo, ecco tutto.

- Ma come istruire il popolo?

- Per istruire il popolo ci vogliono tre cose: le scuole, le scuole, le scuole.

- Ma voi avete detto che il popolo si trova a un grado di sviluppo materiale bassissimo. In che modo, allora, possono aiutare le scuole?

- Sentite, voi mi ricordate l'aneddoto sui consigli a un malato: "Dovreste provare un purgante". "Me l'hanno dato... peggio...". "Dovreste provare le sanguisughe". " Me le hanno applicate... peggio". E così siamo anche noi, io e voi. Io dico: economia politica, voi dite... peggio. Io dico: socialismo, voi... peggio, l'istruzione, voi... peggio.

- Ma in che modo mai le scuole potranno essere di aiuto?

- Daranno al popolo altre esigenze.

- Ecco, io questo non l'ho mai capito - ribatté Levin con calore. - In che modo le scuole possano aiutare il popolo a migliorare la sua condizione materiale. Voi dite, la scuola, l'istruzione, gli daranno nuovi bisogni. Tanto peggio, perché ancor meno avrà la capacità di soddisfarli. E in che modo la conoscenza dell'addizione e della sottrazione e del catechismo lo aiuteranno a migliorare il proprio stato materiale, io non l'ho mai potuto capire. L'altro ieri sera ho incontrato una donna con un bambino poppante e le ho chiesto dove fosse andata. Mi ha detto: "Sono andata dalla mamma. Al bambino gli era venuto il frigno, così gliel'ho portato per farlo curare". Le ho chiesto come la donnetta curasse quel piangere continuo. "Mette a sedere il bambino sulla gruccia delle galline e poi dice qualche cosa".

- Ebbene, ecco, lo dite voi stesso. Per questo c'è bisogno di istruire il popolo, perché non vada a far curare il frigno sulla gruccia - disse Svijazskij, sorridendo allegramente.

- Ah no - disse Levin con stizza. - Per me questo metodo di cura è simile a quello che vuol curare il popolo con le scuole. Il popolo è povero e ignorante; questo noi lo vediamo con la stessa chiarezza con la quale la fattucchiera vede il frigno, che è reso evidente dal fatto che il ragazzo frigna. Ma come e perché contro questo malanno della povertà e dell'ignoranza, debbano giovare le scuole è così incomprensibile come è incomprensibile che contro il frigno giovino le grucce delle galline. Bisogna aiutare il popolo in quanto è povero.

- Bene, almeno in questo andate d'accordo con Spencer che amate così poco; anche lui dice che l'educazione può essere la conseguenza di un grande benessere e di un'agiatezza, di frequenti lavaggi, come egli dice, ma non del saper leggere e far di conto.

- Ebbene, ecco, io sono molto contento, o, al contrario, molto poco contento di andar d'accordo con lo Spencer; io questo l'ho sempre pensato. Non sono le scuole che possono aiutare, ma gioverà un'organizzazione economica in virtù della quale il popolo sarà più ricco, e avrà più tempo libero; allora ci saranno anche le scuole.

- Ma in tutta Europa attualmente le scuole sono obbligatorie.

- E come mai voi stesso concordate in questo con lo Spencer? - domandò Levin.

Ma negli occhi di Svijazskij balenò quella tale espressione di spavento, ed egli disse sorridendo:

- No, questa faccenda del frigno è magnifica! Ma è proprio capitata a voi?

Levin si accorse che non avrebbe mai trovato il nesso tra la vita di quell'uomo e le sue idee. Evidentemente a lui era del tutto indifferente la conseguenza a cui l'avrebbe portato il ragionamento. E si rammaricava quando il filo del ragionamento lo conduceva a volte in un vicolo cieco. Da questo rifuggiva, portando il discorso su qualcosa di piacevolmente allegro.

Tutte le impressioni del giorno, a cominciare da quella del contadino presso il quale s'era fermato a mezza strada e che era servita come base fondamentale alle altre impressioni e a tutti i pensieri della giornata, avevano fortemente scosso Levin. Quel simpatico Svijazskij, che sfruttava le sue idee soltanto per uso pubblico ed evidentemente aveva altre basi di vita, misteriose per Levin, e che pertanto guidava l'opinione pubblica, una folla il cui nome è legione, con idee che non applicava alla vita propria; quel proprietario rabbioso, che diceva cose giustissime nei suoi ragionamenti, basati su esperienze concrete, ma che era ingiusto nella sua avversione contro tutta una classe, e la migliore classe della Russia; la sua stessa insoddisfazione della propria attività e la confusa speranza di trovar rimedio, tutto ciò confluiva in un senso di intima inquietudine e di attesa in una soluzione prossima.

Rimasto nella camera assegnatagli, coricato su di un saccone a molle che lo faceva sobbalzare a ogni movimento del braccio o della gamba, Levin non dormì a lungo. Neppure la conversazione con Svijazskij, sebbene molte cose intelligenti fossero state dette fra di loro, interessava Levin; ma gli argomenti di quel proprietario esigevano un esame. Gli tornarono in mente tutte le sue parole e corresse dentro di sé la risposta che gli aveva dato.

"Già avrei dovuto dirgli: voi dite che la nostra azienda non va perché il contadino odia tutti i perfezionamenti, e che occorre introdurli di autorità; ma se, senza questi perfezionamenti, l'azienda agraria non andasse del tutto, allora, sì, voi avreste ragione; ma essa invece va, ma soltanto dove il contadino opera in conformità con le sue abitudini, come lì dal vecchio che ho incontrato a mezza strada. Il fatto che non siamo soddisfatti della mia e della vostra azienda dimostra che colpevoli siamo o noi o i lavoratori. Noi già da tempo andiamo innanzi a modo nostro, all'europea, senza tener conto delle peculiarità dell'elemento lavoratore. Proviamo a considerare la forza lavoratrice non come una forza lavoratrice astratta, ma come contadino russo, con i suoi istinti, e costruiamo conformemente ad esso l'azienda. Immaginatevi, avrei dovuto dirgli, che da voi l'azienda vada come dal vecchio; che voi abbiate trovato il modo di interessare i lavoratori al buon successo del lavoro e che abbiate trovato nei perfezionamenti quello stesso punto di mezzo che essi apprezzano, e che infine, senza isterilire il suolo, ricaviate il doppio o il triplo in confronto di prima. Dividete a metà, date la metà alla forza lavoratrice; la differenza che vi rimane sarà più remunerativa per voi, e alla forza lavoratrice spetterà di più. Ma per fare ciò, occorre abbassare il livello dell'azienda e interessare i lavoratori alla prosperità di questa. Come riuscire, è questione di particolari, ma indubbiamente ciò è possibile".

Questa idea gettò Levin in una forte agitazione. Non dormì per metà della notte, pensando ai particolari dell'esecuzione della sua idea. Egli non aveva intenzione di partire il giorno dopo, ma ora decise di partire la mattina presto per tornare a casa. Inoltre quella cognata con la scollatura suscitava in lui un sentimento simile alla vergogna e al pentimento di una cattiva azione. La ragione precipua dell'immediata partenza era poi questa: occorreva proporre presto ai contadini il nuovo programma, prima della semina d'autunno, in modo che si potesse seminare già secondo i suoi nuovi criteri. Aveva deciso di dare un aspetto del tutto diverso all'azienda di prima.

XXIX

La realizzazione del piano di Levin presentava molte difficoltà; ma egli si batté con quanta forza aveva, e ne ottenne, sia pure non proprio quello che voleva, ma la convinzione almeno di poter credere, senza ingannarsi, che l'impresa valesse il lavoro. Una delle difficoltà principali consisteva nella circostanza che l'azienda era già avviata, che non si poteva fermare e riordinare daccapo, e che bisognava rinnovare la macchina mentre era in moto.

Quando, la sera stessa in cui arrivò a casa, comunicò all'amministratore i suoi piani, l'amministratore con evidente soddisfazione, concordò con lui in quella parte del discorso in cui si dimostrava che quanto si era fatto finora era stato assurdo e poco conveniente. L'amministratore disse che egli l'aveva detto da tempo, e che non si era voluto ascoltarlo. Per quello poi che si riferiva alla proposta fattagli da Levin: prender parte come consocio insieme ai lavoratori in tutta l'azienda agricola, l'amministratore dette a vedere solo un grande scoraggiamento e nessuna opinione definita, e subito portò il discorso sulla necessità di trasportare l'indomani gli ultimi covoni di segala e di mandare a fare la seconda aratura; di modo che Levin capì che si era ancora lontani dal suo programma.

Quando, infatti, lo prospettava ai contadini e faceva ad essi la proposta dell'affitto di terre a nuove condizioni, s'imbatteva pure nella difficoltà principale che essi, cioè, erano così occupati dalla fatica giornaliera da non avere il tempo di riflettere ai vantaggi e agli svantaggi dell'impresa.

Un contadino semplicione, Ivan il pecoraio, parve capire in pieno la proposta di Levin, di prendere parte cioè, con la sua famiglia, agli utili della stalla, e aderì in pieno a questa impresa. Ma appena Levin gli prospettava i vantaggi futuri, sulla faccia di Ivan si esprimevano agitazione e rammarico per non poter rimanere ad ascoltare tutto fino all'ultimo, ed egli si dava in fretta a una qualche faccenda che non ammetteva dilazione: o afferrava la forca per finir di cacciare il fieno dal recinto, o cominciava a versare l'acqua, o a riassestare il letame.

Un'altra difficoltà consisteva nell'invincibile sospetto dei contadini che lo scopo del proprietario non potesse consistere in altro che non fosse il desiderio di spogliarli il più possibile. Essi erano fermamente convinti che qualunque cosa avesse detto loro, il vero scopo sarebbe stato quello che egli non avrebbe detto. Ed essi stessi, nell'esporre il proprio modo di vedere, parlavano molto, ma non dicevano mai in che cosa consistesse il loro vero scopo. Inoltre (Levin sentiva che il proprietario bilioso aveva ragione), i contadini, come prima ed immutabile condizione per un qualsiasi accordo, ponevano quella di non essere costretti a introdurre un qualsiasi nuovo procedimento nell'azienda e l'uso di attrezzi nuovi. Essi convenivano che l'aratro arava meglio, che l'estirpatrice lavorava con maggiore rendimento, ma trovavano mille ragioni per non dover usare né l'uno né l'altra, e, sebbene egli fosse convinto che occorresse abbassare il livello dell'azienda, gli spiaceva rinunziare a perfezionamenti il cui vantaggio era tanto evidente. Malgrado tutte queste difficoltà, egli raggiunse il suo scopo, e verso l'autunno la cosa cominciò ad andare, così almeno gli pareva.

Dapprima Levin pensò di dare tutta l'azienda, nello stato in cui era, in affitto ai contadini, ai lavoratori e all'amministratore, a nuove condizioni di compartecipazione; ma ben presto si convinse che ciò non era possibile, e si decise a suddividere l'azienda. La stalla, il giardino, l'orto, i prati, i campi, tutti divisi in settori, dovevano costituire parti separate. Quel semplicione d'Ivan il pecoraio, che pareva a Levin avesse capito la cosa meglio di tutti quanti, messa insieme un'artel' nella sua massima parte formata da persone di famiglia, diventò consocio della stalla. I campi lontani, che erano rimasti otto anni incolti sotto gli sterpi, furono assunti, con l'aiuto di un legnaiolo intelligente, Fëdor Rezunov, da sei famiglie di contadini alle nuove condizioni di compartecipazione, e il contadino Šuraev prese in affitto, alle stesse condizioni, tutti gli orti. Il resto rimase ancora come prima, ma queste tre parti erano già il principio della nuova sistemazione, e tenevano occupato completamente Levin.

Era vero che nella stalla le cose finora non andavano meglio di prima, e Ivan si era vivamente opposto al locale caldo per le mucche e alla produzione del burro, asserendo che, se si tenevano le mucche in ambiente freddo, ci sarebbe voluta minor quantità di foraggio e che il burro di crema acida era più redditizio; ed era vero che pretendeva una paga come per l'innanzi, e non si dava per inteso che il denaro così pagatogli non era una paga, ma un'anticipazione sulla sua quota di partecipazione al guadagno.

Era vero che i contadini dell'artel' di Fëdor Rezunov non avevano arato per la seconda volta con gli aratri prima della semina, così come era stato convenuto, giustificandosi che il tempo era stato breve. Era vero che i contadini di quest'artel', pur avendo pattuito di condurre la cosa su nuove basi, non dicevano che quella terra era condotta in comune, ma a mezzadria; e più di una volta i contadini di quell'artel' e lo stesso Rezunov avevano detto a Levin: "se prendeste l'affitto per la terra, sareste più tranquillo voi e per noi sarebbe una liberazione". Inoltre questi contadini rimandavano sempre, con vari pretesti, la convenuta costruzione di una stalla e di un granaio e avevan tirato in lungo fino all'inverno.

Era vero che Šuraev avrebbe voluto distribuire gli orti da lui assunti in compartecipazione in piccoli lotti ai contadini. Evidentemente aveva capito tutto a rovescio, e pareva che, coscientemente, avesse capito a rovescio le condizioni alle quali era stata data la terra. Era vero che spesso, parlando con i contadini e spiegando loro tutti i vantaggi dell'impresa, Levin sentiva ad ogni momento che i contadini udivano solo il suono della sua voce e sapevano fermamente che qualunque cosa dicesse, essi non si sarebbero fatti ingannare da lui. In particolare egli sentiva questo, quando parlava con il più intelligente dei contadini, con Rezunov, e notava una certa scintilla negli occhi di lui che, mentre era irrisoria verso Levin, esprimeva anche la ferma convinzione che, se qualcuno dovesse essere ingannato, questo qualcuno non sarebbe certamente stato lui, Rezunov.

Malgrado tutto questo Levin pensava che la faccenda andava e che, tenendo strettamente i conti e insistendo nelle sue idee, egli avrebbe mostrato loro, nel futuro, i vantaggi di una simile sistemazione, e la cosa allora sarebbe andata da sé.

Tutte queste faccende, insieme al resto dell'azienda che era rimasta nelle sue mai, insieme allo studio per il suo libro, occuparono tanto Levin per tutta l'estate, che egli non andò quasi mai a caccia. Alla fine di agosto seppe, dalla persona venuta a riportare la sella, che gli Oblonskij erano andati a Mosca. Sentiva che non avendo risposto alla lettera di Dar'ja Aleksandrovna, aveva bruciato le sue navi con questa scortesia, che non poteva ricordare senza arrossire; e ormai non sarebbe più andato da loro. Proprio allo stesso modo aveva agito con Svijazskij, essendo partito senza salutare. Ma neanche da loro sarebbe più andato. Tutto questo gli era però indifferente. L'affare della nuova sistemazione dell'azienda lo occupava come mai finora nessun'altra cosa in vita sua. Lesse i libri datigli da Svijazskij, e, ordinati quelli che non aveva, lesse anche i libri di economia politica e di socialismo che riguardavano questo argomento, e, come si aspettava, non trovò nulla che si riferisse all'opera da lui intrapresa. Nei libri di economia politica, nello Stuart Mill, per esempio, che studiò per primo con grande entusiasmo, sperando di trovare ad ogni passo la soluzione delle questioni che lo interessavano, trovò delle leggi tratte dalla situazione dell'economia europea, ma non poté in nessun modo rendersi conto perché queste leggi, inapplicabili in Russia, dovessero essere dichiarate generali. Lo stesso vide anche nei libri sul socialismo; o erano bellissime fantasie, ma inattuabili, alle quali si era appassionato quando era ancora studente, o erano correzioni, revisioni di uno stato di cose in cui si era venuta a trovare l'Europa e con il quale l'agricoltura non aveva nulla in comune. L'economia politica diceva che le leggi, secondo le quali si era sviluppata e si sviluppava la ricchezza dell'Europa, erano leggi universali e indubitabili; e la dottrina socialista diceva invece che andare innanzi secondo queste leggi portava alla rovina. Né l'una né l'altra davano non già una soluzione, ma neppure il più piccolo accenno a quello che lui, Levin, e tutti i contadini e i proprietari terrieri russi dovessero fare con i loro milioni di braccia e di desjatiny di terra, perché fossero le une e le altre il più possibile produttive per il benessere generale.

Datosi a questi studi, leggeva coscienziosamente tutto quello che riguardava la materia, e aveva intenzione di andare in ottobre all'estero per studiare la questione sul posto, affinché non gli capitasse più, in questa faccenda, quello che spesso gli era capitato in varie altre. Gli era accaduto che, appena aveva cominciato a capire il pensiero dell'interlocutore e a esprimere il suo, gli era stato detto a un tratto: "E Kauffmann, e Johns, e Dubois, e Miceli? Non li avete letti? Leggeteli, hanno sviscerato tutta la questione".

Egli vedeva, ora, chiaramente, che Kauffmann e Miceli non avevano nulla da dirgli. Sapeva lui quello che ci voleva. Vedeva che la Russia aveva terre bellissime, ottimi lavoratori e che in alcuni casi, come dal contadino a mezza strada, i lavoratori e le terre rendevano molto; nella maggioranza dei casi, invece, quando i capitali venivano impiegati all'europea, producevano poco, e ciò dipendeva unicamente dal fatto che i lavoratori volevano lavorare e lavoravano bene solo a quel modo che era loro proprio, e che la loro opposizione alle novità non era casuale ma costante, avendo radici nello spirito stesso del popolo. Pensava che il popolo russo, che aveva la vocazione di dissodare con alacrità e di popolare enormi estensioni disabitate, finché le terre non fossero tutte occupate, si atteneva ai metodi necessari per questo lavoro, e che questi metodi non erano poi così cattivi come di solito si pensava. E voleva dimostrare ciò in teoria, nel libro, e, nella pratica, con la sua azienda agraria.

XXX

Alla fine di settembre fu trasportato il legname per la costruzione della stalla sul terreno concesso all'artel' e fu venduto il burro e se ne divise l'utile. Nell'azienda, in pratica, le cose andavano ottimamente, o, per lo meno, così sembrava a Levin. Per chiarire però teoricamente tutta la faccenda e terminare l'opera che, secondo i suoi sogni, avrebbe dovuto non solo portare una rivoluzione nell'economia politica, ma annientare completamente questa scienza, e instaurarne un'altra, basata sui rapporti del contadino con la terra, occorreva non solo andare all'estero e studiare sul posto tutto quello che era stato fatto con questo indirizzo, ma trovare argomenti convincenti per dimostrare che tutto quello che era stato fatto là, non era quello che occorreva fare. Levin attendeva solo la consegna del frumento per ritirare il denaro e andare all'estero. Ma cominciarono le piogge, che non permisero di raccogliere le patate e il grano rimasti nel campo, e fermarono tutti i lavori e perfino la consegna del frumento. Per le strade c'era un fango insormontabile; due mulini furono divelti dalla piena, e il tempo divenne sempre peggiore. Il 30 settembre, fin dal mattino, apparve il sole e, sperando nel sereno, Levin si decise a fare i preparativi per il viaggio. Ordinò d'insaccare il frumento, mandò l'amministratore dal compratore a ritirare il denaro, ed egli stesso andò in giro per la fattoria a dare gli ultimi ordini prima della partenza.

Dopo aver fatto tutto questo, madido d'acqua che, a rivoli, gli scendeva per la giacca di pelle giù per il collo e nei gambali, ma nella migliore disposizione d'animo, sveglio ed alacre, Levin prese la via del ritorno, a sera. Ma il maltempo, verso sera, si scatenò ancor peggio; la grandine sferzava il cavallo che, tutto bagnato, scoteva le orecchie e la testa, sì che andava di traverso; ma Levin, sotto il cappuccio, si sentiva a suo agio e guardava allegramente intorno a sé, ora i ruscelli torbidi che correvano per le carreggiate, ora le gocce d'acqua che gocciavano giù da ogni ramo nudo, ora il bianco delle piazzuole di grandine minuta che non si era ancora sciolta sulle tavole del ponte, ora il fogliame dell'olmo, carnoso e ancora denso di umori, che s'era ammassato per terra in uno strato spesso, intorno all'albero spoglio. Malgrado la tetraggine della natura circostante, egli si sentiva fortemente eccitato. I discorsi fatti con i contadini in un villaggio lontano gli avevano dimostrato che cominciavano ad abituarsi ai nuovi rapporti. Il vecchio portiere, dal quale s'era fermato per asciugarsi, evidentemente approvava il piano di Levin se, di sua iniziativa, proponeva di entrare in società per l'allevamento del bestiame.

"Occorre solo andare tenacemente verso il proprio scopo, ed io riuscirò ad attuare la mia idea - pensava Levin. - E c'è una ragione al mio lavoro e alla mia fatica. Questa faccenda non riguarda solo la mia persona, ma qui si tratta del bene generale. Tutta l'economia domestica, la cosa principale, la situazione di tutto il popolo deve cambiare completamente. Invece della povertà, una ricchezza generale, un'agiatezza; invece dell'odio, la concordia e il legame degli interessi. In una parola, una rivoluzione incruenta, ma una profondissima rivoluzione; inizialmente nella piccola cerchia del nostro distretto, poi nel governatorato, poi nella Russia, nel mondo intero. Perché un'idea giusta non può non essere feconda. Sì, questo è uno scopo per cui vale la pena di lavorare. E il fatto che ad aver avuto questa idea sia stato io, Kostja Levin, quello stesso che giunse al ballo in cravatta nera e al quale la (cerbackaja disse di no, e che, quanto alla propria persona, è così pietoso e insignificante, questo non significa nulla. Io sono sicuro che Franklin si sentiva insignificante allo stesso mio modo, ed aveva, così come faccio io, poca stima di sé, quando considerava se stesso. Questo non significa nulla. E anche lui, probabilmente, avrà avuto la sua Agaf'ja Michajlovna alla quale confidare i suoi piani".

In tali pensieri Levin giunse che era già buio a casa.

L'amministratore, che era andato dal compratore, venne e portò una parte del denaro del frumento. Il contratto col portiere era stato concluso e per istrada l'amministratore aveva saputo che il grano altrove era rimasto nei campi, così che i loro centosessanta covoni non raccolti erano poca cosa in confronto di quello che era rimasto agli altri.

Dopo aver pranzato, Levin sedette, come al solito, con un libro sulla poltrona, e, leggendo, continuava a pensare al suo viaggio imminente collegato alla sua opera. Ora gli si presentava in modo particolarmente chiaro tutta la sostanza della questione e nella sua mente si formavano interi periodi che esprimevano di per sé l'essenza del suo pensiero. "Questo bisogna scriverlo - pensò. - Devo scrivere una breve introduzione che prima non ritenevo necessaria". Si alzò per andare allo scrittoio, e Laska, che era sdraiata ai suoi piedi, stirandosi, si alzò essa pure e lo guardò come a chiedergli dove andasse; ma non c'era tempo per scrivere, perché erano venuti i capoccia a prendere gli ordini, e Levin andò da loro in anticamera.

Dopo aver impartito gli ordini, cioè le disposizioni per i lavori dell'indomani e dopo aver ricevuto tutti i contadini che avevano da parlargli, Levin andò nello studio e tornò al suo lavoro. Laska si coricò sotto la tavola, Agaf'ja Michajlovna con la calza in mano si mise a sedere al proprio posto.

- Ma non c'è ragione che vi annoiate - gli disse Agaf'ja Michajlovna. - Perché restate a casa? Se andaste alle acque termali, dal momento che vi siete già preparato?

- Parto proprio domani, Agaf'ja Michajlovna. Bisogna risolvere la faccenda.

- Ma che lavoro il vostro! Come se non aveste già ricompensato abbastanza i contadini! E dicono: il vostro signore riceverà per questo una grazia dallo zar. Ed è strano: perché dovete voi angustiarvi tanto per i contadini?

- Io non mi angustio per loro; lo faccio per me.

Agaf'ja Michajlovna conosceva tutti i particolari dei piani economici di Levin. Spesso Levin le esponeva in tutti i particolari i suoi pensieri e non di rado discuteva con lei che a volte non conveniva con le sue spiegazioni. Ma ora aveva capito in modo affatto diverso quello che egli le aveva detto.

- All'anima propria, è certo, bisogna pensarci più di tutto - ella disse con un sospiro. - Ecco, Parf(n Denisyc, un analfabeta, è morto così come Iddio lo conceda a ognuno - ella disse, alludendo a un domestico morto da poco. - L'hanno comunicato, gli hanno dato l'olio santo.

- Non è questo che dico - egli rispose. - Io dico che lo faccio per mio vantaggio. È maggiore il mio vantaggio, se i contadini lavorano meglio.

- Ma per quanto voi facciate, se uno è pigro cadrà sempre come un sacco. Se la coscienza c'è lavorerà, altrimenti non c'è niente da fare.

- Su, via, voi stessa dite che Ivan s'è messo d'impegno a custodire il bestiame.

- Io dico solo - rispose Agaf'ja Michajlovna, evidentemente non a caso, ma con severa coerenza di pensiero - che voi avete bisogno di prender moglie, ecco!

Il riferimento di Agaf'ja Michajlovna alla stessa cosa cui egli aveva proprio allora pensato, lo amareggiò e lo offese. Levin si accigliò e, senza risponderle, si accinse di nuovo al suo lavoro, ripetendosi tutto quello che aveva pensato sul significato di questo lavoro. Solo ogni tanto tendeva l'occhio allo sferruzzare di Agaf'ja Michajlovna, e, ricordando quello che non voleva ricordare, si accigliava di nuovo.

Alle nove si sentì un campanellino e il sordo traballare di una carrozza nel fango.

- Su, ecco che sono arrivati anche gli ospiti; la noia passerà - disse Agaf'ja Michajlovna, alzandosi e dirigendosi verso la porta. Ma Levin la sorpassò. In quel momento il suo lavoro non andava, ed egli era felice e contento di un ospite qualsiasi.

XXXI

Dopo essere sceso giù fino a mezza scala, Levin sentì nell'ingresso un tossicchiare a lui noto; ma lo sentì poco chiaro a causa del rumore dei propri passi e sperò di essersi sbagliato; poi scorse una figura alta, ossuta, nota, e gli parve, non si poteva ormai più sbagliare, eppure ancora lo sperava, che quell'uomo lungo che si toglieva la pelliccia e tossiva fosse suo fratello Nikolaj.

Levin voleva bene a suo fratello, ma stare con lui a lungo era un tormento. Ora poi che, per effetto del pensiero che gli era venuto in mente e dell'accenno di Agaf'ja Michajlovna, si trovava in uno stato d'animo oscuro e confuso, l'incontro imminente col fratello gli parve proprio penoso. Invece di un ospite allegro, sano, estraneo, ch'egli sperava lo distraesse dalla sua nebulosità spirituale, doveva rivedere il fratello che gli leggeva dentro da parte a parte, che avrebbe suscitato in lui i pensieri più intimi, che lo avrebbe obbligato a confidarsi in pieno. E questo non voleva.

Irritatosi contro se stesso per questo senso di repulsione, Levin corse nell'ingresso. Appena vide il fratello, quel senso di intima delusione scomparve immediatamente e si mutò in pena. Per quanto spaventoso fosse anche prima suo fratello Nikolaj per la magrezza e l'aria malandata, in quel momento era ancora più smagrito, ancora più debole. Era uno scheletro ricoperto di pelle.

Stava dritto nell'ingresso, storcendo il collo lungo e magro e strappandone la sciarpa, e sorrideva in modo strano e penoso. Visto questo sorriso, umile e sottomesso, Levin sentì che un convulso gli afferrava la gola.

- Ecco, son venuto da te - disse Nikolaj con voce cupa, senza staccare un attimo gli occhi dal viso del fratello. - Da tempo ne avevo voglia, ma non stavo mai bene. Adesso invece mi sono rimesso - diceva, asciugandosi la barba con le grandi palme magre.

- Sì, sì - rispose Levin. E provò ancor più terrore quando nell'abbraccio sentì con le labbra l'aridità della carne del fratello e vide da vicino i suoi grandi occhi stranamente luccicanti.

Qualche settimana prima, Levin aveva scritto al fratello che, per la vendita della piccola parte di patrimonio che era rimasta indivisa fra i germani, spettavano a lui, per la sua quota, duemila rubli.

Nikolaj disse che era venuto per ritirare questo denaro, per stare un po' nel suo nido, per toccare un po' la terra e riprendere forza, come i giganti, per la sua prossima attività. Malgrado l'accentuato incurvamento, malgrado la magrezza che sorprendeva in rapporto alla statura, i suoi movimenti, come al solito, erano agili e a scatti. Levin lo introdusse nello studio.

Nikolaj cambiò d'abito con particolare cura, cosa che prima non faceva, pettinò i capelli radi e dritti ed entrò, sorridendo, di sopra.

Era di umore carezzevole e allegro come quando era fanciullo e come spesso lo ricordava Levin. Ricordò perfino Sergej Ivanovic senza rancore. Vista Agaf'ja Michajlovna, scherzò con lei e le chiese notizie dei vecchi servi. La notizia della morte di Parfën Denisyc agì in modo spiacevole su di lui. Sul suo viso si espresse lo spavento, ma si riprese subito.

- Già, era vecchio ormai - egli disse e cambiò discorso. - Eh, sì, starò un mese, due da te, e poi a Mosca; tu sai, Mjagkov mi ha promesso un posto ed entrerò in servizio. Ora ordinerò la mia vita in maniera del tutto diversa. Lo sai, ho allontanato quella donna.

- Mar'ja Nikolaevna? come mai, perché?

- Ah, una donna disgustosa! M'ha dato un mucchio di dispiaceri. - Ma egli non raccontò quali erano stati questi dispiaceri. Non poteva dire che aveva cacciato Mar'ja Nikolaevna perché il tè che faceva era debole e, principalmente, perché ella aveva cura di lui come di una persona malata. - Poi, in genere, adesso voglio cambiar vita del tutto. Io, s'intende, come tutti del resto, ho fatto delle sciocchezze, ma il patrimonio è l'ultima cosa, non lo rimpiango. Purché ci sia la salute, e la salute, grazie a Dio, s'è rimessa.

Levin ascoltava e cercava e non sapeva trovare cosa dire. Forse Nikolaj s'accorgeva di questo; cominciò a interrogare il fratello sulle sue cose; e Levin era contento di parlare di sé perché poteva parlare senza fingere. Raccontò al fratello i suoi piani e la sua attività.

Il fratello ascoltava; ma evidentemente non si interessava.

Questi due uomini erano così consanguinei e così vicini l'uno all'altro che il minimo movimento, il minimo cambiamento di voce diceva per entrambi più di tutto quello che si può dire a parole.

Ora per entrambi vi era un solo pensiero: la malattia e la prossimità della morte di Nikolaj, e questo pensiero soffocava tutto il resto. Ma né l'uno né l'altro aveva il coraggio di parlarne e perciò, qualunque cosa dicessero, senza esprimere quello che unicamente interessava, aveva un tono falso. Levin non s'era mai sentito così contento come adesso che, finita la serata, si doveva andare a letto. Mai con nessun estraneo, né in nessuna visita ufficiale, era stato così poco naturale, così falso come ora. E la coscienza e il pentimento di questa falsità lo rendevano ancora più insincero. Avrebbe voluto piangere sul suo caro fratello morente, e doveva ascoltare e parlare su come avrebbe vissuto.

Poiché in casa c'era umido e una sola camera era riscaldata Levin mise il fratello a dormire nella propria camera, di là da un tramezzo.

Il fratello s'era coricato, dormiva e non dormiva: ma, come un ammalato, si rivoltava, tossiva, e, quando non poteva espettorare, brontolava qualcosa. A volte, mentre respirava con difficoltà, diceva: "Ah, Dio mio!". A volte, quando lo spurgo lo soffocava, esclamava con stizza: "Ah, diavolo!". Levin a lungo non dormì ascoltandolo. I pensieri di Levin erano i più difformi, ma tutti finivano in una sola cosa: la morte.

La morte, l'inevitabile fine di tutto, per la prima volta gli si presentava con una violenza ineluttabile, e questa morte che era là in quel fratello caro che gemeva nel sonno e che per abitudine invocava indifferentemente ora Dio ora il diavolo, non era così lontana come gli era sempre parsa. Era anche in lui: lo sentiva. Se non ora domani, se non domani fra trenta anni, non era forse lo stesso? E cosa fosse questa morte inevitabile, egli non solo non lo sapeva, né mai ci aveva neppure pensato, ma non sapeva e non osava pensarci.

"Io lavoro, voglio fare qualche cosa, ma ho dimenticato che tutto finisce, che c'è la morte". Stava seduto sul letto nel buio, rannicchiato, stringendo fra le braccia le ginocchia e, trattenendo il respiro per la tensione del pensiero, meditava. Ma quanto più tendeva il pensiero tanto più chiaramente gli appariva che era senza dubbio così, che egli aveva realmente dimenticato, tralasciato una piccola circostanza della vita, che sarebbe cioè venuta la morte e che tutto sarebbe finito, che non valeva la pena d'intraprendere cosa alcuna e che rimediare a questo non si poteva in nessun modo. Sì, era terribile, ma era così.

"Eppure io sono vivo ancora. E adesso che farò mai, che farò?" diceva con disperazione. Accese una candela e cautamente si alzò e andò verso lo specchio e cominciò a guardarsi il viso e i capelli. Sì, sulle tempie v'erano dei capelli bianchi. Aprì la bocca. I molari cominciavano a guastarsi. Scoprì le braccia muscolose. Sì, c'era ancora vigore. Ma anche Nikolen'ka, che là respirava coi resti dei suoi polmoni, aveva avuto un corpo sano. E a un tratto ricordò che, bambini, si coricavano insieme e aspettavano solo che Fëdor Bogdanyc uscisse dalla porta, per gettarsi addosso l'un l'altro i guanciali e ridere, ridere irresistibilmente, così che neanche il terrore di Fëdor Bogdanyc riusciva a frenare quella consapevolezza di gioia di vivere che scaturiva e spumeggiava oltre i limiti. "E ora questo petto vuoto e incurvato... e io che non so perché e che cosa mi accadrà...".

- Ach, ach! Ah, diavolo! Che fai in giro? non dormi? - lo chiamò la voce del fratello.

- Ma non so, l'insonnia.

- E io dormivo bene, adesso non sono più sudato. Guarda, tocca la camicia. Niente sudore?

Levin palpò, andò di là dal tramezzo, spense la candela, ma ancora per molto tempo non dormì. Gli si era appena chiarita la questione di come vivere, che gli era apparsa un'altra insolubile questione: la morte.

"Eh, sì, egli muore, sì, morirà in primavera. Come venirgli in aiuto? Che posso dirgli? Che cosa ne so io? Avevo perfino dimenticato che questa cosa esistesse".

XXXII

Levin aveva già da tempo osservato che, quando tra persone ci si sente a disagio per eccessiva cedevolezza e sottomissione, allora ben presto nasce qualcosa d'insopportabile per eccessiva pretesa e cavillosità. Sentiva che questo sarebbe accaduto anche col fratello. E invero, la mansuetudine del fratello Nikolaj non durò a lungo. Fin dalla mattina dopo divenne irritabile, e molestò con insistenza il fratello, toccandolo nei punti più dolorosi per lui.

Levin si sentiva colpevole e non poteva rimediarvi. Sentiva che se tutti e due non avessero finto, e avessero invece parlato come si dice, a cuore aperto, dicendo solo quello che sentivano, allora si sarebbero solo guardati negli occhi l'un l'altro e Konstantin avrebbe detto soltanto: "morirai, morirai, morirai" e Nikolaj avrebbe risposto: "lo so che morirò, e ho paura, paura, paura!". E niente più avrebbero detto se avessero parlato a cuore aperto. Ma così non si poteva vivere, perché Konstantin si provava a fare quello che per tutta la vita aveva tentato e non aveva saputo mai fare, quello cioè che, secondo lui, molti sapevano fare tanto bene e di cui non si può fare a meno nella vita: si provava a dire quello che non pensava; e continuamente sentiva che ciò gli riusciva falso, che il fratello se ne accorgeva e se ne irritava.

Due giorni dopo Nikolaj invitò il fratello a esporgli di nuovo il suo piano e prese non solo a giudicarlo, ma si mise di proposito a confonderlo col comunismo.

- Tu hai preso soltanto un'idea non tua, poi l'hai fatta diventar mostruosa e vuoi applicarla all'inapplicabile.

- Ma io ti dico che questo non ha nulla di comune. Loro, negano il diritto di proprietà privata, il capitale, l'ereditarietà, mentre io, senza negare questo stimolo principale - Levin era contrariato con se stesso di usare questi termini, ma da che s'era appassionato al suo lavoro, aveva cominciato involontariamente a usare sempre più spesso termini non russi - voglio solo regolare il lavoro.

- È proprio così, hai preso un pensiero non tuo, ne hai tolto via tutto quello che ne costituisce la forza e vuoi far credere che è qualcosa di nuovo - disse Nikolaj, torcendo irritato il collo dentro la cravatta.

- Ma la mia idea non ha nulla in comune....

- Là - diceva Nikolaj con gli occhi scintillanti di cattiveria e sorridendo ironicamente - là almeno vi è il fascino, per così dire, geometrico della chiarezza, della certezza. Può darsi che sia un'utopia. Ma ammettiamo che di tutto il passato si possa fare tabula rasa: non c'è proprietà, non c'è famiglia, e allora anche il lavoro si organizza. Ma da te non c'è nulla....

- Perché confondi? Io non sono mai stato comunista.

- E io lo sono stato, e trovo che sia una cosa prematura, ma ragionevole e che avrà un avvenire come il cristianesimo dei primi secoli.

- Io ritengo solo che la forza lavoratrice debba essere considerata da un punto di vista naturale, debba cioè essere studiata, riconosciuta nelle sue peculiarità e...

- Ma questo è completamente inutile. Questa forza trova da sé, secondo il suo grado di sviluppo, un certo modo di estrinsecarsi. Dappertutto ci sono stati gli schiavi, poi i metayers; e da noi c'è il lavoro a mezzadria, c'è il fitto, il lavoro del bracciante, che cosa cerchi di più?

Levin d'un tratto s'accalorò a queste parole, perché in fondo all'anima temeva che ciò fosse vero, vero il fatto ch'egli in fondo volesse tenersi in equilibrio tra il comunismo e le forme passate, e che questo fosse difficilmente possibile.

- Io cerco mezzi per lavorare produttivamente e per me e per i lavoratori. Voglio organizzare... - rispose con calore.

- Tu non vuoi organizzare niente; come hai sempre fatto in tutta la tua vita, hai soltanto voglia di fare l'originale, di mostrare che non sfrutti così semplicemente i contadini, ma che lo fai per un'idea.

- Già, tu così pensi... e basta! - rispose Levin, sentendo che il muscolo della sua guancia sinistra guizzava irresistibilmente.

- Tu non avevi e non hai convinzioni, ma vuoi solo soddisfare il tuo amor proprio.

- Sta benissimo; ma lasciami stare!

- Ti lascerò! ed è un pezzo che ne era ora, e va' al diavolo! E mi spiace molto d'esser venuto.

Per quanto poi Levin cercasse di calmare il fratello, Nikolaj non volle sentir nulla; diceva che era molto meglio separarsi, e Konstantin vedeva che al fratello era semplicemente venuta a noia la vita.

Nikolaj era già del tutto pronto a partire, quando Konstantin di nuovo andò da lui e gli chiese, senza spontaneità, di scusarlo se in qualche modo l'aveva offeso.

- Ah, che magnanimità! - disse Nikolaj, e sorrise. - Se vuoi aver ragione, posso farti questo favore. Hai ragione, ma tuttavia io parto!

Proprio solo al momento di partire, Nikolaj scambiò l'abbraccio e disse a un tratto, guardando stranamente serio il fratello:

- Tuttavia non serbarmi rancore, Kostja! - e la voce gli tremò.

Furono queste le uniche parole che furono dette sinceramente. Levin capì che sotto queste parole si sottointendeva: "tu vedi e sai che sto male e che forse non ci vedremo più". Levin intese ciò, e le lacrime gli sgorgarono dagli occhi. Baciò ancora una volta il fratello, ma non poté e non seppe dirgli nulla.

Due giorni dopo la partenza del fratello, anche Levin andò all'estero. Incontratosi alla stazione ferroviaria con (cerbackij, il cugino di Kitty, questi fu colpito dalla tristezza di Levin.

- Cosa c'è? - gli chiese (cerbackij .

- Ma, niente; al mondo c'è poco da stare allegri.

- Come poco? ecco, venite con me a Parigi, invece di andare a quel non so che Mühlhausen. Vedrete come si sta allegri.

- No, per me è finita. È tempo di morire.

- Ecco un bello scherzo! - disse ridendo (cerbackij. - Io mi sono appena preparato a cominciare.

- Già, anch'io pensavo così fino a poco fa, ma ora so che morirò presto.

Levin diceva quello che realmente pensava negli ultimi tempi. In tutto vedeva soltanto la morte o l'avvicinarsi di essa. Ma l'opera da lui intrapresa l'interessava ancora di più. Era pur necessario concludere in qualche modo la vita, finché non fosse giunta la morte. L'oscurità per lui copriva tutto; ma proprio a causa di questa oscurità sentiva che l'unico filo conduttore era la sua opera, e con le ultime forze si aggrappava ad essa e vi si teneva stretto.

PARTE QUARTA

I

I Karenin, marito e moglie, continuavano a vivere nella stessa casa, s'incontravano ogni giorno, ma erano completamente estranei l'uno all'altra. Aleksej Aleksandrovic si era imposto la regola di vedere ogni giorno sua moglie, perché la servitù non avesse il diritto di sospettare, ma evitava di pranzare a casa. Vronskij non andava mai in casa di Aleksej Aleksandrovic, ma Anna lo vedeva fuori e il marito lo sapeva.

La situazione era tormentosa per tutti e tre, e nessuno di loro sarebbe stato in grado di protrarla neppure di un giorno se non ne avesse atteso il mutamento e se non avesse avuto la convinzione che si trattava di una dolorosa difficoltà del momento che sarebbe passata. Aleksej Aleksandrovic aspettava che questo amore passasse così come passavano tutte le cose, così che tutti avrebbero poi dimenticato e il suo nome non sarebbe rimasto disonorato. Anna, dalla quale dipendeva la situazione, e che più di tutti ne era tormentata, la sopportava, perché non soltanto sperava, ma era fermamente convinta che tutto questo si sarebbe presto risolto e chiarito. Davvero non sapeva che cosa avrebbe potuto risolvere la situazione, ma era fermamente convinta che sarebbe avvenuto ora, molto presto. Vronskij, che senza volere si sottometteva a lei, aspettava anche lui qualche cosa di indipendente dal proprio volere che chiarisse tutte queste difficoltà.

A metà dell'inverno Vronskij trascorse una settimana molto noiosa. Era stato addetto alla persona di un principe straniero venuto a Pietroburgo, per fargli conoscere le cose più notevoli della città. Vronskij era indubbiamente rappresentativo; inoltre aveva l'arte di essere deferente con dignità e aveva l'abitudine di trattare con persone di tale rango; perciò era stato addetto al principe. Ma l'incarico gli parve molto pesante. Il principe non voleva tralasciare di veder nulla di quanto, tornato a casa, gli avrebbero chiesto se avesse visto in Russia; e per quel che riguardava se stesso, voleva godersi quanto più possibile gli svaghi russi. Vronskij era obbligato a condurlo di qua e di là. La mattina andavano a visitare le cose notevoli, la sera partecipavano ai divertimenti nazionali. Il principe godeva di una salute non comune anche fra i principi, e con la ginnastica e le cure continue del corpo aveva acquistato un tale vigore che, malgrado gli eccessi a cui si abbandonava nei bagordi, era sempre fresco come un grosso cetriolo verde di qualità olandese. Aveva viaggiato molto e trovava che uno dei maggiori vantaggi dell'attuale facilità di comunicazioni consisteva nella possibilità di accedere agli svaghi di ogni paese. Era stato in Spagna, e là aveva fatto serenate e stretto amicizia con una spagnola che sonava il mandolino. In Svizzera aveva ucciso una Gemse. In Inghilterra aveva saltato a cavallo gli ostacoli in frac rosso, e aveva ucciso, per scommessa, duecento fagiani. in Turchia era stato in un harem, in India aveva viaggiato su di un elefante, e ora in Russia voleva assaggiare tutti gli svaghi peculiarmente russi.

A Vronskij, che gli era accanto come un maestro di cerimonie, costava fatica distribuire tutti i divertimenti offerti al principe da varie personalità; c'erano, infatti, i cavalli trottatori, i bliny, la caccia all'orso, le trojke e gli zigani e le baldorie russe con la rottura delle stoviglie. E il principe con straordinaria facilità aveva fatto sua l'anima russa, fracassava vassoi e stoviglie, faceva seder sulle ginocchia una zigana e pareva chiedesse: "Dunque, che altro c'è? possibile che solo in questo consista l'anima russa?".

In sostanza, a tutti gli svaghi russi il principe preferiva le attrici francesi, una ballerina dei balletti e lo champagne di marca bianca. Vronskij aveva le stesse abitudini del principe; ma o perché egli stesso era cambiato negli ultimi tempi, o per la troppo grande dimestichezza acquistata col principe, quella settimana gli parve terribilmente faticosa. Durante tutto il tempo, provò continuamente una sensazione simile a quella che prova un uomo addetto a un pazzo pericoloso che abbia paura del pazzo e che tema, nello stesso tempo, stando vicino a lui, di uscir di cervello. Vronskij sentiva ogni momento la necessità di non attenuare neppure per un attimo il tono di severa deferenza ufficiale verso il principe, per non essere da lui offeso. La maniera del principe di trattare con quelle stesse persone che, con stupore di Vronskij, non stavan più nella pelle dalla voglia di offrirgli divertimenti russi, era una maniera sprezzante. I suoi giudizi sulle donne russe che aveva desiderato conoscere avevano più di una volta costretto Vronskij ad arrossire d'indignazione. Ma la ragione principale per la quale il principe riusciva fastidioso a Vronskij, era che in lui vedeva riprodotto se stesso. E il fatto di guardare in quello specchio non lusingava il suo amor proprio. Era infatti un uomo molto fatuo e molto presuntuoso, molto sano e molto pulito, e null'altro. Era un gentleman, questo sì, era vero, e Vronskij non poteva negarlo. Era costante e dignitoso verso i superiori, schietto e semplice con i suoi pari e sprezzantemente buono con gli inferiori. Anche Vronskij si comportava così e riteneva tale comportamento una qualità; ma nei rapporti col principe egli era un inferiore e l'atteggiamento sprezzante e benevolo verso di lui lo indignava.

"Che stupido bue! Possibile che anch'io sia fatto così?" pensava.

Così, quando dopo sei giorni si congedò da lui, prima che egli partisse per Mosca, e ne ricevette i ringraziamenti, fu felice d'essersi liberato da quella posizione di disagio e da quello specchio sgradevole. Lo salutò alla stazione, di ritorno dalla caccia all'orso dove, per tutta la notte, avevano assistito all'esibizione della bravura russa.

II

Tornato a casa Vronskij trovò un biglietto di Anna. Diceva: "Sono malata ed infelice. Non posso uscire in vettura, ma non posso resistere ancora senza vedervi. Venite di sera. Alle sette Aleksej Aleksandrovic va al consiglio e vi rimane fino alle dieci". Dopo aver riflettuto un attimo sul fatto strano ch'ella, malgrado l'ingiunzione del marito di non riceverlo, lo invitasse a casa sua, decise di andare.

In quell'inverno Vronskij era stato promosso colonnello, era uscito dal reggimento e viveva solo. Dopo aver fatto colazione, si sdraiò subito su di un divano, e in pochi minuti i ricordi delle disgustose scene della sua vita di quegli ultimi giorni, si confusero e si collegarono con l'immagine di Anna e di un certo contadino, esattore delle imposte, che aveva avuto una parte importante nella caccia all'orso, ed egli si addormentò. Si svegliò che era buio, tremando di terrore, e accese subito una candela: "Che cos'è, che cosa ho visto di terribile nel sogno? Sì, sì, quel contadino esattore delle imposte, mi pare, piccolo, sudicio, con la barba arruffata, curvo, faceva qualcosa, e, a un tratto, s'è messo a dire certe strane parole in francese. Già, non c'era nient'altro che questo, nel sogno - si disse. - Ma perché era così spaventoso?". Ricordò di nuovo con chiarezza il contadino e le incomprensibili parole francesi che quello pronunciava, e il terrore gli corse come un brivido per la schiena.

"Che sciocchezza!" pensò Vronskij, e guardò l'ora. Erano già le otto e mezzo. Chiamò il servo, si vestì in fretta e uscì sulla scala, del tutto dimentico del sogno e tormentato solo dal fatto di essere in ritardo. Avvicinandosi all'ingresso dei Karenin, guardò l'orologio e vide che erano le nove meno dieci. Una carrozza alta, stretta, alla quale era attaccata una coppia di cavalli grigi, stava ferma davanti all'ingresso. Riconobbe la carrozza di Anna. "Viene lei da me - pensò Vronskij - e sarebbe meglio. Mi spiace entrare in questa casa. Ma è lo stesso, ormai non posso nascondermi" si disse e, con quel modo di fare, sin dall'infanzia tutto suo, di chi sa di non aver da vergognarsi, uscì dalla slitta e si avvicinò alla porta. La porta si aprì e il portiere con uno scialle da viaggio in mano chiamò la carrozza. Vronskij, pur non abituato a notare i particolari, in quel momento osservò l'espressione di sorpresa con cui il portiere lo guardò. Proprio sulla porta, Vronskij quasi si scontrò con Aleksej Aleksandrovic. Un lume a gas illuminava in pieno il suo viso esangue, smagrito sotto il cappello nero e la cravatta bianca che spiccava fra il castoro del cappotto. Gli occhi immobili, appannati di Karenin guardarono in faccia Vronskij. Vronskij s'inchinò e Aleksej Aleksandrovic, dopo aver masticato un po' fra i denti, portò la mano al cappello e passò. Vronskij vide ch'egli, senza più guardare, sedeva nella vettura, prendeva attraverso il finestrino lo scialle e il binocolo e si rannicchiava dentro. Vronskij entrò in anticamera. Aveva le sopracciglia aggrottate e negli occhi brillava una scintilla cattiva e sprezzante.

"Ecco che situazione! - pensò. - Se lottasse, se difendesse il suo onore, io potrei agire, dare sfogo ai miei sentimenti, ma questa debolezza o vigliaccheria... mi fa apparire un traditore, e io non volevo e non voglio esserlo".

Dal tempo del suo colloquio con Anna nel giardino della Vrede, le idee di Vronskij erano molto cambiate. Egli, sottomettendosi involontariamente alla debolezza di Anna che gli si dava tutta e aspettava da lui la decisione del proprio destino, sottomettendosi fin dal principio a tutto, non pensava più da tempo che quel legame potesse finire, come aveva pensato in un primo momento. I suoi piani di ambizione si erano di nuovo ritirati in buon ordine e, sentendo di essere uscito ormai da quel tipo di attività in cui ogni cosa è ben definita, si era abbandonato al sentimento, e questo sentimento lo avvinceva sempre e sempre più forte a lei.

Mentre era ancora nell'ingresso udì i passi di lei che si allontanavano. Capì che lo aspettava, che tendeva l'orecchio e che proprio allora era tornata nel salotto.

- No - gridò vedendolo, e al primo suono della propria voce le vennero le lacrime agli occhi - no, se continuerò così, questo accadrà ancora molto, molto prima!

- Che cosa, amica mia?

- Che cosa? Io ti aspetto, mi tormento, un'ora, due. No, basta! Io non posso arrabbiarmi con te. Forse non potevi. No, non lo farò!

Poggiò tutte e due le mani sulle spalle di lui e guardò a lungo, con uno sguardo profondo, entusiastico e nello stesso tempo indagatore, il viso di lui. Lo andava indagando come se volesse guardarlo per tutto il tempo che non lo aveva visto. Come sempre ad ogni incontro, fondava l'immaginaria figurazione di lui (incomparabilmente migliore, impossibile nella realtà), con lui, così com'era.

III

- L'hai incontrato? - chiese quando furono seduti presso la tavola sotto la lampada. - Ecco la punizione per essere venuto in ritardo!

- Già, ma come mai? Non doveva essere al consiglio?

- C'è stato, ed è tornato per andare non so dove. Ma questo è nulla. Non ne parlare. Dove sei stato? Sempre col principe?

Ella conosceva tutti i particolari della vita di lui. Egli voleva dire che non aveva dormito la notte e che perciò aveva preso sonno, ma guardando il viso agitato e felice di lei, ebbe rimorso. E disse che era dovuto andare a riferire sulla partenza del principe.

- Ma ora è finito. Tu non crederai come ciò mi sia stato insopportabile.

- Perché poi? Dopo tutto, è questa la vita che fate sempre voi uomini scapoli - ella disse, aggrottando le sopracciglia e, messasi al suo lavoro a maglia che era sulla tavola, cominciò a liberarne l'uncinetto, senza guardare Vronskij.

- Io già da tempo l'ho abbandonata questa vita - egli disse, meravigliandosi del cambiamento di espressione del viso di lei, e cercando di penetrarne il senso. - E confesso - disse, mostrando con un sorriso i suoi denti bianchi e regolari - che, osservando questa vita in questa settimana, mi sono visto come in uno specchio, e me ne è venuta una sensazione sgradevole.

Ella teneva in mano il lavoro a maglia, non lavorava e guardava lui con uno sguardo strano, luminoso e ostile.

- Stamane Liza è venuta da me - saltò su a dire - quelli là ancora non hanno paura di venire da me, malgrado la contessa Lidija Ivanovna: e mi ha raccontato della vostra serata ateniese. Che orrore!

- Io volevo dire solo che....

Ella lo interruppe.

- Era quella Thérèse che conoscevi prima?

- Volevo dire....

- Come siete disgustosi, voi uomini! Come mai non riuscite a immaginare che una donna questo non lo può dimenticare? - disse, riscaldandosi sempre più e rivelando così la ragione della sua irritazione. - Specialmente una donna che non conosce la tua vita. Che ne so io? che cosa potevo saperne? - ella diceva - quello che tu mi avresti detto. E come posso sapere che hai detto la verità?

- Anna! Tu mi offendi. Non mi credi forse? Forse non ti ho detto che non c'è un pensiero in me che io non ti abbia rivelato?

- Sì, sì - ella disse, cercando evidentemente di scacciare i pensieri di gelosia. - Ma se sapessi come è penoso per me! Io credo, sì, ti credo.... Così, che dicevi?

Ma egli non poté ricordare quello che voleva dire. Questi accessi di gelosia, che negli ultimi tempi la prendevano sempre più spesso, lo atterrivano; e benché cercasse di nasconderlo, lo raffreddavano verso di lei, anche se riconosceva che la causa della gelosia era il suo amore per lui. Quante volte s'era detto che l'amore di lei era la felicità! ed ecco, ella lo amava come può amare una donna che per l'amore abbia distrutto tutti gli altri beni di questa vita, ma egli era molto più lontano dalla felicità ora, che quando era partito da Mosca per seguire lei. Allora egli si considerava infelice, ma la felicità era una cosa da raggiungere; ora, invece, sentiva che la felicità più piena era già nel passato. Ella già non era più quale egli l'aveva veduta nei primi tempi. E moralmente e fisicamente era peggiorata. Si era dilatata, e, nel momento in cui aveva accennato all'attrice, un'espressione cattiva era passata sul suo viso, alterandolo. Egli la guardava ora come un uomo guarda un fiore da lui colto e già appassito, nel quale a stento riconosce la bellezza che lo ha spinto a coglierlo e a distruggerlo. Malgrado questo, sentiva che allora, quando l'amore era più violento, egli avrebbe potuto, se l'avesse voluto fermamente, strapparlo quell'amore dal proprio cuore, ma adesso, quando, come in questo momento, gli pareva di non sentire più amore per lei, egli avvertiva che questo legame non poteva più essere spezzato.

- Su, via, cosa mi volevi dire del principe? L'ho scacciato, l'ho scacciato "il diavolo" - aggiunse. Chiamavano fra di loro "il diavolo" la gelosia. - Già, cosa avevi cominciato a dire del principe? Perché per te è stato così faticoso?

- Oh, insopportabile - egli disse, cercando di afferrare il filo del pensiero smarrito. - Non ci guadagna, a conoscerlo da vicino. Per definirlo, è un animale ottimamente nutrito, di quelli che alle esposizioni vincono i primi premi e niente più - disse con un dispetto che interessò lei.

- No, come mai? - ribatté. - Però ha visto molte cose, è una persona colta.

- È tutta un'altra cultura la loro. Serve solo per poterla disprezzare la cultura, così come disprezzano tutto, tranne i piaceri animaleschi.

- Sì, però voi tutti li amate questi piaceri! - ella disse, e di nuovo egli notò quello sguardo torvo che lo sfuggiva.

- Come mai lo difendi tanto? - egli disse, sorridendo.

- Non lo difendo, mi è del tutto indifferente; ma penso che se a te stesso non fossero più piaciuti questi svaghi, avresti rifiutato di fargli compagnia. Ma a te piace guardare Teresa in costume d'Eva....

- Daccapo, daccapo "il diavolo" - disse Vronskij, prendendole la mano ch'ella aveva poggiato sulla tavola e baciandola.

- Già, ma io non posso. Tu non sai come io mi sia tormentata, aspettandoti! Io penso di non essere gelosa. Non sono gelosa. Ti credo quando sei qui con me; ma quando tu sei chi sa dove, solo, e conduci quella tua vita per me incomprensibile....

Ella si scostò da lui, liberò finalmente l'uncinetto dal lavoro, e in fretta, con l'aiuto dell'indice, cominciarono a sovrapporsi una dopo l'altra le maglie di lana bianca che risplendevano sotto la luce della lampada; e, in fretta, il polso sottile nel polsino ricamato prese a girare nervosamente.

- Dunque, dove l'hai incontrato Aleksej Aleksandrovic? - risonò a un tratto, senza naturalezza, la voce di lei.

- Ci siamo scontrati sulla porta.

- E lui ti ha salutato così?

Ella allungò il viso e, socchiusi gli occhi, cambiò espressione, piegò le braccia, e sul suo bel volto Vronskij vide ad un tratto la stessa espressione con la quale Aleksej Aleksandrovic l'aveva salutato. Sorrise, ed ella rispose gaia con quel suo simpatico riso che era uno dei suoi incanti maggiori.

- Non ci capisco nulla - disse Vronskij. - Se, dopo la tua rivelazione in campagna, l'avesse rotta con te, se mi avesse sfidato a duello... ma questo non capisco: come può sopportare una simile posizione? Soffre, evidentemente.

- Lui? - disse lei con un sorriso. - È completamente soddisfatto.

- Perché ci tormentiamo, quando tutto potrebbe andar tanto bene?

- Solo lui no. Che forse non lo conosco io, non so che è tutto impastato di menzogna? Si può forse, sentendo qualcosa, vivere come vive lui con me? Non capisce, non sente niente. Può forse un uomo che sente qualcosa, vivere nella stessa casa con la moglie colpevole? Può forse parlarle? Darle del tu?

E di nuovo involontariamente gli rifaceva il verso: "Tu, ma chère, tu, Anna!".

- Non è un uomo, non è un uomo, è un fantoccio. Nessuno sa quello che so io. Oh, al suo posto, da molto tempo avrei ucciso, avrei fatto a pezzi questa moglie come me, e non le direi, "tu ma chère, Anna". Non è un uomo, è una macchina ministeriale. Non capisce che io sono tua moglie, che lui è un estraneo, una cosa superflua. Non ne parliamo, non ne parliamo più....

- Tu hai torto, hai torto, amica mia - disse Vronskij, cercando di calmarla. - Ma fa lo stesso, non parliamo più di lui. Dimmi, cosa hai fatto? Come stai? Cos'è questo malessere e cosa ha detto il dottore?

Ella lo guardava con una gioia irridente. Aveva trovato, si vedeva, altri lati ridicoli e deformi nel marito e aspettava il momento per rifarli. Ma egli continuò:

- Io credo che non sia un malessere, ma che tutto dipende dal tuo stato. A quando?

Lo scintillio irridente si spense negli occhi di lei, ma un altro sorriso, in cui c'era qualcosa di sconosciuto per lui e una calma tristezza, tramutò l'espressione di prima.

- Preso, presto. Tu dicevi che la nostra posizione è tormentosa, che bisogna romperla. Se sapessi come mi è penosa, che cosa non darei per amarti liberamente e coraggiosamente! Non mi tormenterei e non ti tormenterei con la mia gelosia.... Sarà presto, ma non tanto come pensiamo.

E al pensiero di come si sarebbe svolta la cosa, ella parve avere tanta pietà di se stessa che le lacrime le vennero agli occhi e non poté continuare. Posò la mano, che brillava sotto la lampada per gli anelli e la bianchezza, sulla manica della sua giacca.

- Non sarà così come noi pensiamo. Io non volevo dirtelo, ma tu mi ci hai costretta. Presto, presto, tutto si risolverà, e noi tutti ci calmeremo e non ci tormenteremo più.

- Non capisco - disse lui, pur comprendendola.

- Tu mi domandavi quando? Presto. E io non sopravviverò. Non m'interrompere! - e si affrettò a parlare. - Lo so, lo so con certezza. Morirò e sono contenta di morire e di liberare me stessa e voi.

Le lacrime le sgorgarono dagli occhi; egli si chinò sulla mano di lei e cominciò a baciarla, cercando di nascondere la propria agitazione che, egli sapeva, non aveva nessun fondamento, ma che non riusciva a dominare.

- Ecco, così va meglio - ella diceva, stringendogli forte la mano. - Ecco la sola, la sola cosa che ci è restata.

Egli tornò in sé e chinò il capo.

- Che sciocchezza! Che assurda sciocchezza stai dicendo!

- No, è vero.

- Che cosa è vero?

- Che morirò. Ho fatto un sogno.

- Un sogno? - ripeté Vronskij, e in un baleno ricordò il contadino esattore del proprio sogno.

- Già, un sogno - diceva lei. - Da tempo ho spesso questo sogno. Mi vedo correre in camera; devo prendere qualcosa, devo sapere qualcosa; sai, come succede in sogno - diceva lei, dilatando gli occhi pieni di terrore - e nella camera in un angolo c'è qualcosa.

- Che sciocchezza, come puoi credere....

Ma lei non si lasciò interrompere. Quello che diceva era troppo importante per lei.

- Ecco, questo qualcosa si volta e io vedo che è un contadino con la barba arruffata, piccolo che fa paura. Voglio fuggire, ma lui, ecco, si china sopra un sacco e con le mani ci rimesta dentro. - E rifaceva il gesto di quest'uomo che rimestava nel sacco. Il terrore era sul suo viso. E Vronskij, ricordando il proprio sogno, sentiva lo stesso terrore che riempiva l'animo di lei. - Rimesta e aggiunge in francese presto presto e, sai, biascica: "Il faut battre le fer, le broyer, le pétrir...". E io dalla paura volevo svegliarmi, mi sono svegliata... ma mi sono svegliata nel sogno. E ho cominciato a chiedermi che cosa significasse tutto questo. E Kornej mi dice: "di parto, di parto morirete, di parto, padrona mia...". E mi sono svegliata.

- Che sciocchezza, che sciocchezza! - diceva Vronskij, ma egli stesso sentiva che non c'era convinzione nella propria voce.

- Non ne parliamo più. Suona, ordinerò di portare il tè. Ma aspetta, ora non c'è molto, io....

Ma improvvisamente tacque. L'espressione del suo viso si era istantaneamente cambiata. Il terrore e l'agitazione si erano mutati in una espressione di calma, pacata e felice attenzione. Egli non poté capire il segreto di questo mutamento. Ella aveva sentito agitarlesi in seno la nuova vita.

IV

Aleksej Aleksandrovic, dopo l'incontro con Vronskij sulla scala di casa sua, era andato, come aveva stabilito, all'opera italiana. Ci era rimasto per due atti e aveva visto tutti quelli che aveva interesse di vedere. Tornato a casa, esaminò attentamente l'attaccapanni, e, notato che il cappotto militare non c'era più, passò, secondo il solito, in camera sua. Ma, contrariamente al solito, non si mise a letto, passeggiò avanti e indietro per lo studio fino alle tre di notte. Un senso di rancore verso la moglie, che non aveva voluto rispettare le convenienze e adempiere l'unica condizione impostale: non ricevere in casa sua l'amante, non gli dava pace. Ella non aveva adempiuto la sua richiesta, ed egli doveva punirla e dar corso alla sua minaccia: chiedere il divorzio e toglierle il figlio. Egli conosceva tutte le difficoltà collegate a questa faccenda, ma aveva detto che lo avrebbe fatto ed ora doveva mettere in atto la minaccia. La contessa Lidija Ivanovna aveva accennato che questa era la migliore delle soluzioni per il suo caso e, negli ultimi tempi, la pratica dei divorzi era giunta a un punto di perfezione che Aleksej Aleksandrovic vedeva la possibilità di superare le difficoltà formali. Inoltre, una disgrazia non viene mai sola, e l'affare della sistemazione degli allogeni e quello dell'irrigazione dei campi del governatorato di Zarajsk avevano procurato ad Aleksej Aleksandrovic tali dispiaceri burocratici che in tutto quest'ultimo tempo egli era stato in uno stato di estrema agitazione. Non aveva dormito tutta la notte e la sua irritazione, con un enorme crescendo, era giunta al mattino agli estremi limiti. Si vestì in fretta e, come se portasse in mano una coppa piena di fiele e temesse di versarla e di perdere insieme col fiele l'energia necessaria per la spiegazione con la moglie, andò da lei non appena seppe che si era alzata.

Anna, che credeva di conoscere bene suo marito, fu sorpresa dal suo aspetto quando egli entrò. La fronte era corrugata, gli occhi guardavano torvi in avanti, evitando lo sguardo di lei; la bocca era come sigillata dalla durezza e dallo sprezzo. Nell'andatura, nei gesti, nel tono della voce, c'erano una decisione e una fermezza, quali la moglie non aveva mai visto in lui. Entrò nella stanza e, senza salutarla, si diresse diritto verso lo scrittoio e, afferrate le chiavi, aprì il cassetto.

- Che vi occorre? - gridò lei.

- Le lettere del vostro amante - egli disse.

- Non sono qui - ella disse, chiudendo il cassetto, ma da questo gesto egli capì che aveva indovinato giusto e, respinta rudemente la mano di lei, afferrò rapido il portafogli nel quale sapeva ch'ella metteva le carte più interessanti. Ella fece per strapparglielo di mano, ma egli la respinse.

- Sedete, devo parlarvi - disse, mettendosi il portafogli sotto il braccio e stringendolo così forte col gomito da sollevar la spalla.

Ella lo guardava sorpresa e spaventata.

- Vi ho detto che non vi avrei mai permesso di ricevere il vostro amante in casa mia.

- Avevo bisogno di vederlo per....

Si fermò non trovando nessuna giustificazione.

- Non entro nei particolari del perché una donna debba veder l'amante.

- Io volevo, io soltanto... - disse, avvampando. La sua villania l'aveva irritata e le aveva dato coraggio. - Possibile che non sentiate come vi sia facile offendermi? - ella disse.

- Si può offendere un uomo onesto e una donna onesta, ma dire a un ladro che è un ladro è solo la constatation d'un fait.

- Questo nuovo tratto di crudeltà non mi era ancora noto in voi.

- Voi chiamate crudeltà il fatto che un marito lasci la libertà alla propria moglie, dandole l'onesto asilo del suo nome sotto la sola condizione di salvare le convenienze? Questa è crudeltà?

- È peggiore della crudeltà, questa è vigliaccheria, se volete saperlo - gridò Anna in uno scoppio di rabbia e, alzatasi, fece per andar via.

- No - gridò lui con la sua voce stridula di un tono più alto del normale e, afferratala con le sue dita grosse per un braccio in maniera così forte da farle restare impressi i segni rossi del bracciale che vi aveva premuto, la costrinse a sedere al suo posto. - Vigliaccheria? Se la volete usare questa parola, vigliaccheria è questo: abbandonare il marito e il figlio per un amante, e mangiare il pane del marito!

Ella chinò il capo. Non solo non disse quello che aveva detto all'amante, che era lui suo marito e che il marito era un intruso: non lo pensò neppure. Sentiva tutta la verità che era nelle parole di lui e disse solo, sottovoce:

- Voi non potevate definire la mia situazione in modo peggiore di quello che io non la senta; ma perché dite tutto ciò?

- Perché lo dico? perché? - continuò, sempre irritato, lui. - Perché lo sappiate: poiché non avete adempiuto la mia volontà nell'osservare le convenienze, io agirò in modo che questa situazione finisca.

- Presto, presto finirà anche se dura così - ella disse e di nuovo le lacrime, al pensiero della morte vicina, ora desiderata, le vennero agli occhi.

- Finirà più presto di quanto non immaginiate, con il vostro amante! Voi avete bisogno di soddisfare una passione carnale....

- Aleksej Aleksandrovic! Io non dico che questo sia poco generoso, ma è disonesto percuotere chi è a terra.

- Già! è solo a voi che pensate! Ma le sofferenze di un uomo che è stato vostro marito non vi interessano. Per voi è indifferente che tutta la sua vita sia crollata, che egli abbia sop... sop... sopperto.

Aleksej Aleksandrovic parlava così in fretta che s'era impappinato e non riusciva in alcun modo a pronunciare la parola "sofferto". Aveva finito col pronunciare "sopperto". A lei venne da ridere, ma immediatamente ebbe vergogna che qualcosa potesse eccitarle il riso in un momento simile. E per la prima volta, per un attimo, si trasferì in lui, soffrì il suo dolore, e ne ebbe pena. Ma cosa mai poteva dire o fare? Abbassò la testa e tacque. Egli pure tacque per un po' di tempo e poi cominciò a parlare con una voce già meno stridula, con una voce fredda, sottolineando le parole scelte a caso, che non avevano nessuna particolare importanza.

- Sono venuto a dirvi... - egli disse.

Ella lo guardò. "No, mi è parso - pensò, ricordando la espressione del suo viso quando s'era impappinato sulla parola "sofferto"; - no, può forse un uomo con quegli occhi appannati, con quella presuntuosa calma sentire qualche cosa?".

- Io non posso cambiare nulla - ella mormorò.

- Son venuto a dirvi che domani parto per Mosca, e non tornerò più in questa casa, e voi avrete notizia delle mie decisioni attraverso l'avvocato, al quale affiderò la pratica del divorzio. Mio figlio andrà da mia sorella - disse Aleksej Aleksandrovic, ricordando con uno sforzo quel che voleva dire del figlio.

- Vi occorre Ser(za per farmi del male - ella disse guardandolo di sotto in su. - Voi non lo amate.... Lasciatemi Ser(za!

- E sì, ho perso anche l'amore per mio figlio, perché la mia avversione per voi ha trascinato insieme anche lui. Tuttavia lo prenderò. Addio!

E voleva andar via, ma ora fu lei a trattenerlo.

- Aleksej Aleksandrovic, lasciatemi Ser(za! - mormorò lei ancora una volta. - Io non ho altro da dire. Lasciatemi Ser(za fino al mio.... Partorirò presto, lasciatemelo!

Aleksej Aleksandrovic s'infiammò, e, svincolato bruscamente il braccio, uscì dalla stanza in silenzio.

V

La sala d'aspetto del noto avvocato di Pietroburgo era piena di gente quando Aleksej Aleksandrovic vi entrò. Tre signore, una anziana, una giovane e la moglie di un mercante; tre signori: il primo, un banchiere tedesco con un anello al dito, il secondo, un commerciante con la barba, il terzo, un impiegato rabbioso in piccola tenuta con una decorazione al collo, aspettavano già da tempo. Due procuratori scrivevano sui tavoli, facendo stridere le penne. Il materiale per scrivere che Aleksej Aleksandrovic amava in maniera particolare, era veramente buono. Aleksej Aleksandrovic non poté non notarlo. Uno dei procuratori, senza alzarsi, accigliatosi, si voltò irritato verso Aleksej Aleksandrovic.

- Che vi occorre?

- Ho un affare con l'avvocato.

- L'avvocato è occupato - rispose severo il procuratore, indicando con la penna quelli che aspettavano, e continuò a scrivere.

- Non può trovare un po' di tempo? - disse Aleksej Aleksandrovic.

- Non ha tempo libero, è sempre occupato. Favorite aspettare.

- Volete allora compiacervi di dargli il mio biglietto da visita? - disse dignitosamente Aleksej Aleksandrovic, vedendo l'impossibilità di mantenere l'incognito.

Il procuratore prese il biglietto e, disapprovandone evidentemente il contenuto, sparì dietro una porta.

Aleksej Aleksandrovic era propenso in teoria a un'azione giudiziaria; ma alcuni particolari di procedura non li approvava del tutto per certe altre ragioni di ufficio a lui note, e li criticava per quanto poteva criticare una qualunque cosa che avesse avuto la sanzione sovrana. Tutta la sua vita era trascorsa in attività burocratiche, perciò quando non concordava con qualche cosa, questo disaccordo veniva attenuato dalla consapevolezza dell'inevitabilità degli errori e della possibilità della loro correzione in un qualsiasi settore. Nelle nuove istituzioni giudiziarie non approvava le condizioni in cui era stata posta l'avvocatura. Ma finora non aveva mai avuto a che fare con essa, perciò la disapprovava solo in teoria; ora invece la sua disapprovazione s'era rafforzata per l'impressione sfavorevole prodottagli dalla sala d'aspetto dell'avvocato.

- Viene subito - disse il procuratore, e, dopo due minuti, apparvero sulla soglia la figura lunga di un vecchio giurista che parlava con l'avvocato e l'avvocato stesso.

L'avvocato era piccolo, tarchiato, calvo, con una barba rossoscura, le sopracciglia chiare, lunghe e la fronte rialzata. Era parato come uno sposo, dalla cravatta e dalla catena doppia fino alle scarpe di coppale. Il viso era intelligente, maschio; gli ornamenti da zerbinotto e di pessimo gusto.

- Accomodatevi - disse l'avvocato, rivolgendosi ad Aleksej Aleksandrovic e, fatto passare l'accigliato Karenin davanti a sé, chiuse la porta.

- Non vi dispiace? - e indicò la poltrona presso la scrivania carica di carte, mentre egli stesso sedeva al posto presidenziale, fregandosi le piccole mani dalle dita corte, coperte di peli bianchi, e piegando la testa da un lato. Ma s'era appena assestato nella sua posa, che sulla tavola volò una tignola. L'avvocato con una velocità quale non ci si poteva aspettare da lui, aprì le mani, afferrò la tignola e riprese la posa di prima.

- Prima di parlare del mio affare - disse Aleksej Aleksandrovic seguendo sorpreso con gli occhi i movimenti dell'avvocato - devo farvi osservare che la questione della quale vengo a parlarvi, deve rimanere segreta.

Un sorriso appena percettibile sollevò i baffi rossicci e prominenti dell'avvocato.

- Non sarei un avvocato se non sapessi custodire i segreti affidatimi. Ma se desiderate una conferma....

Aleksej Aleksandrovic lo guardò in faccia e vide che gli occhi grigi, intelligenti, ridevano e pareva che sapessero già tutto.

- Voi sapete il mio nome? - proseguì Aleksej Aleksandrovic.

- Conosco voi e la vostra utile... - e qui di nuovo afferrò una tignola - attività, come ogni russo, del resto - disse l'avvocato, inchinandosi.

Aleksej Aleksandrovic sospirò, raccogliendo le proprie forze. Ma una volta deciso, continuò con la sua voce stridula, senza timori, senza esitazioni e sottolineando alcune parole.

- Io ho la sventura - cominciò Aleksej Aleksandrovic - di essere un marito tradito e desidero rompere legalmente i rapporti con mia moglie, cioè divorziare, ma in modo che mio figlio non rimanga con la madre.

Gli occhi grigi dell'avvocato cercavano di non ridere, ma saltellavano qua e là per una gioia irrefrenabile, e Aleksej Aleksandrovic vedeva che in essi c'era non la sola gioia di un uomo che riceveva un incarico vantaggioso, ma come una certa entusiastica festosità, c'era uno scintillio simile a quello cattivo che aveva sorpreso negli occhi della moglie.

- Voi desiderate la mia collaborazione per ottenere il divorzio?

- Sì, proprio, vi devo però dire che rischio di abusare della vostra cortesia. Sono venuto solo a consigliarmi preventivamente con voi. Desidero il divorzio, ma per me è importante conoscere le forme attraverso le quali è possibile ottenerlo. Molto probabilmente, dunque, se le forme non coincideranno con le mie aspirazioni, rinuncerò all'azione legale.

- Oh, è sempre così - disse l'avvocato - e questo dipende del tutto dalla vostra volontà.

L'avvocato abbassò gli occhi verso i piedi di Aleksej Aleksandrovic, sentendo di poter offendere il cliente con la propria incontenibile ilarità. Guardò una tignola che volava davanti al naso di lui e tese la mano, ma non l'afferrò per un riguardo alla situazione di Aleksej Aleksandrovic.

- Benché nelle linee generali le nostre disposizioni legislative in materia mi siano note - continuò Aleksej Aleksandrovic - desidererei conoscere le forme con cui in pratica si compiono gli affari di questo genere.

- Voi desiderate - rispose l'avvocato senza alzare gli occhi, entrando non senza soddisfazione nel tono del discorso del suo cliente - che io vi esponga le vie attraverso le quali è possibile attuare il vostro proposito.

E, a un cenno affermativo del capo di Aleksej Aleksandrovic, continuò, guardando solo di rado, di sfuggita, il viso chiazzato di Aleksej Aleksandrovic.

- Il divorzio, secondo le nostre leggi - disse con una leggera disapprovazione verso le leggi - è possibile, come vi è noto, nei seguenti casi.... Aspettate! - disse rivolto al procuratore che s'era infilato attraverso la porta, tuttavia si alzò, gli disse alcune parole e sedette di nuovo. - Nei seguenti casi: incapacità fisica dei coniugi, assenza di notizie per cinque anni - disse, piegando il pollice ricoperto di peli - poi adulterio - pronunciò questa parola con evidente soddisfazione. - Le suddivisioni sono le seguenti - egli continuava a piegare le dita grasse, sebbene i casi e le loro suddivisioni non potessero essere elencati insieme: - difetti fisici del marito o della moglie, quindi adulterio del marito o della moglie. - Avendo piegato tutte le dita, le raddrizzò e continuò: - Questo è il punto di vista teorico, ma io suppongo che voi mi abbiate fatto l'onore di rivolgervi a me per conoscere l'applicazione pratica. E perciò, facendomi guidare dagli antecedenti, devo dirvi che i casi di divorzio si riducono tutti ai seguenti: difetti fisici, niente, a quanto posso capire, e così pure assenza di notizie?...

Aleksej Aleksandrovic chinò il capo affermativamente.

- Si riducono ai seguenti: adulterio di uno dei coniugi e prova della colpevolezza di una delle parti risultante da reciproco accordo, oppure, fuori di un tale accordo, prova legale. Devo far presente che nella pratica l'ultimo caso s'incontra di rado - disse l'avvocato e, guardando di sfuggita Aleksej Aleksandrovic, tacque come un venditore di pistole che, descritti i vantaggi di questa o di quell'arma, attenda la scelta del compratore. Ma Aleksej Aleksandrovic taceva e perciò l'avvocato proseguì: - La cosa più usuale e semplice e la più ragionevole a mio modo di vedere, è l'adulterio ammesso da accordo reciproco. Non mi sarei permesso di esprimermi così, parlando con una persona di scarsa cultura - disse l'avvocato - ma suppongo che per voi sia comprensibile.

Aleksej Aleksandrovic era così sconvolto che non capì subito la ragionevolezza dell'adulterio ammesso per reciproco accordo e si leggeva la perplessità nel suo sguardo; ma l'avvocato gli venne subito in aiuto.

- Due persone non possono più vivere insieme, ecco il fatto. E se tutti e due sono in questo d'accordo, allora i particolari e i modi diventano indifferenti. E nello stesso tempo questo è il mezzo più semplice e sicuro.

Aleksej Aleksandrovic ora capiva in pieno. Ma aveva le sue esigenze religiose che gli impedivano l'accettazione di questa procedura.

- Questo è fuori questione nel caso presente - egli disse. - Qui una sola cosa è possibile: la prova del fatto è confermata dalle lettere che sono in mio possesso.

L'avvocato a sentir nominare le lettere, strinse le labbra ed emise un suono flebile tra il compassionevole e lo sprezzante.

- Abbiate la bontà di considerare - egli riprese - che gli affari di questo genere sono decisi, come vi è noto, dalla giurisdizione ecclesiastica; e i preti, in affari di questo genere, sono ghiotti di particolari minutissimi - egli disse con un sorriso che mostrava simpatia verso il gusto dei preti. - Le lettere, senza dubbio, possono confermare altri elementi, ma le prove devono essere ottenute per via diretta, cioè per testimoni. D'altra parte, poi, se mi fate l'onore di degnarmi della vostra fiducia, riservatemi la scelta dei mezzi da adoperare. Chi vuole il resultato, accetti anche i mezzi.

- Se è così... - cominciò, improvvisamente impallidendo Aleksej Aleksandrovic, ma, in quel momento, l'avvocato si alzò e andò di nuovo verso la porta dove era il procuratore che l'aveva interrotto.

- Ditele che non siamo al mercato! - disse e ritornò da Aleksej Aleksandrovic.

Tornando al posto, afferrò, inosservato, un'altra tignola. "Sarà bello il mio reps in estate..." pensò, accigliandosi.

- Così voi state dicendo... - disse.

- Vi comunicherò la mia decisione per iscritto - disse Aleksej Aleksandrovic alzandosi, e si appoggiò alla tavola. Dopo essere rimasto in piedi un po' in silenzio, disse: - Dalle vostre parole posso concludere che il conseguimento del divorzio è possibile. Vi pregherei di comunicarmi pure quali sono le vostre condizioni....

- Tutto è possibile se mi concederete piena libertà di azione - disse l'avvocato senza rispondere in tutto alla domanda. - Quando posso contare di ricevere vostre comunicazioni? - chiese, dirigendosi verso la porta e brillando con gli occhi e gli stivaletti di coppale.

- Fra una settimana. E, se assumete il patrocinio di questo affare, sarete gentile di comunicarmi a quali condizioni.

- Molto bene.

L'avvocato si inchinò ossequioso, fece uscire dalla porta il cliente, e, rimasto solo, si abbandonò alla propria ilarità. Divenne così allegro che, contrariamente alle sue abitudini, fece uno sconto alla signora che contrattava con lui, cessò di afferrar tignole e decise che per l'inverno prossimo occorreva ricoprire il mobilio con del velluto, come da Sigonin.

VI

Aleksej Aleksandrovic aveva ottenuto una brillante vittoria nella seduta della commissione del 17 agosto, ma le conseguenze di questa vittoria gli spezzarono le ali. La nuova commissione per investigare sotto tutti i rapporti la vita degli allogeni, era stata sostituita e mandata sul posto con inconsueta sollecitudine ed energia suscitate da Aleksej Aleksandrovic. Dopo tre mesi era stata presentata la relazione. La vita degli allogeni era stata osservata sotto l'aspetto politico, amministrativo, economico, etnografico, materiale e religioso. E a tutti questi problemi erano state date delle risposte ottimamente redatte ed inequivocabili, che non ammettevano dubbi, poiché non erano il prodotto del pensiero di un uomo soggetto a errori, ma erano tutte frutto di un'attività burocratica. Le risposte erano il risultato dei dati ufficiali, dei rapporti dei governatori e degli arcivescovi, basati sui rapporti dei capi dei distretti e dei sovrintendenti ecclesiastici, basati, a loro volta, sui rapporti delle amministrazioni comunali e dei prelati e perciò tutte queste risposte erano indubitabili. Tutte le questioni a proposito del perché, per esempio, i raccolti fossero scarsi, del perché gli abitanti si attenessero alle loro credenze e così via, questioni che, senza la comodità della macchina burocratica, non si risolvono e non possono essere risolte per secoli, ebbero una chiara indubitabile soluzione. E questa soluzione era in favore dell'idea di Aleksej Aleksandrovic. Ma Stremov, sentitosi toccato nel vivo nell'ultima seduta, all'arrivo delle relazioni della commissione usò una tattica che Aleksej Aleksandrovic non sospettava, e, non solo difese con molto calore l'attuazione delle misure proposte da Karenin, ma ne propose altre che di queste erano le estreme conseguenze. Queste misure, eccessive rispetto a quello che era il pensiero fondamentale di Aleksej Aleksandrovic, furono accolte, e allora la tattica di Stremov si scoprì. Queste misure, portate all'estremo, apparvero d'un tratto così assurde che sia gli uomini di stato che l'opinione pubblica e le signore intellettuali e i giornali, tutti, nello stesso tempo, vi si scagliarono contro, esprimendo la propria indignazione, e si scagliarono contro le misure stesse e contro il loro fautore, Aleksej Aleksandrovic. Stremov allora si fece da parte, fingendo d'aver solo voluto ciecamente seguire il piano di Karenin, mentre egli stesso si mostrava sorpreso e confuso di quello che era stato fatto. Questo spezzò le ali ad Aleksej Aleksandrovic. Ma nonostante la salute che deperiva e i dispiaceri familiari, Aleksej Aleksandrovic non si arrese. In seno alla commissione si era prodotta una scissione. Alcuni membri con Stremov a capo, giustificavano il proprio errore dicendo d'aver avuto fiducia nella commissione di revisione guidata da Aleksej Aleksandrovic, la quale aveva presentato un rapporto che altro non era risultato che un'assurdità e della carta scritta. Aleksej Aleksandrovic, insieme col partito delle persone che vedevano il pericolo di considerar le pratiche in modo così rivoluzionario, seguitava a sostenere i dati elaborati dalla commissione ispettiva. In seguito a ciò, nelle alte sfere e persino nei salotti si confuse tutto e, malgrado questo interessasse estremamente tutti, nessuno riusciva a capire se gli allogeni fossero realmente nella miseria e perissero o se prosperassero. La posizione di Aleksej Aleksandrovic, in conseguenza di ciò e in parte in conseguenza del disonore caduto su di lui per l'infedeltà della moglie, si fece molto vacillante. Ma pure in questo stato di cose, Aleksej Aleksandrovic prese una decisione importante. Con stupore della commissione, dichiarò che avrebbe chiesto l'autorizzazione ad andare sul posto per ispezionare di persona. E, sollecitatane l'autorizzazione, Aleksej Aleksandrovic si mise in viaggio per governatorati lontani.

Il viaggio di Aleksej Aleksandrovic suscitò grande scalpore, tanto più che, proprio all'atto di partire, egli restituì ufficialmente, con documento, il denaro assegnatogli per le spese dei dodici cavalli necessari per raggiungere il luogo della missione.

- Giudico questo molto nobile - diceva a questo proposito Betsy con la principessa Mjagkaja. - Perché dare il denaro per i cavalli da posta, quando tutti sanno che adesso ci sono dovunque le strade ferrate?

Ma la Mjagkaja non era d'accordo e l'opinione della Tverskaja la irritava persino.

- Voi parlate bene - ella disse - voi che avete non so quanti milioni, ma a me piace che mio marito vada in missione nell'estate. Gli fa bene alla salute, gli fa piacere fare un viaggio e io ormai ho stabilito che con quel denaro, in casa mia, si pagano carrozza e cocchiere.

Di passaggio per governatorati lontani, Aleksej Aleksandrovic si fermò tre giorni a Mosca.

Il giorno dopo il suo arrivo, andò in carrozza a far visita al governatore generale. All'incrocio del vicolo Gazetnyj, dove si affollano sempre carrozze e vetture, Aleksej Aleksandrovic sentì ad un tratto il proprio nome gridato da una voce così forte e vivace che non poté non rimanere colpito. All'angolo del marciapiedi, in cappotto corto alla moda, con un cappello a falde strette messo di lato e un sorriso splendente fra le labbra rosse e i denti bianchi, allegro, giovane, raggiante, stava Stepan Arkad'ic che, energicamente e imperiosamente gridava e pretendeva che egli si fermasse. Si teneva con una mano al finestrino di una carrozza che s'era fermata all'angolo, dalla quale si sporgevano una testa di donna con un cappello di velluto e due testoline di bimbi, e sorrideva e faceva segno con l'altra mano al cognato. La signora sorrideva con un sorriso buono, e faceva anche lei dei gesti al Aleksej Aleksandrovic.

Era Dolly con i bambini.

Aleksej Aleksandrovic aveva deciso di non vedere nessuno a Mosca e meno di tutti il fratello di sua moglie. Sollevò il cappello, e voleva passar via, ma Stepan Arkad'ic ordinò al cocchiere di fermare e corse verso di lui sulla neve.

- Ma come non far sapere niente! È molto che sei qui? E io ieri sono stato da Dussau e ho visto sulla tabella "Karenin" e non m'è venuto in mente che fossi tu! - diceva Stepan Arkad'ic , ficcandosi con la testa nel finestrino della carrozza. - E sarei venuto io. Come sono contento di vederti! - diceva, battendo un piede contro l'altro per scuoter via la neve. - Ma come non senti di essere colpevole a non farti vedere! - ripeteva.

- Non ne ho avuto il tempo, sono molto occupato - rispose secco Aleksej Aleksandrovic.

- Andiamo da mia moglie, vuole tanto vederti.

Aleksej Aleksandrovic si sbarazzò dello scialle nel quale erano avviluppate le sue gambe freddolose e, uscito dalla carrozza, si fece strada fra la neve verso Dar'ja Aleksandrovna.

- Che c'è mai, Aleksej Aleksandrovic, perché ci evitate così? - disse Dolly sorridendo.

- Sono stato molto occupato. Sono molto contento di vedervi - disse con un tono che chiaramente diceva che ne era invece contrariato. - Come va la vostra salute?

- Ebbene, che ne è della mia cara Anna?

Aleksej Aleksandrovic mugolò qualcosa e voleva andarsene, ma Stepan Arkad'ic lo trattenne.

- Ma, ecco cosa facciamo domani. Dolly, invitalo a pranzo! Inviteremo anche Koznyšev e Pescov per offrirgli dell'intelligencija moscovita.

- Così, vi prego, venite - disse Dolly - noi vi aspettiamo alle cinque, alle sei se volete. E la mia cara Anna? Come da tempo....

- Sta bene - mugolò Aleksej Aleksandrovic accigliandosi. - Molto lieto! - e si diresse verso la carrozza.

- Verrete? - gridò Dolly.

Aleksej Aleksandrovic pronunciò qualcosa che Dolly non poté sentire fra il rumore delle vetture che si movevano.

- Passerò domani - gli gridò Stepan Arkad'ic .

Aleksej Aleksandrovic sedette nella vettura e vi si sprofondò in modo da non vedere e da non essere visto.

- Che originale! - disse Stepan Arkad'ic alla moglie e, guardata l'ora, fece un movimento con la mano che voleva essere una carezza sul viso della moglie e dei bambini e s'incamminò spavaldo per il marciapiedi.

- Stiva! Stiva! - disse Dolly, arrossendo.

Egli si voltò.

- Ho bisogno di denaro, sai, per comprare un cappotto a Griša e un altro a Tanja. Dammi dunque il denaro.

- Non fa nulla; di' che pagherò poi - e scomparve dopo aver salutato allegramente, con un cenno del capo, un conoscente che passava.

VII

Il giorno dopo era domenica. Stepan Arkad'ic andò al Bol'šoj Teatr per assistere alle prove di un balletto e per consegnare a Maša cibisova, una graziosa ballerina che di recente ne faceva parte perché da lui protetta, i coralli promessile il giorno innanzi, e, nell'oscurità diurna del teatro, dietro una quinta, riuscì a baciarne il visetto simpatico, splendente di gioia per il regalo. Oltre al regalo di coralli doveva prendere accordi con lei per un appuntamento dopo il balletto. Spiegatole perché non poteva trovarsi all'inizio del ballo, promise di venire all'ultimo atto e di condurla a cena. Dal teatro Stepan Arkad'ic andò all'Ochotnyj Rjad, scelse egli stesso il pesce e gli asparagi per il pranzo e alle dodici era già da Dussau per recarsi dai tre personaggi che, per sua fortuna, alloggiavano nello stesso albergo; da Levin che s'era fermato lì ed era tornato da poco dall'estero, dal suo nuovo capo che era allora allora entrato in carica, e che ispezionava Mosca, e dal cognato Karenin per averlo a ogni costo a pranzo.

A Stepan Arkad'ic piaceva mangiar bene, ma ancor più dare un pranzo, non grandioso, ma raffinato e per cibi e per la scelta dei commensali. La lista del pranzo odierno era proprio di suo gusto: ci sarebbero stati i persici vivi, gli asparagi e, come pièce de résistance, un meraviglioso, ma semplice roastbeef, e i vini adatti: questo per il cibo e le bevande. Come invitati ci sarebbero stati Kitty e Levin e, perché questo non desse nell'occhio, anche una cugina e il giovane (cerbackij, e, come pièce de résistance, Sergej Koznyšev e Aleksej Aleksandrovic: Sergej Ivanovic moscovita e filosofo, Aleksej Aleksandrovic pietroburghese e uomo d'azione; inoltre avrebbe invitato quell'originale di Pescov, liberale, chiacchierone, musicista, storico e simpaticissimo scapolo cinquantenne che avrebbe costituito la salsa o il contorno a Koznyšev e Karenin. Egli li avrebbe eccitati e aizzati l'un contro l'altro.

Il denaro del compratore del legname era stato incassato alla seconda scadenza e non era ancora speso; Dolly era molto carina e buona in questi ultimi tempi, e l'idea del pranzo, sotto tutti gli aspetti, rallegrava Stepan Arkad'ic . Egli, si trovava nella più felice disposizione d'animo. Aveva solo due ragioni di malcontento; ma entrambe si sperdevano nel mare di benevola allegria che fluttuava nell'animo suo. Esse erano: la prima, che il giorno avanti, incontrato per via Aleksej Aleksandrovic, aveva notato ch'egli era stato asciutto e brusco con lui e, associando questa espressione del viso di Aleksej Aleksandrovic e il fatto che non era venuto da loro e non aveva fatto sapere nulla di sé con le voci che circolavano sul conto di Anna e Vronskij, Stepan Arkad'ic indovinò che c'era qualcosa che non andava tra marito e moglie.

Questa era una delle cose spiacevoli. L'altra alquanto spiacevole era che il nuovo capo, come tutti i nuovi capi, aveva fama di uomo terribile, che si alzava la mattina alle sei, lavorava come un bue e pretendeva un egual lavoro dai dipendenti. Inoltre questo nuovo capo aveva anche fama di orso pel suo modo di trattare, ed era, secondo le voci, una persona di tendenze completamente contrarie a quelle del capo precedente e seguite da Stepan Arkad'ic. Il giorno prima egli si era presentato in ufficio in divisa, e il nuovo capo era stato molto amabile e s'era messo a parlare con Oblonskij come con un amico; perciò Stepan Arkad'ic reputava suo dovere fargli visita in finanziera. Il pensiero che il nuovo capo potesse riceverlo male, rappresentava la seconda circostanza spiacevole. Ma Stepan Arkad'ic sentiva istintivamente che tutto si sarebbe "appianato" nel modo migliore. "Tutti sono esseri umani, uomini, come noi, peccatori; perché arrabbiarsi e litigare?" pensava, entrando nell'albergo.

- Salve, Vasilij - disse, passando col cappello di sghembo per un corridoio e rivolgendosi a un cameriere di sua conoscenza - ti sei fatto crescere le fedine? Levin è al n. 7, eh? Accompagnami, per favore. E informati se il conte Anickin - era il suo nuovo capo - riceve o no.

- Sissignore - rispose Vasilij, sorridendo. - È un pezzo che attendiamo i vostri ordini.

- Sono stato qui, ieri, ma dall'altro ingresso. È il n. 7?

Levin stava in piedi in mezzo alla stanza con un contadino di Tver' e misurava con un aršin una pelle d'orso fresca, quando entrò Stepan Arkad'ic.

- Ehi! L'avete ucciso voi? - gridò Stepan Arkad'ic. - Bel giocattolo! Un'orsa? Buongiorno, Archip!

Strinse la mano al contadino e sedette su di una sedia senza togliersi cappello e cappotto.

- Ma metti via questa roba, siedi un po' - disse Levin, togliendogli il cappello.

- Non ho tempo, son venuto solo per un attimo - rispose Stepan Arkad'ic. Sbottonò il cappotto e poi se lo tolse e rimase un'ora intera, discorrendo con Levin di caccia e di cose intime.

- Dimmi, ti prego, cosa hai fatto all'estero? dove sei stato? - disse Stepan Arkad'ic quando il contadino fu uscito.

- Sì, sono stato in Germania, in Prussia, in Francia e in Inghilterra; ma non nelle capitali, nelle città industriali, e ho visto molte cose nuove. E sono contento d'esserci stato.

- Già, io so la tua idea di organizzare il lavoratore.

- Per nulla affatto: in Russia non può esistere una questione operaia. In Russia c'è la questione dei rapporti del popolo lavoratore con la terra; c'è anche là, ma là si tratta di riparare quel che s'è guastato, invece da noi....

Stepan Arkad'ic ascoltava attentamente Levin.

- Già, già - diceva. - È molto probabile che tu abbia ragione - disse. - Ma io sono felice che tu sia di buon umore; vai a caccia di orsi e lavori, e sei tutto preso dal lavoro. E invece (cerbackij mi diceva d'averti incontrato, che eri in non so quale stato d'abbattimento, che parlavi sempre di morte.

- Già, ma non smetto di pensare alla morte - disse Levin. - È vero che è ora di morire. E che tutto questo è vanità. Io ti dirò il vero: ho straordinariamente cara la mia idea e il lavoro, ma in sostanza, pensaci: tutto questo mondo è in fin dei conti una piccola muffa che è spuntata su di un minuscolo pianeta. E noi pensiamo di essere in possesso di qualcosa di grande... pensieri, affari! Granelli di sabbia tutti questi!

- Ma questo, amico mio, è vecchio come il mondo!

- È vecchio; ma quando lo capisci chiaramente, allora tutto, in un certo modo si riduce a niente. Quando capisci che oggi o domani morirai, e non resterà più nulla, che tutto sarà annientato! Ecco, io considero molto importante la mia idea, eppure questa anche a pensarla attuata appare così insignificante come fare il giro della pelle di quest'orso. Allora passi la vita distraendoti con la caccia, col lavoro, solo per non pensare alla morte.

Stepan Arkad'ic sorrideva finemente e benevolmente ascoltando Levin.

- Su, s'intende! Ecco che tu sei venuto dalla parte mia. Ricordi che m'investivi perché cercavo i piaceri nella vita?

Non esser, moralista, così duro!

- No, tuttavia nella vita vi è tanto di buono che... - Levin si confuse. - Ma non so. So soltanto che morirò presto.

- E perché presto?

- E sai, c'è meno gioia nella vita quando pensi alla morte, ma c'è più calma.

- Al contrario, quando si è alla fine si sta più allegri. Su, però per me è ora - disse Stepan Arkad'ic, alzandosi per la decima volta.

- Ma no, siedi! - diceva Levin, trattenendolo. - Quando ci vedremo ora? Io vado via domani.

- E io, che bravo! son venuto apposta.... Vieni assolutamente oggi a pranzo da me. Ci sarà tuo fratello, mio cognato Karenin.

"Forse lei è qui" pensò Levin, e voleva chiedere di Kitty. Aveva sentito che al principio dell'inverno era stata a Pietroburgo dalla sorella sposata a un diplomatico e non sapeva se ne era tornata o no; ma rinunciò a chiedere. "Che ci sia o non ci sia, per me è lo stesso".

- Allora, verrai?

- Eh, s'intende.

- Alle cinque e in finanziera.

E Stepan Arkad'ic si alzò e andò giù dal nuovo capo. L'istinto non l'aveva ingannato. Il nuovo terribile capo si mostrò un uomo molto affabile, e Stepan Arkad'ic fece colazione con lui e si trattenne così a lungo che solo verso le quattro si recò da Aleksej Aleksandrovic.

VIII

Aleksej Aleksandrovic, tornato dalla messa, passò tutta la mattina in casa. In quella mattinata aveva da fare due cose: in primo luogo ricevere e dare le direttive a una deputazione di allogeni che andava a Pietroburgo e che attualmente si trovava a Mosca; in secondo luogo scrivere la lettera promessa all'avvocato. La deputazione fatta venire per iniziativa di Aleksej Aleksandrovic presentava molti svantaggi e persino dei pericoli, e Aleksej Aleksandrovic era molto contento d'averla incontrata a Mosca. Infatti i membri di questa deputazione non avevano la minima idea della parte che rappresentavano e del compito loro affidato. Erano ingenuamente convinti che tutto consistesse nell'esporre la necessità e la vera situazione delle cose, chiedendo l'aiuto del governo, ma non pensavano menomamente che alcune loro dichiarazioni e pretese potessero essere sostenute dal partito opposto ad Aleksej Aleksandrovic e rovinare perciò tutto l'affare. Aleksej Aleksandrovic li catechizzò a lungo, stese per loro un programma dal quale non dovevano deviare e, congedatili, scrisse delle lettere a Pietroburgo circa l'indirizzo che la deputazione avrebbe dovuto seguire. Il più valido aiuto in questa faccenda doveva venire dalla contessa Lidija Ivanovna. Era specialista in fatto di deputazioni, e nessuno come lei sapeva farle valere e dare loro un preciso indirizzo. Sistemate queste faccende, Aleksej Aleksandrovic scrisse all'avvocato. Senza la minima esitazione gli diede l'autorizzazione a procedere come meglio riteneva. Nella lettera incluse i tre biglietti di Vronskij ad Anna, trovati nel portafogli sottratto.

Dal momento in cui Aleksej Aleksandrovic era andato via di casa, con l'intenzione di non tornare più in famiglia, dal momento in cui era stato dall'avvocato, e aveva detto, sia pure a una persona, la sua intenzione, e proprio dal momento in cui aveva tradotto questa faccenda della sua vita in un affare legale, si era abituato sempre più alla decisione, e adesso vedeva chiara la possibilità di attuarla. Stava sigillando la busta per l'avvocato, quando sentì il suono forte della voce di Stepan Arkad'ic che discuteva col cameriere e insisteva perché lo si annunciasse.

"È lo stesso - pensò Aleksej Aleksandrovic - meglio: dichiarerò subito la mia posizione nei confronti di sua sorella e spiegherò perché non posso pranzare da lui".

- Fa' passare - disse a voce alta, raccogliendo le carte e mettendole nella cartella.

- Ecco, vedi che menti, è in casa! - rispondeva la voce di Stepan Arkad'ic al cameriere che non lo lasciava passare e, togliendosi il cappotto nel camminare, Oblonskij entrò nella stanza. - Sì, son molto contento d'averti trovato! Così io spero... - cominciò allegramente.

- Non posso venire - disse Aleksej Aleksandrovic freddo, in piedi e senza far sedere l'ospite.

Aleksej Aleksandrovic pensava di stabilire subito quei rapporti di fredda cortesia, che gli pareva dovessero ora correre tra lui e il fratello della moglie, contro la quale andava intentando un giudizio di divorzio; ma non aveva fatto i conti con quel mare di bonarietà che straripava dall'animo di Stepan Arkad'ic .

Stepan Arkad'ic aprì i suoi occhi scintillanti, chiari.

- Perché non puoi? Cosa vuoi dire? - disse con perplessità, in francese. - No, è già promesso. E noi tutti contiamo su di te!

- Io voglio dire che non posso venire, perché quei rapporti di parentela che esistevano tra noi, devono cessare.

- Come? cioè, come mai? perché? - pronunciò con un sorriso Stepan Arkad'ic .

- Perché do inizio a una causa di divorzio contro vostra sorella, contro mia moglie. Ho dovuto....

Ma Aleksej Aleksandrovic non aveva ancora fatto in tempo a finire il suo discorso che Stepan Arkad'ic aveva già agito in modo del tutto diverso da quello ch'egli si aspettava. Stepan Arkad'ic mise un gemito e si sedette in una poltrona.

- No, Aleksej Aleksandrovic, che dici mai? - gridò Oblonskij e la sofferenza si espresse sul suo viso.

- È così.

- Perdonami, io non posso e non voglio crederci.

Aleksej Aleksandrovic sedette, vedendo che le sue parole non avevano avuto quell'effetto ch'egli si aspettava e che ormai inevitabilmente avrebbe dovuto spiegarsi e che i suoi rapporti col cognato, quali che fossero state le sue spiegazioni, sarebbero rimasti inalterati.

- Sì, sono stato messo nella penosa necessità di esigere il divorzio - egli disse.

- Io una cosa sola ti dico, Aleksej Aleksandrovic. Io ti conosco per un uomo eccellente, giusto; conosco Anna, scusami, non posso cambiare l'opinione che ho di lei, di bravissima, ottima donna, e perciò, perdonami, non posso credere a questo. Qui c'è un equivoco - egli disse.

- Già, se si trattasse solo di un equivoco...

- Permetti, io capisco - interruppe Stepan Arkad'ic . - Ma s'intende... Una cosa sola: non bisogna precipitare. Non si deve, non si deve avere fretta.

- Io non ho avuto fretta - disse freddo Aleksej Aleksandrovic - e in simili casi nessuno può dar consigli. Io ho fermamente deciso.

- È terribile! - disse Stepan Arkad'ic sospirando penosamente. - Avrei fatto una sola cosa, Aleksej Aleksandrovic. Ti supplico, fa' ciò che ti dico - disse. - La causa non è ancora cominciata, a quanto ho capito. Prima di iniziare il giudizio, vedi mia moglie, parla con lei. Ella vuol bene ad Anna come a una sorella, vuol bene a te, ed è una donna sorprendente. Per amor di Dio, parla con lei. Dammi questa prova di amicizia, te ne supplico!

Aleksej Aleksandrovic si fece pensieroso e Stepan Arkad'ic lo guardava con simpatia, senza interrompere il suo silenzio.

- Ci andrai da lei?

- Ma, non so. È per questo che non son venuto da voi. Suppongo che i nostri rapporti debbano cambiare.

- E perché mai? Non ne vedo la necessità. Permettimi di tener presente che, oltre ai nostri rapporti di parentela, tu hai avuto per me, almeno in parte, quei sentimenti di amicizia che io ho sempre avuto per te. È stima sincera - disse Stepan Arkad'ic stringendogli la mano. - Se anche le tue peggiori supposizioni fossero vere, io non prendo e non prenderò mai su di me la responsabilità di giudicare in favore dell'una o dell'altra parte, e non vedo la ragione per la quale i nostri rapporti debbano cambiare. Ma ora, fa' una cosa, vieni da mia moglie.

- Già, noi consideriamo in modo diverso questa faccenda - disse freddamente Aleksej Aleksandrovic. - Del resto, non ne parliamo più.

- No, perché non venire? Magari oggi a pranzo. Mia moglie ti aspetta. Ti prego, vieni. E soprattutto, parla con lei. È una donna sorprendente. Per amor di Dio, ti supplico in ginocchio.

- Se lo volete tanto, verrò - disse, sospirando, Aleksej Aleksandrovic.

E desiderando cambiar discorso, domandò di quello che interessava entrambi: del nuovo capo di Stepan Arkad'ic, uomo non ancora vecchio, che aveva improvvisamente ricevuto una così alta promozione.

- Ebbene, l'hai visto? - disse Aleksej Aleksandrovic, con un sorriso velenoso.

- Come no, ieri è stato da noi in tribunale. Sembra che sappia molto bene il fatto suo e sia molto attivo.

- Sì, ma a che è diretta la sua attività? - disse Aleksej Aleksandrovic. - Ad agire o a ricalcare quello che è stato fatto? La disgrazia del nostro stato è quest'amministrazione burocratica di cui egli è un degno rappresentante.

- Davvero non so, ma so una cosa sola: è un ottimo giovane - rispose Stepan Arkad'ic . - Sono stato subito da lui, e davvero è un ottimo giovane. Abbiamo fatto colazione insieme, e io gli ho insegnato a fare quella bevanda, sai, il vino con le arance. Rinfresca molto. È strano che non la conoscesse. Gli è piaciuta molto. Sì, davvero è una simpatica persona.

Stepan Arkad'ic guardò l'orologio.

- Ah, Dio mio, sono già più delle quattro, e io devo ancora andare da Dolgovušin! Allora, ti prego, vieni a pranzo! Non puoi credere come addoloreresti mia moglie!

Aleksej Aleksandrovic lo accompagnò in tutt'altro modo da come l'aveva ricevuto.

- Ho promesso e verrò - rispose con tristezza.

- Credimi, apprezzo ciò e spero che non te ne pentirai - rispose sorridendo Stepan Arkad'ic. E, infilatosi il cappotto camminando, urtò col braccio la testa del cameriere, rise e uscì. - Alle cinque e in finanziera, per favore! - gridò ancora, tornando verso la porta.

IX

Erano le cinque passate e già alcuni ospiti cominciavano ad arrivare, quando giunse anche il padrone di casa. Entrò insieme con Sergej Ivanovic Koznyšev e Pescov che si erano trovati nello stesso momento sul pianerottolo. Erano costoro i due principali esponenti dell'intelligencija moscovita così come li aveva definiti Oblonskij. Erano persone stimabili per carattere e per ingegno. Si stimavano reciprocamente, ma erano quasi in tutto completamente e irrimediabilmente discordi fra loro, non perché avessero tendenze opposte, ma proprio perché erano d'uno stesso partito (i nemici li fondevano in uno), e in questo partito ciascuno aveva la propria sfumatura. E poiché è molto difficile metter d'accordo dissensi lievi, indefiniti, essi non solo non concordavano mai nelle opinioni, ma erano da tempo abituati, senza irritarsi, a irridere l'uno l'incorreggibile aberrazione dell'altro.

Stavano per entrare, conversando del tempo, quando li raggiunse Stepan Arkad'ic. Nel salotto sedevano già il principe Aleksandr Dmitrievic, suocero di Oblonskij, il giovane (cerbackij, Turovcyn, Kitty e Karenin.

Stepan Arkad'ic si accorse subito che nel salotto senza di lui, le cose non andavano bene. Dar'ja Aleksandrovna, in abito di gala di seta grigia, evidentemente preoccupata dei bambini che dovevano pranzare in camera loro, e del marito che non arrivava ancora, non aveva saputo fondere bene quella riunione. Stavano tutti seduti come figli di pope in visita (così diceva il vecchio principe), visibilmente perplessi come mai fossero capitati là, spremendo le parole per non star zitti. Il buon Turo